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Guida al boicottaggio dei prodotti israeliani per sostenere la Palestina
Di Alex (del 23/05/2026 @ 10:00:00, in Geopolitica e tecnologia, letto 39 volte)
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Prodotti israeliani irrigati col sangue dei bimbi palestinesi
Prodotti israeliani irrigati col sangue dei bimbi palestinesi

Alla luce dei mandati d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e dell’aggressione israeliana contro attivisti della flottiglia umanitaria, questa guida fornisce strumenti legittimi di protesta civile: il boicottaggio mirato di prodotti israeliani e aziende complici, nel rispetto del diritto internazionale e della non violenza. LEGGI TUTTO L’ARTICOLO

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Il quadro giuridico internazionale: i mandati della Corte penale internazionale
Il 21 novembre 2024, la Corte penale internazionale (CPI) con sede all’Aia ha emesso mandati d’arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della difesa Yoav Gallant. I mandati si riferiscono al periodo compreso tra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024 e includono l’uso deliberato della fame come arma di guerra, la conduzione di attacchi sistematici contro la popolazione civile nella striscia di Gaza, l’omicidio, la persecuzione e altri atti inumani qualificabili come crimini contro l’umanità. La Corte ha agito sulla base dello Statuto di Roma, ratificato da 124 paesi, tra cui l’Italia. Questo evento rappresenta una svolta storica senza precedenti: per la prima volta un leader alleato degli Stati Uniti e dell’Unione europea viene formalmente accusato da un tribunale internazionale permanente. La reazione di Israele è stata immediata e intrisa di retorica vittimistica: Netanyahu ha parlato di un “nuovo processo Dreyfus” e ha definito la CPI “antisemita”, mentre il ministro degli esteri Gideon Sa’ar ha liquidato l’istituzione come un “giocattolo politico”. Tuttavia, dal punto di vista del diritto internazionale, queste dichiarazioni non hanno alcun valore scusante. I 124 paesi firmatari dello Statuto di Roma, compresa l’Italia, hanno l’obbligo giuridico di eseguire i mandati d’arresto qualora Netanyahu o Gallant mettessero piede sul loro territorio. In caso di mancato arresto, si configurerebbe una violazione formale dello Statuto, minando alla base l’intero sistema di giustizia penale internazionale. L’impunità di fatto costruisce un precedente pericoloso che rende la CPI inutilizzabile anche per futuri crimini di altri attori statuali. Il governo italiano, attraverso il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli esteri Antonio Tajani, ha dichiarato a più riprese il proprio rispetto per la Corte, ma finora non ha fornito garanzie chiare circa l’arresto dei due ricercati in caso di transito sul suolo nazionale. Questa ambiguità è tanto più grave alla luce del Partenariato Strategico Italia-Israele, che si rinnova automaticamente e che prevede una fitta collaborazione in materia di difesa, intelligence e tecnologia. La società civile italiana, attraverso petizioni e mobilitazioni, chiede da mesi che il governo chiarisca la propria posizione e si impegni a sostenere attivamente la CPI, anche aprendo un’indagine preliminare per crimini di guerra commessi a Gaza. Il silenzio o le mezze misure non sono neutrali: costituiscono una forma di complicità strutturale con le violazioni accertate dal tribunale internazionale.

