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Mappa della Nuova Via della Seta e flussi commerciali BRICS
Mappa della Nuova Via della Seta e flussi commerciali BRICS

Mentre Trump alza dazi, la Cina costruisce rotte alternative con la BRI e i BRICS. TikTok vende direttamente, auto elettriche avanzano, e il Middle Corridor cambia le regole del commercio globale. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO



Ricostruzione AI

Aggirare i dazi con un canale diretto: il fenomeno TikTok
La risposta più creativa e immediata della Cina ai dazi imposti dall'amministrazione Trump non è arrivata dai corridoi diplomatici, ma dalle piattaforme social. Migliaia di imprenditori e operai cinesi hanno invaso TikTok, Instagram e altre reti con video virali in cui mostrano le fabbriche che producono per i più grandi marchi occidentali, offrendo ai consumatori americani la possibilità di acquistare direttamente gli stessi prodotti a prezzi stracciati. Una borsa Birkin, che sul mercato statunitense viene venduta a trentottomila dollari, può essere acquistata per meno di millequattrocento dollari direttamente dal produttore di Guangzhou, aggirando non solo i ricarichi della distribuzione, ma anche gran parte delle barriere tariffarie grazie alle spedizioni di piccolo valore che rientrano nelle franchigie doganali. Questo fenomeno di vendita direct-to-consumer non è soltanto un espediente commerciale, ma una vera e propria leva geopolitica che mina alle fondamenta il protezionismo di Washington, dimostrando nella pratica che i consumatori statunitensi non possono essere isolati dalla manifattura cinese, perché la domanda per quei beni è talmente radicata da spingere gli stessi acquirenti a cercare canali alternativi. Il passaparola sui social ha generato nel giro di pochi mesi un volume di transazioni stimato in decine di miliardi di dollari, creando una sorta di “Via della Seta digitale” che collega i laboratori di Shenzhen direttamente con i salotti americani, senza passare per i magazzini di Walmart o Amazon. Le piattaforme cinesi di e-commerce transfrontaliero, come Temu e Shein, hanno ulteriormente perfezionato questo modello, sfruttando algoritmi sofisticati per identificare i prodotti più richiesti e ottimizzare la logistica in modo da ridurre tempi e costi di consegna. L'effetto netto è che i dazi, invece di proteggere i produttori americani, stanno semplicemente spostando il luogo in cui avviene lo scambio, disintermediando le grandi corporation e creando una nuova classe di micro-importatori digitali che sfuggono alle maglie della politica commerciale. In questo scenario, la Cina non ha bisogno di negoziare un accordo tariffario: le basta lasciare che siano i consumatori, armati di smartphone e connessione, a trovare il modo di aggirare le barriere, rendendo di fatto i dazi una tassa eludibile e sempre meno efficace. La Casa Bianca ha provato a reagire proponendo l'abbassamento della soglia de minimis, ma un simile intervento rischierebbe di colpire milioni di piccole transazioni e di scatenare la reazione di un elettorato già provato dall'inflazione, costringendo a un difficile equilibrismo politico.

Auto elettriche cinesi: il gigante che gli USA non possono fermare
Il protezionismo statunitense ha scelto come bersaglio più visibile le auto elettriche cinesi, colpite da dazi del 100 per cento che le hanno di fatto espulse dal mercato americano. Tuttavia, questa esclusione non ha rallentato minimamente l'avanzata globale dei marchi cinesi, che nel resto del mondo stanno conquistando quote di mercato con una rapidità che ricorda l'ascesa delle case automobilistiche giapponesi negli anni Settanta. BYD, il più grande produttore di veicoli elettrici al mondo, ha superato Tesla per numero di unità vendute, e i suoi modelli, dalle compatte Dolphin alle berline Han, offrono un rapporto qualità-prezzo che le case americane ed europee non possono eguagliare senza ridisegnare l'intera catena produttiva. La strategia di BYD è basata su un'integrazione verticale quasi totale: l'azienda produce in casa batterie, semiconduttori, motori e gran parte della componentistica, controllando l'intero processo dalla miniera di litio alla concessionaria, cosa che le consente di mantenere margini elevati anche con prezzi aggressivi. Altre case come Geely, NIO e Xiaomi stanno seguendo percorsi analoghi, investendo massicciamente in ricerca e sviluppo e sfruttando l'ecosistema cinese per accelerare i cicli di innovazione. L'ironia è che, mentre questi veicoli sono banditi dal suolo americano, migliaia di video su TikTok e YouTube ne esaltano le caratteristiche, creando una domanda latente tra i consumatori statunitensi, abituati a scegliere tra modelli elettrici costosi o dalle prestazioni limitate. Le case di Detroit e la Silicon Valley non sono in grado di offrire prodotti comparabili a prezzi accessibili, perché la loro struttura di costi e la frammentazione delle forniture rendono impossibile competere con l'efficienza cinese. I dazi, nati con l'obiettivo di proteggere l'industria nazionale, stanno invece isolando il mercato americano dalle tendenze globali, ritardando l'adozione di tecnologie più avanzate e più pulite, e costringendo i consumatori a finanziare i profitti delle case automobilistiche attraverso sussidi e incentivi pubblici. Nel frattempo, la Cina sta rafforzando la propria presenza in mercati chiave come l'Europa, il Sud-Est asiatico e l'America Latina, dove i suoi veicoli elettrici vengono percepiti come il miglior compromesso tra sostenibilità e convenienza. La costruzione di fabbriche in Ungheria, Indonesia e Brasile permetterà a BYD e agli altri marchi di aggirare anche i dazi europei e di radicarsi in regioni che gli Stati Uniti considerano tradizionalmente proprie sfere di influenza. Così, mentre Washington alza barriere, Pechino sviluppa una presenza industriale globale che, quando le tariffe verranno necessariamente ridimensionate, troverà un mercato americano già disabituato alla concorrenza e pieno di consumatori desiderosi di acquistare i modelli cinesi, ormai percepiti come il nuovo standard dell'auto elettrica.

