\\ Home Page : Pubblicazioni
Di seguito gli articoli e le fotografie pubblicati nella giornata richiesta.
Articoli del 16/07/2026
Robot umanoide Unitree G1 che opera su un maiale in sala operatoria
Bonus Video
Un primato mondiale nella chirurgia robotica
Per la prima volta nella storia, due robot umanoidi teleoperati hanno eseguito un intervento chirurgico su animali vivi, rimuovendo la cistifellea a maiali anestetizzati. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, è stato condotto da un team dell'Università della California San Diego (UC San Diego) e ha coinvolto robot Unitree G1, macchine general-purpose prodotte in Cina, alte circa 1,5 metri e dal peso di 27 chilogrammi. I ricercatori hanno soprannominato il sistema "Surgie" e lo hanno testato in due configurazioni: nella prima, un solo robot operava con l'assistenza di un chirurgo umano; nella seconda, due robot lavoravano in sinergia senza alcun aiuto umano diretto in sala. In entrambi i casi, l'operazione è stata completata con successo, e i maiali sono sopravvissuti alla procedura. Questo risultato apre scenari sorprendenti per la chirurgia a distanza, soprattutto in contesti isolati come aree rurali, zone di guerra o addirittura missioni spaziali, dove la presenza di un chirurgo esperto potrebbe non essere immediatamente disponibile.
Come funziona Surgie: teleoperazione e adattatori
Il principio di funzionamento di Surgie è simile a quello dei sistemi di chirurgia robotica già esistenti, come il famoso da Vinci di Intuitive Surgical. Il chirurgo si siede a una console dotata di un visore stereoscopico che gli fornisce una visione tridimensionale dell'interno del corpo del paziente. Muovendo le mani, il chirurgo controlla i movimenti dei robot, che sono stati modificati con adattatori fisici per impugnare strumenti laparoscopici standard (pinze, bisturi, forbici ecc.). Un pedale consente al chirurgo di innestare o disinnestare le mani robotiche, passando dal controllo di un robot all'altro. La grande differenza rispetto ai sistemi tradizionali è che i robot hanno una forma umanoide: hanno testa, busto, braccia e gambe, e possono muoversi come una persona. Questo li rende potenzialmente in grado di operare in spazi progettati per gli esseri umani, senza bisogno di adattare la sala operatoria. Inoltre, il costo è drasticamente inferiore: un Unitree G1 di base parte da 13.500 dollari, e con le mani specializzate per la chirurgia si arriva a circa 67.000 dollari, mentre un da Vinci può costare tra mezzo milione e diversi milioni di dollari e pesare oltre 800 chilogrammi.
| Sistema | Costo approssimativo | Peso | Forma | Utilizzo in sala |
| Unitree G1 (Surgie) | ~67.000 dollari | 27 kg | Umanoide | Si muove come una persona |
| da Vinci (Intuitive) | 0,5-2,5 milioni di dollari | ~820 kg | Bracci fissi | Richiede adattamenti |
I limiti tecnici: latenza e tempi operatori
Nonostante il successo, il sistema è ancora lontano dall'essere pronto per l'uso su pazienti umani. Il problema principale è la latenza, ovvero il ritardo tra il movimento del chirurgo e l'esecuzione del robot. Durante gli esperimenti, questo ritardo era di centinaia di millisecondi, mentre la soglia ideale per un intervento chirurgico delicato dovrebbe essere inferiore a 150 millisecondi. Questo ritardo costringeva i chirurghi a muoversi con estrema cautela, allungando i tempi operatori in modo significativo: le procedure hanno richiesto molto più tempo rispetto a quelle eseguite con sistemi tradizionali, a causa delle continue ricalibrazioni. Un altro limite è l'apertura delle braccia del robot, che è di soli 450 millimetri, contro l'1,6-1,8 metri di un adulto, il che riduce lo spazio di manovra. Nonostante questi ostacoli, i ricercatori sottolineano che il sistema ha dimostrato di essere sufficientemente preciso per eseguire incisioni e suturare, e che con futuri miglioramenti hardware e software la latenza potrebbe essere ridotta.
Il futuro: robot assistenti, non sostituti
Michael Yip, docente di ingegneria e coautore dello studio, ha chiarito che l'obiettivo non è sostituire il chirurgo, ma creare un "assistente chirurgico autonomo" in grado di preparare la sala, recuperare strumenti e riordinare al termine dell'intervento. In prospettiva, questi robot potrebbero anche eseguire compiti ripetitivi o di supporto sotto la supervisione di un medico, liberando tempo prezioso per i chirurghi. Tuttavia, la piena autonomia è ancora lontana: la comunità scientifica concorda sul fatto che i robot generalisti non siano ancora in grado di operare in sicurezza accanto alle persone senza un controllo umano diretto. Per ora, il team di UC San Diego continuerà a testare il sistema su modelli animali, affinando gli algoritmi di controllo e riducendo la latenza. Se questi problemi verranno risolti, potremmo vedere i robot umanoidi entrare nelle sale operatorie non come protagonisti, ma come validi aiutanti, capaci di portare la chirurgia avanzata anche negli angoli più remoti del pianeta. L'esperimento di UC San Diego rappresenta un passo avanti significativo nella robotica chirurgica, dimostrando che robot economici e versatili possono raggiungere precisioni notevoli. I limiti attuali sono molti, ma il potenziale è immenso: in futuro, un robot umanoide potrebbe diventare il braccio destro del chirurgo, operando dove nessun uomo potrebbe arrivare.
Di Alex (pubblicato @ 16:00:00 in Neurotecnologie, letto 77 volte)
Rappresentazione simbolica di un futuro neuro-tecnologico equilibrato tra uomo e macchina
Bonus Video
Standard di interoperabilità
Uno dei principali ostacoli alla diffusione delle BCI è l'assenza di standard comuni tra i vari produttori. Oggi, un dispositivo Neuralink non può comunicare con un sistema di stimolazione di un'altra azienda. Per superare questo limite, consorzi industriali stanno promuovendo API aperte (come il progetto "Synapse") che permetteranno di aggiornare il software di decodifica senza sostituire l'impianto fisico. Questa interoperabilità allungherà la vita utile dei dispositivi, riducendo i costi e i rischi chirurgici di revisione.
Armonizzazione dei rimborsi
I sistemi sanitari devono adottare modelli di valutazione economica che tengano conto del risparmio a lungo termine generato dal ripristino dell'indipendenza funzionale. Ad esempio, un paziente che torna a lavorare dopo un ictus grazie a una BCI non solo migliora la propria qualità di vita, ma riduce anche i costi assistenziali per lo Stato. Le assicurazioni dovranno quindi guardare oltre il costo iniziale del dispositivo e considerare il valore sociale complessivo.
Neurosicurezza per tutti
Come già anticipato, la sicurezza informatica deve essere integrata fin dalla progettazione (security-by-design). I produttori dovranno implementare crittografia a livello di chip e protocolli di autenticazione che diano al paziente il controllo totale sui propri dati neurali. Le normative dovranno vietare qualsiasi utilizzo discriminatorio dei dati cerebrali da parte di datori di lavoro o assicurazioni, e garantire il diritto alla riservatezza mentale.
