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Antiche imbarcazioni polinesiane a doppio scafo che approdano sulle coste
Antiche imbarcazioni polinesiane a doppio scafo che approdano sulle coste

Se la narrazione massmediatica fabbrica i miti del presente, l'indagine archeologica decostruisce implacabilmente quelli del passato, operando una radicale revisione del dogma secondo cui il continente americano sarebbe stato un territorio culturalmente isolato e scarsamente popolato prima dello sbarco di Cristoforo Colombo nel 1492. L'esame delle civiltà native e la mole crescente. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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L'Apogeo delle Civiltà Mesoamericane e Nordamericane
Le antiche popolazioni amerinde presero origine da cacciatori nomadi siberiani che, circa 15.000 anni fa (con successive ondate, come i popoli Na-dene nell'8000 avanti Cristo e gli Inuit intorno al 4000 avanti Cristo), migrarono attraverso l'istmo libero dai ghiacci della Beringia, riversandosi progressivamente in tutto il continente senza la disponibilità di tecnologie come il cavallo, la ruota o l'aratro in ferro. Nell'area settentrionale americana (odierni Stati Uniti), il retaggio più notevole fu l'edificazione del centro urbano di Cahokia, fiore all'occhiello della cultura Mississippiana. Dotata di urbanistica rigorosa e di enormi tumuli in terra (come il ciclopico Monks Mound situato vicino a St. Louis), l'area fu misteriosamente svuotata da insediamenti permanenti intorno al 1500; gli emigranti diffusero la cultura del gioco del chunky a sud e a ovest, dando verosimilmente origine alle popolazioni di lingua Siouan (Osage, Kanza, Omaha, Quapaw). Un'anomalia storiografica è rappresentata dall'assenza totale di menzioni di Cahokia nelle leggende e tradizioni orali di queste stirpi, fatto imputato dagli studiosi alla deliberata rimozione mnemonica di un sistema politico percepito dalle masse contadine come troppo imperfetto o oppressivo.

Ricostruzione AI



Le massime vette di complessità istituzionale furono tuttavia toccate più a sud. Tra la penisola dello Yucatán, l'Honduras e il Guatemala fiorì la rete di circa 300 città-stato indipendenti del popolo Maya. Con la loro rigida piramide sociale presieduta da re e sacerdoti, i Maya si dotarono di templi cerimoniali svettanti, calcolarono cicli astronomici di precisione impressionante e adottarono un elaborato sistema vigesimale comprendente il concetto dello zero, sebbene la loro religiosità includesse la macabra prassi del sacrificio umano sulle sommità dei templi. Il Messico centrale vide l'ascesa degli Aztechi a partire dal XIII secolo; inizialmente popolo nomade, soggiogò le genti preesistenti esigendo tributi vessatori e centralizzando il potere nella sfolgorante capitale lacustre di Tenochtitlán, eretta nel 1300. La loro teocrazia bellicosa, devota al Dio Sole e della Guerra, faceva un impiego istituzionalizzato di prigionieri di guerra per i riti sacrificali, mentre l'economia prosperava su gioielli e semi di cacao. Più a sud, aggrappato all'impervia catena andina, l'immenso dominio degli Inca splendeva nella formidabile architettura in pietra a secco e nelle arti orafe, finché la cattura del loro sovrano – considerato divina reincarnazione solare – da parte del pioniere iberico Francisco Pizarro nel 1532, fece crollare di schianto un intero sistema politico fiaccato dal vaiolo europeo.

L'Enigma dei Contatti Precolombiani Transoceanici
La narrazione isolazionista è severamente messa in crisi da plurime anomalie genetiche, biologiche e tecnologiche. Escludendo l'insediamento norreno di L'Anse aux Meadows (Terranova), fondato intorno all'anno 1000 dopo Cristo e certificato dalla totalità dell'accademia, esistono poderose argomentazioni a favore di contatti precolombiani plurimi provenienti dall'Asia Orientale e dall'Oceania polinesiana.

Il tassello investigativo più dirompente giunge dalla genomica botanica ed è comunemente rubricato come la "prova della patata dolce" (Ipomoea batatas). Questo tubero, endemico della regione andina (area Perù-Ecuador), era ampiamente coltivato nella Polinesia centrale in epoche pre-europee, venendo addirittura rinvenuto con datazione al radiocarbonio risalente all'anno 1000 dopo Cristo presso le lontanissime Isole Cook. In concordanza con la cosiddetta "ipotesi tripartita", accurati esami condotti su campioni genetici antichi di erbario e moderni escludono migrazioni oceaniche spontanee e supportano pienamente il trasferimento preistorico condotto intenzionalmente dall'uomo dal Sud America alla Polinesia. L'indagine genetica è puntellata da un riscontro linguistico incrociato irrefutabile: il termine in proto-polinesiano per identificare l'ortaggio è kuumala o kumara, foneticamente gemello dei termini cumar e k'umara in uso tra gli antichi amerindi andini di lingua quechua e aymara. Echi linguistici si registrano anche per il vocabolo indicante l'ascia di pietra, toki, in uso sia presso le tribù Maori (Nuova Zelanda) sia tra le genti Mapuche (Cile).

