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Di seguito gli articoli e le fotografie pubblicati nella giornata richiesta.
Articoli del 17/04/2026
Di Alex (pubblicato @ 11:00:00 in Parchi tematici e musei sci-tech, letto 43 volte)
Ecosistemi sintetici, conservazione ed epistemologia museale: Universeum Göteborg
Il trasferimento dell'osservazione scientifica dall'ambiente naturale al contesto urbano raggiunge uno dei massimi traguardi con l'Universeum di Göteborg. Questo colossale science center rappresenta un paradigma contemporaneo per l'educazione STEM e per l'apprendimento informale esperienziale, allontanandosi dal concetto di museo statico ottocentesco. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Il bioma controllato: la foresta pluviale (Regnskogen)
Il cuore pulsante dell'Universeum è senza dubbio la "Rainforest Zone" (Regnskogen), una simulazione termodinamica ed ecologica in scala colossale di un bioma tropicale, ingegnosamente inserito nel freddo clima nordico della Svezia. Piuttosto che adottare un vetusto approccio tassidermico o di isolamento passivo tramite teche in vetro, la foresta pluviale indoor è concepita come un habitat walk-through continuo che si sviluppa verticalmente, raggiungendo i 25 metri d'altezza. I visitatori esplorano i vari strati dell'ecosistema, dal sottobosco fino alla canopia, transitando su ponti sospesi che si snodano attorno alla riproduzione iper-realistica di un maestoso albero di kapok.
L'ingegneria climatica di questa immensa "serra" è progettata per sostenere tassi di umidità vicini alla saturazione e temperature equatoriali costanti, sfidando l'ingegneria dell'isolamento termico. Dal punto di vista della biodiversità, il padiglione ospita specie aviarie, mammiferi, rettili e anfibi che vivono e si muovono liberamente all'interno dello spazio chiuso, creando un'esperienza multisensoriale avvolta dal rumore assordante di una cascata artificiale e dai richiami territoriali della fauna. Tra gli animali ospitati in totale o parziale libertà si annoverano bradipi didattili, magnifici tucani toco, ibis rossi e varie specie di primati sudamericani inclusi nei Programmi Europei per le Specie Minacciate (EEP).
Akvariehallen: dinamica dei fluidi e biodiversità marina
Adiacente all'ecosistema terrestre si trova l'Ocean Zone ("Akvariehallen"), un sistema di supporto vitale acquatico che vanta specifiche idrologiche e meccaniche di livello industriale. La vasca principale oceanica, nota come Ocean Tank, impressiona con una capacità di 1,4 milioni di litri d'acqua marina sintetizzata. I visitatori attraversano l'enorme colonna d'acqua mediante un tunnel subacqueo in acrilico trasparente che annulla visivamente le barriere fisiche, permettendo l'osservazione di superpredatori bentonici e pelagici ad appena 27 centimetri di distanza.
Un aspetto ingegneristico di uguale pregio, sebbene focalizzato su un ecosistema differente, è la vasca "Vattnets Väg" dedicata alla fauna del Mare del Nord. Dotata di un'immensa finestra panoramica lunga 16 metri e alta 4 metri, l'installazione impone l'uso di complessi scambiatori di calore industriali per replicare artificialmente le variazioni stagionali marine svedesi. Le principali caratteristiche strutturali ed ecologiche includono:
- Regnskogen (Foresta Tropicale): Struttura a sviluppo verticale (25m su 5 piani), altissima umidità ambientale, climatizzazione tropicale a ciclo chiuso. Ospita bradipi, tucani toco e caimani.
- Ocean Tank (Oceano Pelagico): 1.400.000 litri, tunnel immersivo in acrilico. Separazione visiva ridotta a 27 cm tra osservatore e predatore (squali nutrice, squali spallina, razze).
- West Coast Aquarium (Mare del Nord): Finestra panoramica 16x4 m. Temperatura ciclica stagionale controllata meccanicamente (8-15°C). Ospita specie endemiche della costa svedese.
- Reptilarium (Dödliga Skönheter): Aree isolate acusticamente, parametri di riscaldamento radiante e illuminazione UVB controllata al millimetro per cobra reali, vipere di Mangshan e mostri di Gila.