Materiali per impianti duraturi
Infine, la ricerca sui materiali deve proseguire verso elettrodi ultrasottili e flessibili in grado di durare oltre trent'anni senza degradazione. Il grafene e i polimeri biomimetici sono promettenti, ma sono necessari studi a lungo termine per verificare la loro biocompatibilità. Solo con impianti che non richiedono sostituzioni frequenti si potrà ridurre il carico sui pazienti e sui sistemi sanitari.
Un futuro condiviso
Le sfide sono immense, ma le opportunità sono altrettanto grandi. La neuro-tecnologia ha il potenziale per curare malattie che oggi consideriamo incurabili e per restituire dignità a milioni di persone. Tuttavia, questo futuro sarà equo solo se la ricerca, l'industria e la politica lavoreranno insieme per garantire che i benefici siano accessibili a tutti, senza creare nuove disuguaglianze.
In conclusione, i prossimi vent'anni saranno decisivi per la neuro-protesica. La strada è tracciata: tocca a noi percorrerla con saggezza e responsabilità, affinchè la simbiosi uomo-macchina sia un'alleanza per il bene comune e non una fonte di divisione.
Di Alex (pubblicato @ 15:00:00 in Intelligenza Artificiale, letto 124 volte)
Centro dati Microsoft con nuvole di fumo e IA
Bonus Video
Un aumento che sorprende anche gli addetti ai lavori
Il 9 luglio 2026, Microsoft ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla sostenibilità, e i numeri hanno fatto scalpore: le emissioni di CO2 equivalente sono aumentate del 25% rispetto all'anno fiscale precedente, raggiungendo circa 20 milioni di tonnellate. Un balzo così netto, in un'azienda che si era impegnata a diventare carbon negative entro il 2030, ha suscitato critiche e preoccupazione. I vertici di Microsoft, guidati dal vicepresidente Brad Smith, hanno attribuito l'incremento a due fattori principali: la massiccia espansione dei datacenter per supportare i servizi di intelligenza artificiale, e la decisione di smettere di acquistare certificati di energia rinnovabile "scorporati". Quest'ultima scelta, in particolare, ha avuto un impatto immediato sulle emissioni di Scope 2, quelle relative al consumo diretto di elettricità, che sono passate da meno del 2% al 13% del totale. Per comprendere appieno il problema, bisogna spiegare cosa sono questi certificati e perchè Microsoft ha deciso di rinunciarvi.
Cosa sono i certificati di energia rinnovabile scorporati?
I certificati di energia rinnovabile scorporati (Renewable Energy Certificates - REC, o Guarantees of Origin in Europa) sono strumenti finanziari che attestano che una certa quantità di elettricità è stata generata da fonti rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico). Tuttavia, questi certificati possono essere venduti separatamente dall'elettricità fisica. Ciò significa che un'azienda può acquistare un REC e dichiarare di utilizzare energia verde, anche se in realtà l'elettricità che consuma proviene da una centrale a carbone. Per molti ambientalisti, questa pratica è una forma di greenwashing, perchè non riduce le emissioni reali, ma solo quelle "virtuali". Microsoft, che per anni ha fatto ampio uso di questi certificati per dichiararsi carbon neutral, ha annunciato a febbraio 2025 che avrebbe smesso di acquistarli, scegliendo di investire invece in progetti di riduzione diretta delle emissioni e in accordi di fornitura di energia pulita (Power Purchase Agreements). Tuttavia, nel breve termine, questa scelta ha fatto emergere le emissioni reali del consumo di elettricità, facendo schizzare lo Scope 2.
| Scope | Descrizione | Variazione 2025-2026 | Peso sul totale |
| Scope 1 | Emissioni dirette (es. combustione nei veicoli) | Leggero aumento | ~5% |
| Scope 2 | Emissioni da elettricità acquistata | Da <2% a 13% | 13% |
| Scope 3 | Emissioni indirette (filiera, fornitori, clienti) | Aumento significativo | ~82% |
L'espansione dei datacenter per l'IA: il vero motore dell'aumento
Al di là della questione dei certificati, il fattore più determinante è la crescita esponenziale dei datacenter per l'intelligenza artificiale. L'AI generativa, come ChatGPT e i modelli di Microsoft Copilot, richiede enormi quantità di potenza di calcolo, che a sua volta assorbe elettricità e produce calore. Per addestrare un modello linguistico di grandi dimensioni, si consumano tanti megawattora quanti ne consumano centinaia di famiglie in un anno. Microsoft ha dovuto costruire decine di nuovi datacenter in tutto il mondo, molti dei quali alimentati da gas naturale o da mix energetici non completamente rinnovabili, a causa della scarsa disponibilità di energia pulita in certe regioni. Il risultato è che le emissioni totali, nonostante gli sforzi di efficienza, sono cresciute. Un dato positivo, però, è la gestione dell'acqua: Microsoft ha ripristinato più di 14 milioni di metri cubi d'acqua, superando il prelievo per i sistemi di raffreddamento, un traguardo che dimostra un impegno concreto in altre aree ambientali.
La sfida del 2030: carbon negative con l'IA
Microsoft si è posta l'obiettivo di diventare carbon negative entro il 2030, ovvero di rimuovere dall'atmosfera più CO2 di quanta ne emette. Questo traguardo, già ambizioso, diventa sempre più difficile da raggiungere con l'accelerazione dell'IA. Il rapporto ammette che la strada è in salita, ma l'azienda insiste sulla trasparenza: smettere di acquistare REC è stato un passo doloroso ma necessario per allineare i conti con la realtà. Ora Microsoft sta investendo miliardi di dollari in progetti di cattura diretta dell'aria, in cui macchine aspirano l'anidride carbonica e la stoccano nel sottosuolo. Inoltre, sta stipulando contratti a lungo termine per l'energia solare ed eolica, cercando di garantire che almeno il 50% della sua elettricità provenga da fonti rinnovabili entro il 2027. Tuttavia, molti esperti ritengono che, senza un drastico cambio di passo, il 2030 resterà un sogno. La domanda di IA cresce ogni giorno, e ogni nuovo modello richiede più energia.
Il dibattito: trasparenza o greenwashing?