L'alternativa energetica e logistica: BRI e BRICS come ecosistema parallelo
La mossa strategica più profonda e di lungo periodo della Cina è la costruzione di un sistema commerciale, logistico ed energetico alternativo, incentrato sulla Belt and Road Initiative e sull'asse dei BRICS, che progressivamente riduce il peso relativo del tradizionale partenariato transatlantico. La BRI, lanciata nel 2013, ha finanziato migliaia di progetti in oltre centoquaranta paesi, creando corridoi ferroviari, porti, data center e reti elettriche che integrano Asia centrale, Africa e America Latina in una sfera di influenza economica sempre meno dipendente dalle rotte marittime controllate dalla marina statunitense. Il “Corridoio di Mezzo”, che attraversa Kazakistan, Azerbaigian, Georgia e Turchia per collegare la Cina con l'Europa, ha registrato una crescita esplosiva del traffico merci dopo l'aggressione russa all'Ucraina, offrendo una valida alternativa al trafitto ferroviario settentrionale e dimostrando la capacità della Cina di adattarsi rapidamente ai mutamenti geopolitici. Parallelamente, il ruolo dei BRICS si è evoluto da forum di coordinamento a vero e proprio blocco economicocommerciale. I dati del primo semestre 2023 mostrano un incremento del commercio intra-BRICS del 19,1 per cento, con la Cina che esporta manufatti ad alta tecnologia e importa materie prime agricole ed energetiche da Brasile, Russia, India e Sudafrica. Nel 2024, la Cina ha superato gli Stati Uniti come principale partner commerciale del Sud America, rappresentando il 28 per cento delle esportazioni della regione contro il 16 per cento di Washington. Il processo di de-dollarizzazione, accelerato dall'uso delle valute locali negli scambi tra i paesi membri, sta progressivamente erodendo il dominio del dollaro come moneta di riserva, e le nuove adesioni all'organizzazione, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, hanno ulteriormente ampliato il perimetro di una rete commerciale che può operare in modo indipendente dalle sanzioni e dai dazi imposti dagli Stati Uniti. L'integrazione energetica è un altro tassello fondamentale: la Cina sta finanziando parchi solari ed eolici in Africa e Asia centrale, garantendo forniture di litio e cobalto attraverso accordi di lungo termine con paesi come la Repubblica Democratica del Congo e lo Zimbabwe, e promuovendo lo sviluppo di reti elettriche transnazionali che riducono la dipendenza dai combustibili fossili e dai canali marittimi sorvegliati dalla marina americana. La Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, con sede a Shanghai, fornisce finanziamenti in valuta locale per progetti infrastrutturali che sfuggono alle condizionalità del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, creando un circuito finanziario parallelo che riduce la leva di Washington sulle economie emergenti. Tutto questo arcipelago di iniziative non è ancora un vero e proprio ordine commerciale alternativo, ma la sua crescita costante e la sua architettura modulare indicano che Pechino sta preparando un mondo in cui i dazi americani siano sempre meno rilevanti perché le merci potranno viaggiare lungo rotte diverse, essere pagate in valute diverse ed essere consumate da mercati che non dipendono più esclusivamente dalla domanda statunitense. La guerra dei dazi, in quest'ottica, è un conflitto del ventesimo secolo giocato con le regole della globalizzazione unipolare, mentre la Cina sta silenziosamente costruendo il XXI secolo multipolare, lasciando agli Stati Uniti l'illusione di poter contenere un'avversione commerciale che ha già cambiato natura.

L'architettura costruita da Pechino attraverso BRI, BRICS e piattaforme digitali non è una semplice ritorsione commerciale, ma una ridefinizione delle fondamenta stesse degli scambi globali. In questo nuovo mondo, i dazi di Trump appaiono sempre più come un'arma spuntata, destinata a isolare chi la impugna anziché chi ne è colpito.

Geopolitica e tecnologia
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Mappa concettuale delle crisi geopolitiche in Medio Oriente
Mappa concettuale delle crisi geopolitiche in Medio Oriente

L'attuale assetto geopolitico del Medio Oriente affonda le radici nelle decisioni del 1947. La creazione dello Stato di Israele rappresenta il culmine di un movimento ebraico accelerato dalla Seconda Guerra Mondiale. Analizziamo le origini del conflitto secolare, le dinamiche di potere interne e le crisi sistemiche che infiammano la regione nel 2026. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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1. Introduzione: l'architettura di una nazione e le origini di un conflitto secolare
L'attuale assetto geopolitico del Medio Oriente, caratterizzato da un'instabilità endemica e da crisi che si riverberano sull'intero scacchiere internazionale, affonda le sue radici più profonde nelle decisioni adottate al crepuscolo del mandato britannico in Palestina. La creazione dello Stato di Israele rappresenta il culmine storico, diplomatico e militare di un movimento nazionale ebraico accelerato drammaticamente dalle ripercussioni della Seconda Guerra Mondiale e dalla tragedia della Shoah. Per comprendere la complessa rete di alleanze, ostilità e dilemmi legali che avvolgono Israele nel 2026, è imperativo analizzare con estrema precisione il momento fondativo del 1947, anno in cui la comunità internazionale tentò di imporre una soluzione diplomatica a una crisi demografica e territoriale già irrimediabilmente polarizzata.

Nel 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la storica Risoluzione 181. Tale documento delineava un piano di partizione della Palestina storica in due Stati indipendenti: uno ebraico e uno arabo, prevedendo contestualmente l'istituzione di un regime internazionale (Corpus Separatum) per la città di Gerusalemme e i suoi immediati dintorni, in virtù del suo inestimabile valore religioso e simbolico universale. Le dinamiche demografiche dell'epoca illustravano un quadro di estrema frammentazione, che avrebbe reso qualsiasi divisione territoriale un'impresa ardua, se non impossibile, senza massicci trasferimenti di popolazione.


  • Stato Arabo Proposto: Popolazione Araba 725.000, Popolazione Ebraica Circa 7.300 (1%)
  • Stato Ebraico Proposto: Popolazione Araba 407.000, Popolazione Ebraica Circa 498.000 (55%)
  • Zona Internazionale (Gerusalemme): Popolazione Araba 105.000, Popolazione Ebraica Circa 100.000 (49%)
  • Totale Territorio Mandatario: Popolazione Araba 1.237.000, Popolazione Ebraica Circa 605.000 (33%)


Dati demografici di riferimento pre-conflitto del 1948.

Il rifiuto categorico del piano di partizione da parte dell'Alto Comitato Arabo e della Lega Araba, i quali consideravano la risoluzione una violazione del diritto all'autodeterminazione della maggioranza autoctona, innescò una guerra civile immediata. Il 14 maggio 1948, a Tel Aviv, il leader sionista David Ben-Gurion pronunciò pubblicamente la Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele. Questo evento non fu un mero atto giuridico, ma il fattore scatenante che trasformò lo scontro civile in un conflitto bellico interstatale. All'indomani della proclamazione, gli eserciti di Egitto, Giordania, Iraq, Siria e Libano invasero il territorio dell'ex mandato britannico, supportati politicamente e logisticamente dall'intera Lega Araba.

La Guerra d'Indipendenza israeliana del 1948, impressa nella storiografia del mondo arabo con il termine Nakba (la catastrofe), si concluse nel 1949 con una serie di accordi armistiziali (la cosiddetta "Linea Verde"). Il neonato Stato di Israele riuscì a respingere l'offensiva congiunta e ad espandere il proprio controllo su un territorio significativamente più vasto rispetto a quello assegnatogli originariamente dalla Risoluzione 181. Contemporaneamente, l'Egitto assunse l'amministrazione militare della Striscia di Gaza, mentre la Giordania annesse formalmente la Cisgiordania (West Bank) e il settore orientale di Gerusalemme.

La conseguenza umanitaria più devastante e duratura di questo conflitto fu l'esodo forzato o la fuga di centinaia di migliaia di profughi palestinesi, che persero le proprie case e i propri mezzi di sussistenza. La magnitudo di questa crisi portò l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a istituire nel 1949 l'United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA), una struttura sussidiaria concepita per fornire assistenza primaria, soccorso, educazione e sostegno vitale in tutti gli ambiti della vita associata dei rifugiati. La questione irrisolta del diritto al ritorno dei profughi e dei confini definitivi ha costituito, da quel momento, il nucleo incandescente di tutte le successive conflagrazioni regionali.

