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Articoli del 05/05/2026

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Pellicola di pannello solare flessibile in perovskite ultra efficiente
Pellicola di pannello solare flessibile in perovskite ultra efficiente



Ricostruzione AI



L'innovazione nel campo dell'energia fotovoltaica ha abbattuto barriere ingegneristiche ritenute invalicabili. Il limite di efficienza del silicio è stato superato grazie alle celle in perovskite flessibile, spingendo la decentralizzazione energetica a un livello iper-portatile e innescando mutamenti geopolitici. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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La rivoluzione della perovskite e la decentralizzazione militare civile
Nel corso dell'intensissimo e innovativo 2026, l'inarrestabile ricerca scientifica e ingegneristica globale nel campo vitale dell'energia fotovoltaica ad alta resa ha finalmente e fragorosamente abbattuto pesanti barriere chimiche, fisiche e produttive che per decenni erano state dogmaticamente ritenute invalicabili dalla comunità accademica. Questa straordinaria accelerazione del progresso tecnologico ha letteralmente spinto la decentralizzazione energetica mondiale fino a raggiungere un livello microscopico e iper-portatile, trasformando ogni singola superficie esposta alla luce solare in un potenziale generatore di corrente vitale. Il noto e frustrante limite teorico di efficienza del tradizionale silicio cristallino, che rappresenta da sempre il fondamento e l'architrave inossidabile dell'industria dei pesanti pannelli fotovoltaici tradizionali, è stato finalmente e ampiamente superato grazie allo sviluppo intensivo e alla calibrazione delle avveniristiche celle solari tandem. Questa complessa e rivoluzionaria tecnologia consiste nel sovrapporre sapientemente al classico strato di base in silicio dei sottilissimi strati addizionali di perovskite, un particolare e versatile minerale dotato di capacità fisico-chimiche di gran lunga superiori nell'assorbimento dell'intero e vasto spettro luminoso irradiato dal sole. Nel mese di aprile dell'anno precedente, gli oscuri ma avanzatissimi laboratori della colossale società cinese LONGi hanno stabilito ufficialmente un record mondiale sbalorditivo e documentato, portando con orgoglio l'efficienza operativa di queste formidabili celle sperimentali al 34,85 per cento, mentre nello stesso frangente aziende europee pionieristiche come la Oxford PV hanno concretamente iniziato a commercializzare in volumi massicci moduli ibridi con rendimenti netti del 24,5 per cento specificamente ideati per pesanti applicazioni su scala industriale. Ma il vero, sconvolgente e assoluto cambio di paradigma ingegneristico e tattico non risiede esclusivamente nell'aumento della potenza di picco erogata, bensì nella miracolosa flessibilità strutturale del nuovo materiale. A differenza del fragile e rigido silicio, la perovskite può essere trattata chimicamente a temperature sorprendentemente basse e, attraverso processi industriali avanzati, può essere letteralmente stampata come un banale inchiostro su pellicole plastiche pieghevoli o persino su comuni tessuti d'abbigliamento, eliminando in un colpo solo la scomoda e costosa necessità di utilizzare i tradizionali e pesantissimi telai in vetro temperato e alluminio estruso. I geniali ricercatori del rinomato Massachusetts Institute of Technology hanno ad esempio brillantemente ingegnerizzato delle avveniristiche celle solari integrate su tessuto che risultano, al microscopio, molto più sottili dello spessore di un comune capello umano. Queste straordinarie pellicole energetiche pesano un millesimo rispetto ai grossi e goffi pannelli convenzionali montati sui tetti, ma sono al contempo in grado di generare fino a 18 volte più energia elettrica per ogni singolo chilogrammo di peso trasportato. Incollate con tenaci resine fotosensibili su fibre intrecciate di Dyneema, statisticamente uno dei materiali tessili polimerici più resistenti e antistrappo esistenti al mondo, queste celle flessibili possono essere arrotolate, piegate e stropicciate centinaia e centinaia di volte senza subire danni strutturali, conservando tenacemente oltre il 90 per cento della loro elevata efficienza energetica iniziale. Le applicazioni civili immediate per il florido mercato dei consumi occidentali sono già del tutto evidenti ed entusiasmanti: dai pratici tappetini solari leggeri e srotolabili per le lunghe escursioni montane off-grid, alla perfetta e aerodinamica integrazione strutturale sulle ampie coperture dei lussuosi veicoli ricreazionali, fino ad arrivare agilmente a computer portatili professionali, in grado di auto-ricaricarsi perpetuamente sfruttando micro-celle solari trasparenti incastonate direttamente nel guscio in carbonio del display luminoso. Tuttavia, nonostante le lusinghiere prospettive civili, l'impatto geopolitico e militare più devastante e immediato dei pannelli solari portatili in perovskite sfugge completamente al fiorente e spensierato mercato del tempo libero. Questa invenzione va a incidere in modo chirurgico e profondo sui tragici teatri di guerra asimmetrica e sulle povere nazioni in via di sviluppo, innescando a livello globale un inarrestabile fenomeno che i freddi ricercatori sociologici definiscono cinicamente come la decarbonizzazione indotta dalla crisi sistemica. In nazioni martoriate da sanguinosi conflitti o afflitte da un cronico e irreparabile collasso delle grandi infrastrutture civili, come si osserva drammaticamente in Ucraina, Libano, Siria e Yemen, la vulnerabile e antiquata rete elettrica centralizzata statale rappresenta sistematicamente il primissimo, facile e ambito bersaglio dei devastanti bombardamenti missilistici nemici. In questi scenari infernali di pura sopravvivenza urbana, i leggeri sistemi fotovoltaici off-grid, impossibili da intercettare e distruggere con un singolo raid aereo, diventano l'unica vitale speranza di sussistenza, ridisegnando la resilienza tattica delle popolazioni civili ed eserciti.