La scelta di Microsoft di rinunciare ai certificati scorporati è stata applaudita da alcuni osservatori come un atto di onestà, mentre altri l'hanno vista come una mossa di marketing per distinguersi dai competitor. In ogni caso, i numeri parlano chiaro: le emissioni sono aumentate, e non di poco. La posizione di Microsoft è che, senza questa trasparenza, i progressi futuri sarebbero stati mascherati da finzioni contabili. Ora l'azienda è sotto i riflettori: ogni tonnellata emessa sarà sotto il controllo di investitori, attivisti e regolatori. La partita si giocherà nei prossimi anni, quando i nuovi impianti rinnovabili entreranno in funzione e le tecnologie di cattura della CO2 diventeranno più efficienti. Se Microsoft riuscirà a invertire la tendenza, dimostrerà che è possibile crescere con l'IA senza sacrificare il pianeta. In caso contrario, il suo esempio diventerà un monito per tutto il settore tecnologico. Il caso Microsoft mostra il paradosso dell'IA: strumento potentissimo per l'innovazione, ma anche un gigante energetico che rischia di vanificare anni di impegni climatici. L'aumento del 25% delle emissioni è un segnale che non può essere ignorato. La strada verso il carbon negative è ancora lunga, e richiederà non solo buone intenzioni, ma investimenti concreti e una visione a lungo termine. La trasparenza, intanto, è un primo passo necessario.
Il razzo Lunga Marcia 10B decolla dal centro spaziale di Hainan
Bonus Video
Un lancio storico per il programma spaziale cinese
Alle 6:15 del mattino ora italiana, il razzo Lunga Marcia 10B (noto anche come Chang Zheng 10B o CZ-10B) è decollato dal Pad 2 dello Hainan International Commercial Aerospace Launch Center, situato sull'isola tropicale di Hainan, nel sud della Cina. Si tratta di una struttura moderna, progettata appositamente per ospitare lanci commerciali e governativi, con una posizione favorevole perchè vicina all'equatore, il che consente di sfruttare al meglio la rotazione terrestre per dare maggiore spinta ai vettori. La missione di ieri non era solo un test: il carico utile principale era il satellite CX-26, un apparato di osservazione terrestre destinato a monitorare le risorse idriche e le coltivazioni agricole, che è stato correttamente rilasciato nell'orbita prevista. Il successo dell'intera operazione è stato confermato dal centro di controllo poco dopo il distacco dell'ultimo stadio. Ma ciò che ha entusiasmato gli esperti di tutto il mondo è stato il rientro e l'atterraggio controllato del primo stadio del razzo, avvenuto con una precisione millimetrica sulla nave drone Ling Hang Zhe, ancorata nell'Oceano Pacifico. Questo risultato segna un passo da gigante per la Cina, che fino a pochi anni fa non possedeva alcuna tecnologia per il recupero dei booster, e che ora si candida a diventare il secondo paese al mondo, dopo gli Stati Uniti, a padroneggiare questa complessa tecnica.
Le varianti della famiglia Lunga Marcia 10
Per comprendere l'importanza del CZ-10B, bisogna inquadrarlo nella famiglia dei razzi Lunga Marcia 10, un progetto che i cinesi hanno sviluppato per coprire una vasta gamma di missioni. Il modello base, chiamato semplicemente CZ-10, è un lanciatore pesante non riutilizzabile, pensato per mettere in orbita carichi molto pesanti verso la Luna o Marte. È caratterizzato da tre booster laterali che lo rendono estremamente potente, ma anche costoso. La variante CZ-10A, invece, ha un primo stadio e un secondo stadio che bruciano entrambi RP-1 (un cherosene altamente raffinato) e ossigeno liquido, e prevede già un sistema di recupero del primo stadio tramite uncino, simile a quello che vedremo poi nel CZ-10B. Il CZ-10B, protagonista di ieri, si distingue per un secondo stadio completamente nuovo: invece del cherosene, utilizza metano e ossigeno liquidi, una combinazione più efficiente e pulita, che garantisce maggiore spinta e minori residui di combustione. Il primo stadio, invece, rimane identico a quello del CZ-10A, con motori alimentati a RP-1 e ossigeno liquido. Infine, il CZ-10C è una variante futura che adotterà il metano anche per il primo stadio, rendendo l'intero razzo più ecologico e più facile da riutilizzare. Questa diversificazione dimostra come la Cina stia sperimentando più soluzioni contemporaneamente, per trovare il miglior compromesso tra potenza, costo e sostenibilità.
| Variante | Primo stadio | Secondo stadio | Riutilizzabile | Destinazione |
| CZ-10 | RP-1 + ossigeno liquido | RP-1 + ossigeno liquido | No | Luna, Marte |
| CZ-10A | RP-1 + ossigeno liquido | RP-1 + ossigeno liquido | Sì (primo stadio) | Orbita bassa, stazione spaziale |
| CZ-10B | RP-1 + ossigeno liquido | Metano + ossigeno liquido | Sì (primo stadio) | Orbita bassa, Luna |
| CZ-10C | Metano + ossigeno liquido | Metano + ossigeno liquido | Sì (previsto) | Missioni interplanetarie |
Il sistema di recupero: uncino e cavi, non una copia ma un'invenzione multipla
Il sistema di recupero utilizzato dal CZ-10B è uno degli aspetti più discussi tra gli appassionati di astronautica. Invece di utilizzare le classiche gambe di atterraggio come quelle dei razzi Falcon 9 di SpaceX, i cinesi hanno optato per un meccanismo basato su un uncino posizionato sulla sommità del primo stadio. Durante la discesa, il booster si avvicina alla nave drone e, tramite un sistema di cavi e paranchi, viene agganciato e trainato fino al ponte di atterraggio. Questa tecnica, che può sembrare strana, era già stata brevettata da Blue Origin molti anni fa, ma non era mai stata messa in pratica. Anche SpaceX aveva valutato una soluzione simile per le prime versioni di Starship, ma poi ha scelto il sistema Mechazilla, un braccio meccanico che cattura il razzo al volo. In Cina, un brevetto per un sistema di recupero via cavi era stato depositato già nel 2018, ma solo oggi è stato testato con successo su un volo orbitale. Gli esperti sottolineano che non si tratta di un plagio, ma di un classico caso di invenzione multipla: quando una tecnologia diventa matura, più gruppi di ricerca arrivano indipendentemente a soluzioni simili. La vera novità è che il CZ-10B ha dimostrato che il sistema funziona perfettamente, atterrando con un margine di errore inferiore al metro, nonostante le condizioni meteorologiche non ideali.
I misteri del fumo nero e i cavi danneggiati
Durante la discesa del primo stadio, le telecamere hanno ripreso un insolito pennacchio di fumo nero che ha destato curiosità e qualche preoccupazione. Secondo le prime analisi, il fumo potrebbe essere stato prodotto da un sistema di correzione dell'assetto a propellente monocomponente, utilizzato per stabilizzare il booster durante la fase di rientro. Tuttavia, durante il lancio suborbitale del CZ-10A dello scorso anno, lo stesso sistema non aveva generato fumo visibile. Una delle ipotesi più accreditate è che sia stato attivato un rilascio controllato di pressione (venting) per evitare che i serbatoi si danneggiassero a causa dell'aumento di temperatura. Un'altra possibilità è che si sia verificato un piccolo inconveniente tecnico, ma nulla di preoccupante. Le immagini ad alta risoluzione mostrano anche alcuni cavi elettrici esterni che sembrano aver subito danni causati dal calore o dalle vibrazioni. La struttura del razzo, però, non ha riportato danni strutturali, e la nave drone Ling Hang Zhe è stata solo leggermente sollecitata. In futuro, i tecnici potrebbero aggiungere strati protettivi supplementari per aumentare la durata dei componenti e ridurre i tempi di manutenzione tra un lancio e l'altro.