2. La leadership israeliana: ideologie, dottrine e Primi Ministri (1948-2022)
La traiettoria politica e militare di Israele è stata plasmata in modo decisivo dalle personalità e dalle ideologie dei suoi Primi Ministri. Il sistema istituzionale del Paese si fonda su una repubblica parlamentare monocamerale in cui la Knesset, composta da 120 membri eletti tramite un sistema proporzionale puro con sbarramento, ha storicamente imposto la formazione di governi di coalizione intrinsecamente fragili. Questo assetto ha reso l'esercizio del potere esecutivo una costante opera di equilibrismo tra istanze secolari, religiose, nazionaliste ed economiche.

L'egemonia incontrastata del Mapai e la costruzione dello Stato
I primi tre decenni di vita dello Stato furono dominati dal partito sionista laburista Mapai (successivamente evolutosi nel Partito Laburista Israeliano). David Ben-Gurion, Primo Ministro dal 1948 al 1953 e nuovamente dal 1955 al 1963, è riconosciuto come l'architetto della nazione. Sotto la sua guida, Israele consolidò le proprie istituzioni statali, assorbì ondate massicce di immigrazione ebraica (Aliyah) dall'Europa post-Olocausto e dai Paesi arabi, e forgiò la dottrina militare di deterrenza e prevenzione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Moshe Sharett, che ricoprì la carica per un breve interludio nel 1953-1954, rappresentò una voce più incline alla diplomazia, ma il potere reale rimase ancorato alla fazione ben-gurionista.

Levi Eshkol (1963-1969) traghettò il Paese attraverso il momento più critico e trasformativo della sua storia militare: la Guerra dei Sei Giorni del 1967. A lui successe Golda Meir (1969-1974), una figura di spicco del movimento laburista, il cui mandato fu tuttavia segnato irrimediabilmente dal trauma della Guerra del Kippur nel 1973. L'impreparazione dell'intelligence israeliana di fronte all'attacco a sorpresa egiziano e siriano incrinò in modo permanente la fiducia dell'opinione pubblica nell'infallibilità dell'establishment laburista. Yitzhak Rabin, eroe militare, assunse la guida del governo (1974-1977) nel difficile clima post-bellico, cercando di avviare le prime parziali riforme economiche e di ristabilire la deterrenza militare.

Il terremoto politico del 1977 e l'ascesa del Likud
L'anno 1977 è unanimemente considerato dagli storici come il punto di svolta politico di Israele. Le elezioni videro la storica vittoria di Menachem Begin (1977-1983), leader della formazione conservatrice e nazionalista Likud, che pose fine a quasi trent'anni di dominio della sinistra. L'insediamento di Begin produsse due esiti storici apparentemente contrastanti. Da un lato, il suo governo firmò gli epocali Accordi di Camp David con l'Egitto, che portarono nel 1979 al primo trattato di pace tra Israele e uno Stato arabo, comportando lo smantellamento di 18 insediamenti civili israeliani precedentemente costruiti nella penisola del Sinai. Dall'altro lato, Begin e il suo partito alterarono profondamente l'approccio ideologico nei confronti della Cisgiordania e di Gaza. Il governo sostituì il termine neutro per definire gli insediamenti, hityashvut, con la parola hitnakhluyot, un concetto carico di risonanze bibliche che allude all'eredità divina della Terra Promessa. Questo cambiamento lessicale segnò l'inizio di una politica di espansione territoriale attiva e ideologicamente motivata.

A Begin successe Yitzhak Shamir (1983-1984 e 1986-1992), un leader della fazione più intransigente dell'Herut (nucleo originario del Likud), il quale mantenne una ferma opposizione a qualsiasi concessione territoriale e promosse l'espansione demografica nei territori occupati.

Il processo di pace di Oslo e le decisioni unilaterali
Il ritorno al potere di Yitzhak Rabin (1992-1995) inaugurò la stagione degli Accordi di Oslo, un audace tentativo di stabilire un quadro di autogoverno palestinese transitorio in vista di una risoluzione finale del conflitto. La stretta di mano tra Rabin e il leader dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Yasser Arafat, generò enormi speranze, brutalmente infrante il 4 novembre 1995, quando Rabin fu assassinato a Tel Aviv da un estremista di destra israeliano oppositore del processo di pace. Questo evento traumatico modificò irreversibilmente la traiettoria politica della nazione, aprendo la strada alla prima vittoria elettorale di Benjamin Netanyahu nel 1996.

All'inizio del nuovo millennio, l'ex generale Ariel Sharon (2001-2006) assunse la guida del Paese nel pieno della Seconda Intifada. Sharon, per decenni uno dei principali promotori del movimento dei coloni, attuò un radicale cambio di paradigma tattico. Ritenendo che il mantenimento di enclavi ebraiche in mezzo a milioni di palestinesi ostili fosse insostenibile sul lungo termine, nel 2005 ideò e impose il Piano di disimpegno unilaterale. Questo piano comportò l'evacuazione militare totale della Striscia di Gaza e lo smantellamento forzato di 21 insediamenti al suo interno, unitamente all'evacuazione di 4 piccoli insediamenti nella Samaria settentrionale (Cisgiordania). Sharon si concentrò esclusivamente sulla stabilizzazione interna e sul disimpegno palestinese, rifiutando esplicitamente le aperture diplomatiche offerte dal presidente siriano Bashar al-Assad, preoccupato di non deviare risorse politiche sull'opzione negoziale per le Alture del Golan e ponendo grande attenzione a evitare un'escalation frontale con Hezbollah in Libano.

Sintesi cronologica della leadership

  • D. Ben-Gurion (Laburista - Mapai, 1948-1953; 1955-1963): Fondazione dello Stato; creazione IDF; consolidamento demografico.
  • L. Eshkol (Laburista - Mapai, 1963-1969): Varo di infrastrutture chiave; gestione della Guerra dei Sei Giorni (1967).
  • G. Meir (Allineamento Laburista, 1969-1974): Leadership durante la traumatica Guerra dello Yom Kippur (1973).
  • Y. Rabin (Laburista, 1974-1977; 1992-1995): Accordi di Oslo; riconoscimento OLP; assassinato nel 1995.
  • M. Begin (Conservatore - Likud, 1977-1983): Accordi di pace con l'Egitto (1979); dottrina ideologica sugli insediamenti.
  • Y. Shamir (Likud, 1983-1984; 1986-1992): Linea dura contro concessioni territoriali; repressione Prima Intifada.
  • A. Sharon (Likud / Kadima, 2001-2006): Disimpegno unilaterale da Gaza (2005); costruzione barriera di separazione.
  • B. Netanyahu (Likud, 1996-1999; 2009-Oggi): Leader più longevo; opposizione ai due Stati; riforme giudiziarie, Accordi di Abramo.