Modello TecnologicoSolare Tradizionale (Silicio Rigido)Solare Avanzato (Perovskite Flessibile)
Materiali e PesoLastre di vetro, alluminio, silicio pesanteInchiostri su film, fibre sintetiche sottili
Efficienza EnergeticaCirca 20-22% per pannelli commercialiOltre 34% (record LONGI), massima resa per Kg
Vulnerabilità StrutturaleCentralizzato, facile bersaglio per missiliTotalmente decentralizzato, frammentato, off-grid
Supply ChainCatena del valore complessa ma globaleLa Cina detiene oltre il 40% dei brevetti mondiali


Paradossalmente, queste popolazioni stanno portando avanti una transizione ecologica massiccia spinta non dagli Accordi di Parigi, ma dalla cruda impossibilità di approvvigionarsi di idrocarburi. Chi controllerà l'invisibile filiera dell'energia tascabile deterrà il potere assoluto sulle sorti di un pianeta condannato all'instabilità infrastrutturale perpetua.

 
 
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Pino Arlacchi illustra la sua visione per un'Onu riformata e il ruolo storico pacifico della Cina
Pino Arlacchi illustra la sua visione per un'Onu riformata e il ruolo storico pacifico della Cina

In un'intervista esclusiva a Michele Santoro, il sociologo Pino Arlacchi smonta i luoghi comuni sulla pace e propone una democrazia planetaria. Smaschera l'inutilità del riarmo, l'anacronismo del veto e rivela come la Cina sia storicamente una potenza pacifica. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Intervista di Michele Santoro al sociologo Pino Arlacchi