L'intersezione tra architettura dei dati e realtà: Wisdome, Vislab e Miniverseum
Al vertice dell'impegno divulgativo e dell'innovazione tecnologica dell'istituzione svedese si colloca il Wisdome Göteborg. Inaugurato di recente e ospitato all'interno di una straordinaria e avveniristica struttura sferica in legno ideata dal celebre architetto Gert Wingårdh, questo padiglione introduce i visitatori in una cupola di proiezione di 443 metri quadrati. La struttura ingegneristica è spinta ai limiti estremi della fisica dei materiali: 249 pannelli di alluminio specificamente formati sono stati assemblati con una tolleranza di giunzione inferiore a 0,1 millimetri, un traguardo tecnico necessario per cancellare ogni traccia di cucitura visiva dall'immagine proiettata.
Alimentato da un impressionante array di sei proiettori laser Barco XDL-4K30, capaci di generare una luminosità accecante di 30.000 ANSI lumen con refresh rate a 120Hz e risoluzione 4K nativa, il Wisdome permette agli spettatori di viaggiare all'interno di sterminati set di dati scientifici in tempo reale. Questo apparato lavora in stretta sinergia con il Vislab, uno spazio laboratoriale adiacente in cui l'enorme mole di open-data globali viene processata da workstation e trasformata in narrazioni visive interattive manovrabili dal pubblico.
L'obiettivo primario di questo monumentale polo scientifico non è dunque la semplice esposizione nozionistica, ma la generazione e misurazione del capitale scientifico, stimolando lo sviluppo di competenze critiche sistemiche.
VISITA AL MUSEO
Di Alex (pubblicato @ 10:00:00 in Storia Impero Romano, letto 66 volte)
Dinamiche macroeconomiche e micro-sociali: seta, leggi suntuarie e cosmesi romana
Lo studio dell'abbigliamento, dell'estetica e delle rotte commerciali in età romana non si limita alla storia del costume, ma rivela dinamiche macroeconomiche di portata transcontinentale e fortissime tensioni politiche. Il lusso era un quantificatore di potere, strettamente monitorato e soggetto a severe regolamentazioni legislative. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
La serica e la geopolitica del commercio internazionale
L'introduzione dei tessuti di seta nell'Impero Romano segnò l'inizio di una delle più vaste, ricche e complesse reti commerciali dell'antichità globale. La celebre Via della Seta non rappresentava un unico tracciato lineare, ma un vasto e intricato fascio di rotte terrestri e marittime. Partendo dalle capitali della dinastia Han, come Chang'an (l'odierna Xi'an), la seta attraversava i deserti dell'Asia Centrale, il Corridoio del Gansu e i domini dell'Impero Partico (e successivamente Sasanide), fino a raggiungere i porti e i centri manifatturieri del bacino del Mediterraneo orientale, tra cui Antiochia, Tiro, Costantinopoli e, in ultima istanza, la stessa Roma.
L'impatto economico dell'importazione della seta fu devastante per la bilancia dei pagamenti romana. Poiché le popolazioni orientali e gli scaltri mediatori persiani richiedevano pagamenti in valuta pregiata, l'Impero Romano subì una massiccia e continua emorragia di metalli preziosi (oro e argento), scambiati esclusivamente per l'acquisto di questa fibra tessile dal peso impercettibile ma dal valore astronomico. L'ossessione dell'aristocrazia senatoria e, successivamente, dei nuovi arricchiti ceti equestri per le vesti di seta – spesso tessute in modo da risultare diafane per accentuare il richiamo erotico e l'ostentazione sfacciata di disponibilità finanziaria – portò a una spinta inflazionistica senza precedenti nella storia antica. Nel III secolo dopo Cristo, il sistema monetario romano collassò.
Leges sumptuariae: il lusso come minaccia istituzionale
La risposta dello Stato romano alla smisurata esibizione di ricchezza non fu esclusivamente di natura economica o monetaria, ma assunse connotazioni fortemente giurisprudenziali e morali. Le Leges Sumptuariae (leggi suntuarie) furono promulgate a più riprese nel corso dei secoli per limitare il consumo ostentato, specialmente durante i banchetti privati e le esequie. Tali leggi, tuttavia, non scaturivano da un moralismo filosofico fine a se stesso, ma dalla necessità politica pressante di impedire l'evergetismo clientelare.