L’incidente della flottiglia e il caso diplomatico di maggio 2026
Il 20 maggio 2026, il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben Gvir ha diffuso sui propri canali social un video che ha fatto rapidamente il giro del mondo. Le immagini mostravano Ben Gvir sorridente, con una bandiera israeliana in mano, mentre camminava davanti a oltre quattrocento attivisti della Global Sumud Flotilla, una missione umanitaria internazionale diretta verso Gaza per rompere il blocco navale imposto da Israele. Gli attivisti, tra i quali una trentina di cittadini italiani, erano costretti a terra nel porto di Ashdod, bendati, con le mani legate dietro la schiena e il volto premuto contro l’asfalto. Il commento del ministro era: “Ecco come accogliamo i sostenitori del terrorismo”. Nei giorni successivi, l’ong Adalah, che fornisce assistenza legale alle vittime palestinesi e internazionali, ha raccolto testimonianze dettagliate di violenze estreme durante e dopo l’intercettazione delle imbarcazioni in acque internazionali. Alcuni attivisti hanno riferito di essere stati sottoposti a percosse con manganelli, scariche elettriche di taser, umiliazioni sessuali e ferite da proiettili di gomma sparati a distanza ravvicinata. Almeno tre persone sono state ricoverate in ospedale per fratture e traumi cranici. La risposta diplomatica europea non si è fatta attendere. Il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella ha definito il trattamento riservato agli attivisti “incivile” e “a livello infimo di un ministro del governo di Israele”. La presidente del Consiglio Meloni e il ministro Tajani hanno convocato l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, chiedendo “scuse ufficiali”. Francia, Canada, Olanda, Belgio e Spagna hanno compiuto lo stesso gesto. Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha addirittura annunciato che chiederà all’Unione europea l’adozione di sanzioni individuali contro Ben Gvir, segnando la prima volta che un capo di governo europeo usa esplicitamente la parola “sanzioni” nei confronti di un membro del governo israeliano. Ciò che tuttavia sfugge alla cronaca superficiale è la profonda frattura interna alla coalizione di governo israeliana. Il ministro degli esteri Gideon Sa’ar ha pubblicamente dichiarato a Ben Gvir: “Tu non sei il volto di Israele”, definendo la parata al porto di Ashdod una “vergognosa performance”. Anche lo stesso Netanyahu ha preso le distanze, pur difendendo il blocco navale come misura di sicurezza. Ma nessuno si è dimesso. Questa contraddizione rivela la natura della coalizione di Netanyahu: Ben Gvir e i suoi alleati estremisti (come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich) sono il prezzo politico che Netanyahu paga per rimanere al potere, visto che è sotto processo penale in Israele per corruzione, frode e abuso di fiducia. Senza i voti della destra radicale, il governo cadrebbe. Di conseguenza, ogni condanna retorica degli eccessi di Ben Gvir da parte dei “moderati” israeliani non produce mai conseguenze politiche reali. Per i cittadini italiani che desiderano una protesta pacifica e civile, questo episodio rappresenta un ulteriore, ineludibile motivo per intensificare la pressione economica e politica, nella piena consapevolezza che boicottare i prodotti israeliani significa colpire proprio quella struttura di potere che rende possibili tali abusi.

