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Tim Cook e John Ternus ad Apple Park, Cupertino, California
Tim Cook e John Ternus ad Apple Park, Cupertino, California

Dal 1° settembre 2026, Tim Cook cede la guida di Apple a John Ternus. Quindici anni di crescita borsistica straordinaria, ma anche di opportunità mancate: l'intelligenza artificiale sviluppata in ritardo, la Vision Pro ignorata dal mercato e l'Apple Car cancellata in silenzio. Un bilancio amaro. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

🎧 Ascolta questo articolo

L'erede di Jobs: un manager al posto di un visionario
Tim Cook è arrivato alla guida di Apple nell'agosto del 2011, raccogliendo il testimone da uno Steve Jobs già gravemente malato, pochi mesi prima della sua scomparsa. La transizione avrebbe dovuto generare timori negli investitori, eppure Wall Street ha premiato Cook con una generosità senza precedenti: la capitalizzazione di mercato di Apple è passata da circa 350 miliardi di dollari a oltre 4 trilioni di dollari, segnando un incremento superiore al mille per cento. Ma i numeri di borsa raccontano solo una parte della storia: quella più comoda da leggere nei comunicati stampa e nelle conference call con gli analisti finanziari. Chi usa quotidianamente dispositivi Android e chi osserva il panorama tecnologico senza il filtro della cosiddetta "reality distortion field" tipica dell'ecosistema Apple, sa bene che Cook non è mai stato un visionario nel senso più profondo del termine. Steve Jobs stesso, secondo resoconti giornalistici ormai consolidati e riportati da numerose biografie autorevoli, avrebbe detto di lui: "Tim non è un uomo di prodotto." Questa definizione lapidaria racchiude in poche parole il paradosso dell'era Cook: un CEO straordinariamente abile nel moltiplicare i profitti, nell'ottimizzare la catena di fornitura globale e nel costruire relazioni istituzionali di alto livello, ma incapace di innescare quella scintilla creativa capace di definire categorie di prodotto radicalmente nuove. La Apple di Cook ha vissuto di rendita sui frutti piantati da Jobs, iterando e monetizzando prodotti già esistenti - iPhone, Mac, iPad - attraverso cicli di aggiornamento annuali che, agli occhi di chi abita l'ecosistema Android, appaiono spesso più cosmetici che sostanziali.

Apple Maps: il flop inaugurale che imbarazzò Cupertino davanti al mondo
Uno dei primi segnali concreti del nuovo corso Cook è arrivato nel settembre del 2012, quando Apple ha osato sfidare Google Maps lanciando la propria applicazione di navigazione integrata in iOS 6. Il risultato è stato un disastro di proporzioni epiche: Apple Maps era piena di errori geografici grossolani, edifici collocati in posizioni sbagliate, indicazioni stradali assurde, ponti e interi quartieri che scomparivano nelle mappe tridimensionali oppure venivano rinominati e cancellati arbitrariamente. La figuraccia è stata talmente clamorosa che Tim Cook si è trovato costretto a compiere un gesto rarissimo per il CEO di una delle aziende più potenti del pianeta: pubblicare una lettera di scuse ufficiale agli utenti, in cui li invitava esplicitamente a utilizzare applicazioni della concorrenza - inclusa Google Maps - in attesa che Apple migliorasse il proprio servizio. Per chi usa Android, questo episodio ha un sapore beffardamente preciso: Google Maps è integrata nell'ecosistema Android fin dai primissimi giorni della piattaforma, perfezionandosi continuamente grazie a un approccio aperto alla raccolta dati e a un'architettura distribuita capace di aggiornarsi in tempo reale. Apple ha impiegato anni - letteralmente anni - per portare la sua applicazione di mappe a un livello di competitività anche solo accettabile rispetto alla concorrenza, e ancora oggi milioni di utenti preferiscono installare Google Maps anche su iPhone come prima operazione dopo l'acquisto. È la dimostrazione pratica di come una strategia orientata al controllo totale dell'ecosistema possa ritorcersi contro se stessa quando i fondamentali del prodotto non reggono il confronto sul mercato.

