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Referendum giustizia 22-23 marzo 2026: le ragioni del NO secondo cinque voci autorevoli della sinistra
Di Alex (del 22/03/2026 @ 15:00:00, in Geopolitica e tecnologia, letto 44 volte)
Il referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo 2026: il fronte del NO
Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani votano sul referendum costituzionale per la separazione delle carriere tra giudici e PM, due CSM separati e una nuova Alta Corte disciplinare. PD, M5S e AVS dicono NO. Cinque voci autorevoli della sinistra spiegano perché questa riforma è sbagliata.LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Cos'è in gioco: la riforma costituzionale della magistratura
Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 non è un referendum abrogativo ordinario: è un referendum costituzionale confermativo, indetto perché la legge di riforma non ha raggiunto in Parlamento la maggioranza qualificata dei due terzi. Gli italiani sono chiamati a dire Sì o No alla legge costituzionale pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025, che modifica sette articoli della Costituzione — gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 — intervenendo sull'organizzazione interna della magistratura italiana. Non è previsto alcun quorum: vincerà chi prenderà un voto in più.
I punti centrali della riforma sono quattro: la separazione definitiva delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, l'istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri — la selezione dei componenti laici degli organi di autogoverno attraverso un sistema di sorteggio, e la creazione di una nuova Alta Corte Disciplinare con competenza esclusiva sui procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sono compattamente schierati per il No. Ecco le loro ragioni principali, espresse dalle voci più autorevoli del fronte progressista.
Nicola Gratteri: "Non si cambia la Costituzione per quaranta magistrati"
Il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri è tra le figure più rispettate e indipendenti della magistratura italiana. Il suo No al referendum è netto e motivato con argomenti tecnici che tagliano corto con le narrazioni di entrambi gli schieramenti. "Non si modificano sette articoli della Costituzione perché quaranta magistrati mediamente ogni anno passano dalla funzione requirente a quella giudicante, e devono anche cambiare Regione", ha dichiarato. La separazione delle carriere è nei fatti già molto avanzata: i passaggi di funzione sono rarissimi, soggetti a vincoli geografici e valutativi stringenti, e non rappresentano un problema sistemico che giustifichi una riforma costituzionale di questa portata.
Gratteri ha chiarito con forza la sua posizione anche sul piano del potere: "Io non voglio un pubblico ministero più forte. Il pubblico ministero non deve fare sollevamento pesi." Il punto non è rafforzare la procura, ma garantire che l'autonomia complessiva della magistratura non venga erosa da una riforma che nasce — secondo Gratteri — da un impulso politico e non da un'esigenza funzionale reale del sistema giudiziario italiano. "Questa è una riforma imposta", ha concluso, usando una parola precisa che rimanda alla sua natura di atto politico piuttosto che di risposta a un bisogno organizzativo reale della giustizia.
Giuseppe Conte: "È una riforma truffa che vuole la politica libera dal controllo"
Il presidente del Movimento 5 Stelle e già presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha guidato il fronte del No con un'analisi centrata sul rapporto tra politica e magistratura. Dal palco di piazza del Popolo a Roma, nella chiusura della campagna referendaria del 18 marzo, Conte ha detto: "Al governo ci andremo, ma a questa riforma diciamo No." La frase è più politicamente significativa di quanto sembri: Conte riconosce che il suo partito potrebbe ritrovarsi a governare sotto una magistratura separata e indebolita, eppure sceglie ugualmente di votare No. "Vinceremo le prossime elezioni, ma vogliamo essere controllati da una magistratura indipendente", ha aggiunto Schlein raccogliendo il testimone.
La tesi di Conte è che la riforma non sia nata da un'esigenza tecnica ma da "un'onda lunga: il primato della politica che deve controllare la magistratura". Definendo il progetto "una riforma truffa", l'ex premier ha evocato il rischio che la separazione delle carriere trasformi il pubblico ministero in una figura strutturalmente più vicina all'esecutivo. "La separazione delle carriere è già nei fatti", ha osservato, ricordando che i passaggi tra le funzioni sono già limitatissimi nella realtà attuale. La vera posta in gioco, per Conte, è molto più ampia: "Ci vogliono far tornare indietro, all'Ancien Régime, quando c'era un monarca sovraordinato a tutti i cittadini e non sottoposto alla legge."