Confronto con i tentativi falliti dei mesi precedenti
Il successo del CZ-10B arriva dopo una serie di tentativi falliti da parte di altri vettori cinesi. Negli ultimi sei mesi, almeno due razzi di diversa concezione avevano provato a recuperare il proprio primo stadio, ma entrambi erano finiti in mare o si erano schiantati a terra a causa di problemi nei sistemi di frenata o di navigazione. Questi insuccessi avevano alimentato scetticismo sulla capacità della Cina di competere con SpaceX, che ormai recupera booster da anni con una routine quasi banale. Il successo di ieri ribalta parzialmente il quadro: sebbene la Cina sia ancora indietro (SpaceX ha recuperato oltre 300 booster, mentre la Cina è al suo primo successo), il balzo in avanti è impressionante. Basti pensare che nel 2020 i cinesi non avevano nemmeno un razzo riutilizzabile in fase di test, e oggi ne hanno già uno operativo. Questo progresso è frutto di investimenti massicci e di una volontà politica fortissima, che punta a rendere la Cina una superpotenza spaziale a tutto tondo, con basi sulla Luna e missioni con equipaggio già nel prossimo decennio.
Le prospettive future: verso la Luna e oltre
Il programma Lunga Marcia 10 è strettamente legato al programma lunare cinese. La capsula Mengzhou, già testata in volo suborbitale, è progettata per trasportare astronauti verso la stazione spaziale Tiangong e, in futuro, verso la superficie lunare. Il primo sbarco di un equipaggio cinese sulla Luna è atteso entro il 2029, una scadenza ambiziosa che richiede la piena operatività del CZ-10 nella sua configurazione più potente. Il CZ-10B, con il suo secondo stadio a metano, rappresenta un banco di prova per i motori che verranno utilizzati anche nei moduli di atterraggio lunare. Inoltre, il recupero del primo stadio abbatterà drasticamente i costi di lancio, rendendo economicamente sostenibili missioni frequenti. Con il satellite CX-26 già in orbita, la Cina ha dimostrato di saper gestire l'intera filiera, dal lancio al recupero, fino al rilascio del carico utile. Nei prossimi mesi assisteremo a nuovi test, e non è escluso che il CZ-10C, con il metano su entrambi gli stadi, possa fare il suo debutto già nel 2027. L'era del riutilizzo spaziale è finalmente iniziata anche in Asia, e il mondo intero osserva con interesse. In conclusione, il lancio del Lunga Marcia 10B rappresenta una pietra miliare per l'astronautica cinese. Il primo recupero di un primo stadio in orbita, seppur con qualche piccolo inconveniente tecnico, dimostra che la Cina ha acquisito competenze chiave per competere con i migliori. Le prossime missioni ci diranno se questo sistema diventerà una routine o resterà un esperimento isolato, ma una cosa è certa: la corsa allo spazio è più viva che mai.
Un impianto di elettrolisi per produrre idrogeno verde
Bonus Video
Non tutti gli idrogeni sono uguali
Nel linguaggio degli addetti ai lavori, l'idrogeno viene classificato con colori diversi a seconda del metodo utilizzato per produrlo: l'idrogeno grigio, oggi ancora il più diffuso, viene ricavato dal gas naturale attraverso un processo che rilascia grandi quantità di anidride carbonica nell'atmosfera, mentre l'idrogeno verde viene prodotto scindendo le molecole d'acqua in idrogeno e ossigeno tramite un processo chiamato elettrolisi, alimentato esclusivamente da energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili come il sole o il vento, rendendo l'intero ciclo produttivo praticamente privo di emissioni climalteranti.
Il problema principale che ha frenato finora la diffusione dell'idrogeno verde su larga scala è il suo costo, ancora significativamente superiore rispetto all'idrogeno grigio prodotto dai combustibili fossili, a causa del prezzo elevato degli elettrolizzatori, i macchinari che effettuano la scissione dell'acqua, e della necessità di grandi quantità di energia rinnovabile dedicata esclusivamente a questo scopo, ma i costi stanno scendendo rapidamente man mano che la produzione di questi impianti aumenta su scala industriale.
Dove l'idrogeno può fare davvero la differenza
A differenza delle automobili private, dove le batterie elettriche si sono ormai affermate come soluzione più efficiente e conveniente, l'idrogeno verde promette di giocare un ruolo cruciale in quei settori industriali definiti hard to abate, cioè difficili da decarbonizzare, come la produzione di acciaio, dove può sostituire il carbone come agente riducente nei forni, la produzione di fertilizzanti chimici, che richiede idrogeno come materia prima essenziale, e il trasporto marittimo e aereo su lunghe distanze, dove il peso e l'ingombro delle batterie elettriche tradizionali risultano ancora oggi proibitivi.
Diversi paesi ricchi di sole e vento ma poveri di mercati energetici locali, come alcune nazioni del nord Africa e della penisola arabica, stanno investendo massicciamente nella costruzione di enormi impianti dedicati esclusivamente alla produzione di idrogeno verde destinato all'esportazione verso l'Europa e l'Asia, immaginando un futuro in cui l'energia rinnovabile in eccesso, prodotta in zone particolarmente soleggiate o ventose, possa essere trasformata in idrogeno, trasportata via nave o gasdotto e utilizzata a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione originario.
Le sfide del trasporto e dello stoccaggio
L'idrogeno, per sua natura, è una molecola piccolissima e molto volatile, difficile da comprimere e trasportare senza dispersioni, motivo per cui gli ingegneri stanno sviluppando soluzioni alternative come la trasformazione dell'idrogeno in ammoniaca, una molecola molto più facile da liquefare e trasportare via nave, oppure la sua conversione in metanolo sintetico, utilizzabile direttamente in motori e turbine già esistenti con modifiche relativamente contenute rispetto alla costruzione di infrastrutture completamente nuove dedicate al solo idrogeno puro.
L'idrogeno verde non sostituirà da solo tutte le fonti fossili, ma rappresenta probabilmente l'ultimo tassello mancante di un puzzle energetico che, combinando elettrificazione diretta e vettori come questo, potrebbe finalmente permettere di decarbonizzare anche i settori industriali oggi considerati più ostici.
Il lander europeo Argonaut e il rover giapponese Lunar Cruiser sulla Luna
Bonus Video
La crisi del Gateway e la nascita del Consorzio
Quando nel marzo 2026 la NASA annunciò la sospensione del Lunar Gateway, l'ESA e la JAXA si trovarono con miliardi di euro e yen investiti in moduli che rischiavano di restare a terra. Il modulo abitativo I-Hab, costruito da Thales Alenia Space a Torino, il modulo di rifornimento Lunar View e il sistema di comunicazione Lunar Link erano stati progettati per agganciarsi alla stazione orbitale americana. Di fronte al vuoto programmatico, l'ESA convocò d'urgenza una riunione con JAXA, ISRO (India), CSA (Canada), KASA (Corea del Sud) e l'Agenzia Spaziale Australiana. Nel febbraio del 2026 partì uno studio di fattibilità per la creazione del "Consorzio Lunare delle Medie Potenze", una coalizione autonoma per sviluppare infrastrutture lunari indipendenti dalla governance della NASA. L'obiettivo era ambizioso: trasformare una crisi in un'opportunità, unendo le forze per diventare un terzo polo spaziale, nè americano nè cinese.