Il miraggio dell'Apple Car: dieci anni di Project Titan e miliardi nel vuoto
Nel 2014 Apple ha avviato in gran segreto il cosiddetto Project Titan: un'iniziativa colossale per sviluppare un'automobile elettrica a guida autonoma che avrebbe dovuto rivoluzionare il settore automotive così come l'iPhone aveva rivoluzionato la telefonia mobile. Oltre mille ingegneri e tecnici specializzati, inclusi numerosi esperti provenienti da Tesla, Mercedes-Benz, Ford e altri giganti dell'automobile, sono stati arruolati in una struttura segreta nei pressi del campus di Cupertino. Per circa un decennio, Apple ha speso miliardi di dollari in questo progetto, senza mai riuscire a trovare una direzione strategica coerente: il veicolo doveva essere completamente autonomo? Semiautomatico? Doveva avere o meno un volante e dei pedali? I vertici aziendali non riuscivano a convergere su risposte condivise, e il progetto ha cambiato direzione e leadership interna più volte nel corso degli anni. Nel 2024, dopo un decennio di rilanci, ridimensionamenti e promesse mai mantenute, Project Titan è stato definitivamente cancellato, senza che un singolo prototipo commerciabile vedesse mai la luce al di fuori dei laboratori segreti di Cupertino. Mark Gurman di Bloomberg aveva scritto che la cancellazione dell'Apple Car rappresentava "una delusione enorme che potrebbe alterare il corso della storia dell'azienda per decenni." Per gli utenti Android abituati a confrontare Apple con Google - che nell'ambito dei veicoli a guida autonoma opera da anni con Waymo, portando realmente auto senza conducente sulle strade di diverse città americane - il fallimento di Project Titan è emblematico di come Cook abbia investito risorse colossali senza la visione strategica necessaria per trasformarle in prodotti concreti e commerciabili.

Apple Intelligence: l'intelligenza artificiale che arriva in ritardo e da Google
La rivoluzione dell'intelligenza artificiale generativa è esplosa a partire dalla fine del 2022, con il lancio di ChatGPT da parte di OpenAI. In un settore dove muoversi in anticipo significa spesso dettare le regole del gioco per anni, Apple ha perso un tempo prezioso difficilmente recuperabile. Solo nel giugno del 2024, durante la Worldwide Developers Conference, Tim Cook ha presentato Apple Intelligence: un pacchetto di funzionalità AI personalizzate, promesso come qualcosa di rivoluzionario grazie a un approccio innovativo incentrato sulla privacy on-device. Peccato che la realtà abbia rapidamente dimostrato il contrario: le funzionalità più ambiziose annunciate durante la keynote sono state rinviate ripetutamente. Il rilancio di Siri con capacità di intelligenza artificiale avanzata - promesso come fiore all'occhiello dell'intero progetto - ha subito ritardi su ritardi, tanto che una versione aggiornata dello storico assistente vocale era ancora attesa "entro l'anno" al momento dell'annuncio del cambio di CEO. La situazione si è fatta talmente difficile da gestire che Apple ha dovuto correre ai ripari in modo imbarazzante per un'azienda del suo calibro: affidarsi a Google, il suo storico rivale nel campo delle ricerche su internet, licenziando i modelli Gemini per alimentare le funzionalità di Apple Intelligence. Allo stesso tempo, alla fine del 2025, il responsabile interno dei modelli di intelligenza artificiale di Apple ha lasciato l'azienda per trasferirsi a Meta. Per chi vive nell'ecosistema Android e utilizza quotidianamente Google Gemini, Samsung Galaxy AI, o le funzionalità AI integrate da anni nei Pixel di Google, la situazione Apple appare grottesca: il produttore che si vanta di proteggere la privacy degli utenti finisce per affidarsi ai dati e alle infrastrutture del grande rivale di Mountain View per costruire la propria intelligenza artificiale. Un cortocircuito strategico di proporzioni storiche per Cupertino.

