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Articoli del 02/07/2026

Di Alex (pubblicato @ 09:00:00 in iPhone, letto 24 volte)
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Tim Cook discute di Siri AI con commissaria europea
Tim Cook discute di Siri AI con commissaria europea
Tim Cook cerca un'intesa con Bruxelles per portare Siri AI sugli iPhone europei senza violare il Digital Markets Act. Il negoziato sull'interoperabilità potrebbe segnare il futuro degli assistenti digitali nel continente. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.


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Lo stallo normativo e il Trusted System Agent
La tensione tra Apple e le autorità europee ruota attorno a un articolo preciso del Digital Markets Act, quello che impone ai cosiddetti gatekeeper di garantire che i servizi di terze parti possano accedere alle stesse funzionalità hardware e software riservate ai servizi proprietari. Nel caso di Siri AI, lanciato in anteprima durante la WWDC 2026 insieme alle versioni 27 dei sistemi operativi, l'assistente rinnovato è in grado di controllare le app installate, leggere lo schermo, interagire con i sensori e compiere azioni che spaziano dalla prenotazione di un ristorante alla gestione della domotica senza mai uscire dall'ecosistema Apple. La Commissione europea sostiene che un simile potere non possa rimanere esclusivo: se un utente desidera utilizzare Alexa, Google Assistant o un assistente minore come assistente predefinito, questo deve poter vantare la stessa profondità di integrazione di Siri AI. Apple ha ribattuto che concedere un accesso così capillare a software di terze parti equivarrebbe a demolire le fondamenta della sicurezza e della privacy che costituiscono il principale argomento di vendita degli iPhone. Per risolvere l'impasse, l'azienda di Cupertino ha proposto un meccanismo chiamato Trusted System Agent, una sorta di intermediario certificato che avrebbe il compito di validare ogni richiesta proveniente da un assistente esterno, filtrando le chiamate alle API sensibili e garantendo che i dati personali non vengano esfiltrati senza il consenso esplicito dell'utente. La soluzione, tecnicamente ingegnosa, prevedeva tuttavia una fase transitoria di diciotto mesi durante la quale Siri AI sarebbe stato comunque lanciato in esclusiva, rimandando l'apertura agli altri player a una data successiva. Bruxelles ha respinto l'offerta senza tentennamenti, ritenendola un espediente per guadagnare tempo e consolidare un vantaggio competitivo che il DMA intende proprio scongiurare. La commissaria Henna Virkkunen, durante l'incontro virtuale con Tim Cook, avrebbe usato toni cortesi ma fermi, ribadendo che la sovranità normativa europea non è negoziabile e che qualsiasi implementazione di Siri AI dovrà convivere con un accesso paritario fin dal primo giorno di disponibilità. Il braccio di ferro ha già generato conseguenze collaterali: la versione europea di iOS 27 e iPadOS 27 non include Siri AI, mentre macOS e visionOS ne sono provvisti, creando una frammentazione che penalizza gli utenti mobili del continente. Nel frattempo, secondo fonti del Financial Times, Apple avrebbe ricevuto una valanga di email di protesta da parte di cittadini europei, alcune delle quali contenenti minacce di morte contro i funzionari della Commissione, un episodio che ha ulteriormente surriscaldato il clima diplomatico. La situazione è complicata dal fatto che il DMA prevede sanzioni fino al 10 per cento del fatturato globale annuo in caso di violazioni ripetute, una cifra che per Apple potrebbe tradursi in decine di miliardi di euro. Questo spiega la cautela con cui l'azienda sta muovendo i propri passi: preferisce rinviare il lancio di Siri AI in Europa piuttosto che esporsi a un provvedimento punitivo che farebbe scuola a livello globale. L'impressione degli osservatori è che il negoziato sia destinato a protrarsi per mesi, con possibili incontri di persona tra Cook e Virkkunen, mentre i team legali e tecnici di entrambe le parti cercano una quadra che consenta a Siri AI di arrivare sugli iPhone europei senza violare la lettera e lo spirito del regolamento. In ballo non c'è soltanto il destino di un assistente vocale, ma il principio stesso della regolamentazione delle piattaforme digitali, che l'Europa intende esportare come modello in tutto il mondo.