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La doppia anima delle missioni di pace e il fallimento del Libano
L’analisi di Pino Arlacchi muove da una constatazione tanto semplice quanto radicale: l’Organizzazione delle Nazioni Unite non è affatto condannata all’impotenza, ma ostaggio di una volontà politica che ne tradisce il mandato originario. Il punto di partenza è la distinzione, spesso ignorata anche dai commentatori più accreditati, tra due tipologie di missioni di pace. Esistono i caschi blu classici, forze di interposizione che agiscono con il consenso delle parti e non possono usare la forza se non per autodifesa, e le missioni di peace enforcement, autorizzate dal Consiglio di Sicurezza a impiegare tutti i mezzi necessari, compresa la forza letale, per ristabilire la pace internazionale. La tragedia del Libano, dove diecimila soldati dell’UNIFIL presidiano il confine meridionale da decenni senza alcuna capacità di prevenire le ostilità, rappresenta per Arlacchi l’emblema del fallimento della prima tipologia. Il contingente è lì «a far la spesa», parcheggiato in un teatro che ha visto scontri sempre più violenti tra Hezbollah e l’esercito israeliano, senza mai poter esercitare una reale interposizione né tantomeno replicare agli attacchi. Il dato è ancor più scandaloso se si considera che la missione in Libano costa centinaia di milioni di euro all’anno, risorse che potrebbero essere dirottate altrove oppure investite per trasformare il mandato in una vera operazione di pace. La proposta di Arlacchi è netta: o si ritira il contingente sostituendolo con un dispositivo umanitario, oppure lo si autorizza a usare la forza per implementare la pace, condizione che cambierebbe radicalmente il comportamento delle parti in causa. Con un mandato robusto, la forza di interposizione acquisterebbe un potere deterrente reale, capace di prevenire i bombardamenti e di reagire in modo proporzionato a qualsiasi violazione della tregua. È esattamente ciò che accadde in passato in contesti come la Sierra Leone o la Costa d’Avorio, dove i peacekeepers, dotati di regole d’ingaggio offensive, riuscirono a proteggere i civili e a stabilizzare il territorio. La lezione libanese dimostra che il problema non è l’Onu in sé, ma l’ipocrisia degli stati membri, che autorizzano missioni sottodimensionate e con mandati ambigui per ragioni di politica interna, salvo poi lamentarsi della loro inefficacia. Il meccanismo di finanziamento delle missioni di pace, basato su contributi volontari e su una chiave di ripartizione che premia i paesi che forniscono truppe, genera per di più un incentivo perverso: molti contingenti restano in teatro anche quando l’operazione diventa obsoleta, perché garantiscono entrate e prestigio ai governi mediatori. Tutto questo alimenta un circolo vizioso in cui l’opinione pubblica percepisce l’Onu come un carrozzone burocratico, mentre la sua paralisi è il frutto di scelte deliberate. Durante l’intervista, Arlacchi cita più volte il caso del Ruanda, dove cinquemila uomini ben armati erano presenti sul territorio e avrebbero potuto fermare il genocidio dei tutsi se solo il Consiglio di Sicurezza avesse dato il via libera. Invece, di fronte all’informazione di un pentito che rivelava i depositi di armi e i piani degli estremisti hutu, New York preferì tacere, determinando la morte di ottocentomila persone in cento giorni. È il paradosso di un’organizzazione che possiede tutti gli strumenti giuridici e le risorse materiali per intervenire, ma che viene disinnescata da chi teme le ripercussioni politiche di un successo. Da sociologo, Arlacchi lega questa dinamica alla trasformazione dell’Onu in una sorta di espiatorio collettivo: gli stati membri scaricano sull’organizzazione la responsabilità delle crisi, ma quando si tratta di agire antepongono gli interessi nazionali alla sicurezza collettiva. La distinzione tra peacekeeping e peace enforcing, dunque, non è un cavillo tecnico, ma la cartina di tornasole di un sistema internazionale in cui i forti preferiscono l’impotenza gestita all’efficacia scomoda. Per questo la riforma dell’Onu non può limitarsi a ritoccare le regole di ingaggio, ma deve partire da un ripensamento radicale della governance globale, a cominciare dallo smantellamento del diritto di veto.