La complessa frammentazione del panorama politico israeliano è giunta al culmine nel periodo 2021-2022, quando il Paese è stato guidato da un governo di rotazione paritetica presieduto dal leader della destra nazionalista moderata Naftali Bennett e dal centrista Yair Lapid. Questo esecutivo, formatosi con l'intento primario di estromettere Netanyahu, si poggiava su una coalizione eterogenea che spaziava dall'estrema sinistra all'estrema destra, includendo per la prima volta nella storia d'Israele un partito arabo-islamista indipendente. Tuttavia, la profonda divergenza ideologica sulla questione palestinese – con Bennett fieramente contrario alla nascita di uno Stato palestinese e Lapid formalmente favorevole a una soluzione statale con l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) a Ramallah – unitamente a una recrudescenza degli attacchi terroristici nelle città israeliane, ha eroso la credibilità dell'esecutivo sul decisivo fronte della sicurezza nazionale, portando al suo collasso e al ritorno al potere della destra radicale.

3. Cronistoria delle crisi: dall'era convenzionale ai conflitti ibridi
L'esistenza stessa dello Stato di Israele è stata scandita da un susseguirsi ininterrotto di guerre convenzionali, operazioni preventive, conflitti a bassa intensità e intifade. Questa evoluzione storica mostra una transizione palese: dalle guerre simmetriche contro alleanze di Stati arabi sovrani (fino al 1973), alle logoranti guerre asimmetriche e ibride contro milizie e attori non statali profondamente radicati nel tessuto civile (dal 1982 in poi).

L'epoca delle grandi guerre convenzionali (1956-1973)
La prima grande crisi internazionale scoppiò nel 1956. Nel luglio di quell'anno, il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, mosso dalla necessità di reperire fondi per la costruzione della grande diga di Assuan sul Nilo, annunciò a sorpresa la nazionalizzazione del Canale di Suez, fino a quel momento gestito da una compagnia anglo-francese con sede a Parigi. Quando Stati Uniti e Regno Unito ritirarono i loro finanziamenti in risposta ai crescenti legami di Nasser con il blocco sovietico (nello specifico, per l'acquisto di armamenti dalla Cecoslovacchia comunista), Israele siglò un'alleanza segreta con Londra e Parigi. Il 20 luglio 1956, mentre paracadutisti britannici e francesi prendevano il controllo di porzioni strategiche del canale, le divisioni corazzate israeliane invadevano rapidamente la penisola del Sinai. L'operazione militare fu un successo tattico fulmineo, ma si tramutò in una severa sconfitta diplomatica quando le pressioni congiunte degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica costrinsero le tre nazioni occidentali a un ritiro incondizionato.

Il punto di svolta assoluto della geopolitica mediorientale si materializzò un decennio dopo, con la Guerra dei Sei Giorni nel giugno del 1967. Sentendosi accerchiato dalle mobilitazioni truppe di Egitto, Siria e Giordania, Israele lanciò un massiccio attacco preventivo che annientò le aviazioni nemiche a terra. In meno di una settimana, le IDF conquistarono l'intera penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, l'intera Cisgiordania (inclusa l'ambita Gerusalemme Est, riunificando la città sotto la propria amministrazione) e le Alture del Golan. Questa vittoria inebriante quadruplicò il territorio sotto controllo israeliano, fornendo una profondità strategica senza precedenti, ma trasformò Israele in una potenza occupante responsabile di milioni di civili palestinesi, gettando i semi di una crisi demografica e umanitaria che persiste a tutt'oggi.

L'illusione dell'invincibilità israeliana fu drammaticamente spezzata nell'ottobre del 1973, con lo scoppio della Guerra dello Yom Kippur (o Guerra del Ramadan). Le forze armate di Egitto e Siria lanciarono un attacco coordinato e a sorpresa nel giorno più sacro del calendario ebraico, infrangendo inizialmente le linee difensive nel Sinai e nel Golan. Sebbene Israele, supportato da un imponente ponte aereo statunitense, sia riuscito a riorganizzarsi e a rovesciare le sorti del conflitto accerchiando la Terza Armata egiziana, le ingenti perdite umane e lo shock psicologico scossero profondamente la società, portando alle dimissioni del governo di Golda Meir. Il conflitto coincise inoltre con l'embargo petrolifero imposto dai Paesi arabi produttori di greggio, innescando la seconda grande crisi energetica globale.

Il cambio di paradigma: Libano, intifade e Gaza
Con la neutralizzazione del fronte meridionale egiziano grazie agli Accordi di Camp David, la dottrina militare israeliana si spostò verso il nord e verso le minacce interne. L'invasione del Libano nel 1982, volta a sradicare le basi dell'OLP, si trasformò in un'occupazione prolungata che catalizzò l'ascesa di Hezbollah, una milizia sciita supportata dall'Iran che avrebbe ingaggiato Israele in una logorante guerriglia fino al ritiro del 2000, per poi scontrarsi in una devastante guerra frontale nell'estate del 2006.

All'interno dei territori palestinesi, il vuoto politico portò all'esplosione della Prima Intifada (1987-1993), un sollevamento popolare caratterizzato da lanci di pietre, disobbedienza civile e repressioni militari, che costrinse la leadership israeliana al tavolo dei negoziati di Oslo. Il fallimento definitivo del processo di pace a Camp David nel 2000 innescò la Seconda Intifada (2000-2005), una campagna di violenza urbana di inaudita ferocia, contrassegnata da attentati suicidi palestinesi e vaste operazioni militari israeliane nei centri urbani della Cisgiordania. Fu questo trauma collettivo a spingere il governo Sharon a erigere una controversa barriera di separazione in Cisgiordania e a disimpegnarsi unilateralmente da Gaza.

La presa del potere da parte di Hamas nella Striscia di Gaza nel 2007 ha trasformato l'enclave costiera in un campo di battaglia ciclico. I ripetuti fallimenti diplomatici – tra cui i tentativi di mediazione intrapresi dal Segretario di Stato USA John Kerry tra il 2013 e il 2014 per resuscitare la soluzione a due Stati, sostenuta vigorosamente anche dal Presidente Obama durante la sua visita a Gerusalemme – hanno portato a frequenti esplosioni di violenza. Tra il 2013 e il 2014, un'intensificazione drammatica degli scontri tra l'IDF e Hamas ha causato vasta distruzione; in risposta all'inazione del processo di pace, il Parlamento europeo nel 2014 ha formalizzato una richiesta per il riconoscimento della statualità palestinese nel contesto di una risoluzione a due Stati.

La parentesi diplomatica: gli Accordi di Abramo
In un panorama di progressiva chiusura diplomatica sul fronte palestinese, l'amministrazione israeliana, avvalendosi dei "buoni uffici" e dell'intermediazione strategica degli Stati Uniti, ha conseguito un eccezionale successo di politica estera nel 2020: gli Accordi di Abramo. Tra agosto e dicembre, quattro nazioni arabe (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco) hanno annunciato il riconoscimento diplomatico e la normalizzazione delle relazioni con Israele. Nel caso di Abu Dhabi e Manama, l'intesa è stata siglata a condizione esplicita che Israele sospendesse formalmente i piani per l'annessione legale di porzioni della Cisgiordania. Dietro le quinte di queste storiche strette di mano, gli Stati Uniti hanno facilitato l'accordo garantendo a ciascun partner arabo il raggiungimento di uno specifico obiettivo militare, strategico o politico (come la fornitura di caccia F-35 agli Emirati o il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale). Questo trionfo diplomatico per il governo di Netanyahu ha infuso la convinzione che la questione palestinese potesse essere marginalizzata e che la sicurezza nazionale potesse essere slegata da una risoluzione territoriale, un'assunzione che sarebbe collassata violentemente pochi anni dopo.