I rischi per la privacy e la battaglia sull'innovazione
Al centro delle argomentazioni di Apple vi è il timore che un obbligo di interoperabilità così esteso possa trasformare ogni iPhone in un vaso di Pandora digitale. Gli assistenti di terze parti, una volta autorizzati ad accedere alle medesime funzionalità di Siri AI, potrebbero teoricamente leggere messaggi, intercettare chiamate, tracciare la posizione e manipolare app bancarie senza che l'utente abbia piena consapevolezza di ciò che sta accadendo. Apple ha citato studi interni che mostrano come molte applicazioni malevole riescano a superare i controlli dell'App Store camuffandosi da strumenti innocui; estendere questa superficie d'attacco al livello dell'assistente di sistema significherebbe, secondo Cupertino, esporre centinaia di milioni di utenti a rischi senza precedenti. Il Trusted System Agent era stato pensato proprio come un guardiano che verificasse in tempo reale la legittimità di ogni comando, utilizzando un enclave hardware simile a quella già impiegata per il Face ID, in modo da garantire che nemmeno un assistente compromesso potesse compiere azioni dannose. La Commissione europea ha però ribattuto che la sicurezza non può diventare un alibi per blindare il mercato: esistono già standard internazionali per l'interoperabilità sicura, e aziende come Google e Amazon hanno da tempo dimostrato che è possibile concedere accesso a funzionalità di sistema mantenendo elevati livelli di protezione. Il vero nodo, secondo Bruxelles, non è tecnico ma commerciale: Apple teme che un assistente di terze parti, magari offerto gratuitamente da un concorrente, possa erodere la fedeltà degli utenti all'ecosistema iOS, riducendo gli introiti derivanti dai servizi e dalla vendita di hardware premium. La posta in gioco è enorme perchè Siri AI non è soltanto un'interfaccia vocale più intelligente, ma un tassello della strategia di Apple per competere con i modelli linguistici di OpenAI e Google, integrando l'intelligenza artificiale generativa direttamente nel sistema operativo. Rinunciare a Siri AI in Europa significherebbe lasciare campo libero ai rivali su un mercato che vale centinaia di milioni di dispositivi attivi, mentre accettare le condizioni del DMA potrebbe creare un precedente che altri paesi, dagli Stati Uniti all'India, potrebbero emulare. L'equilibrio tra innovazione e regolamentazione è il vero tema di fondo di questa vicenda. Apple sostiene che il DMA stia bloccando l'innovazione, imponendo vincoli così stringenti da scoraggiare lo sviluppo di nuove funzionalità avanzate. I legislatori europei ribattono che senza regole chiare l'innovazione rischia di diventare monopolio, e che la storia dell'informatica dimostra come l'apertura degli standard abbia sempre portato a un'accelerazione del progresso, non a un suo rallentamento. Mentre il dialogo prosegue, milioni di utenti europei continuano a non poter utilizzare Siri AI, e questo sta generando un crescente malcontento che potrebbe trasformarsi in una pressione politica sui governi nazionali affinchè intervengano per ammorbidire le richieste della Commissione. Qualunque sarà l'esito, la vicenda di Siri AI resterà come un caso di scuola su come la sovranità digitale europea si scontra con le strategie delle Big Tech, e su come queste ultime siano disposte a tutto, persino a rinunciare a un mercato chiave, pur di non cedere su principi che ritengono vitali per il proprio modello di business.

La partita su Siri AI è molto più di una disputa tecnologica: è il banco di prova del Digital Markets Act e della capacità dell'Europa di imporre regole senza soffocare l'innovazione. L'esito determinerà se gli assistenti del futuro saranno aperti per legge o se ciascun ecosistema continuerà a marciare per conto proprio.

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Di Alex (pubblicato @ 08:00:00 in Mondo Google, letto 48 volte)
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Schermata di blocco Android 17 con contatore tentativi PIN
Schermata di blocco Android 17 con contatore tentativi PIN
Con Android 17 Google stravolge le regole per lo sblocco dello smartphone: il numero massimo di tentativi errati crolla da 1.800 a soli 19, riducendo drasticamente la finestra a disposizione di malintenzionati e ficcanaso. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.