Apple Vision Pro: il futuro a 3.500 dollari che nessuno poteva permettersi
Nel febbraio del 2024, Apple ha lanciato Vision Pro, l'headset per la cosiddetta "spatial computing" che Tim Cook ha definito il prodotto più importante dai tempi dell'iPhone originale. Il lancio è stato accompagnato da una campagna marketing di straordinaria intensità e da sessioni dimostrative in negozio progettate appositamente per sorprendere e sedurre i visitatori con esperienze visive immersive. Il prezzo di ingresso: 3.499 dollari - senza contare gli accessori obbligatori come il cavo di alimentazione separato e le lenti correttive su misura. Il risultato commerciale è stato inequivocabile: un insuccesso tale da costringere Apple, già nel corso del 2025, a tagliare drasticamente la produzione del dispositivo e a ridurre sensibilmente gli investimenti dedicati al suo marketing. Analisti e commentatori tecnologici hanno sottolineato come Vision Pro fosse un prodotto tecnicamente impressionante ma privo di un caso d'uso convincente per il grande pubblico: troppo caro, troppo ingombrante, con una libreria di applicazioni dedicate ancora insufficiente e un'autonomia della batteria esterna inadeguata per un utilizzo prolungato nella vita quotidiana. Nel frattempo, l'ecosistema Android offriva da anni soluzioni di realtà mista e realtà virtuale a prezzi accessibili, da Meta Quest a Google con Samsung, costruendo lentamente ma costantemente una base di utenti reali e un mercato di applicazioni praticabili. La Apple di Cook ha preferito puntare tutto su un prodotto premium destinato a una nicchia di appassionati, senza avere né la pazienza né la strategia per costruire quel mercato di massa che avrebbe potuto giustificare l'investimento iniziale.

L'ecosistema chiuso contro Android: la gabbia dorata di Cupertino
Dal punto di vista di un utente Android convinto, l'intera era Cook può essere sintetizzata come il perfezionamento sistematico di una strategia di lock-in commerciale, sapientemente mascherata da filosofia del prodotto e da culto dell'esperienza utente. Apple sotto Cook ha portato all'estremo il concetto di "walled garden": un ecosistema ermeticamente chiuso, dove ogni componente hardware e software è progettato per funzionare esclusivamente con altri prodotti Apple, dove il sideloading - l'installazione di applicazioni al di fuori dell'App Store ufficiale - era proibito fino a quando la normativa europea sul Digital Markets Act non ha costretto Cupertino a fare marcia indietro con la massima riluttanza, dove l'adozione dell'RCS per la messaggistica interoperabile è arrivata soltanto nel 2024 con anni di ritardo vergognoso rispetto ad Android, e dove il connettore USB-C è diventato standard sugli iPhone solo dopo che la Commissione Europea ha imposto un obbligo legislativo in merito. Queste non sono scelte tecniche dettate dalla genuina superiorità del prodotto: sono scelte strategiche orientate a massimizzare la dipendenza dell'utente dall'ecosistema Apple e, di conseguenza, i profitti dell'azienda attraverso margini elevati e servizi in abbonamento. Sotto Cook, i servizi Apple - App Store, Apple Music, iCloud, Apple TV+ - sono diventati la vera macchina da guerra finanziaria dell'azienda, con ricavi che hanno superato i 100 miliardi di dollari l'anno. Una macchina perfetta per generare entrate ricorrenti, costruita non sull'innovazione radicale ma sulla fedeltà forzata di un utente che ha già investito troppo nell'ecosistema per permettersi di abbandonarlo senza un costo economico e pratico significativo. Non sorprende che nel 2023 il Dipartimento di Giustizia americano abbia avviato un'indagine antitrust su Apple per le sue pratiche anticoncorrenziali legate all'App Store e all'ecosistema iPhone.

I numeri di borsa nascondono le crepe: il confronto con la concorrenza
È innegabile che sotto Tim Cook Apple sia diventata la prima azienda della storia a superare i 4 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato. I sostenitori di Cook citano questi numeri come prova incontrovertibile della sua grandezza come CEO. Ma c'è un problema strutturale in questa narrativa: i numeri di borsa non raccontano tutta la storia, e spesso raccontano la parte meno interessante di essa. Nel 2025, le azioni Apple hanno perso circa il 16 per cento del proprio valore, mentre Meta cresceva del 25 per cento e Microsoft del 19 per cento, trainati entrambi da investimenti massicci e concreti nell'intelligenza artificiale. Analisti come quelli di LightShed Partners hanno pubblicamente chiesto la sostituzione di Cook, avvertendo che Apple rischiava di perdere terreno irreversibilmente nella corsa all'AI per mancanza di un CEO orientato al prodotto. La crescita borsistica di Apple sotto Cook è stata trainata principalmente da due motori: l'espansione dei servizi - un business altamente redditizio ma non innovativo nel senso tecnologico del termine - e il continuo aggiornamento incrementale dell'iPhone, un prodotto inventato interamente da Steve Jobs. Apple Watch e AirPods rappresentano categorie reali aggiunte sotto Cook, ma nessuna di esse ha avuto l'impatto culturale e sistemico dell'iPhone o dell'iPad. La realtà è che il valore di borsa di Apple è cresciuto nonostante le innovazioni di prodotto mancate, non grazie ad esse: un dato strutturalmente fragile che gli investitori dell'era Ternus dovranno considerare con molta più attenzione di quanto non abbiano fatto in passato.