Un nobile capace di imbandire banchetti di proporzioni sfarzose, offrendo cibi esotici rarissimi e vestendo decine di schiavi e clientes con tessuti di lusso, acquisiva un potere di "corruzione alimentare" ed elettorale che minacciava le fondamenta stesse di equilibrio e parità formale della Repubblica oligarchica. Il limite imposto dalla legge al numero massimo di commensali ospitabili, al peso complessivo dell'argenteria da tavola esibita e alla tipologia di pietanze servite era dunque un meccanismo di ingegneria istituzionale progettato per arginare la mobilità sociale incontrollata.
L'industria della moda, la cosmesi e la costruzione culturale della bellezza
Sul fronte della produzione tessile locale, la lavorazione della lana, del lino e l'applicazione di tinture costituivano un comparto industriale formidabile e altamente inquinante. A Pompei, i ritrovamenti archeologici hanno portato alla luce vaste e complesse strutture artigianali (fullonicae e tintorie) provviste di decine di vasche comunicanti dove i pigmenti venivano stemperati e i tessuti follati con l'uso di argilla e urina. Plinio il Vecchio documentò con sdegno pratiche estreme dettate dalla frenesia del lusso, in cui i velli delle pecore venivano tinti di rosso porpora o scarlatto direttamente sull'animale vivo.
Nel campo della cosmesi, la scienza dermatologica, la farmacopea e il maquillage romano raggiunsero vette di incredibile ricercatezza chimica. Le matrone utilizzavano una vasta gamma di preparati per il mantenimento estetico quotidiano:
- Detersione e rimozione trucco: Uso di latte d'asina, miele purificato, olio di ricino, timo, menta, estratti di malva e melissa. Sostanze emollienti ad altissimo costo, il cui uso frequente era appannaggio esclusivo delle classi agiate imperiali.
- Depilazione corporea (Volsella): Pece greca sciolta in olio, resine, miscele di soda caustica. Applicazione di noci portate ad alte temperature. Trattamento termico e chimico estremamente doloroso ma socialmente imposto.
- Maquillage oculare (Ombretti): Malachite finemente triturata (verde), azzurrite (indaco e blu profondo). Uso di cristalli minerali macinati per effetti iridescenti sulle palpebre, con sostanze ad alto rischio di tossicità.
- Trattamento di foruncoli: Burro rancido, succo di limone acido, applicazioni topiche di placenta bovina o ovina. Pratiche basate sull'uso di enzimi animali e acidi naturali, tese alla rigenerazione cellulare.
Il maquillage del viso non si limitava al fondotinta (spesso a base di biacca, altamente velenosa), ma si concludeva invariabilmente con l'applicazione di un piccolo finto neo nero disegnato strategicamente sulla guancia o vicino alle labbra, espediente estetico considerato di estrema e irresistibile eleganza. L'analisi di queste ricette evidenzia una profonda conoscenza empirica delle proprietà chimiche, tracciando un legame diretto tra lo sfruttamento delle risorse e la bellezza.
Il lusso romano e le sue stravaganti mode non furono mai solo futili espedienti estetici, ma potenti motori economici e spietati strumenti di posizionamento sociale, capaci di smuovere i mercati d'Oriente e di sfidare le leggi dell'Impero.
Di Alex (pubblicato @ 09:00:00 in Intelligenza Artificiale, letto 71 volte)
Convergenza radical-tecnologica: il DNA computing oltre il 2026
L'insaziabile sviluppo dell'Intelligenza Artificiale Generativa e dei modelli LLM ha portato l'architettura dei dati tradizionali verso un insuperabile limite termodinamico. Di fronte a questo vicolo cieco, la ricerca di frontiera ha gettato le basi per una rivoluzione paradigmatica: il calcolo molecolare basato su acido deossiribonucleico. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Dal silicio al substrato biologico: archiviazione iper-densa e memristori
La superiorità schiacciante del DNA rispetto ai supporti magnetici, ottici o al silicio risiede in primis nella sua sbalorditiva densità spaziale e nella sua invulnerabilità al decadimento temporale. L'informazione digitale tradizionale viene transcodificata chimicamente utilizzando le quattro basi azotate naturali (Adenina, Timina, Citosina e Guanina) che si sostituiscono all'inefficiente e voluminoso sistema binario convenzionale composto da 0 e 1. Questa codifica biochimica permette teoricamente di immagazzinare l'incredibile quantità di 215 petabyte di dati in un solo grammo di DNA sintetico. Da un punto di vista volumetrico, l'intero scibile umano attualmente digitalizzato potrebbe essere archiviato e compresso all'interno del modesto volume pari a quello di una tazza di caffè.