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Il crollo dei tentativi consentiti
Fino a poco tempo fa, la schermata di blocco di Android concedeva un numero di tentativi errati che, distribuito su archi temporali molto lunghi, poteva superare quota milleottocento nell'arco di cinque anni. Il meccanismo prevedeva timeout progressivi: dopo i primi cinque errori scattava un'attesa di trenta secondi, che diventava un minuto al decimo tentativo, poi cinque minuti, poi quindici, trenta, un'ora e così via, ma non esisteva un limite massimo assoluto. Una persona paziente, armata di un semplice script automatico o anche solo di buona memoria e molto tempo, poteva continuare a provare combinazioni per mesi, confidando nel fatto che il dispositivo non avrebbe mai raggiunto un punto di blocco definitivo. Questo approccio, ereditato dalle prime versioni del sistema operativo e pensato per evitare che un utente legittimo rimanesse escluso per sempre dal proprio telefono, si è rivelato con il tempo un pericoloso lasciapassare per attacchi di brute force lenti, quelli che non fanno rumore e non attirano l'attenzione perchè procedono a passo di lumaca. Con Android 17, Google ha deciso di voltare pagina in modo radicale. Il nuovo algoritmo conta i tentativi falliti in modo cumulativo e irreversibile: dopo appena diciannove errori complessivi, il sistema operativo rifiuta qualsiasi ulteriore inserimento di PIN, password o sequenza, disabilitando di fatto la possibilità di sbloccare il dispositivo tramite la schermata di blocco. Per recuperare l'accesso, l'utente dovrà necessariamente utilizzare le credenziali dell'account Google associate al telefono oppure ricorrere a un hard reset da recovery, con conseguente perdita dei dati se non è stato effettuato un backup. La differenza rispetto al passato è abissale: da milleottocento a diciannove tentativi, un fattore di riduzione vicino a cento volte. La scelta di Google è stata dettata dall'analisi dei rischi reali. Le forze dell'ordine, ma anche i ladri d'identità, sfruttavano proprio la tolleranza del vecchio sistema per tentare di violare i telefoni sequestrati o rubati. Con il nuovo limite, anche conoscendo alcune informazioni personali della vittima, come la data di nascita o l'anno di matrimonio, le probabilità di indovinare il codice corretto prima di incappare nel blocco diventano statisticamente trascurabili per la maggior parte dei PIN a quattro o sei cifre. La sicurezza fa un balzo in avanti, ma non senza qualche potenziale controindicazione per chi tende a dimenticare le proprie credenziali.

Tutele per l'utente legittimo e la lotta ai codici deboli
Per evitare che il nuovo rigore si trasformi in un boomerang per i proprietari degli smartphone, Google ha introdotto una serie di accorgimenti che meritano di essere conosciuti. Se un utente digita più volte lo stesso codice sbagliato, il sistema riconosce la ripetizione e non incrementa il contatore dei tentativi falliti, mostrando invece un messaggio che spiega perchè quell'errore non è stato conteggiato. Questa semplice modifica risolve lo scenario in cui una persona, magari distratta o con le dita umide, continua a inserire in buona fede una vecchia password senza accorgersi che il telefono gliela sta rifiutando. Un'altra novità riguarda i periodi di blocco temporaneo: invece di visualizzare un countdown in secondi che scorre lentamente generando frustrazione, Android 17 mostra direttamente il numero di minuti o di ore di attesa residua, e accanto compare un collegamento alle opzioni di recupero dell'account. Questo collegamento è consultabile anche da un altro dispositivo, permettendo a chi ha dimenticato il PIN di andare sul sito di Google, verificare la propria identità e sbloccare il telefono senza dover resettare tutto. La vera arma di difesa, però, resta la consapevolezza: molte persone continuano a usare combinazioni terribilmente prevedibili, come 1234, 0000, 1111 o la propria data di nascita. Uno studio condotto da ricercatori di sicurezza ha mostrato che le prime venti combinazioni più comuni coprono oltre il dieci per cento di tutti i PIN utilizzati nel mondo. Con il vecchio sistema, un malintenzionato che conoscesse qualche dettaglio anagrafico della vittima poteva provare le prime cinquanta combinazioni più probabili senza troppi ostacoli. Con Android 17, dopo diciannove tentativi complessivi la partita è chiusa, il che significa che anche una persona con informazioni parziali sulla vittima ha pochissime chance di successo. Tuttavia, se il PIN è tra i più comuni, il rischio rimane: basterebbero meno di diciannove tentativi mirati per centrarlo. Ecco perchè la vera sicurezza non può prescindere dalla scelta di un codice robusto, possibilmente a sei cifre e non legato a informazioni facilmente reperibili sui social network. La combinazione di una politica restrittiva lato sistema operativo e di una maggiore educazione degli utenti potrebbe finalmente ridurre il numero di furti di identità e accessi non autorizzati che ogni anno colpiscono milioni di dispositivi Android nel mondo. Google ha dichiarato che Android 17 includerà anche un assistente alla creazione del PIN che suggerirà combinazioni casuali difficili da indovinare, segnando un ulteriore passo verso un ecosistema mobile in cui la protezione dei dati personali non è più affidata soltanto alla buona volontà dell'utente, ma è integrata nel codice stesso del sistema operativo.

La stretta di Android 17 sui tentativi di sblocco è una di quelle novità che si notano solo quando servono, ma che dimostrano come la sicurezza informatica passi anche attraverso scelte apparentemente banali come il numero di errori consentiti. Un cambiamento silenzioso che potrebbe salvare milioni di dati personali.

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