Il Giappone e le missioni nel sistema marziano
Il Giappone è uno dei protagonisti più attivi di questa nuova stagione. La missione Martian Moons Exploration (MMX), il cui lancio è previsto per novembre 2026, è uno dei programmi più complessi mai tentati dalla JAXA. La sonda entrerà in orbita marziana nell'agosto 2027 e rilascerà il rover franco-tedesco Idefix sulla superficie di Phobos, una delle due lune di Marte, per raccogliere almeno 10 grammi di regolite. Dopo aver completato il carotaggio, la sonda effettuerà diversi sorvoli di Deimos prima di intraprendere il viaggio di ritorno, con rientro della capsula nel deserto australiano previsto per il luglio 2031. I campioni di Phobos potrebbero contenere indizi preziosi sulla formazione del sistema solare e, forse, tracce di materiale marziano scagliato nello spazio da antichi impatti.
Il Lunar Cruiser e l'alleanza con Toyota
Sulla Luna, il contributo giapponese più atteso è il Lunar Cruiser, il rover pressurizzato sviluppato da Toyota in collaborazione con JAXA e Mitsubishi Heavy Industries. Alimentato a celle a combustibile a idrogeno, questo veicolo permetterà agli astronauti di Artemis VII di esplorare il Polo Sud lunare senza indossare tute ingombranti, con un'autonomia complessiva di 10.000 chilometri. I primi test di mobilità, completati nel maggio 2025, hanno superato le aspettative, e il modello di volo dovrebbe essere pronto per il lancio entro il 2032. Il Lunar Cruiser non è solo un rover, ma un vero e proprio modulo abitativo mobile, dotato di sistemi di supporto vitale, comunicazioni e strumenti scientifici. Per il Giappone, è la dimostrazione che la cooperazione internazionale può produrre risultati che nessuna nazione, da sola, potrebbe ottenere.
L'Europa e la rete di servizi indipendenti
L'ESA, nel frattempo, sta costruendo una propria rete di servizi logistici e di comunicazione indipendente. La costellazione Moonlight, gestita da Telespazio con un contratto da 123 milioni di euro, entrerà in servizio nel 2029 e raggiungerà la piena operatività nel 2031, garantendo posizionamento e comunicazioni al Polo Sud lunare. Il lander logistico pesante Argonaut, sviluppato da Thales Alenia Space Italy, effettuerà la sua prima missione operativa nel 2031, depositando sulla superficie 1.500 chilogrammi di equipaggiamento scientifico, inclusi sistemi di navigazione e un braccio robotico. Entro il 2035, Argonaut trasporterà i moduli di antenna per l'Astrophysical Lunar Observatory, un interferometro radio a bassa frequenza che sarà installato sul lato nascosto della Luna, una zona priva di interferenze radio terrestri, per condurre osservazioni cosmologiche uniche.
Il terzo polo e il futuro dell'esplorazione spaziale
Entro il 2047, il Consorzio delle Medie Potenze si sarà consolidato come un attore spaziale di primo piano. Con una propria rete logistica, capacità ISRU e osservatori scientifici, l'alleanza offrirà una piattaforma di cooperazione aperta per le nazioni che non intendono allinearsi nè con gli Stati Uniti nè con la Cina. La sua esistenza garantirà che lo spazio rimanga un ambiente multipolare, dove la competizione non degeneri in conflitto e dove la scienza possa progredire al di sopra delle divisioni politiche. La missione ExoMars Rosalind Franklin, che nel 2028 partirà per Marte a bordo di un Falcon Heavy americano, e le future collaborazioni con l'India per la stazione BAS, dimostrano che la strada dell'autonomia strategica è percorribile. Europa e Giappone, insieme ai loro alleati, stanno scrivendo un nuovo capitolo della storia spaziale, dimostrando che anche le medie potenze, quando unite, possono ritagliarsi un ruolo da protagoniste.
Il percorso di Europa e Giappone nei prossimi vent'anni è un esempio di come le crisi possano generare innovazione. Abbandonato il progetto Gateway, queste nazioni hanno scelto di non dipendere più da nessuno e di costruire un proprio destino spaziale. Il Consorzio delle Medie Potenze è la risposta alla competizione tra superpotenze: un polo di stabilità, scienza e cooperazione che potrebbe rivelarsi decisivo per il futuro dell'esplorazione umana.
Di Alex (pubblicato @ 11:00:00 in Neurotecnologie, letto 111 volte)
Una pillola di zucchero attiva i circuiti cerebrali del sollievo, rilasciando endorfine e oppioidi naturali.
Bonus Video
Un fenomeno documentato da secoli
Già nel 1799 il medico inglese John Haygarth dimostrò che bastoncini di metallo fasulli, spacciati per “trazioni magnetiche”, potevano alleviare i dolori reumatici dei pazienti. Era la prima prova controllata dell'effetto placebo, un termine che oggi indica qualunque miglioramento clinico prodotto da un trattamento privo di principi attivi specifici.
La ricerca moderna ha quantificato questo potere: negli studi sull'emicrania, la semplice aspettativa di ricevere un farmaco efficace è responsabile di oltre il 50 per cento del sollievo totale. In altre parole, metà dell'effetto di un analgesico può dipendere dal contesto, dal colore della pillola, dalle parole del medico e dalle esperienze passate.
Il cervello che si auto-medica
Le neuroimmagini funzionali mostrano che l'analgesia da placebo riduce l'attività delle aree che ricevono i segnali di dolore, come l'insula, l'amigdala e il putamen, e allo stesso tempo attiva le zone prefrontali che esercitano un controllo dall'alto, in particolare la corteccia cingolata anteriore pregenuale (pgACC) e la corteccia orbitofrontale mediale (mOFC).
A livello chimico, l'aspettativa di un beneficio scatena il rilascio di oppioidi endogeni (le nostre endorfine), di endocannabinoidi (molecole simili a quelle della cannabis) e di dopamina nel circuito della ricompensa. Entrano in gioco anche l'ossitocina e la vasopressina, che modulano la fiducia e il legame sociale. Il cervello, insomma, attiva una vera e propria farmacia interna.
Il circuito mappato neurone per neurone
Nel 2025-2026, un gruppo guidato da B. Banghart dell'Università della California a San Diego ha usato l'optogenetica, una tecnica che rende i neuroni sensibili alla luce, per tracciare le connessioni tra la corteccia prefrontale e le strutture profonde del cervello dei topi. Hanno scoperto che esistono vie dirette, monosinaptiche, che dalla corteccia raggiungono il grigio periacqueduttale (una stazione anti-dolore del tronco encefalico) e le corna dorsali del midollo spinale, dove i segnali di dolore vengono soppressi prima di raggiungere il cervello.