I limiti storici legati alla fragilità intrinseca della biologia e ai tassi di degradazione termica sono stati recentemente superati dai ricercatori. Le molecole di sequenze di DNA sintetico e ingegnerizzato, quando vengono strutturalmente ancorate, dopate con ioni d'argento e accoppiate a livello nanometrico con materiali semiconduttori avanzati – specificamente la perovskite cristallina – creano i cosiddetti "memristori" (memory resistors) ibridi bio-elettronici. Queste rivoluzionarie componenti elettrochimiche conservano uno stato di memoria latente sfruttando la plasticità sinaptica, senza alcuna necessità di alimentazione elettrica continua, resistendo fino a 121 gradi Celsius in condizioni sperimentali estreme.
Oltre l'archiviazione: il calcolo parallelo, lo strand displacement e la Turing-universalità
Se l'archiviazione iper-densa per preservare grandi moli di dati storici appare come il primo logico e immediato sbocco industriale, l'obiettivo monumentale per il decennio post-2026 è l'uso di molecole sintetiche di DNA come vero e proprio substrato per il calcolo. Un processore tradizionale in silicio elabora le operazioni in rigida sequenza temporale, rimanendo costantemente limitato dai colli di bottiglia architetturali dell'effetto von Neumann. Il calcolo biochimico, al contrario, esegue simultaneamente, sincronicamente e in parallelo assoluto milioni di reazioni chimiche termodinamicamente guidate, sorpassando l'attuale elettronica computazionale.
Il meccanismo fondamentale per l'implementazione pratica della logica informatica biochimica, senza ricorrere ad enzimi costosi e instabili, è il cosiddetto "DNA Strand Displacement" (DSD, ovvero spiazzamento del filamento di DNA mediato da sequenze d'innesco dette toehold). Questa tecnica molecolare sfrutta la naturale affinità termodinamica dei filamenti complementari. L'interazione tra specifici filamenti di DNA sintetizzati viene matematicamente progettata al computer affinché, una volta miscelati, essi si leghino e si scollino vicendevolmente in un susseguirsi inarrestabile di reazioni a cascata, creando vere e proprie porte logiche combinatorie programmabili (AND, OR, NOT).
L'orizzonte 2026-2030: sintesi enzimatica e la risoluzione della crisi energetica
Mentre la lettura del DNA ha già subito drastici crolli dei costi grazie all'industria biomedica, la vera sfida industriale oltre il 2026 riguarda la sintesi del DNA (la scrittura del dato). Start-up del settore biotecnologico stanno progressivamente abbandonando le lente e tossiche sintesi chimiche tradizionali a favore della rivoluzionaria sintesi enzimatica rapida blocco per blocco. Questa tecnologia mira a lanciare le prime soluzioni commerciali capaci di competere con i nastri magnetici sul piano dei costi operativi entro la fine del decennio.
L'adozione su larga scala di processori molecolari neuromorfici produrrebbe una riduzione del consumo energetico dell'ordine di 100 o addirittura 1000 volte rispetto alla memoria RAM non volatile attualmente impiegata. Questo implica uno scenario a lungo termine in cui gli immensi, idrovori e inquinanti data center che coprono ettari di territorio periferico verranno gradualmente affiancati da bio-reattori microscopici altamente silenziosi ed efficienti.
La convergenza inarrestabile tra elettronica a stato solido, microfluidica e biochimica molecolare segnerà la fine del puro monopolio del silicio, offrendo l'unico percorso ingegneristico viabile per scalare il calcolo parallelo del futuro.
Di Alex (pubblicato @ 08:00:00 in Storia Impero Romano, letto 87 volte)
Architetture del sacro, computo del tempo e rituali nella Roma antica
La strutturazione del tempo e dello spazio sacro nella civiltà romana rappresentava non soltanto una dimensione teologica e spirituale, ma si configurava come uno strumento di formidabile ingegneria sociale e politica. La scansione temporale e la codificazione di festività divine costituivano l'impalcatura attraverso cui l'Urbe organizzava la propria egemonia. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Il calendario romano: la politica del tempo e il controllo magistratuale
L'organizzazione del tempo a Roma subì trasformazioni epocali, evolvendo da cicli strettamente legati all'agricoltura a sistemi politico-religiosi di ineguagliata complessità. Il primo calendario lunare, la cui creazione è tradizionalmente attribuita a Romolo, si articolava su dieci mesi (dal mese di Martius fino a December), ignorando deliberatamente il periodo invernale. Quest'ultimo, infatti, era considerato un tempo "morto" sia ai fini dei cicli agricoli sia per la conduzione delle campagne militari, rendendo inutile una sua precisa misurazione.