Elly Schlein: "Non migliora la giustizia mettendo i giudici sotto il governo"
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha costruito la sua campagna per il No su una doppia critica: questa riforma non risolve i veri problemi della giustizia italiana, e al tempo stesso indebolisce l'indipendenza della magistratura. "L'obiettivo del governo è spaccare il CSM in tre per indebolire l'indipendenza della magistratura", ha detto Schlein, che ha poi sottolineato come la separazione delle carriere avrebbe potuto essere realizzata, se davvero era l'obiettivo, con una semplice legge ordinaria e non con una modifica costituzionale.
Schlein ha anche attaccato la logica con cui il governo ha gestito la campagna referendaria, definendo inaccettabile che la presidente del Consiglio abbia evocato lo spettro di "stupratori liberi per strada" in caso di vittoria del No. "La giustizia non migliora assumendo l'organico che manca, non accelerando i processi, non stabilizzando i precari?" ha chiesto dal palco di Milano, dove ha chiuso la campagna il 20 marzo. La sua posizione è che questa riforma non risponda ai bisogni reali dei cittadini italiani che aspettano anni per una sentenza, e che concentri invece l'attenzione politica su un tema che interessa principalmente la politica stessa e non i cittadini.
Nicola Fratoianni: "Quando vuoi colpire l'indipendenza dei magistrati, non lo scrivi: lo fai"
Il leader di Sinistra Italiana e co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra Nicola Fratoianni ha portato al dibattito una prospettiva costituzionale e storica. "Dicono che da nessuna parte è scritto che la magistratura non sarà più indipendente", ha osservato dal palco di piazza del Popolo. "Ma l'esempio dei regimi dimostra che quando vuoi colpire l'indipendenza della magistratura non lo scrivi, lo fai." È un argomento di metodo prima ancora che di merito: la forma tecnica di una riforma non ne garantisce le conseguenze politiche reali.
Fratoianni ha anche inquadrato il referendum in una cornice più ampia di attacchi istituzionali: "Questa vicenda è interamente politica. Questa controriforma rivela la natura politica dell'assalto alla Costituzione e alla magistratura da parte della destra. Anche se hai vinto le elezioni, anche se governi, devi avere qualche limite: ma a loro non va giù." Per Fratoianni, la posta in gioco non è la separazione tecnica delle carriere ma il tipo di democrazia che si vuole costruire: "Se ci fosse buona fede, il governo potrebbe intervenire subito su ciò che serve davvero: risorse, personale, digitalizzazione dei fascicoli, tempi più rapidi. I problemi della giustizia si risolvono così."
Angelo Bonelli: "Difendiamo la magistratura, presidio di democrazia contro mafia e corruzione"
Il co-portavoce di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli ha collegato il No al referendum con la difesa più ampia dei valori costituzionali. "C'è un'inarrestabile avanzata dei No di fronte alle menzogne della destra, in primis della presidente Meloni. Gli italiani non sono stupidi", ha dichiarato a margine del comizio finale. La magistratura, per Bonelli, "è un presidio di democrazia", perché sono i giudici che hanno "lottato contro la mafia e contro la corruzione", spesso in solitudine e contro poteri fortissimi.
Bonelli ha poi parafrasato con ironia la famosa frase di Matteo Salvini ai tempi del Papeete: "Questa riforma concentra troppo potere e mette a rischio gli equilibri costituzionali. Il 22 e 23 marzo è fondamentale andare a votare No ai pieni poteri." Il riferimento ai "pieni poteri" è deliberato: Bonelli vede nel disegno riformatore un filo rosso che collega separazione delle carriere, premierato e altre riforme istituzionali in un progetto complessivo di concentrazione del potere nell'esecutivo. "Non dobbiamo consentire che la nostra Costituzione sia assoggettata a questa destra", ha concluso. Per Bonelli, il No al referendum è anche un No culturale e politico a una visione del potere che considera la separazione dei poteri un ostacolo piuttosto che una garanzia.
Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 è l'appuntamento con una scelta che avrà conseguenze durature sull'architettura istituzionale della Repubblica. Cinque voci di sinistra, cinque ragioni distinte e complementari per il No: tecniche, costituzionali, storiche e politiche. La democrazia si difende prima di tutto nelle urne.
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