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Detriti spaziali e sindrome di Kessler: il rischio di una reazione a catena in orbita
Di Alex (del 28/02/2026 @ 10:00:00, in Scienza & Spazio, letto 46 volte)
Rappresentazione artistica di una nube di detriti spaziali in orbita terrestre bassa
Ogni lancio spaziale lascia in orbita detriti che viaggiano a 28.000 km/h. La Sindrome di Kessler descrive lo scenario in cui una sola collisione innesca una reazione a catena incontrollabile. Oggi oltre 27.000 frammenti tracciati minacciano satelliti, stazioni spaziali e l’intera economia orbitale.LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Il problema dei detriti spaziali: dimensioni e velocità di un rischio invisibile
Lo spazio intorno alla Terra è disseminato di oggetti artificiali che nessuno controlla più. Secondo i dati aggiornati dell'ESA e della NASA, in orbita terrestre bassa (LEO) e media si trovano oltre 27.000 detriti tracciati di dimensioni superiori a 10 centimetri, ma la stima dei frammenti tra 1 e 10 centimetri supera il milione di unità, e quelli sotto il centimetro ammontano a centinaia di milioni. Tutti si muovono a velocità comprese tra i 7 e i 29 km/s — abbastanza da perforare qualunque struttura metallica con l'energia cinetica di un proiettile di artiglieria.
Le origini di questo inquinamento orbitale sono molteplici: stadi di razzi abbandonati, satelliti non più operativi, frammenti di esplosioni accidentali e, soprattutto, i detriti generati da test antisatellite condotti da Russia, Cina, India e Stati Uniti nel corso dei decenni. Il test cinese ASAT del 2007, che distrusse il satellite meteorologico Fengyun-1C, produsse da solo oltre 3.500 detriti tracciabili e circa 150.000 frammenti più piccoli, ancora in orbita.
La sindrome di Kessler: quando i detriti si moltiplicano da soli
Nel 1978, il fisico della NASA Donald Kessler pubblicò un articolo che descriveva uno scenario allora teorico ma oggi sempre più concreto: raggiunta una certa densità di oggetti in orbita, le collisioni tra detriti iniziano a produrre nuovi detriti, che generano ulteriori collisioni in una spirale autocatalitica impossibile da fermare senza un intervento attivo. Questo meccanismo è la Sindrome di Kessler, e i modelli attuali indicano che alcune fasce dell'orbita terrestre bassa potrebbero già aver superato la soglia critica di innesco.
Le conseguenze sarebbero devastanti: alcune orbite diventerebbero inutilizzabili per decenni o secoli, compromettendo le comunicazioni globali via satellite, i sistemi di posizionamento GPS, la meteorologia spaziale e le future missioni di esplorazione umana. L'intera economia digitale mondiale — che dipende da una costellazione di oltre 8.000 satelliti operativi — risulterebbe direttamente a rischio in uno scenario Kessler conclamato.
Le tecnologie di rimozione attiva: laser, reti, arpioni e vele solari
La comunità scientifica e le agenzie spaziali stanno sviluppando un arsenale di tecnologie per la rimozione attiva dei detriti (Active Debris Removal, ADR). Il ventaglio delle soluzioni proposte riflette la difficoltà del problema: ogni detrito è diverso per dimensione, orbita, rotazione e materiale, rendendo impossibile un approccio unico universale.
I laser orbitali, detti "laser broom", possono essere puntati su piccoli detriti per ablare il loro strato superficiale e creare una spinta che ne abbassa l'orbita fino al rientro atmosferico. Le reti e gli arpioni — testati dalla missione europea RemoveDEBRIS nel 2018-2019 — permettono di catturare fisicamente oggetti di grandi dimensioni e trascinarli verso un'orbita di decadimento. Le vele solari e i dispositivi di deorbita elettrodinamica, invece, sfruttano la pressione della radiazione solare o l'interazione con il campo magnetico terrestre per accelerare il decadimento naturale degli oggetti.
La missione ELSA-d di Astroscale, testata nel 2021 e 2022, ha dimostrato la fattibilità tecnica dell'aggancio magnetico a satelliti equipaggiati con piastre dedicate. Il passo successivo, rappresentato dalla missione ELSA-M in sviluppo, punta alla rimozione commerciale multipla di detriti in un singolo viaggio orbitale, abbattendo i costi operativi.
Gestione del traffico spaziale: verso un sistema di controllo internazionale
La sfida tecnica della rimozione è inseparabile da quella diplomatica e normativa. Oggi non esiste un equivalente orbitale dell'ICAO — l'organizzazione internazionale che gestisce il traffico aereo globale — capace di imporre standard vincolanti per il comportamento degli operatori spaziali. Le linee guida volontarie dell'ONU e del Committee on the Peaceful Uses of Outer Space (COPUOS) raccomandano il deorbita entro 25 anni dalla fine della vita operativa, ma la compliance è parziale e non sanzionabile.
L'esplosione delle mega-costellazioni di satelliti in orbita bassa — con Starlink di SpaceX che ha già superato i 6.000 satelliti e punta a 42.000, e concorrenti come Amazon Kuiper e OneWeb che aggiungono migliaia di ulteriori oggetti — rende urgente la creazione di un sistema di gestione del traffico spaziale (Space Traffic Management, STM) basato su regole condivise, dati aperti sulle traiettorie e meccanismi di responsabilità legale per le collisioni.
Il cielo sopra le nostre teste è diventato una risorsa comune che rischiamo di distruggere prima ancora di averne compreso appieno il valore. La sfida dei detriti spaziali non è solo ingegneristica: è la prima vera prova di governance globale dello spazio, un banco di prova per capire se l'umanità è in grado di tutelare i beni comuni extraterrestri con la stessa urgenza con cui dovrebbe tutelare quelli terrestri.
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