Fu Numa Pompilio a tentare una prima, fondamentale riforma strutturale, introducendo i mesi di Gennaio e Febbraio nel tentativo di allineare l'anno lunare romano al più lungo e preciso ciclo solare. Questa operazione richiese l'introduzione di complessi meccanismi di intercalazione, poiché il mese lunare e l'anno solare producevano uno sfasamento continuo. La manipolazione dei mesi intercalari divenne rapidamente uno strumento di straordinario potere politico nelle mani del Pontefice Massimo; egli aveva la facoltà di accorciare o allungare l'anno a proprio piacimento per favorire o sfavorire i magistrati in carica, influenzando la durata dei loro mandati e le dinamiche elettorali.
La misurazione degli anni, che in epoca repubblicana era affidata all'identificazione tramite i nomi dei consoli eponimi, trovò una standardizzazione solo nella tarda Repubblica con il calcolo cronologico Ab Urbe Condita (A.V.C.), segnando il 753 avanti Cristo come fulcro immutabile della storia universale. Durante il tardo Impero, la nozione del tempo subì un'ulteriore evoluzione autocratica: si registrò l'uso del computo basato sull'insediamento imperiale, come l'Anno Diocletiani, evidenziando come la concezione del tempo fosse ormai indissolubilmente legata alla figura cosmica del sovrano e non più alle sole istituzioni repubblicane.
Il Pantheon e la geometria sacra degli àuguri
Se il calendario dominava e misurava il tempo, il collegio sacerdotale degli Àuguri dominava e decodificava lo spazio. Questa figura sacerdotale, di antichissima radice indoeuropea ed etrusca, possedeva il compito esclusivo di interpretare la volontà divina (auspicia) attraverso l'osservazione meticolosa dei fenomeni naturali, concentrandosi in primis sul volo, sul canto e sul comportamento alimentare degli uccelli sacri. La disciplina augurale si fondava su una rigorosa e assoluta geometrizzazione dello spazio fisico e metafisico. L'àugure, posizionandosi al centro di un cerchio ideale e volgendo lo sguardo verso sud, tracciava con il lituus (il bastone rituale ricurvo) linee invisibili che dividevano in quadranti il cielo e la terra.
Lo spazio retrostante costituiva la pars postica, quello frontale la pars antica; la metà sinistra rappresentava la pars familiaris (il lato intrinsecamente fausto), mentre la destra era la pars hostilis (il lato infausto). Di conseguenza, l'apparizione di un segno atmosferico (un fulmine, un tuono o il passaggio di uno stormo) proveniente da sinistra veniva interpretata come una sanzione divina favorevole, un "via libera" celeste all'azione intrapresa. Nessuna campagna militare, nessuna elezione o decisione di rilevanza statale poteva essere avviata senza il preventivo assenso augurale. Questo meccanismo conferiva a tali sacerdoti un potere di veto de facto sulle gerarchie politiche e militari della Repubblica, rendendoli gli arbitri ultimi della volontà imperiale.
Questa ossessione romana per la misurazione del tempo e la divisione sacra dello spazio trova la sua massima e più sublime sintesi architettonica nel Pantheon. Sebbene originariamente edificato da Agrippa, l'edificio giunto a noi (ricostruito sotto Adriano) è un cosmogramma perfetto. La sua cupola emisferica, il cui diametro è esattamente identico all'altezza dell'edificio, rappresenta la volta celeste, mentre l'oculo centrale da cui penetra la luce solare funge da gigantesco orologio e calendario astronomico. Il fascio di luce che attraversa l'oculo scandisce i giorni e le stagioni, proiettandosi in punti specifici dell'edificio durante gli equinozi e il Natale di Roma, unificando l'osservazione augurale.