4. Geopolitica dell'occupazione: la complessa evoluzione degli insediamenti
Al centro dell'incessante controversia tra lo Stato ebraico, i palestinesi e la comunità internazionale vi è la continua e programmatica occupazione di territori e la costruzione di insediamenti da parte dei coloni israeliani. La storia delle colonie è la storia di un gigantesco sforzo di ingegneria demografica, supportato da un apparato legale, militare ed economico statale che ha trasformato la morfologia della Cisgiordania e di Gerusalemme Est a partire dal 1967.

Architettura legale e confisca fondiaria
La strategia di espansione degli insediamenti ha subito mutazioni legali nel corso dei decenni. In una prima fase, immediatamente successiva alla Guerra dei Sei Giorni, le autorità militari israeliane requisirono vaste estensioni di terra palestinese avvalendosi dell'argomentazione formale delle "necessità militari" temporanee e di sicurezza. Tuttavia, nel 1979, una pronuncia epocale della Corte Suprema d'Israele (il caso Elon Moreh) limitò drasticamente la capacità dell'esercito di sequestrare terre private palestinesi per l'esclusivo scopo di edificare insediamenti civili permanenti.

Di fronte a questa restrizione giudiziaria interna, l'establishment politico-militare operò una formidabile giravolta giuridica. Reinterpretando in modo estensivo e selettivo le vecchie disposizioni del Codice Fondiario Ottomano (vigente nella regione prima del mandato britannico), lo Stato israeliano iniziò a dichiarare sistematicamente enormi porzioni della Cisgiordania come "terra di Stato" (State Land). Questo meccanismo tecnico, combinato con la mancata registrazione di molti appezzamenti privati palestinesi, ha permesso al governo di sottrarre al controllo arabo ampie aree del territorio, destinandole alla costruzione di infrastrutture esclusive, reti viarie protette e insediamenti civili i cui residenti godono di tutte le garanzie legali, civili e democratiche dello Stato di Israele, in netto contrasto con i vicini palestinesi soggetti all'ordinamento marziale.

Crescita demografica e consistenza numerica
L'espansione è stata incessante. Se nel 1982 il governo Begin accettò di demolire 18 insediamenti nel Sinai per la pace con l'Egitto, e nel 2005 Sharon sradicò 21 insediamenti da Gaza e 4 dalla Samaria settentrionale per ragioni di tenuta demografica e militare, la crescita nei territori della Cisgiordania è stata esponenziale. Alla fine del 2017, dati riportati da enti di monitoraggio indicavano già oltre 200 insediamenti (tra riconosciuti e avamposti illegali persino per il diritto israeliano) e più di 620.000 coloni residenti tra Cisgiordania e Gerusalemme Est. Avvicinandosi agli anni 2024-2026, si stima che vi siano circa 300 insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, i quali ospitano ben oltre 680.000 cittadini israeliani, stabilendo una presenza demografica di dimensioni tali da rendere materialmente complessa la contiguità di un ipotetico Stato palestinese.

Il giudizio del diritto internazionale: crimini di guerra e apartheid
Da decenni, la costruzione e il mantenimento di queste colonie sono ritenuti illegali in base ai fondamenti del diritto internazionale umanitario. Questa illegalità è considerata "una delle questioni meno controverse nel diritto internazionale e nella diplomazia moderni". La pietra angolare giuridica di tale condanna risiede nell'Articolo 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra (1949), il quale prescrive un divieto assoluto per una potenza militare occupante di trasferire o deportare porzioni della propria popolazione civile all'interno del territorio di cui detiene il controllo marziale.

In sede internazionale, questo orientamento è stato reiterato in innumerevoli occasioni da tutti gli organismi multilaterali rilevanti: dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite all'Assemblea Generale, dal Comitato Internazionale della Croce Rossa fino alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG). Michael Lynk, nominato Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, ha formalmente richiesto alla comunità internazionale di compiere un passo ulteriore, sollecitando il riconoscimento degli insediamenti israeliani come veri e propri crimini di guerra alla luce dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (adottato nel 1998).

Rivolgendosi al Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra, Lynk ha diagnosticato che la politica degli insediamenti serve due scopi strategici essenziali per Israele: in primo luogo, garantire che i territori palestinesi permangano sotto un controllo militare israeliano ininterrotto e perpetuo; in secondo luogo, assicurare l'impossibilità fisica della fondazione di un'entità statale palestinese sovrana. Ha descritto le colonie come "il motore dell'occupazione israeliana che dura ormai da oltre 54 anni, la più lunga nel mondo moderno", sottolineando l'inquietante e "tragico paradosso" in cui il diritto è cristallino, ma la comunità globale è paralizzata da un'estrema riluttanza politica ad applicare i propri stessi codici sanzionatori. Parallelamente, esperti di diritto umanitario discutono sempre più l'applicabilità della fattispecie del crimine contro l'umanità di Apartheid ai territori occupati, un reato che possiede portata universale ai sensi del diritto internazionale consuetudinario e dello Statuto di Roma, esulando dal suo originario contesto sudafricano per definire l'imposizione di regimi legali discriminatori e segregativi. Lo Stato ebraico dal canto suo rigetta il paradigma dell'occupazione, sostenendo il proprio diritto storico e rivendicando che tali territori non appartenessero ad alcuno Stato sovrano prima del 1967, sebbene la stessa Corte Suprema israeliana, nel 2005, abbia statuito chiaramente che Cisgiordania e Gaza non ricadono sotto la sovranità nazionale formale di Israele.

5. Il profilo politico di Benjamin Netanyahu: egemonia, riforme e aule di tribunale
Nessuna figura politica ha forgiato il volto dell'Israele contemporaneo in misura maggiore di Benjamin "Bibi" Netanyahu. Nato a Tel Aviv il 21 ottobre 1949, egli detiene due primati storici formidabili: è il primo capo di governo a essere nato nello Stato di Israele successivamente alla dichiarazione di indipendenza, ed è il Primo Ministro che ha servito più a lungo nella storia del Paese, superando persino il padre della patria David Ben-Gurion.