Ancora più sorprendente, il condizionamento placebo era in grado di produrre una resilienza analgesica generalizzata: topi che avevano imparato ad associare un segnale a un sollievo dal dolore diventavano meno sensibili anche a stimoli dolorosi completamente nuovi, un fenomeno che suggerisce un apprendimento profondo del sistema nervoso.
L'effetto nocebo e il lato oscuro dell'aspettativa
Esiste anche il gemello malvagio del placebo: l'effetto nocebo. Se un paziente si aspetta effetti collaterali, questi possono manifestarsi anche con una sostanza inerte. La stessa rete cerebrale può quindi amplificare il dolore e il disagio, dimostrando quanto l'aspettativa sia potente in entrambe le direzioni.
Il mistero della variabilità
Non tutti rispondono allo stesso modo al placebo. Fattori genetici, come le varianti dei recettori per la dopamina e gli oppioidi, e tratti psicologici come l'ottimismo e l'empatia sembrano influenzare la risposta. Eppure, perchè due persone con la stessa condizione clinica possano avere esiti opposti rimane un enigma. L'effetto placebo ci mostra che la mente non è separata dal corpo, ma è un potente modulatore della salute. Imparare a sfruttare questo meccanismo senza ingannare il paziente è una delle frontiere più delicate e promettenti della medicina contemporanea.
Di Alex (pubblicato @ 10:00:00 in Futuro dello Spazio, letto 122 volte)
Una nave cinese con taikonauti atterra su Marte vicino a un impianto ISRU
Bonus Video
L'architettura della missione umana cinese
A differenza degli Stati Uniti, che stanno valutando sia l'opzione chimica pesante che quella nucleo-elettrica, la Cina ha puntato con decisione su un'architettura chimica basata sul rifornimento in orbita e sulla produzione di propellente direttamente su Marte. Il Long March 9, ormai collaudato in decine di lanci, è il cavallo di battaglia di questa strategia. Il profilo di missione prevede l'invio anticipato di moduli di superficie e di un veicolo di ritorno, che atterrano su Marte e iniziano a produrre metano e ossigeno liquidi utilizzando l'atmosfera locale e il ghiaccio d'acqua. Solo quando i serbatoi del veicolo di ritorno sono pieni, il segnale di via libera viene inviato alla Terra, e l'equipaggio di taikonauti può partire con la certezza di avere il carburante per tornare a casa. Questo approccio, chiamato "Mars Direct" in occidente, riduce al minimo i rischi e non dipende da tecnologie nucleari ancora in fase di sviluppo. I taikonauti viaggeranno in un modulo abitativo spazioso, protetto da schermi contro le radiazioni, e trascorreranno circa 500 giorni sulla superficie marziana, conducendo esperimenti scientifici, esplorando il territorio con rover e testando le tecnologie per una futura base permanente.
La base lunare ILRS come trampolino
La missione marziana cinese non sarebbe possibile senza la base lunare ILRS, che funge da centro di collaudo e da stazione di supporto logistico. I sistemi di supporto vitale, le procedure di emergenza, le tute spaziali e i rover sono tutti testati sulla Luna prima di essere inviati su Marte. Inoltre, l'esperienza accumulata nella gestione di una base semi-permanente in un ambiente ostile fornisce ai pianificatori cinesi dati preziosi sulla psicologia degli equipaggi, sulla manutenzione delle attrezzature e sulla gestione delle emergenze. La Luna è il banco di prova, Marte il traguardo finale. Questa strategia graduale, perseguita con coerenza per oltre vent'anni, è la chiave del successo del programma spaziale cinese e dimostra che la competizione con gli Stati Uniti ha stimolato entrambe le nazioni a superare i propri limiti.
Il significato geopolitico di uno sbarco cinese su Marte
Se la Cina riuscisse a sbarcare su Marte prima degli Stati Uniti, o anche solo in contemporanea, l'impatto geopolitico sarebbe enorme. Dimostrerebbe che il mondo non è più unipolare neppure nello spazio profondo, e che il modello di sviluppo autoritario e centralizzato può competere con successo con quello democratico e basato sul mercato. La Cina lo sa, e sta investendo risorse ingenti non solo nella tecnologia, ma anche nella comunicazione e nella diplomazia. Le missioni spaziali cinesi sono raccontate come imprese nazionali, fonte di orgoglio e coesione sociale. Allo stesso tempo, Pechino offre partnership a paesi di tutti i continenti, costruendo una coalizione spaziale che potrebbe un giorno rivaleggiare con gli Accordi Artemis. La corsa a Marte non è solo una questione di scienza e tecnologia: è un palcoscenico su cui si gioca la partita per la leadership globale del XXI secolo.
Le sfide ancora aperte
Nonostante i progressi, restano sfide formidabili. L'atterraggio di un veicolo pesante su Marte è notoriamente difficile a causa dell'atmosfera sottile, che non offre abbastanza attrito per rallentare con i paracadute ma è sufficiente a generare calore durante la discesa. La Cina dovrà perfezionare le tecnologie di atterraggio di precisione, già testate con le missioni robotiche, e gestire il problema delle tempeste di sabbia globali che periodicamente avvolgono il pianeta. Inoltre, la permanenza prolungata in ambiente marziano espone gli astronauti a rischi per la salute ancora poco conosciuti, come gli effetti della gravità ridotta sul sistema muscolo-scheletrico e l'esposizione alle radiazioni cosmiche. Tuttavia, la determinazione cinese e la solidità del programma fanno ben sperare. Se tutto andrà secondo i piani, entro il 2047 vedremo le prime impronte umane sulla sabbia rossa di Marte, e non è detto che quelle impronte siano americane.
Il quinquennio 2043-2047 rappresenta il culmine del programma spaziale cinese del XXI secolo. Dopo aver costruito una base sulla Luna e inviato sonde su Marte, la Cina è pronta a compiere il passo definitivo: portare i suoi taikonauti sul Pianeta Rosso. La corsa è aperta, e il traguardo è ormai a portata di mano. La storia dell'esplorazione spaziale sta per voltare pagina.
Di Alex (pubblicato @ 09:00:00 in Intelligenza Artificiale, letto 118 volte)
Chatbot su schermo con simboli di esplosivi e terrorismo
Bonus Video
Un'indagine senza precedenti sul campo
Per la prima volta, un team di ricercatori ha documentato con testimonianze dirette l'uso di chatbot di intelligenza artificiale da parte di un gruppo terroristico. Lo studio, condotto dalla Cambridge Programme on AI Science & Policy (CASP) e pubblicato il 10 luglio 2026, si basa su 57 interviste faccia a faccia con 27 ex membri di Boko Haram e della sua fazione affiliata all'ISIS, ISWAP, raccolte tra il 2025 e il 2026 nel nordest della Nigeria. La ricercatrice Antonia Juelich, autrice principale, ha dichiarato di aver mostrato personalmente un chatbot a un ex comandante in una stanza d'albergo, chiedendogli se lo avesse mai usato. L'uomo ha annuito e ha spiegato: "Scrivi la domanda, ad esempio 'come posso costruire una bombà, e ti dice come fare. È come un robot umano". Questa testimonianza, insieme ad altre, ha aperto uno scenario inquietante: i chatbot commerciali, progettati per assistere gli utenti in compiti quotidiani, vengono ora sfruttati per scopi bellici e terroristici, aggirando con relativa facilità i filtri di sicurezza messi in atto dalle aziende.