Il sacerdozio femminile: le vestali, le Vestalia e l'enigma di Vestilia
In netta e radicale contrapposizione con il predominio maschile delle cariche augurali e magistratuali, il culto di Vesta rappresentava un'eccezione fondamentale e istituzionalmente protetta. Le Vestali costituivano l'unico sacerdozio interamente femminile di Roma, incaricate del compito vitale di mantenere perpetuamente acceso il fuoco sacro nel Tempio di Vesta, situato nel Foro Romano. Tale fuoco, che non doveva mai spegnersi, era il simbolo tangibile della continuità, dell'eternità e della sopravvivenza stessa dello Stato romano. Scelte in tenerissima età (generalmente tra i sei e i dieci anni) dal Pontefice Massimo tra le famiglie patrizie, e prive di qualsiasi difetto fisico, le bambine venivano formalmente sottratte all'autorità assoluta del pater familias.
Acquisivano uno status giuridico di totale indipendenza ineguagliato da qualsiasi altra donna nell'intera storia romana. L'impegno sacerdotale durava trent'anni: dieci dedicati all'apprendimento, dieci all'esercizio del culto e dieci all'istruzione delle novizie. Tale ruolo imponeva il rigido e inflessibile voto di castità. In cambio di questa rinuncia al modello biologico e sociale della procreazione domestica, le Vestali godevano di privilegi civili straordinari e quasi impensabili per l'epoca: detenevano posti d'onore agli spettacoli pubblici, possedevano il diritto di viaggiare su carri speciali all'interno dell'Urbe (diritto negato alla plebe e a molti patrizi), erano accompagnate da littori e avevano la piena capacità di disporre dei propri beni e di testimoniare nei tribunali.
Il momento culminante di questo antichissimo culto si registrava durante le feste Vestalia, celebrate tra il 7 e il 15 giugno di ogni anno. In questi giorni, l'accesso al tempio – normalmente interdetto a chiunque tranne che al Pontefice Massimo e alle sacerdotesse stesse – veniva eccezionalmente aperto, ma esclusivamente alle matrone romane. Queste potevano entrarvi a piedi nudi in segno di profonda umiltà e deferenza. I rituali non servivano unicamente a onorare la dea del focolare (Vesta era un'entità aniconica per eccellenza), ma rappresentavano un momento di connessione profonda tra la dimensione domestica dei penati familiari e la dimensione pubblica e imperiale dello Stato.
Le festività del rinnovo ciclico: Matronalia e Hilaria
Al di fuori del ciclo dedicato specificamente al fuoco di Vesta, la complessa società romana offriva ampi spazi celebrativi che rimarcavano ruoli sociali, doveri familiari e cicli naturali di rinascita. Le Matronalia, celebrate il 1 Marzo (coincidente con il capodanno dell'antico calendario romuleo prima delle riforme), erano solennemente dedicate a Giunone Lucina, la divinità protettrice del parto, delle nascite e della fertilità matrimoniale. In questa giornata, le matrone romane – figure di spicco esentate dai lavori domestici e agricoli più gravosi – ricevevano doni formali dai mariti. Più significativamente, durante le Matronalia le matrone servivano un banchetto ai propri schiavi e ancelle, in un rituale di momentanea inversione dei ruoli.
Parallelamente, ma con radici teologiche profondamente differenti, si collocavano le feste Hilaria. Collegate all'equinozio di primavera (attorno al 25 marzo), queste celebrazioni si inserivano nel culto misterico della Grande Madre Cibele e del suo giovane consorte Attis. Le feste segnavano il momento di giubilo per la presunta "resurrezione" di Attis, simboleggiando la trionfale rinascita della natura dopo l'apparente sterilità e morte invernale. Queste festività riflettevano un afflato esoterico e gioioso, che si traduceva in processioni fastose per le strade di Roma.
La celebrazione degli Hilaria evidenzia la complessa stratificazione del pantheon romano, istituzione teologica fluida e onnivora, capace di assorbire, metabolizzare e istituzionalizzare culti di forte matrice anatolica ed ellenistica, trasformandoli in pilastri della religione di Stato, sempre legati al ciclo produttivo e della fertilità dell'Impero.
La grandezza di Roma non si limitava quindi al solo dominio militare, ma risiedeva nella sua impareggiabile capacità di trasformare la misurazione del tempo, la sacralità dello spazio e i cicli vitali in un formidabile, inscalfibile collante sociale e politico capace di sorreggere un Impero.
Fotografie del 17/04/2026
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