Radici ideologiche, formazione ed esperienza militare
Cresciuto in un ambiente accademico intriso di sionismo revisionista (il padre, Benzion Netanyahu, era un eminente storico e attivista di destra), Netanyahu ha maturato gran parte della sua formazione superiore negli Stati Uniti, laureandosi e specializzandosi presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) e l'Università di Harvard in architettura, management e scienze politiche. Il suo profilo operativo è profondamente radicato nell'élite militare. Tra il 1967 e il 1973 ha prestato servizio attivo, congedandosi con il grado di capitano, all'interno della Sayeret Matkal, l'unità d'élite antiterrorismo delle forze speciali israeliane. In questa veste ha preso parte ad azioni ad alto rischio in territorio nemico, tra cui l'operazione Regalo nel 1968 e il celebre blitz per la liberazione del volo Sabena 571 (operazione Isotopo) nel 1972. La sua visione del mondo è stata segnata indelebilmente da un trauma familiare acuto: nel 1976, suo fratello maggiore Yonatan "Yoni" Netanyahu perse la vita al comando dell'operazione di salvataggio degli ostaggi a Entebbe, in Uganda, assurgendo al ruolo di martire nazionale e imprimendo in Benjamin una ferrea dottrina di irremovibilità di fronte al terrorismo.

L'ascesa politica e il consolidamento del potere (1984-2021)
La carriera politica di Netanyahu ha preso slancio nel 1984, quando l'allora Primo Ministro Yitzhak Shamir lo nominò Rappresentante Permanente di Israele presso le Nazioni Unite, incarico mantenuto fino al 1988. Grazie alla sua straordinaria abilità comunicativa e al perfetto inglese di stampo americano, divenne rapidamente il volto internazionale del Likud. Rientrato in patria ed eletto alla Knesset, cavalcò lo scontento e la paura generati dalla catena di attentati suicidi palestinesi degli anni '90, assumendo la guida del partito e conducendolo alla vittoria nelle elezioni del 1996 contro Shimon Peres, diventando il più giovane Primo Ministro d'Israele (1996-1999).

Dopo una flessione all'inizio degli anni 2000, durante la quale ricoprì il ruolo di Ministro delle Finanze imprimendo una marcata liberalizzazione economica, Netanyahu è tornato ininterrottamente al potere dal 2009 al 2021. Durante questi anni ha consolidato un approccio che mirava a neutralizzare la questione palestinese isolando l'ANP in Cisgiordania e mantenendo il blocco su Hamas a Gaza, puntando contemporaneamente a intessere inedite reti diplomatiche con i Paesi sunniti e coltivando buone relazioni con leader sovranisti europei, come l'ungherese Viktor Orbán, per fratturare il consenso dell'Unione Europea, pur senza perdere il massiccio sostegno economico dell'Occidente. Netanyahu ha altresì mantenuto un canale privilegiato e tattico con il presidente russo Vladimir Putin, essenziale per garantire all'aviazione israeliana libertà di manovra strategica nei cieli della Siria contro obiettivi iraniani, assumendo inizialmente una complessa posizione di neutralità persino allo scoppio della guerra russo-ucraina.

Il sesto mandato: l'estrema destra e il cortocircuito giudiziario (2022-2023)
Escluso per un anno (2021-2022) dalla coalizione Bennett-Lapid, Netanyahu è tornato al governo alla fine del 2022. Ottenuta la fiducia della Knesset il 29 dicembre, ha formato il suo sesto esecutivo, ampiamente considerato il più radicale, sciovinista ed estremista dell'intera storia d'Israele. Dopo due mesi di estenuanti contrattazioni con il Presidente Isaac Herzog, ha varato un governo composto da 30 ministri che salda il blocco del Likud con due formazioni ultraortodosse (lo Shas, in rappresentanza degli ebrei sefarditi e mizrahi, e l'alleanza conservatrice ma non sionista United Torah Judaism) e, in una rottura storica dei cordoni sanitari repubblicani, con tre partiti della destra suprematista: il Partito Sionista Religioso (Tkuma, noto per un fervente ultranazionalismo), il partito Noam (omofobo e conservatore radicale) e Otzma Yehudit. Quest'ultimo, fondato nel 2012 e caratterizzato da un virulento antiarabismo, è unanimemente ritenuto il successore ideologico diretto del partito Kach, messo fuori legge per razzismo dal governo israeliano nel 1984.

Ostaggio politico e al contempo architetto di questa coalizione estremista, Netanyahu ha cercato nel corso del 2023 di imporre una profondissima e controversa riforma del ramo giudiziario. Questo pacchetto legislativo puntava a scardinare il principio della separazione dei poteri costituzionali, limitando fortemente la prerogativa della Corte Suprema di revisionare o annullare decisioni governative e svilendo il potere vincolante dell'Attorney General. L'iniziativa ha provocato una sollevazione popolare senza precedenti. Esponenti dell'economia, della tecnologia e, crucialmente, i quadri dei riservisti delle forze armate sono scesi in piazza per mesi, denunciando il rischio di una deriva autoritaria e di una violazione dei diritti delle minoranze democratiche. Nel marzo del 2023, il Ministro della Difesa Yoav Gallant ha compiuto un passo inusuale esprimendosi pubblicamente contro l'iter della riforma per salvaguardare la coesione e la prontezza militare. Netanyahu aveva immediatamente annunciato la rimozione di Gallant dall'incarico, innescando proteste notturne ancora più furenti, che lo hanno poi costretto a fare retromarcia, reintegrare il ministro e congelare temporaneamente la legge.

A gravare fatalmente sulle manovre politiche di Netanyahu vi sono le pesantissime vicende giudiziarie personali interne. Nel 2019, la procura israeliana lo ha formalmente incriminato in tre distinti filoni d'inchiesta per i reati di corruzione, frode aggravata e abuso di fiducia. Netanyahu ha costantemente respinto ogni accusa, definendo il procedimento un colpo di stato giudiziario ordito da magistrati e media progressisti. Tuttavia, il processo presso il tribunale distrettuale di Gerusalemme ha continuato il suo corso. Ripreso ad aprile 2026 dopo una sospensione di due mesi dovuta all'eccezionalità dello stato di guerra, le aule del tribunale sono costantemente presidiate da accese manifestazioni di protesta da parte dei cittadini, palesando la frattura insanabile tra una parte della nazione e il suo leader supremo.

6. L'isolamento internazionale: risoluzioni ONU, CIG e i mandati della CPI (2023-2026)
Le spaventose ricadute umanitarie scaturite dai conflitti divampati dal 7 ottobre 2023 hanno catapultato lo Stato di Israele in un turbine legale e diplomatico senza precedenti storici. Le più alte istituzioni del diritto internazionale hanno attivato meccanismi eccezionali per sanzionare e arrestare la catastrofe in corso, ponendo il governo Netanyahu sotto un livello di scrutinio giudiziario paragonabile a pochissimi leader contemporanei.

Il fronte delle Nazioni Unite
A livello politico e multilaterale, le Nazioni Unite hanno progressivamente elevato i toni delle risoluzioni, giungendo a posizioni vincolanti inedite. Dall'ottobre 2023, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU (UNSC) ha approvato molteplici risoluzioni vincolanti per il diritto internazionale. Le risoluzioni del 15 novembre e del 22 dicembre 2023 esigevano il rilascio incondizionato degli ostaggi e l'immediata istituzione di "corridoi umanitari urgenti ed estesi" all'interno della Striscia di Gaza per arginare il disastro imminente.