Chatbot utilizzati: ChatGPT, Claude, Gemini, Grok, Meta AI, DeepSeek
Gli ex miliziani hanno raccontato di aver usato indistintamente una vasta gamma di chatbot: ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic, Gemini di Google, Grok di xAI (l'azienda di Elon Musk), Meta AI e persino DeepSeek, un modello cinese. Ogni chatbot veniva impiegato per compiti specifici. Per la progettazione di ordigni esplosivi, ad esempio, prediligevano ChatGPT e Claude, ritenuti più dettagliati nelle risposte tecniche. Per l'identificazione di armamenti sequestrati all'esercito nigeriano, usavano Gemini per la sua capacità di riconoscere immagini, mentre per la risoluzione di problemi meccanici sui fucili inceppati si affidavano a Meta AI, che dava consigli pratici. Inoltre, i chatbot venivano consultati per suggerire tattiche di combattimento, come posizionare gli uomini in un'imboscata o organizzare un attacco a un convoglio, e persino per analizzare a posteriori gli attacchi compiuti, valutando cosa aveva funzionato e cosa no. Questo uso sistematico indica che l'IA generativa è ormai integrata nella logistica quotidiana del gruppo, non si tratta di episodi isolati.
| Chatbot | Produttore | Uso principale riportato |
| ChatGPT | OpenAI | Progettazione di ordigni, tattiche |
| Claude | Anthropic | Dettagli tecnici su esplosivi |
| Gemini | Riconoscimento di armamenti | |
| Grok | xAI | Analisi post-attacco |
| Meta AI | Meta | Riparazione di armi meccaniche |
| DeepSeek | DeepSeek (Cina) | Informazioni generali |
I filtri di sicurezza aggirati con facilità
Le aziende produttrici di questi chatbot hanno implementato sistemi di moderazione che dovrebbero bloccare richieste legate ad armi, esplosivi e violenza. Tuttavia, i testimoni hanno affermato che questi controlli sono stati aggirati con semplici accorgimenti: ad esempio, riformulando la domanda in modo più vago ("come si fa a far esplodere un contenitore?"), o fingendo di essere un ingegnere che lavora a un progetto minerario. Un ex membro ha raccontato che, dopo alcuni tentativi, si imparava rapidamente quali parole chiave evitare e come ottenere risposte utili senza attivare i filtri. Questo solleva seri interrogativi sull'efficacia delle attuali politiche di moderazione, soprattutto quando i chatbot sono disponibili gratuitamente e in molte lingue, rendendo difficile per le aziende monitorare ogni singola interazione. Il report CASP segnala che, in alcuni casi, i chatbot hanno addirittura fornito istruzioni passo-passo per costruire detonatori a distanza, utilizzando materiali facilmente reperibili in un negozio di ferramenta.
Addestramento con operativi dell'ISIS e integrazione nella catena di comando
Un aspetto particolarmente allarmante emerso dalle interviste riguarda le sessioni di addestramento condotte da operativi stranieri legati all'Islamic State, che tra il 2023 e il 2025 hanno insegnato ai membri di ISWAP l'uso avanzato dei chatbot. Questi istruttori mostravano non solo come interrogare i modelli, ma anche come valutare le risposte, distinguendo le informazioni affidabili da quelle approssimative. Inoltre, l'uso dell'IA si è progressivamente inserito nella catena di comando: i comandanti di Boko Haram hanno iniziato a richiedere che le decisioni tattiche fossero validate da una "consulenza AI" prima di essere messe in atto, creando una sorta di doppio controllo umano-macchina. Questo fenomeno è ancora limitato e non ha sostituito la tradizionale formazione militare, ma dimostra che i gruppi terroristici sono rapidi nell'adottare nuove tecnologie, spesso più velocemente di quanto le aziende e i governi riescano a contrastarle.
Limiti metodologici dello studio e implicazioni etiche
Lo studio stesso ammette un limite importante: le informazioni si basano su racconti retrospettivi di ex miliziani, che potrebbero essere influenzati da memoria selettiva, esagerazione o persino finzione. Non è possibile verificare in modo indipendente se le risposte fornite dai chatbot siano state effettivamente messe in pratica o se gli intervistati abbiano enfatizzato il ruolo dell'IA per ottenere benefici o per impressionare i ricercatori. Tuttavia, il dato più solido è che i chatbot hanno effettivamente risposto a domande sensibili, violando le policy di sicurezza. Questo è già di per sè un problema grave, indipendentemente dall'uso pratico. Le aziende coinvolte hanno dichiarato che stanno rafforzando i filtri e collaborando con le autorità, ma la vicenda evidenzia una sfida epocale: come bilanciare l'utilità dei modelli linguistici con la necessità di impedirne l'abuso da parte di attori malintenzionati? La risposta non è semplice, e probabilmente richiederà una combinazione di tecnologie migliori, regolamentazioni internazionali e una maggiore consapevolezza degli utenti. Il report di Cambridge ha gettato luce su un uso inquietante dell'intelligenza artificiale: non più solo per disinformazione o truffe, ma per attività letali. La facilità con cui i chatbot forniscono istruzioni per costruire bombe è un campanello d'allarme per tutti. Mentre le aziende cercano di correre ai ripari, la lezione è chiara: l'IA è uno strumento potente, e come tale può essere usata per il bene o per il male. Sta a noi, come società, decidere come governarla.
Di Alex (pubblicato @ 08:00:00 in Mondo Apple, letto 126 volte)
Rappresentazione della causa legale tra Apple e OpenAI con documenti e computer
Bonus Video
Una causa che unisce partner e rivali
Il 10 luglio 2026, Apple ha depositato una causa federale presso il tribunale del Northern District of California, accusando OpenAI di aver sistematicamente sottratto segreti industriali relativi a hardware non ancora commercializzato. La notizia, riportata da Business Insider, ha scosso il mondo della tecnologia perchè le due aziende sono formalmente partner: dal 2024, ChatGPT è integrato in Apple Intelligence, l'insieme di funzionalità di intelligenza artificiale che equipaggia iPhone, iPad e Mac. Nonostante questa collaborazione, Apple sostiene che OpenAI abbia approfittato della sua posizione per reclutare ingegneri chiave e impossessarsi di progetti riservati, in particolare quelli legati al futuro dispositivo AI disegnato da Jony Ive, il celebre ex designer di Apple che ora lavora per la startup di OpenAI. La causa non chiede solo un risarcimento danni, ma anche un'ingiunzione che vieti a OpenAI di utilizzare le informazioni sottratte, una richiesta che potrebbe bloccare o ritardare lo sviluppo del tanto atteso dispositivo di Ive.