Il diritto di veto come blocco anacronistico e la via dell’Assemblea costituente
Al centro della riflessione di Pino Arlacchi c’è l’architrave del sistema di sicurezza collettiva del 1945: il Consiglio di Sicurezza a cinque membri permanenti dotati di diritto di veto. Egli lo definisce «un fatto ormai superato dalla storia, completamente obsoleto». La genesi di questo meccanismo risale alla conferenza di San Francisco, quando le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale – Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito, Francia e Cina nazionalista – pretesero uno strumento che garantisse loro l’ultima parola su qualsiasi questione di guerra e pace. Oggi, a distanza di oltre ottant’anni, la composizione del Consiglio non riflette minimamente la geografia del potere reale. Manca un seggio per l’India, che conta quasi un miliardo e mezzo di abitanti; manca una rappresentanza stabile per l’Africa, per l’America Latina, per il mondo arabo. La Francia, nota Arlacchi con una punta di ironia, «non l’ha vinta proprio la guerra mondiale», eppure continua a decidere dei destini del pianeta insieme a un Regno Unito ormai fuori dall’Unione Europea e a una Russia e una Cina che hanno attraversato trasformazioni epocali. L’anacronismo più dannoso, però, è il veto: uno strumento che ha permesso agli Stati Uniti di bloccare per tre volte consecutive l’ammissione della Palestina come Stato membro a pieno titolo – centocinquantasette voti favorevoli su centonovantatre, l’ottanta per cento – e che in generale consente a un singolo paese di paralizzare l’intero edificio della sicurezza collettiva. Per Arlacchi la soluzione non sta in una riforma negoziata, che richiederebbe l’assenso proprio dei membri permanenti, bensì in un atto di sovranità dell’Assemblea Generale. Citando il precedente della Rivoluzione francese, quando il terzo stato si autoproclamò Assemblea nazionale, il sociologo immagina un’Assemblea Generale che si dichiari essa stessa costituente, superi le clausole di intangibilità della Carta e ridisegni l’esecutivo mondiale su basi realmente democratiche. Il punto di forza di questa proposta è che non occorre creare una nuova organizzazione: basta attuare articoli della Carta che sono già scritti ma mai utilizzati, come quelli dal 42 al 46, che prevedono la formazione di un comitato militare e di una forza armata permanente alle dirette dipendenze dell’Onu. Basterebbe una maggioranza qualificata dei due terzi dell’Assemblea – la stessa richiesta oggi per le risoluzioni più importanti – per dare vita a un Consiglio di Sicurezza rappresentativo, in cui i seggi siano distribuiti secondo criteri di popolazione, peso economico e rappresentanza regionale, e in cui il voto rispecchi il principio rivoluzionario «uno Stato, un voto». La democratizzazione radicale dell’Onu, osserva Arlacchi, non è un’utopia astratta perché il mondo è già cambiato nei fatti: i paesi del Sud globale, dai BRICS ai latinoamericani, hanno superato l’Occidente in termini di peso economico e demografico. L’ultima votazione sulla schiavitù – una mozione di risarcimento storico approvata da centoventitre paesi contro tre soli voti contrari (Stati Uniti, Israele e Argentina) – dimostra che Washington non dispone più della capacità di aggregare una coalizione di sostegno. Fino a pochi anni fa, ricorda l’ex alto funzionario Onu, gli Stati Uniti potevano contare su trentotto alleati automatici; oggi sono rimasti soli o quasi. È questa la finestra di opportunità per un atto fondativo che trasformi l’organizzazione da club delle grandi potenze a reale democrazia planetaria, capace di intervenire con strumenti militari e diplomatici prima che le crisi degenerino.