John Ternus: il profilo del nuovo CEO ingegnere che Apple aspettava
John Ternus è un nome che pochissimi conoscono al di fuori delle mura di Cupertino, eppure dal 1° settembre del 2026 sarà lui a guidare una delle aziende più influenti e capitalizzate del pianeta. Cinquantuno anni, laureato in ingegneria meccanica all'Università della Pennsylvania, Ternus ha trascorso quasi l'intera carriera professionale all'interno di Apple, avendola raggiunta nel 2001 come secondo datore di lavoro della sua vita, dopo una breve esperienza come ingegnere meccanico presso Virtual Research Systems, una piccola azienda specializzata in sistemi di realtà virtuale. La sua è una parabola di ascesa interna silenziosa e inesorabile: nel 2013 è diventato vicepresidente dell'ingegneria hardware, e nel 2021 è entrato nella squadra esecutiva come vicepresidente senior dell'ingegneria hardware - il ruolo più vicino al cuore tecnico dell'azienda. Sotto la sua guida diretta sono nati o si sono evoluti prodotti fondamentali come iPad, AirPods, diverse generazioni di iPhone, Mac, Apple Watch, fino al recentissimo MacBook Neo e all'iPhone 17 con le sue varianti Pro e Air. È stato il responsabile delle innovazioni sui materiali - la nuova lega di alluminio riciclato introdotta su più linee di prodotto, il titanio stampato in 3D nell'Apple Watch Ultra 3 - e ha guidato l'approccio dell'azienda alla durabilità, alla riparabilità e alla riduzione dell'impronta carbonica dei dispositivi hardware. Nel suo discorso di laurea del 2024 all'Università della Pennsylvania, Ternus ha rivelato qualcosa di significativo sulla propria filosofia professionale: "Assumi sempre di essere intelligente quanto chiunque altro nella stanza, ma non assumere mai di sapere quanto loro." Una dichiarazione di umiltà intellettuale che contrasta nettamente con l'ego visionario di Jobs e con la freddezza da supply chain manager di Cook.

Le sfide che attendono Ternus: intelligenza artificiale, Cina e tariffe doganali
Ternus eredita un'azienda solida nei fondamentali finanziari ma con sfide di portata epocale da affrontare, e non tutte riconducibili ai fallimenti della gestione precedente. La prima e più urgente è quella dell'intelligenza artificiale: Apple è strutturalmente in ritardo rispetto a Google, Microsoft, Meta e Samsung nella corsa all'AI, e Ternus dovrà decidere con rapidità se continuare a dipendere da Google Gemini per alimentare Apple Intelligence - con tutto il paradosso strategico e di immagine che questo comporta - oppure investire in modo massiccio e deciso per costruire modelli linguistici proprietari competitivi. La seconda sfida è geopolitica: Apple dipende ancora in modo massiccio dalla produzione cinese per i suoi iPhone, in un contesto in cui le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina rimangono elevatissime e i dazi imposti dall'amministrazione americana continuano a esercitare pressioni sulla catena di fornitura globale. Sotto Cook, Apple ha avviato una parziale diversificazione produttiva verso India e Vietnam, ma la transizione è ancora lontana dall'essere completata in modo strutturale. La terza sfida riguarda la quota di mercato in Cina: Apple ha perso terreno significativo nel mercato cinese degli smartphone a favore di produttori locali come Huawei, che ha ripreso a commercializzare dispositivi con chip avanzati. La quarta sfida, forse la più sottovalutata dagli osservatori di breve periodo, riguarda la tenuta del modello di business dei servizi: con i regolatori europei e americani sempre più aggressivi nei confronti dell'App Store e delle pratiche di distribuzione digitale, il principale pilastro economico dell'era Cook potrebbe essere progressivamente eroso proprio mentre Ternus tenta di costruire la propria eredità tecnologica.

