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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Alex (del 05/03/2026 @ 08:00:00, in Medicina e Tecnologia, letto 165 volte)
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Mappa tridimensionale digitale del cervello umano con aree neurali evidenziate in colori
Mappa tridimensionale digitale del cervello umano con aree neurali evidenziate in colori

Il Human Brain Project ha prodotto le mappe cerebrali più dettagliate mai realizzate. Questi atlanti tridimensionali ad alta risoluzione, integrati con l’intelligenza artificiale, stanno rivoluzionando la neurochirurgia e aprendo nuove frontiere nella medicina di precisione. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

🎧 Ascolta questo articolo

Il Human Brain Project: un flagship europeo
Il Human Brain Project (HBP) è stato uno dei più ambiziosi programmi scientifici mai finanziati dall'Unione Europea: lanciato nel 2013 come Flagship Project con un budget complessivo di circa 600 milioni di euro distribuiti su un decennio, ha coinvolto oltre 500 scienziati provenienti da 19 Paesi europei e numerosi partner internazionali. Il suo obiettivo dichiarato era duplice: costruire le infrastrutture digitali per simulare il cervello umano a livello neuronale, e produrre mappe cerebrali di una precisione senza precedenti. Sebbene il progetto abbia incontrato critiche significative lungo il percorso — in particolare per la sua governance e per la distanza tra le ambizioni iniziali e i risultati ottenibili — il corpus di dati e strumenti prodotto rappresenta una risorsa scientifica di valore straordinario per la neurologia e la medicina del futuro.

BigBrain: l'atlante a 20 micrometri di risoluzione
Tra i risultati più tangibili del progetto vi è BigBrain, l'atlante tridimensionale del cervello umano ad altissima risoluzione pubblicato nel 2013 sulla rivista Science. Costruito dal team del Forschungszentrum Jülich in collaborazione con il Montreal Neurological Institute, BigBrain è ottenuto sezionando fisicamente un cervello umano post-mortem in 7.400 sezioni istologiche ultrasottili di circa 20 micrometri (0,02 millimetri) di spessore, digitalizzando ciascuna sezione e riassemblandole virtualmente in un modello 3D coerente. Il risultato è una mappa in cui si possono distinguere singoli strati della corteccia cerebrale e grandi neuroni come le cellule di Betz della corteccia motoria. Questa risoluzione senza precedenti — circa 50 volte superiore alla risonanza magnetica più avanzata — consente di identificare strutture anatomiche finora impossibili da cartografiare con precisione in vivo.

L'atlante Julich e la mappa delle aree corticali
Complementare a BigBrain è il Julich Brain Atlas, che integra i dati istologici con informazioni sulla citoarchitettura — la distribuzione dei diversi tipi di neuroni nei vari strati della corteccia — di oltre 200 aree cerebrali distinte. A differenza dei classici atlanti cerebrali basati su pochi esemplari, il Julich Brain Atlas incorpora dati di oltre 20 cervelli, consentendo di rappresentare anche la variabilità anatomica individuale attraverso mappe probabilistiche. Questo approccio è fondamentale per le applicazioni cliniche: sapere che una certa area funzionale ha una probabilità del 90% di trovarsi entro un raggio di 5 millimetri da un punto di riferimento anatomico consente ai neurochirurghi di pianificare interventi con un margine di sicurezza calcolato e non solo stimato.

Intelligenza artificiale e neurochirurgia di precisione
L'integrazione degli atlanti cerebrali dell'HBP con algoritmi di intelligenza artificiale sta aprendo una nuova era nella neurochirurgia. I sistemi di pianificazione chirurgica basati su AI possono sovrapporre in tempo reale l'atlante probabilistico sul modello di risonanza magnetica del singolo paziente, permettendo al chirurgo di visualizzare con precisione dove si trovano le reti funzionali critiche — linguaggio, movimento, memoria — in relazione alla zona da operare. Negli interventi per l'epilessia farmacoresistente, questa tecnologia consente di identificare con maggiore accuratezza la zona di insorgenza delle crisi e di tracciare il confine esatto tra tessuto epilettogeno da asportare e reti neuronali funzionali da preservare, riducendo significativamente il rischio di deficit neurologici post-operatori.