I fatti: il caso di Chang Liu e la fuga di dati
Secondo gli atti giudiziari, tutto è iniziato con un ex ingegnere elettrico di Apple, Chang Liu, che ha lasciato l'azienda nel gennaio 2026 per andare a lavorare presso OpenAI. Liu, invece di restituire il laptop aziendale, lo ha trattenuto e ha scoperto che, a causa di un bug nel sistema di autenticazione, poteva ancora accedere ai server interni di Apple. Invece di segnalare il problema, Liu avrebbe scaricato decine di file riservati, contenenti specifiche tecniche di prodotti non ancora annunciati, presentazioni interne, processi produttivi e persino dati sui fornitori. E non si sarebbe fermato qui: avrebbe incoraggiato un'altra ingegnere di Apple, in fase di colloquio con OpenAI, a studiare quei materiali prima dei colloqui, insegnandole anche come eludere i controlli di sicurezza interni, spostando le conversazioni su app di messaggistica private. Questo comportamento, secondo Apple, dimostra un piano premeditato per trafugare informazioni sensibili, non un semplice errore individuale.
Il ruolo di Tang Tan, vicepresidente passato a OpenAI
Il secondo imputato centrale è Tang Tan (nome completo Tang Yew Tan), che ha lavorato in Apple per 24 anni, raggiungendo la posizione di vicepresidente dell'hardware. Oggi è il Chief Hardware Officer di OpenAI, quindi il massimo responsabile dello sviluppo fisico dei nuovi dispositivi. Apple sostiene che Tan abbia richiesto ai candidati provenienti da Cupertino di portare con sè componenti fisici ai colloqui, per mostrarglieli in sessioni informali di presentazione. Inoltre, Tan avrebbe fatto domande specifiche su progetti altamente riservati durante i colloqui, dimostrando una conoscenza sospetta che poteva derivare solo da informazioni sottratte. Secondo la causa, Tan non solo era a conoscenza delle attività illecite, ma le ha incoraggiate attivamente, creando una cultura aziendale in cui il furto di segreti industriali era normalizzato. La lista degli imputati include anche io Products, la startup hardware fondata da Jony Ive e acquisita da OpenAI nel 2025, descritta come complice nello schema.
| Imputato | Ruolo in Apple | Ruolo in OpenAI | Accusa principale |
| Chang Liu | Ingegnere elettrico | Dipendente tecnico | Scaricamento di file riservati, istigazione ad altre |
| Tang Tan | Vicepresidente hardware | Chief Hardware Officer | Richiesta di componenti e informazioni ai candidati |
| io Products | Startup di Jony Ive (acquisita) | Acquisita da OpenAI | Complicità nel ricevere e utilizzare segreti |
La difesa di OpenAI: una smentita generica
OpenAI ha risposto alle accuse con una dichiarazione breve e generica: "Non abbiamo alcun interesse per i segreti industriali di altre aziende. Restiamo concentrati sullo sviluppo di tecnologie innovative che diano più possibilità alle persone ovunque nel mondo." Questa replica, riportata da Business Insider, non affronta punto per punto le specifiche accuse su Liu, Tan o i candidati invitati a portare componenti fisici. Molti osservatori hanno notato che si tratta di una difesa di principio, tipica delle aziende che si trovano ad affrontare cause complesse: non si negano i fatti, ma si cerca di spostare l'attenzione sulla missione aziendale. Nel frattempo, Apple ha dichiarato di aver sollevato la questione già all'inizio del 2026, chiedendo a OpenAI di avviare un'indagine interna, ma senza ricevere risposta. Solo dopo questo silenzio, Apple ha deciso di procedere autonomamente con le indagini, che hanno portato alla causa. Ora il giudice dovrà valutare le prove, ma sia Tan che Liu non hanno ancora rilasciato dichiarazioni pubbliche.
Il contesto: la rivalità sull'hardware di consumo
Il tempismo della causa non è casuale. Apple è in forte ritardo nel campo dell'intelligenza artificiale: la nuova Siri è stata rinviata più volte, e il sistema Apple Intelligence si appoggia ancora a modelli esterni, come Gemini di Google, per colmare le lacune. OpenAI, invece, sta entrando nel terreno storico di Apple: l'hardware di consumo. Il dispositivo progettato con Jony Ive, inizialmente atteso per il 2026, è slittato al 2027, e OpenAI ha assunto numerosi ex dirigenti e ingegneri hardware da Apple per costruirlo. Questa sovrapposizione di ruoli – partner commerciali e concorrenti diretti – crea una situazione estremamente delicata. Se le accuse di Apple fossero fondate, OpenAI avrebbe costruito il suo primo prodotto fisico su fondamenta illegali, e ciò minerebbe la fiducia del mercato proprio nel momento del lancio. D'altro canto, Apple potrebbe aver depositato la causa anche per rallentare il concorrente, indipendentemente dall'esito finale, facendo leva sull'attenzione mediatica per danneggiare la reputazione di OpenAI.
I precedenti legali di OpenAI e le implicazioni future
OpenAI non è nuova a cause legali. L'azienda è attualmente in tribunale con il New York Times per l'uso di articoli protetti da copyright nell'addestramento dei modelli linguistici, e a maggio 2026 ha vinto una causa intentata da Elon Musk, che accusava Sam Altman e Greg Brockman di aver trasformato la no profit originaria in un'azienda commerciale. Tuttavia, la causa con Apple è diversa: riguarda segreti industriali concreti, non questioni etiche o contrattuali. Se Apple riuscisse a dimostrare che OpenAI ha deliberatamente rubato informazioni hardware, le conseguenze sarebbero gravissime: non solo danni economici, ma anche un'ingiunzione che potrebbe bloccare lo sviluppo del dispositivo di Ive, costringendo OpenAI a ripartire da zero o a trovare soluzioni alternative. Per Apple, invece, la causa rafforza l'immagine di un'azienda che difende la propria proprietà intellettuale, un messaggio importante per i propri ingegneri e per il mercato, in un momento in cui la concorrenza sull'AI è più agguerrita che mai. La causa tra Apple e OpenAI è solo all'inizio, e le prossime settimane saranno decisive per capire se le accuse reggeranno. Al di là dell'esito legale, questa vicenda evidenzia come la frontiera tra collaborazione e concorrenza si stia facendo sempre più labile nel mondo della tecnologia. Ogni mossa, ogni assunzione, ogni colloquio può diventare un campo di battaglia, e i tribunali californiani si troveranno a dover giudicare non solo fatti, ma anche le strategie di due giganti che si contendono il futuro dell'hardware intelligente.
Fotografie del 16/07/2026
Nessuna fotografia trovata.




Microsmeta Podcast
Feed Atom 0.3
Visite guidate a Roma








(p)Link
Commenti
Storico
Stampa