L'addio di Tim Cook alla poltrona di CEO segna la fine di un'era che ha trasformato Apple in una macchina da guerra finanziaria senza precedenti nella storia dell'industria tecnologica. Eppure, per chi vive nell'ecosistema Android e osserva Cupertino con occhio critico e disincantato, resta una sensazione irrisolta: quella di un'azienda che avrebbe potuto fare enormemente di più con le risorse colossali a sua disposizione. John Ternus parte con un vantaggio che Cook non aveva mai davvero posseduto - una profonda e genuina comprensione ingegneristica del prodotto - e con una sfida che nessun CEO di Apple aveva mai affrontato in questi termini: ridefinire cosa significa innovare in un'epoca in cui l'intelligenza artificiale sta riscrivendo le regole di ogni settore tecnologico. Se riuscirà lì dove Cook ha esitato, temporeggiato e fallito, Apple potrebbe finalmente meritare l'aggettivo "innovativa" che usa così liberamente nei suoi comunicati stampa. Se fallirà anche lui, Google e l'ecosistema Android avranno dimostrato, definitivamente, di aver già vinto la guerra del futuro.

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Di Alex (del 23/04/2026 @ 16:00:00, in Storia Contemporanea, letto 73 volte)
🔍 Israele, Netanyahu, proteste e simboli delle lobby ebraiche negli Stati Uniti
Israele, Netanyahu, proteste e simboli delle lobby ebraiche negli Stati Uniti

Dal 1948 a oggi, Israele ha attraversato crisi politiche e guerre continue. Benjamin Netanyahu, leader divisivo, è sotto condanne internazionali. Le lobby ebraiche influenzano l’agenda di Trump. Perché Cina e Russia restano fuori dai conflitti in Libano, Palestina e Stretto di Ormuz? LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

Le origini di israele e le crisi storiche
La nascita di Israele nel 1948 fu un evento spartiacque per il Medio Oriente, segnato dalla guerra arabo-israeliana e dall’esodo palestinese noto come Nakba. Da allora, il piccolo Stato ebraico ha dovuto affrontare numerosi conflitti: la guerra dei Sei Giorni nel 1967, la guerra dello Yom Kippur nel 1973, le due intifade palestinesi e le guerre a Gaza del 2008-2009, 2014 e 2021. Ogni crisi ha lasciato cicatrici profonde nella società israeliana, divisa tra laici e religiosi, tra chi cerca la pace a ogni costo e chi punta sulla sicurezza militare. La mancata soluzione dei due Stati, il continuo insediamento nei territori occupati della Cisgiordania e il blocco di Gaza hanno creato una tensione permanente. A ciò si aggiungono le crisi politiche interne: dal 2019 al 2022 Israele ha vissuto quattro elezioni anticipate, paralizzando il parlamento (Knesset) e alimentando la sfiducia popolare. Le spaccature riguardano anche il sistema giudiziario, con massicce proteste contro le riforme volute dal governo Netanyahu nel 2023, percepite come un attacco alla democrazia. In questo quadro instabile, il paese ha dovuto gestire anche rapporti complicati con gli Stati Uniti, l’Europa e i vicini arabi, culminati negli Accordi di Abramo del 2020 con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco. Tuttavia, la normalizzazione con alcune nazioni arabe non ha risolto il conflitto con i palestinesi, anzi ha spesso inasprito le posizioni dei movimenti islamisti come Hamas e Hezbollah. Ogni crisi passata ha mostrato la vulnerabilità israeliana, ma anche la sua straordinaria capacità di resilienza tecnologica e militare, sostenuta da un forte apparato di intelligence e da una difesa civile avanzata come il sistema Iron Dome. Nonostante i progressi, la mancanza di una soluzione politica duratura continua a generare cicli di violenza che esplodono periodicamente, coinvolgendo attori esterni come l’Iran, la Siria e le milizie sciite in Libano.