Il tramonto dell’egemonia americana e l’ascesa di un mondo multipolare
Pino Arlacchi declina la sua proposta di riforma letto sullo sfondo di una diagnosi cruda: gli Stati Uniti hanno cessato di essere i garanti dell’ordine mondiale e non possono più permettersi il ruolo di gendarme del pianeta. Non si tratta di un auspicio, ma di una constatazione che lo stesso Donald Trump ha implicitamente riconosciuto, quando ha parlato di ridimensionamento delle basi militari e di impossibilità di sostenere tutti i conflitti aperti. L’interview toccò il nodo del Golfo Persico, dove le basi americane che circondavano l’Iran si sono rivelate bersagli facili per i missili ipersonici e i droni, trasformandosi da proiezioni di potenza a trappole logistiche. Secondo Arlacchi, il Pentagono lo sa bene, e sta già elaborando piani per ridurre del trenta o quaranta per cento la propria presenza militare all’estero. L’elemento più significativo, però, non è il declino americano in sé, ma la sua conseguenza sul sistema internazionale: la fine del bipolarismo e poi dell’unipolarismo ha creato uno spazio che l’Onu potrebbe colmare, se solo gli stati membri, e in particolare quelli del Sud globale, prendessero coscienza della loro forza. Il potere economico è migrato verso l’Asia, l’Africa, l’America Latina, e con esso la possibilità di dettare l’agenda delle istituzioni finanziarie e commerciali. Tuttavia, sul piano politico-militare, il vecchio ordine resiste grazie all’inerzia delle élite e all’industria della paura, termine coniato da Arlacchi per descrivere la sinergia tra complesso militare-industriale e sistema mediatico. Negli Stati Uniti, l’industria delle armi e quella dell’informazione si spartiscono il cinquanta per cento dell’influenza, alimentando una percezione di minaccia permanente che giustifica budget militari ipertrofici. In Europa, dove il complesso militare conta poco – nessun paese supera il due per cento del PIL in spese per la difesa, l’Italia è ferma all’uno e due – è l’industria mediatica a farla da padrona, confezionando quotidianamente nemici che non esistono e catastrofi che non si verificano. La Russia viene dipinta come un pericolo esistenziale, ma Arlacchi nota che Putin non ha mai preso sul serio le minacce europee, non ha mai reagito alle dichiarazioni di riarmo, semplicemente perché sa che sono costruzioni retoriche senza alcun fondamento strategico. Questo non significa che l’Onu debba restare inerte: al contrario, proprio perché l’egemonia americana è finita, l’Onu deve assumere il ruolo di mediatore e garante di ultima istanza, offrendo una cornice di legittimità che nessuna potenza da sola può più fornire.

La Russia non è una minaccia: demografia, risorse e l’assurdità del riarmo
Uno dei passaggi più netti dell’intervista riguarda la presunta minaccia russa, tema che l’establishment europeo ha trasformato in un mantra per giustificare programmi di riarmo. Pino Arlacchi lo smonta con argomenti di realismo geopolitico. Innanzitutto, la Russia sta affrontando una crisi demografica così grave che governare l’immenso territorio nazionale è già di per sé una sfida. Con meno di centoquarantacinque milioni di abitanti spalmati su undici fusi orari, il paese fatica a presidiare le frontiere e a mantenere le infrastrutture. L’idea che possa lanciarsi in una campagna di conquista dell’Europa appare, a chiunque conosca i fondamentali, semplicemente risibile. In secondo luogo, la Russia è il paese più ricco di risorse naturali del pianeta: possiede da sola riserve di gas, petrolio, minerali rari, legname, terre rare che superano quelle di interi continenti. Non ha bisogno di invadere nessuno per appropriarsi di ciò che già possiede in abbondanza. L’intera storia moderna, da Napoleone a Hitler, dimostra semmai il contrario: è stata l’Europa a tentare di invadere la Russia, non il contrario. Le crisi internazionali, spiega Arlacchi, maturano nel corso di anni e decenni attorno a contenziosi molto concreti – confini, risorse, identità – e non scoppiano perché un autocrate si sveglia una mattina con il desiderio di annettere un continente. I segnali di un’invasione imminente dovrebbero essere tangibili: concentrazioni di truppe, rivendicazioni territoriali, propaganda ostile. Nulla di tutto questo è avvenuto. La Russia non ha mai dichiarato di voler mettere in discussione la sovranità di alcuno Stato europeo. Anzi, di fronte ai settecento miliardi di euro promessi dalla Commissione europea per il riarmo, Putin ha mantenuto un silenzio che Arlacchi interpreta come consapevolezza dell’inanità di quelle minacce. La leadership europea, a suo avviso, sta facendo esattamente ciò che le classi dirigenti in declino hanno sempre fatto: distogliere l’attenzione dai problemi interni – crisi economica, disoccupazione giovanile, collasso della sanità – inventandosi un nemico esterno. Il caso italiano è emblematico: nonostante gli impegni presi in sede NATO, il nostro paese fatica a raggiungere il due per cento del PIL in spese militari, e già oggi utilizza contabilità creativa inserendo nella voce “difesa” il ponte di Messina, la guardia costiera, polizia, carabinieri, guardia di finanza e, ironizza Arlacchi, presto anche i vigili urbani. La verità è che la stragrande maggioranza degli italiani, come confermano tutti i sondaggi, vuole la pace e il dialogo con la Russia, non la corsa alle armi. E ha ragione, perché il riarmo europeo non è altro che una duplicazione della NATO, che già esiste proprio per difenderci dalla minaccia russa. Se la NATO non basta, a cosa serve raddoppiare? L’unica conclusione razionale è che la minaccia non c’è, e che i soldi spesi in carri armati e missili sono risorse tolte alle scuole, agli ospedali e alla transizione ecologica.