A marzo 2024 si è assistito a una svolta diplomatica: l'UNSC ha adottato una risoluzione in cui si "pretendeva" per la prima volta un cessate il fuoco immediato. Sebbene gli Stati Uniti si siano astenuti – e abbiano tentato di edulcorare politicamente l'atto definendolo "non vincolante" – cancellerie chiave come quella del Regno Unito ne hanno ribadito il carattere rigidamente cogente. A giugno 2024 è stato promosso l'avvio di un piano in tre fasi per il termine delle ostilità. Da parte sua, Israele ha sistematicamente respinto il merito di queste imposizioni multilaterali, obiettando che le pressioni, in special modo quelle avulse dalla contemporanea restituzione degli ostaggi trattenuti da Hamas, non avrebbero fatto altro che incoraggiare le strategie del terrorismo e inibire gli sforzi militari volti a destrutturarne le capacità operative. Parimenti severa l'Assemblea Generale (UNGA) che, il 18 settembre 2024, ha sancito con una votazione storica l'assoluta "illegalità" della perdurante occupazione israeliana dei territori palestinesi. Tali decisioni, unite agli imperativi dell'ONU a maggio 2026 che esigono a gran voce da Israele l'attuazione delle risoluzioni per porre fine all'uso deliberato della carestia come strumento bellico, evidenziano la rottura di una vasta parte del mondo con le direttrici operative israeliane.

L'intervento della Corte Internazionale di Giustizia (CIG/ICJ)
Presso il Palazzo della Pace dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia – massimo organo giurisdizionale per le controversie tra Stati membri ONU – è stata chiamata a pronunciarsi in due sedi formidabili. La Repubblica Sudafricana ha sporto formale denuncia contro lo Stato d'Israele invocando la violazione dei precetti cardinali della Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del Reato di Genocidio del 1948. Nel pronunciamento preliminare sui provvedimenti d'urgenza emesso nel gennaio 2024, avvertendo il "rischio di un serio deterioramento della catastrofica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza", la Corte ha ingiunto misure cautelari vincolanti affinché Israele mettesse in atto qualsiasi azione atta a prevenire atti genocidiari ed elevasse drasticamente i volumi di aiuti. Questa sentenza è stata aggravata dall'ordinanza del 24 maggio 2024 (votata 13 a 2), la quale intimava l'interruzione immediata delle offensive militari di terra, in particolare nel bacino densamente popolato di Rafah.

Ancora più perentorio è stato il parere consultivo emesso dalla CIG nel luglio 2024: un documento in cui la Corte Suprema ha delineato come la totalità della presenza statale e civile israeliana nei Territori Palestinesi Occupati debba essere definita "illegittima" alla radice e debba concludersi con effetto immediato, intimando risarcimenti per la spoliazione delle risorse. L'ufficio di Netanyahu ha scartato sdegnosamente tale parere considerandolo un obbrobrio distorsivo e infondato, asserendo che i territori disputati rappresentano l'eredità patria indissolubile del popolo ebraico. L'onda d'urto giudiziaria della causa sudafricana si è materializzata a metà marzo 2026, quando una fitta sequela di Nazioni – tra le quali le Figi, l'Ungheria, la Namibia, gli Stati Uniti d'America, i Paesi Bassi e l'Islanda – hanno depositato formali documenti per appellarsi all'Articolo 63 dello Statuto della Corte al fine di intervenire nel procedimento.

I mandati di cattura della Corte Penale Internazionale (CPI/ICC)
Se la CIG analizza la conformità dello Stato ai trattati vigenti, l'ufficio del procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Karim Khan, ha aperto la strada a indagini sulle responsabilità penali dei singoli leader civili e militari. A maggio del 2024 ha avanzato istanze scioccanti che hanno provocato un terremoto nelle capitali mondiali, richiedendo l'emissione di mandati d'arresto non solo contro le alte sfere di Hamas (tra cui Mohammed Deif), ma anche contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l'allora Ministro della Difesa Yoav Gallant.

Il 21 novembre 2024, la Camera Preliminare della CPI ha superato un punto di non ritorno, accogliendo l'istanza della Procura e formalizzando l'emissione dei mandati di cattura. Le argomentazioni depositate delineavano la sussistenza di "ragionevoli e concreti motivi" per ritenere che Netanyahu e Gallant recassero precise "responsabilità penali" per gravissimi crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Nello specifico, venivano ascritti ai vertici politici l'utilizzo mirato dello sterminio per inedia (starvation) e della fame deliberatamente indotta come tattica per lo sforzo bellico a Gaza, uniti all'accusa di omicidio persecuzione ed esecuzione di altri reiterati atti inumani ai danni di una popolazione indifesa.

Questi clamorosi mandati hanno trasformato fattualmente l'attuale capo del governo israeliano in un indiziato latitante per il diritto di Roma. Sotto il profilo pragmatico, sebbene egli goda tuttora dell'appoggio del potente alleato statunitense (i quali non aderiscono allo Statuto di Roma, garantendogli quindi asilo per le visite alla Casa Bianca), i margini di movimento internazionale di Netanyahu risultano azzoppati: recarsi all'interno del territorio dei 124 Paesi firmatari della CPI comporta l'obbligo giuridico inderogabile di eseguire l'arresto e la contestuale traduzione presso l'Aja. Questa situazione non solo intacca irreparabilmente il retaggio storico di Netanyahu, apponendogli l'incancellabile stigma di "criminale di guerra", ma inibisce drammaticamente le capacità dell'establishment israeliano di intavolare vertici e trattative multilaterali in ambito europeo e globale.

In data 27 novembre 2024, Israele ha proceduto formalmente alla notifica delle proprie intenzioni d'appello, contrastando con veemenza non soltanto l'autorità dell'istruttoria del Procuratore, ma sollevando pregiudiziali dirette sul difetto di giurisdizione e biasimando una conclamata parzialità antisemita all'interno della stessa Corte. Sebbene sia stata avanzata una mozione per la sospensione dei provvedimenti durante l'iter di verifica, tale processo non ha fermato il divampare di azioni indipendenti. Lo smantellamento della presunzione d'innocenza sul piano umanitario ha incoraggiato giurisdizioni penali terze: a titolo di esempio, nel novembre del 2025 l'ufficio della procura di Istanbul ha spiccato autonomamente e simbolicamente un ulteriore mandato di arresto internazionale nei confronti di Netanyahu con la gravissima accusa di genocidio nel distretto di Gaza.

7. Il cratere del 2026: l'agonia di Gaza e l'esplosione della guerra regionale iraniana
Al sopraggiungere della primavera del 2026, lo scacchiere del Medio Oriente appare collassato sotto il peso di decenni di strategie miopi e di un fallimento sistemico della diplomazia internazionale. La nazione israeliana si trova simultaneamente imbrigliata nella gestione di un abisso umanitario irrecuperabile sul fronte meridionale di Gaza e all'interno di una conflagrazione geopolitica di immani proporzioni sul macro-fronte orientale iraniano.