Il paradosso italiano: l’Italia importa armi da Israele
Uno degli aspetti più clamorosi e meno dibattuti della politica estera italiana è la profonda contraddizione tra le dichiarazioni pubbliche del governo e i dati reali sugli scambi commerciali di materiale bellico. Il governo italiano ha ripetuto in più occasioni di aver bloccato le esportazioni di armi verso Israele. Il ministro Tajani, nel gennaio 2024, dichiarò “tutto bloccato”; la presidente Meloni, nell’ottobre 2024, parlò di “sospensione immediata di ogni nuova licenza”. Tuttavia, i dati Istat-CoeWEB e quelli del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) raccontano una storia diametralmente opposta. Nel 2024, le esportazioni italiane di armi, munizioni e accessori verso Israele sono ammontate a 5,8 milioni di euro, relative a licenze rilasciate prima del 7 ottobre 2023. Ma il dato esplosivo, sistematicamente omesso dal dibattito pubblico, è un altro: nel 2024 l’Italia ha autorizzato quarantadue importazioni di armamenti israeliani per un valore complessivo di 155 milioni di euro. Questa cifra ha fatto salire Israele dal settimo al secondo posto tra i fornitori del sistema di difesa italiano, subito dopo gli Stati Uniti. Tradotto in termini semplici: l’Italia non solo non ha smesso di finanziare l’industria militare israeliana, ma l’ha addirittura potenziata. Le inchieste giornalistiche di testate come L’Indipendente, Altraeconomia e Archivio Disarmo hanno documentato nel dettaglio quali materiali continuano a viaggiare. Tra questi figurano elicotteri leggeri AW119 Koala e cannoni navali Super Rapid da 76 millimetri prodotti da Leonardo Spa, per un valore documentato di 26,7 milioni di dollari nel periodo 2019-2023. Componenti per i caccia F-35 destinati ai velivoli israeliani, nell’ambito della cooperazione strutturale al programma. Jet M346 Master per l’addestramento militare avanzato. Tecnologie per navigazione aerea e spaziale (aerei, droni, radar) per 34 milioni di euro nel solo 2024, di cui 31 milioni difficilmente tracciabili a causa della complessa filiera dual-use. Spolette e sensori di prossimità (attivatori di esplosivi) per circa 3 milioni di euro partiti dalla provincia di Viterbo nel giugno 2024. Migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio, sostanza chimica utilizzabile anche per produrre esplosivi, esportate dall’Italia a Israele tra l’ottobre 2023 e il marzo 2025. Tutto ciò avviene in violazione della Legge italiana 185 del 1990, che vieta l’esportazione di armi verso paesi in stato di conflitto armato o verso paesi i cui governi siano responsabili di accertate violazioni dei diritti umani. Alla luce dei mandati della CPI, la violazione è ancora più grave. I cittadini hanno quindi il diritto-dovere di chiedere al Parlamento e al governo il blocco totale di ogni licenza, l’abrogazione del Partenariato Strategico Italia-Israele, e l’avvio di un’indagine trasparente sugli 155 milioni di euro di importazioni militari israeliane. Il boicottaggio dei prodotti israeliani diventa così un’azione concreta per interrompere questo flusso di denaro che alimenta l’industria bellica di uno stato accusato di crimini di guerra.

Obiettivi prioritari del boicottaggio in Italia
La campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), promossa dalla società civile palestinese, costituisce lo strumento più efficace e legittimo di pressione economica non violenta. È importante sottolineare che BDS stessa sconsiglia liste indiscriminate di centinaia di marchi perché disperdono l’energia dei consumatori. La strategia vincente è invece quella del boicottaggio mirato su pochi bersagli ad alto impatto mediatico e commerciale. Sulla base delle indicazioni di BDS Italia (aggiornate a marzo 2026), ecco le aziende e i prodotti da evitare prioritariamente.

  • Carrefour: Obiettivo numero uno in Italia. La multinazionale francese della grande distribuzione ha sostenuto i soldati israeliani con pacchi personali, ha stretto nel 2022 una partnership con la società israeliana Electra Consumer Products e la sua controllata Yenot Bitan (entrambe coinvolte in violazioni dei diritti dei palestinesi), e gestisce o ha gestito almeno una filiale in un insediamento illegale in Cisgiordania. Il boicottaggio ha già portato alla chiusura delle attività Carrefour in Giordania e Oman, dimostrandone l’efficacia.
  • McDonald’s: La franchise israeliana di McDonald’s ha offerto pasti gratuiti alle forze armate israeliane durante i primi mesi del conflitto, scatenando un boicottaggio mondiale che ha causato cali di fatturato documentati in molti paesi, tra cui diversi stati arabi e anche nazioni europee.
  • Hewlett Packard (HP): HP (insieme a HPE e al marchio Poly) fornisce tecnologia biometrica utilizzata ai checkpoint militari israeliani in Cisgiordania, e ha contratti attivi con le forze di difesa israeliane per infrastrutture informatiche e sistemi di sorveglianza. Boicottare HP significa scegliere computer, stampanti e dispositivi di marche alternative come Brother, Epson, Lenovo o Apple (tenendo presente che anche altre aziende hanno complessità, ma HP è un bersaglio prioritario di BDS).
  • Puma: Il marchio sportivo ha terminato la sua partnership con la Federcalcio israeliana dopo anni di campagna BDS. Questo è un esempio concreto dell’efficacia del boicottaggio quando applicato con coerenza. La campagna su Puma è ora sospesa in quanto obiettivo raggiunto, ma rimane un caso di studio su come la pressione civile possa modificare i comportamenti aziendali.
Oltre a queste multinazionali, il boicottaggio deve estendersi ai prodotti direttamente importati da Israele. Il codice a barre israeliano inizia con le cifre 729. Ogni consumatore può verificare sugli scaffali dei supermercati la presenza di questi codici e scegliere consapevolmente alternative. Le categorie più comuni di prodotti israeliani in Italia includono: agrumi (in particolare arance e pompelmi), avocado, datteri (spesso venduti come medjoul), erbe aromatiche fresche, vino (molte cantine israeliane esportano in Europa), cosmetici e prodotti del Mar Morto come i marchi Ahava e Premier, prodotti tecnologici di aziende come Check Point, NICE Systems e Amdocs, e farmaceutici della Teva Pharmaceutical Industries, la più grande azienda farmaceutica del Medio Oriente.

