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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di Alex (del 12/07/2026 @ 16:00:00, in Scienza e Spazio, letto 404 volte)
La corona solare incandescente con campi magnetici che si riconnettono e riscaldano il plasma a milioni di gradi.
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Un'inversione termica stellare
Sulla Terra, più ci si allontana da una fonte di calore e più la temperatura diminuisce. Il Sole sembra non seguire questa regola: la sua fotosfera, lo strato che vediamo brillare, ha una temperatura di circa 5500 gradi Celsius, mentre la corona sovrastante, visibile durante le eclissi come un'aureola lattiginosa, schizza a temperature comprese tra uno e tre milioni di gradi. È come se una padella fredda sul fuoco diventasse più calda del fornello stesso.
La spiegazione va cercata nei campi magnetici. Il Sole è un immenso generatore di magnetismo, e i suoi campi emergono dalla superficie formando archi e anse che si attorcigliano continuamente a causa della rotazione differenziale (l'equatore ruota più velocemente dei poli). Questi grovigli magnetici accumulano un'enorme quantità di energia.
Parker Solar Probe: dentro la fornace
La sonda Parker Solar Probe della NASA, lanciata nel 2018, è l'oggetto umano che si è spinto più vicino al Sole. Nel giugno 2026, durante il suo ventottesimo passaggio ravvicinato a soli 6,1 milioni di chilometri dalla fotosfera, ha attraversato il “foglio di corrente eliosferico”, una regione dove il campo magnetico solare cambia polarità. Gli strumenti di bordo hanno registrato un'intensa pioggia di protoni ad alta energia (oltre 400 keV), intrappolati all'interno di minuscole “isole magnetiche” generate dalla riconnessione magnetica.
La riconnessione magnetica avviene quando linee di campo opposte si spezzano e si ricongiungono, rilasciando un lampo di energia che accelera le particelle e riscalda il plasma. Parker ha osservato che queste isole, grandi pochi chilometri, si fondono tra loro (magnetic island merging), moltiplicando l'efficienza del processo e fornendo il calore necessario a mantenere la corona a milioni di gradi.
Solar Orbiter e la firma chimica
La sonda europea Solar Orbiter, dotata di telescopi e spettrografi, ha aggiunto un tassello importante. Puntando i pennacchi coronali, giganteschi getti di plasma che si estendono nello spazio, ha scoperto che le piccole riconnessioni magnetiche alla loro base arricchiscono il plasma di elementi a basso potenziale di ionizzazione, come lo zolfo. Questa firma chimica dimostra un legame diretto tra il magnetismo della fotosfera e la composizione del vento solare veloce.
Per queste ricerche, lo scienziato Lakshmi Pradeep Chitta ha ricevuto nel 2026 il premio Karen Harvey, dedicato ai giovani astrofisici solari. Il quadro che emerge è quello di una corona costantemente scossa da miliardi di minuscole scintille magnetiche, i cosiddetti nanoflare, che insieme producono il riscaldamento osservato.
Ripercussioni sulla Terra
Capire come funziona il riscaldamento coronale non è solo un esercizio accademico. Le tempeste solari, innescate da riconnessioni su larga scala, possono mettere fuori uso satelliti, reti elettriche e comunicazioni radio. Prevedere questi eventi richiede di conoscere a fondo i meccanismi che governano l'atmosfera del Sole. Il paradosso della corona solare ci insegna che la natura trova sempre modi ingegnosi per spostare energia. Piccole esplosioni magnetiche, invisibili da Terra, scaldano l'alone del Sole a temperature estreme, ricordandoci che la nostra stella è un laboratorio di fisica molto più vivace di quanto immaginassimo.
Di Alex (del 11/07/2026 @ 12:00:00, in Scienza e Spazio, letto 495 volte)
Un buco nero che emette radiazione di Hawking mentre al suo interno l'informazione quantistica viene conservata da geometrie nascoste.
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Quando un buco nero svanisce
Nel 1974 Stephen Hawking dimostrò che i buchi neri non sono del tutto neri. Vicino all'orizzonte degli eventi, il confine di non ritorno, le fluttuazioni quantistiche del vuoto producono coppie di particelle: una cade dentro, l'altra fugge via. Questa emissione, nota come radiazione di Hawking, porta via energia e fa lentamente evaporare il buco nero. Dopo un tempo lunghissimo, l'oggetto scompare, lasciando solo radiazione termica. Ma qui nasce il problema: la radiazione è puramente casuale, non contiene alcuna traccia di ciò che era caduto dentro. Se un astronauta precipitasse in un buco nero con un libro, dopo l'evaporazione non resterebbe traccia del testo. Eppure, la meccanica quantistica esige che l'informazione si conservi sempre.
La curva di Page e l'entanglement
Per decenni i fisici hanno dibattuto. Nel 1993 Don Page, ex studente di Hawking, mostrò che il conflitto si manifesta a metà del processo di evaporazione, il cosiddetto “tempo di Page”. All'inizio, l'entanglement (la correlazione quantistica) tra l'interno e l'esterno del buco nero cresce, ma a un certo punto deve invertirsi se si vuole che l'informazione venga restituita. La radiazione dovrebbe quindi mostrare una firma precisa.
Recenti sviluppi teorici basati sulla corrispondenza AdS/CFT, un ponte tra gravità e teorie quantistiche dei campi, hanno dimostrato che l'entropia della radiazione segue effettivamente la curva di Page, preservando l'unitarietà. Inoltre, l'ipotesi dei “replica wormholes” (cunicoli spazio-temporali che collegano copie multiple dell'universo) fornisce un meccanismo matematico per la conservazione dell'informazione, come se l'interno del buco nero fosse connesso alla radiazione lontana da minuscoli ponti quantistici.
Dimensioni extra e residui di Planck
Nel 2026 è stata proposta una soluzione radicale. Se lo spazio possiede sette dimensioni, con tre dimensioni spaziali più grandi e tre arrotolate su scale microscopiche secondo una geometria detta G2, la torsione intrinseca dello spazio-tempo arresta l'evaporazione quando il buco nero raggiunge una taglia minima, grande quanto la lunghezza di Planck (10^-35 metri). Questo “residuo” rimane stabile e immagazzina al suo interno tutta l'informazione quantistica originale, equivalente a circa 1,5 x 10^77 qubit per un buco nero di massa solare. L'informazione non va perduta, ma viene codificata nelle oscillazioni dei campi di torsione.
In parallelo, alcuni ricercatori hanno notato che Hawking, nel suo calcolo originario, aveva trascurato l'emissione stimolata, un effetto quantistico che accompagna sempre l'emissione spontanea. Includerla modifica lo spettro della radiazione e potrebbe risolvere il paradosso senza bisogno di nuove dimensioni.
Un enigma che unisce due mondi
Il paradosso dell'informazione è il terreno di scontro tra relatività generale e meccanica quantistica. Risolverlo significherebbe gettare le basi per una teoria quantistica della gravità, il Santo Graal della fisica. Esperimenti futuri, come il rilevamento delle onde gravitazionali emesse dalla fusione di buchi neri, potrebbero offrire indizi su eventuali effetti quantistici macroscopici. Immaginate di gettare un libro nel fuoco e vedere le ceneri volare via. Se poteste raccogliere ogni singola particella di fumo e cenere, e conosceste perfettamente le leggi del moto, potreste ricostruire il libro. I buchi neri potrebbero essere fuochi cosmici che non distruggono, ma nascondono l'informazione in modi che ancora fatichiamo a comprendere.
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