La Cina: una potenza storicamente pacifica e il suo contributo alla stabilità globale
Nel corso del colloquio con Michele Santoro, Pino Arlacchi ha toccato un punto che merita un approfondimento straordinario: la natura storicamente pacifica della Cina, un dato che secondo lui dovrebbe guidare la riforma della governance mondiale. Lungi dall’essere una narrazione di comodo, la tesi della pacificità cinese affonda le radici in una continuità storica plurimillenaria, che distingue nettamente il Celeste Impero dalle potenze occidentali. Per secoli, la Cina è stata una civiltà autosufficiente, culturalmente compatta, che non ha mai avuto bisogno di proiettare la propria forza militare al di fuori dei confini imperiali se non per difendersi dalle incursioni delle popolazioni nomadi del nord. La Grande Muraglia è il simbolo architettonico di questa attitudine difensiva: una barriera eretta non per conquistare, ma per proteggere. Anche durante le fasi di massimo splendore, come la dinastia Tang o i Ming, la Cina esercitava la propria influenza attraverso il commercio, gli scambi culturali e il sistema tributario, non con la guerra di conquista. L’ammiraglio Zheng He, nel XV secolo, guidò sette spedizioni navali che raggiunsero le coste dell’Africa orientale, ma a differenza degli europei che di lì a poco avrebbero imposto il dominio coloniale, egli non fondò basi permanenti, non schiavizzò popolazioni, non impose la propria lingua o religione. Si limitò a stabilire relazioni diplomatiche e commerciali, mostrando una potenza talmente sicura di sé da non aver bisogno di umiliare gli altri. Questa tradizione si è trasmessa fino alla Repubblica popolare, la cui politica estera è sempre stata ispirata ai Cinque principi della coesistenza pacifica formulati da Zhou Enlai nel 1954: rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, non aggressione, non ingerenza negli affari interni, uguaglianza e mutuo beneficio, coesistenza pacifica. Sul piano militare, la Cina non ha mai iniziato un conflitto su larga scala; l’unica guerra combattuta oltre confine dopo il 1949 fu la guerra con il Vietnam nel 1979, e fu presentata come una “lezione punitiva” dopo ripetute provocazioni di confine. Inoltre, non esistono basi militari cinesi sparse per il globo come quelle americane: le installazioni all’estero di Pechino sono poche, spesso a carattere logistico, e nessuna può definirsi una proiezione offensiva. La Belt and Road Initiative, pur essendo un progetto geopolitico di enorme portata, si fonda su investimenti in infrastrutture, connettività e sviluppo, e non sull’invio di truppe. Secondo Arlacchi, questa storica pacificità fa della Cina il partner ideale per guidare, assieme alla Russia e ai paesi del Sud globale, la rifondazione dell’Onu. In un passaggio cruciale dell’intervista, egli afferma che sia la Russia che la Cina «sono le potenze dominanti oggi nell’Assemblea Generale» e che potrebbero «tranquillamente avviare il processo» di democratizzazione dell’organizzazione. La Cina, forte del suo passato di vittima del colonialismo e della sua identità di paese in via di sviluppo, ha l’autorità morale per chiedere la fine del diritto di veto e la creazione di un Consiglio di Sicurezza più rappresentativo. Non si tratta di un’ingenua idealizzazione: Pechino ha già dimostrato, nel processo di pace in Medio Oriente e nella mediazione tra Iran e Arabia Saudita, di poter svolgere un ruolo di ponte tra mondi contrapposti. La sua crescita economica, che ha tirato fuori dalla povertà ottocento milioni di persone, è essa stessa un fattore di stabilità, perché dimostra che il sottosviluppo può essere superato senza guerre di conquista. L’invito di Arlacchi è chiaro: l’Europa, invece di vederla come una minaccia, dovrebbe riconoscere la Cina come un alleato nella costruzione di un ordine pacifico multipolare, dove le controversie si risolvono attraverso i negoziati e non con le portaerei.