Benjamin netanyahu: ascesa, condanne internazionali e lobby ebraiche
Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo di Israele (1996-1999 e 2009-2021, poi di nuovo dal 2022), è una figura controversa. Da un lato, è celebrato per la crescita economica e gli Accordi di Abramo; dall’altro, è accusato di corruzione, frode e abuso di fiducia in tre diversi casi giudiziari (Caso 1000, 2000 e 4000). Nel 2020 è diventato il primo premier israeliano a essere processato mentre era in carica. A livello internazionale, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha avviato un’indagine nel 2021 su presunti crimini di guerra nei territori palestinesi, inclusi gli insediamenti illegali e l’uso sproporzionato della forza contro i civili a Gaza. Sebbene Israele non riconosca la giurisdizione della CPI, molti stati membri dell’Onu hanno chiesto azioni concrete. Nel 2024, la CPI ha richiesto un mandato di arresto per Netanyahu insieme al leader di Hamas, suscitando indignazione in Israele e sostegno critico in Europa. Oltre alle accuse penali, Netanyahu ha sempre fatto leva sul sostegno delle lobby filoisraeliane negli Stati Uniti, in particolare l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e il Christian United for Israel (CUFI). Queste organizzazioni esercitano una pressione immensa sul Congresso americano, promuovendo leggi contro il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) e garantendo pacchetti di aiuti militari record, come il memorandum da 38 miliardi di dollari firmato nel 2016. Durante la presidenza Trump, l’influenza di queste lobby è culminata nel trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, nel riconoscimento delle alture del Golan come territorio israeliano e nel silenzio sugli insediamenti. Molti critici sostengono che le lobby ebraiche, attraverso donazioni elettorali e gruppi di pensiero come il Washington Institute for Near East Policy, dettino l’agenda mediorientale americana, limitando la libertà d’azione dei presidenti democratici e repubblicani. Questo controllo percepito alimenta teorie antisemite e antisioniste, ma è innegabile che senza tale rete di potere, la posizione degli Stati Uniti sarebbe meno sbilanciata a favore di Israele. Netanyahu ha saputo coltivare personalmente questi legami, stringendo amicizie con miliardari come Sheldon Adelson e intervenendo direttamente al Congresso nel 2015 contro l’accordo nucleare iraniano voluto da Obama, dimostrando fino a che punto possa spingersi l’ingerenza israeliana nella politica estera americana.

Perché cina e russia non intervengono in libano, palestina e stretto di ormuz?
A prima vista, Cina e Russia sembrano spettatori passivi dei conflitti in Medio Oriente, inclusa la guerra a Gaza, le tensioni tra Israele e Hezbollah in Libano, e la crisi dello Stretto di Ormuz, dove l’Iran minaccia il traffico petrolifero. In realtà, entrambe le potenze seguono strategie precise che evitano un intervento diretto. Per la Russia, la priorità è la guerra in Ucraina: qualsiasi dispiegamento militare in Medio Oriente indebolirebbe le sue risorse. Mosca ha ottimi rapporti con Israele (grazie alla comunità russofona in Israele e agli accordi di coordinamento in Siria) e con l’Iran (suo alleato contro gli Stati Uniti). Un intervento per fermare la guerra in Libano o Palestina la metterebbe in conflitto con una delle due parti, danneggiando la sua posizione di mediatrice. Inoltre, la Russia sfrutta il caos mediorientale per distrarre l’Occidente e aumentare il prezzo del petrolio, vantaggioso per la sua economia. Per quanto riguarda la Cina, il principio di non ingerenza negli affari interni è sacro: Pechino non invia mai truppe all’estero se non per missioni Onu di peacekeeping. La Cina dipende energeticamente dallo Stretto di Ormuz, da cui passa gran parte del petrolio saudita e iracheno, ma preferisce usare la diplomazia economica e la mediazione, come ha fatto tra Arabia Saudita e Iran nel marzo 2023. Una liberazione armata dello Stretto di Ormuz sarebbe una dichiarazione di guerra all’Iran, alleato economico di Pechino nell’ambito della Belt and Road Initiative. Inoltre, sia Cina che Russia ritengono che il caos in Medio Oriente indebolisca l’egemonia americana, costringendo Washington a disperdere le proprie forze tra Ucraina, Asia Pacifico e Medioriente. Perciò, il loro non intervento è funzionale a logiche geopolitiche di lungo termine. Nel caso dello Stretto di Ormuz, Teheran minaccia periodicamente di bloccarlo in risposta alle sanzioni occidentali, ma Cina e Russia preferiscono accordi bilaterali per garantire il passaggio delle loro navi, senza bisogno di interventi militari che innescherebbero una guerra regionale devastante. Così, mentre l’Occidente chiede azioni, Pechino e Mosca continuano a giocare su due tavoli: sostegno politico all’Iran e alla Palestina, ma nessuna mossa concreta che alteri gli equilibri di potere attuali.

In conclusione, la storia di Israele è un intreccio di crisi mai risolte, con Netanyahu figura centrale e controversa, sostenuto da potenti lobby negli Stati Uniti che condizionano l’agenda di Trump. Cina e Russia, lungi dall’essere neutrali, calcolano strategicamente il loro disimpegno militare per preservare i propri interessi economici e indebolire l’Occidente, lasciando il Medio Oriente in una perpetua instabilità che rischia di esplodere nuovamente in qualsiasi momento.

 
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