L'inferno di Gaza: carestia strutturale e collasso medico
All'interno dell'enclave della Striscia di Gaza, la narrativa su presunti processi di normalizzazione appare irrealistica se misurata sui parametri di sopravvivenza dei residenti. Esperti e bollettini della sanità riportano che l'effimero cessate il fuoco accordato nell'ottobre del 2025 è stato sostanzialmente svuotato di validità materiale. Dalla promulgazione della tregua a fine aprile 2026, oltre 700 civili hanno perso la vita sotto ripetuti bombardamenti e attacchi di artiglieria (che spesso mirano istituti scolastici densi di sfollati, come avvenuto per il campo di Bureij in cui l'IDF dichiara di mirare a "centri di controllo" immagazzinanti armi), portando il conto dei mutilati e feriti oltre le 2.000 unità aggiuntive.

La dimensione del tracollo è certificata dalle Nazioni Unite, mentre il primo ministro dell'ANP, Mohamed Mustafa, ha tenuto una conferenza stampa d'urgenza a Ramallah per proclamare l'intera Striscia "zona di carestia" e supplicare il sistema internazionale di inibire a Israele l'utilizzo dell'inedia come tecnica di fiaccamento e coercizione militare. Povertà assoluta, chiusure totalitarie e inflazione esasperata hanno scardinato l'economia di base; persino beni essenziali legati all'igiene femminile restano un miraggio, forzando quasi metà della demografia alla privazione totale.

Le rilevazioni meticolose dei medici sul campo dell'organizzazione indipendente EMERGENCY presso gli snodi di al-Qarara e al-Mawasi (dove si conducono fino a 2.500 consulti sanitari su base settimanale) denunciano l'emergere di disastri infettivi incontrollabili che spaziano dalla scabbia epidemica a mortali affezioni respiratorie e gastroenteriche alimentate dall'accumulo tossico di reflui e da tempeste sabbiose. L'ingranaggio logistico dell'ingresso degli aiuti si arena al cospetto dell'esercito di frontiera israeliano, il cui vaglio burocratico respinge discrezionalmente e massivamente le rimesse terapeutiche appellandosi allo spauracchio dell'utilizzo ambivalente (il cosiddetto concetto di dual use bellico/civile). Questa interruzione programmatica condanna tacitamente a perire pazienti affetti da ipertensione o diabete (mancanza d'insulina e antidolorifici basici come paracetamolo) nonché oltre 18.500 lungodegenti irrimediabilmente bloccati (di cui quasi la metà sono pazienti in età prescolare ed infanti afflitti da complicanze oncologiche come la piccola Sara, esempio di malnutrizione galoppante menzionata dalle ONG operanti nella Striscia) in febbrile e vacua attesa di esfiltrazione e passaporto sanitario dal valico sbarrato di Rafah. Una rotta di rovine psicologiche che lascerà come oscuro testamento le decine di migliaia di orfani senza assistenza in tutta l'area costiera.

Il raid di febbraio e la frantumazione del regime iraniano
Mentre le sponde del Mediterraneo giacciono consunte, il governo di Netanyahu – pressato dalle procure europee, inviso a fette della propria società ed esaurito dai logoramenti di prossimità – ha autorizzato e attuato quello che potrebbe essere il sommo azzardo tattico-strategico del ventunesimo secolo. Le ostilità della cosiddetta guerra per procura (Proxy War) tra le intelligence occidentali e la teocrazia di Teheran sono esplose in una detonazione diretta poche decine di ore prima del teorico inizio dei dialoghi nucleari a Ginevra, facilitati da mediatori omaniti.

Nella pre-alba del 28 febbraio 2026, ignorando le cautele per l'escalation incontrollabile, i comandi interforze degli Stati Uniti d'America (previa consultazione di alto livello che ha coinvolto anche figure vicine all'ex presidente Trump) e le forze aerospaziali israeliane (coordinate verosimilmente dall'apparato informativo del Mossad diretto da David Barnea) hanno scatenato uno spaventoso e capillare attacco "preventivo" volto all'eliminazione delle minacce nucleari iraniane. Il blitz aereo non si è limitato ai bersagli convenzionali, ma ha decapitato e carbonizzato i massimi centri apicali del regime di Teheran. Nell'operazione segreta è rimasto fulminato e inesorabilmente ucciso l'ayatollah Ali Khamenei, incontrastato leader supremo in sella alla nazione per trentasei anni ininterrotti, unitamente a svariati componenti strategici e leader politici del suo ufficio di gabinetto e delle Guardie Rivoluzionarie, infliggendo una recisione mortale alla cupola amministrativa statale.

I dati di mortalità resi noti tramite i terminali informativi persiani come Fars e le stime della Mezzaluna Rossa hanno censito, nell'immediato raggio d'azione sul suolo iraniano, un bollettino gravissimo comprendente otre 3.468 fatalità tra l'apparato difensivo militare e civile iraniano con decine di migliaia di feriti disseminati in ben 24 province statali. Le immediate reazioni a raggera e la massiccia onda di rappresaglie scatenate dalle brigate balistiche sopravvissute e dai gruppi proxy hanno costretto le popolazioni di Tel Aviv, Gerusalemme e delle province occupate presso Ramallah (Cisgiordania) a rintanarsi al suono dei sistemi radar antimissile israeliani che si stagliavano all'orizzonte notturno intercettando vettori iraniani. Le forze dell'IDF hanno pertanto perpetrato controffensive fulminee nel corso della stessa giornata bersagliando ripetutamente le batterie d'aria e i perimetri radar del centro della Persia. A margine del cratere creatosi per l'alterazione drammatica dell'architettura egemonica mediorientale – considerata da alcuni esponenti alleati quale punto di non ritorno e propulsore di una inedita riorganizzazione politica e militare globale – l'Unione Europea prosegue in un appello smarrito esigendo inefficacemente diplomazia, coerentemente allineata all'evaporata formula dei due Stati e prigioniera del collasso delle antiche direttive ONU.


  • Vittime (Morti): > 3.468 (civili/militari), perdite strategiche tra 5 e 10 alti leader (Morte dell'Ayatollah Ali Khamenei).
  • Vittime (Feriti): > 26.500, limitati a personale di base (Distruzione infrastrutture missilistiche centrali).
  • Controffensive/Rappresaglie: Lancio missilistico massivo su Israele, attacco a lanciatori (Sirene e scoppi sopra i cieli di Tel Aviv e Gerusalemme).


Il mandato storico dell'occupazione territoriale, i progetti unilaterali di insediamento nei territori storicamente sottratti ai civili, lo scardinamento politico interno per sottrarsi a una severa giustizia domestica che ha smembrato le coscienze democratiche israeliane e infine l'isolamento dalle platee delle Corti internazionali (ICJ e ICC) si coniugano tutti – nell'arco di soli pochi anni del sesto esecutivo Likud – a disegnare il periodo più burrascoso ed esistenziale che la nazione ebraica abbia mai lambito sin dal prologo delle proprie origini nei drammatici frangenti della Dichiarazione del 1948. Le determinazioni del domani affondano incognite profonde nelle ceneri di Gaza e tra le macerie delle metropoli persiane, mentre il processo geopolitico prosegue indifferente tra i banchi dell'Aja e le trincee mediorientali, privo di risoluzioni in grado di ripristinare il tramontato assetto della stabilità.

 
Geopolitica e tecnologia

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