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Bioeconomia circolare e il progetto CBE JU 2026: 170 milioni di euro per sostituire la chimica del petrolio
Di Alex (del 23/03/2026 @ 10:00:00, in Sviluppo sostenibile, letto 60 volte)
La bioeconomia circolare europea CBE JU 2026: biomasse di scarto trasformate in materiali bio-based
Nel 2026, l'iniziativa europea Circular Bio-based Europe lancia bandi per oltre 170 milioni di euro per accelerare la transizione verso materiali bio-based. L'obiettivo: sostituire la chimica derivata dal petrolio con soluzioni circolari da biomasse di scarto, rafforzando la competitività industriale dell'Unione Europea.LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Cos'è CBE JU: la partnership pubblico-privata per la bioeconomia europea
Circular Bio-based Europe Joint Undertaking (CBE JU) è un'iniziativa istituzionale di partenariato pubblico-privato istituita dall'Unione Europea nel quadro del programma Horizon Europe, che unisce la Commissione Europea e il Consorzio Bio-based Industries (BIC) — una federazione di oltre 250 aziende europee attive nella produzione di materiali, chimici e biocarburanti da fonti biologiche. La missione di CBE JU è accelerare la transizione dell'industria europea dalla chimica derivata dal petrolio verso processi e prodotti bio-based, ovvero derivati da biomasse — residui agricoli, forestali e industriali — attraverso processi biotecnologici, chimici e termochimici a basso impatto ambientale.
Con un budget complessivo superiore a 2 miliardi di euro per l'intero periodo 2021-2031, CBE JU è uno dei più grandi programmi di finanziamento della ricerca e dell'innovazione nella bioeconomia al mondo. I bandi che vengono lanciati nel 2026 — per un valore complessivo superiore a 170 milioni di euro — rappresentano una delle tranche più importanti di questo programma pluriennale, con priorità di finanziamento focalizzate su settori specifici come la bioraffineria industriale, i biomateriali per imballaggi, i biolubrificanti e i biopestici per l'agricoltura.
Perché sostituire la chimica del petrolio: urgenza ambientale e sicurezza strategica
La dipendenza dell'industria chimica europea dal petrolio come materia prima non è solo un problema ambientale ma anche una vulnerabilità strategica di prima grandezza. L'Europa importa quasi il 90% del petrolio grezzo che consuma, principalmente da Russia, Arabia Saudita, Norvegia e Azerbaijan: ogni fluttuazione del prezzo globale del greggio, ogni crisi geopolitica nelle regioni produttrici si traduce direttamente in costi di produzione più alti per l'industria chimica europea, che utilizza i derivati del petrolio — etilene, propilene, benzene, toluene — come mattoni fondamentali per produrre plastica, coloranti, adesivi, solventi, cosmetici e migliaia di altri prodotti.
La transizione verso la chimica bio-based mira a ridurre questa dipendenza strutturale sostituendo progressivamente i derivati petroliferi con molecole equivalenti — stessa funzione chimica, struttura molecolare simile o identica — prodotte da fonti biologiche rinnovabili. Il succinico biobased invece del succinico petrolchimico, il poliacido lattico (PLA) invece del poliestere PET, il 1,4-butandiolo fermentativo invece di quello sintetico: per molte di queste sostanze la tecnologia è già matura, il freno è esclusivamente economico — il costo di produzione bio-based è ancora superiore a quello petrolchimico — e i bandi CBE JU mirano esattamente a colmare questo gap attraverso la dimostrazione industriale su larga scala.
Le priorità del 2026: bioraffinerie, imballaggi e biolubrificanti
I bandi CBE JU 2026 si concentrano su tre filiere prioritarie identificate come strategicamente rilevanti per la competitività europea e tecnicamente pronte per la dimostrazione industriale. La prima è quella delle bioraffinerie di seconda generazione: impianti industriali che convertono biomasse lignocellulosiche di scarto — paglia, sanse, residui forestali — in una gamma di prodotti: biocarburanti, chimici di base, biogas e fertilizzanti organici, massimizzando la valorizzazione di ogni componente della biomassa senza produrre scarti inutilizzati.
La seconda priorità riguarda i biomateriali per imballaggi: l'UE ha imposto obiettivi ambiziosi di riduzione degli imballaggi plastici monouso entro il 2030, creando una domanda di materiali bio-based — bioplastiche da acido polilattico, poliesteri da fermentazione, nanocellulose — che le industrie europee sono ancora lontane dall'essere in grado di soddisfare con produzione domestica. I bandi finanzieranno impianti pilota e dimostrativi in grado di produrre centinaia o migliaia di tonnellate di bioplastica all'anno, validando la fattibilità tecnica ed economica della produzione su scala commerciale. La terza priorità sono i biolubrificanti per l'industria pesante, il settore con la maggiore dipendenza da oli minerali e il minor numero di alternative commercialmente mature.
Il ruolo dell'Italia: ricerca, agricoltura e industria chimica
L'Italia è tra i paesi europei con la maggiore esposizione potenziale ai benefici dei bandi CBE JU 2026, per ragioni legate alla sua struttura produttiva e agricola. Con un'industria chimica che vale circa 65 miliardi di euro all'anno e una filiera agroalimentare tra le più ricche e diversificate d'Europa, l'Italia dispone sia della domanda di innovazione bio-based sia dell'abbondante disponibilità di biomasse di scarto che ne costituiscono la materia prima.
Istituti pubblici di ricerca come ENEA, CNR e Versalis — la divisione chimica di ENI — stanno già partecipando a consorzi europei per i bandi CBE JU nelle aree delle bioraffinerie e dei biopolimeri. Università come Bologna, Milano Bicocca e Napoli Federico II hanno gruppi di ricerca specializzati nelle biotecnologie industriali e nella chimica verde che possono candidarsi sia come partner tecnici sia come coordinatori di progetti. Le regioni del Nord Italia — Emilia Romagna, Lombardia, Veneto — con la loro concentrazione di industria chimica e agroalimentare sono le più naturalmente posizionate per tradurre i finanziamenti europei in sviluppo industriale concreto.
Come accedere ai bandi: procedure e scadenze
I bandi CBE JU 2026 sono pubblicati sul portale Funding and Tenders dell'Unione Europea (ec.europa.eu/info/funding-tenders) e sono aperti a consorzi di almeno tre soggetti giuridici indipendenti provenienti da almeno tre paesi dello Spazio Economico Europeo. Le domande possono essere presentate da università, centri di ricerca, PMI e grandi imprese, sia singolarmente sia in consorzi misti. Il finanziamento tipico copre tra il 70% e il 100% dei costi ammissibili a seconda della tipologia di attività (ricerca di base, sviluppo tecnologico, dimostrazione industriale).
I tassi di successo nelle ultime call CBE JU si sono attestati intorno al 15-20% delle proposte presentate — un valore nella media delle partnership europee Horizon — con tempi medi tra la presentazione della proposta e la firma del grant agreement di circa 9-12 mesi. Le aziende italiane interessate a partecipare possono rivolgersi agli Enterprise Europe Network (EEN) presenti in ogni regione italiana per ricevere supporto nella ricerca di partner europei e nella preparazione delle proposte.
CBE JU è il segnale più concreto che l'Europa ha capito che la bioeconomia non è un'opzione secondaria: è una delle vie principali verso la sovranità industriale e la neutralità climatica. Trasformare gli scarti in risorse non è romanticismo ambientale — è strategia industriale. E 170 milioni di euro ne sono la conferma più eloquente.
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