Applicazioni nell'oncologia cerebrale
Nella chirurgia dei tumori cerebrali, l'utilità degli atlanti ad alta risoluzione integrati con AI è ancora più evidente. I gliomi, i tumori cerebrali primitivi più comuni, tendono a infiltrarsi lungo le fibre dei fasci di connessione (le tratto come il fascicolo uncinato o la capsula interna) rendendo spesso impossibile una resezione totale senza danni funzionali. I sistemi basati sugli atlanti dell'HBP possono tracciare in tre dimensioni il percorso esatto di questi fasci nel paziente specifico e sovrapporre questa mappa alla neuronavigazione intraoperatoria, guidando il neurochirurgo in tempo reale verso i margini di resezione più sicuri. Studi clinici preliminari hanno mostrato che questo approccio può aumentare l'estensione media della resezione e, contestualmente, ridurre il tasso di complicanze neurologiche post-operatorie.

Il futuro: gemello digitale del cervello umano
La visione a lungo termine del Human Brain Project e del suo successore, l'infrastruttura EBRAINS, è quella di costruire un gemello digitale del cervello umano: un modello computazionale personalizzabile che simuli il funzionamento del sistema nervoso centrale a livello di singole cellule e circuiti. Se realizzata, questa tecnologia permetterebbe di testare virtualmente l'efficacia e gli effetti collaterali di farmaci neurologici prima di sperimentarli sui pazienti, di simulare l'effetto di un intervento neurochirurgico sulla connettività cerebrale dell'individuo specifico, e di studiare le basi neurali di malattie come l'Alzheimer, il Parkinson e la schizofrenia con un livello di dettaglio oggi inimmaginabile.

Il Human Brain Project ha dimostrato che comprendere il cervello umano richiede non solo brillantezza individuale ma infrastrutture condivise, dati aperti e una collaborazione scientifica su scala continentale. Gli atlanti e gli strumenti che ha prodotto sono destinati a rimanere risorse fondamentali per decenni, molto al di là della durata del progetto stesso. Il vero risultato di questo ambizioso programma europeo potrebbe non essere la simulazione completa del cervello umano, ma aver gettato le fondamenta metodologiche e tecnologiche su cui quella simulazione, un giorno, sarà costruita.

 
 
Di Alex (del 21/02/2026 @ 14:00:00, in Medicina e Tecnologia, letto 205 volte)
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Illustrazione scientifica di una protesi visiva corticale collegata a una telecamera esterna e alla corteccia occipitale
Illustrazione scientifica di una protesi visiva corticale collegata a una telecamera esterna e alla corteccia occipitale

Stimolando direttamente la corteccia visiva, bypassando occhio e retina, i ricercatori permettono a individui ciechi di percepire fosfeni e forme geometriche. Un'interfaccia digitale collega una telecamera al cervello, aprendo la strada alla vista artificiale funzionale anche per chi ha perso completamente la funzione retinica. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Come funziona la visione e perché l'occhio non è l'unico ingresso
La visione è un processo che inizia nell'occhio ma si completa interamente nel cervello. La retina converte la luce in segnali elettrici che viaggiano attraverso il nervo ottico fino al nucleo genicolato laterale del talamo, per poi raggiungere la corteccia visiva primaria (V1), situata nel lobo occipitale. È qui, in una striscia di corteccia spessa pochi millimetri ma straordinariamente organizzata in mappe topografiche precise, che i segnali visivi vengono elaborati per la prima volta come immagine coerente.