Una forza armata permanente per prevenire genocidi: dal Ruanda a Gaza
L’ultimo tassello del progetto di Pino Arlacchi è la creazione di uno strumento militare che renda l’Onu capace di agire, e non solo di parlare. Egli non è un pacifista utopico che rifiuta la forza in ogni circostanza, ma un realista che ha visto con i propri occhi quanto costi l’inazione. Durante l’intervista, riporta l’esempio del Ruanda, dove l’Onu aveva sul terreno un contingente di cinquemila uomini, bene armati e al corrente delle intenzioni genocidiarie degli hutu grazie a un pentito che aveva rivelato i depositi di machete. Nonostante ciò, New York decise di non autorizzare l’intervento, dando il via libera al massacro di ottocentomila persone in cento giorni. Un errore clamoroso che si sarebbe potuto evitare semplicemente attuando gli articoli 42-46 della Carta delle Nazioni Unite, quelli che istituiscono un comitato militare composto dai capi di stato maggiore dei paesi membri e una forza armata permanente a disposizione del Consiglio di Sicurezza. Arlacchi ha calcolato che, per prevenire un genocidio come quello di Gaza, basterebbero cinquantamila uomini, schierati in anticipo non appena gli indicatori segnalino il rischio di violenze di massa. Se l’Onu avesse avuto questa capacità, sostiene, la Palestina, una volta ammessa come Stato membro, avrebbe potuto invocare l’articolo 51 della Carta – il diritto all’autodifesa – e l’organizzazione sarebbe stata obbligata a intervenire prima ancora che la catastrofe si compisse. La forza internazionale non dovrebbe sostituirsi agli eserciti nazionali, ma fungere da polizia planetaria, con il compito di proteggere i civili e di dissuadere gli aggressori. Un precedente di successo fu la Cambogia, dove l’Onu amministrò direttamente il paese per cinque anni dopo il genocidio dei khmer rossi, ricostruendo le istituzioni e garantendo elezioni libere. Anche in Libia, oggi ostaggio di milizie e potenze straniere, si potrebbe applicare lo stesso schema: dire «via tutti» e istituire un’amministrazione temporanea dell’Onu che stabilizzi il paese. La forza militare non è un tabù, ma va incardinata in un disegno politico di democratizzazione dell’ordine mondiale. Arlacchi insiste molto sulla differenza tra esercito e polizia internazionale: il primo fa la guerra, la seconda previene i conflitti e, quando necessario, li ferma con interventi chirurgici e proporzionali. È esattamente ciò che la Carta dell’Onu aveva immaginato a San Francisco, quando prevalse la posizione che escludeva la guerra giusta e riconosceva la guerra come «la maledizione dell’umanità». Oggi, grazie alla tecnologia dei droni e alla precisione degli armamenti, una forza di polizia planetaria sarebbe più efficace e meno letale di qualunque esercito tradizionale. Il vero ostacolo, ancora una volta, è politico: i paesi che detengono il veto non vogliono cedere il monopolio della forza, perché sanno che un’Onu realmente indipendente metterebbe fine all’impunità di cui godono. Ma se l’Assemblea Generale trovasse il coraggio di farsi costituente, come propone Arlacchi, la forza armata permanente diventerebbe la chiave di volta di un sistema di sicurezza collettiva finalmente all’altezza delle sfide del XXI secolo.

Il dialogo tra Pino Arlacchi e Michele Santoro restituisce un’immagine dell’Onu lontana dagli stereotipi. Più che un carrozzone burocratico, l’organizzazione è un cantiere interrotto, che contiene già nella sua Carta tutti gli strumenti per garantire la pace. L’Italia, che per prima ha ventilato l’ipotesi di una garanzia Onu per l’Ucraina, ha il dovere storico di riprendere quella proposta e farsene promotrice. In un mondo dove la Cina ha scelto da sempre la via della coesistenza pacifica e gli Stati Uniti non possono più permettersi guerre infinite, la democrazia planetaria non è più un’utopia: è l’unica salvezza possibile.

 
 

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