Strumenti pratici per il boicottaggio e l’azione civile
Per rendere il boicottaggio semplice e accessibile a tutti, esiste l’applicazione Boycat, sviluppata in partnership con BDS. L’app consente di scansionare il codice a barre di qualsiasi prodotto e di sapere immediatamente se è di origine israeliana o se appartiene a un’azienda target del boicottaggio. È disponibile per Android e iOS. Oltre alla leva economica del portafoglio, il cittadino può utilizzare la leva politica della scrittura formale. I destinatari prioritari per lettere, email o petizioni sono: la Presidenza del Consiglio (www.governo.it), il Ministero degli Esteri (www.esteri.it) per chiedere la revoca del Partenariato Strategico Italia-Israele e il blocco totale di ogni cooperazione militare, e i propri parlamentari (deputati e senatori, i cui contatti sono su www.camera.it e www.senato.it) per chiedere interrogazioni parlamentari sull’effettivo rispetto della Legge 185 del 1990. Un testo-tipo può essere il seguente: “Gentile Onorevole/Senatore, come cittadino italiano chiedo formalmente: 1) La revoca immediata di ogni licenza di esportazione di materiale bellico o dual-use verso Israele; 2) La sospensione del Partenariato Strategico Italia-Israele; 3) Il blocco delle importazioni di armamenti israeliani, che nel 2024 hanno raggiunto 155 milioni di euro; 4) Il sostegno esplicito dell’Italia all’esecuzione dei mandati d’arresto della CPI per Netanyahu e Gallant.” Un’altra azione concreta è chiedere al proprio comune di approvare una mozione di “città per la pace” che sospenda eventuali gemellaggi con città israeliane e che impegni l’ente a non acquistare prodotti dai marchi boicottati. Le università e i fondi pensione possono essere oggetto di campagne di disinvestimento: scrivere ai rettori e ai consigli di amministrazione chiedendo di vendere le partecipazioni in aziende come Leonardo Spa, HP e le altre coinvolte. Infine, l’azione mediatica e culturale è essenziale: condividere sui social i dati ufficiali Istat e Sipri che dimostrano le contraddizioni del governo italiano, sostenere il giornalismo investigativo indipendente (Altraeconomia, L’Indipendente, Archivio Disarmo, Pagella Politica), partecipare alle manifestazioni pro Palestina portando striscioni che citino esplicitamente i mandati della CPI e i 155 milioni di euro di importazioni belliche. Ogni singolo gesto, se moltiplicato, contribuisce a costruire quella pressione dal basso che ha storicamente ottenuto risultati nelle lotte per i diritti civili, dall’apartheid in Sudafrica ai diritti dei neri negli Stati Uniti.

Il silenzio ha un costo che viene sempre presentato alla generazione successiva. Il diritto internazionale non è un optional né una narrazione: è l’unico metro imparziale per giudicare i conflitti. Boicottare i prodotti israeliani non è atto di odio, ma esercizio di cittadinanza attiva e non violenta. La storia giudicherà non solo i governi, ma anche i cittadini che hanno scelto di voltarsi dall’altra parte. Ora, ogni persona ha gli strumenti per agire: il portafoglio, la penna e la voce. Usiamoli.

 
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