Questa architettura implica una possibilità teorica fondamentale: se il segnale visivo può essere generato artificialmente e introdotto direttamente nella corteccia visiva, l'occhio diventa facoltativo nel processo percettivo. Pazienti che hanno perso la vista per danni alla retina, al nervo ottico o persino agli occhi stessi — ma con una corteccia visiva intatta e funzionante — potrebbero recuperare una forma di percezione visiva artificiale attraverso la stimolazione elettrica diretta del tessuto corticale. Questa è la premessa scientifica su cui si fondano le protesi della corteccia visiva, uno dei fronti più ambiziosi della neurotecnologia contemporanea.

I fosfeni: la luce che nasce dall'interno
Il fenomeno chiave che rende possibile la protesi corticale è il fosfene: una percezione soggettiva di luce — un bagliore, una macchia luminosa, un punto brillante — che emerge senza alcuno stimolo luminoso esterno, generata direttamente dall'attivazione elettrica dei neuroni della corteccia visiva. I fosfeni non sono un'invenzione moderna: chiunque abbia mai visto "le stelle" dopo una botta in testa ha sperimentato fosfeni meccanici, generati dall'impatto fisico sul lobo occipitale.

La prima stimolazione artificiale deliberata della corteccia visiva per produrre fosfeni fu eseguita dal neurochirurgo Wilder Penfield negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, durante interventi neurochirurgici condotti in anestesia locale su pazienti svegli. Penfield scoprì che applicando una piccola corrente elettrica su diverse aree della corteccia visiva poteva evocare percezioni di luci, colori e forme in posizioni prevedibili del campo visivo — il principio della topografia retinotopica, che assegna a ogni neurone corticale una posizione precisa nel campo visivo soggettivo.

Le prime protesi corticali: da Brindley a Dobelle
Il primo tentativo documentato di creare una protesi visiva corticale funzionante risale al 1968, quando il neurofisiologo britannico Giles Brindley impiantò una griglia di 80 elettrodi sulla corteccia visiva di una paziente cieca. La paziente riportò di percepire fino a 40 fosfeni distinti contemporaneamente, in posizioni del campo visivo corrispondenti alla mappa retinotopica. Il risultato fu rivoluzionario per l'epoca, ma la tecnologia degli anni Sessanta non consentiva un controllo sufficientemente preciso per generare immagini riconoscibili.

William Dobelle, bioingegnere americano, portò avanti questa ricerca nei decenni successivi, sviluppando sistemi con un numero crescente di elettrodi collegati a telecamere esterne. Nel 2002 annunciò che un suo paziente cieco era riuscito a guidare lentamente un'automobile in un parcheggio deserto grazie alla sua protesi, riconoscendo le strisce bianche della carreggiata come sequenze di fosfeni. Il risultato dimostrò per la prima volta che una percezione visiva funzionalmente utile poteva essere generata artificialmente attraverso la corteccia, anche in totale assenza di funzione retinica.

La svolta tecnologica: microelettodi ad alta densità e intelligenza artificiale
Il principale limite delle prime protesi era la risoluzione: con pochi decine di elettrodi, le immagini percepite erano approssimative e a bassissima definizione. La svolta degli ultimi anni è venuta da due direzioni convergenti: lo sviluppo di array di microelettodi ad alta densità e l'integrazione di sistemi di intelligenza artificiale per la codifica del segnale visivo.

Il progetto Orion di Second Sight Medical Products, approvato dalla FDA per studi clinici nel 2018, utilizza un array di 60 elettrodi impiantati sulla corteccia visiva e collegati in modo wireless a una telecamera montata su un paio di occhiali. Il sistema converte in tempo reale il flusso video in impulsi elettrici, permettendo ai partecipanti allo studio di percepire forme luminose in movimento, localizzare oggetti e orientarsi in ambienti semplici. I risultati pubblicati nel 2021 hanno mostrato che tutti i partecipanti ciechi testati eseguivano compiti visivi di base con performance significativamente superiori alla cecità completa.

Il progetto ICVP: 1.600 punti di stimolazione indipendenti
L'Intracortical Visual Prosthesis (ICVP), sviluppato da un consorzio di università americane guidato dall'Università di Utah, rappresenta la generazione successiva di tecnologia: invece di elettrodi di superficie, utilizza 16 array di microelettodi intracorticali — aghi in silicio detti Utah Arrays — che penetrano direttamente nel tessuto corticale per alcuni millimetri, stimolando i neuroni in modo molto più preciso. Ogni array porta 100 microelettodi, per un totale di 1.600 punti di stimolazione indipendenti — una risoluzione teorica radicalmente superiore ai sistemi precedenti.

Nel 2023, il team guidato dal ricercatore Michael Beauchamp ha pubblicato i risultati di un trial su una paziente cieca da 16 anni. Grazie ai 16 array Utah impiantati, la paziente è riuscita a riconoscere lettere dell'alfabeto tracciate nello spazio, identificare la direzione di persone in movimento e compiere semplici compiti di navigazione in un corridoio. La qualità dei fosfeni generati era descritta come "puntini di luce" variabili in dimensione e luminosità — non paragonabili alla visione normale, ma sufficientemente informativi da costituire una guida percettiva concreta.

Plasticità corticale e apprendimento: il cervello impara a vedere di nuovo
Una delle scoperte più importanti degli ultimi anni riguarda la plasticità della corteccia visiva in risposta alla stimolazione artificiale: il cervello non è un ricevitore passivo, ma un sistema che si adatta attivamente ai nuovi input. Studi longitudinali su pazienti con protesi corticali mostrano che la qualità della percezione migliora nel tempo, man mano che il cervello impara a interpretare i pattern di fosfeni come rappresentazioni di oggetti reali.

Questo fenomeno di apprendimento corticale ha spinto i ricercatori a integrare nei sistemi di protesi algoritmi di intelligenza artificiale che pre-elaborano il segnale della telecamera prima di convertirlo in stimolazione elettrica. Invece di trasmettere una rappresentazione pixel-per-pixel della scena, i nuovi sistemi usano reti neurali convoluzionali per estrarre le caratteristiche visivamente più rilevanti — bordi, contrasti, forme, movimenti — e codificarle in modo ottimizzato per la stimolazione corticale. Il risultato è una riduzione del numero di elettrodi necessari e un miglioramento sostanziale della comprensibilità dell'immagine percepita.

Sfide aperte: biocompatibilità, risoluzione e longevità degli impianti
Nonostante i progressi, le protesi corticali visive affrontano sfide tecniche e biologiche considerevoli. La prima riguarda la biocompatibilità a lungo termine: il tessuto cerebrale reagisce agli impianti con una risposta infiammatoria progressiva che forma una cicatrice gliale attorno agli elettrodi, riducendone l'efficacia nel tempo. I materiali più promettenti per superare questo problema includono polimeri conduttivi flessibili, elettrodi in carburo di titanio e rivestimenti di idrogel bioattivi che mimano le proprietà meccaniche del tessuto neurale.

La seconda sfida riguarda la risoluzione massima raggiungibile: per ottenere una visione funzionale paragonabile anche solo alla soglia legale della cecità, sarebbero necessari migliaia di elettrodi attivi simultaneamente — un obiettivo ancora lontano dagli attuali 1.600. La terza sfida è la longevità: i sistemi attuali mostrano degradazione del segnale nell'arco di anni. Nonostante queste difficoltà, il ritmo dei progressi è tale che i ricercatori prevedono sistemi di seconda generazione con risoluzione molto superiore entro il 2030.

Le protesi della corteccia visiva rappresentano una delle frontiere più audaci della medicina contemporanea: la possibilità di generare percezione sensoriale direttamente nel cervello, senza passare dagli organi di senso, ridefinisce i confini tra corpo biologico e sistema artificiale. Non si tratta di restituire la vista perduta: si tratta di crearne una nuova, che nasce dall'incontro tra il linguaggio dell'elettronica e la plasticità straordinaria del cervello umano.

 
 
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