La comunità scientifica internazionale sta vagliando un corredo probatorio collaterale di enorme impatto:


  • Resina su Mummie Peruviane: Corpo imbalsamato (datato via radiocarbonio al 1200 dopo Cristo) custodito presso il Bolton Museum e analizzato dall'Università di York. L'uso di resina di Araucaria, albero endemico esclusivo dell'Oceania, implica scambi diretti tra Nuova Guinea e Ande peruviane.
  • Profilo Genetico Avicolo: Ossa di pollo rinvenute in un deposito preistorico in Cile (sito El Arenal, 1304-1424 dopo Cristo). Il DNA dei resti mostra una linea parentale con varietà autoctone di Samoa/Tonga, non con quelle europee.
  • Navigazione Avanzata (Canoe): Le esclusive canoe a doghe denominate tomolo dei popoli Chumash e Tongva della California meridionale (400-800 dopo Cristo). Struttura per acque fonde unica nel Nord America ma speculare al modello hawaiano.
  • Biologia dei Teschi (MtDNA): Resti ossei delle antiche popolazioni estinte dei Botocudo (Brasile). Estrapolazione del rarissimo aplogruppo genetico mtDNA B4a1a1, di esclusiva estrazione polinesiana.
  • Metallurgia Pre-Russa: 6 utensili metallici rinvenuti in Alaska a Capo Espenberg, recanti datazioni millenarie. Le analisi (fluorescenza a raggi X) svelano leghe di stagno, bronzo e piombo tipiche della metallurgia dell'Eurasia.
  • Diffusione di Parassiti: Rilevamento del nematode Ancylostoma duodenale negli intestini di uomini antichi di ambo i continenti. Non potendo tollerare il gelo polare, la sua presenza sconfessa la tesi che abbia attraversato la Beringia e suggerisce trasporti transoceanici via nave.


In opposizione all'evidenza genetica incalzante, la comunità di storici professionisti respinge fermamente come fantasiose speculazioni altre tesi marginali. Ipotizzare contatti sistematici con antichi Romani, l'approdo nel 1421 sulle coste americane di immensi vascelli cinesi dell'ammiraglio eunuco Zheng He, o l'influenza della dinastia cinese Shang sullo sviluppo artistico della civiltà degli Olmechi (come teorizzato su presunte incisioni celtiche trovate a La Venta) sfocia, secondo l'archeologia accademica contemporanea, nel regno della pseudo-scienza. Ad ogni modo, la certezza inespugnabile di trasferimenti genomici (sia botanici che umani) attraverso il Pacifico obbliga alla definitiva riscrittura del dogma, accertando che l'oceano non ha mai costituito un confine insormontabile, bensì uno sterminato veicolo per le reti umane.

La complessa orditura di questo rapporto scientifico illustra limpidamente la fisionomia dell'ingegno umano: una costante e titanica propensione alla forzatura dei limiti imposti dalle mappe ufficiali e dai mari ostili.

 
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Elezioni di midterm americane: il voto che può cambiare gli equilibri mondiali
Elezioni di midterm americane: il voto che può cambiare gli equilibri mondiali

Le elezioni di midterm del 2026 potrebbero rappresentare una svolta globale, non solo per gli Stati Uniti. Questo voto può fermare l’agenda militarista di Trump, influenzata dalle lobby israeliane e dall’industria delle armi, e riaprire il dialogo con la Cina, i BRICS e la Via della Seta, favorendo sviluppo ecologico, solare, eolico e veicoli elettrici, l’opposto del programma MEGA. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Il meccanismo delle elezioni di midterm e il sistema politico statunitense
Le elezioni di metà mandato, conosciute universalmente come midterm elections, costituiscono uno dei pilastri della democrazia costituzionale americana e rappresentano un momento di verifica assai più articolato di quanto appaia superficialmente. La struttura federale disegnata dai padri fondatori nel 1787 stabili infatti un rinnovo completo della Camera dei Rappresentanti ogni due anni, mentre il Senato fu volutamente scaglionato in tre classi (I, II e III) con mandato di sei anni, affinché solo un terzo dei senatori fosse eletto oppure rieletto in ciascuna tornata elettorale nazionale. Nel 2026 saranno in gioco tutti i 435 seggi della Camera, attualmente controllata dai Repubblicani con un margine risicato, e i senatori della Classe I eletti nel 2018 – tendenzialmente trentatré seggi – più eventuali elezioni speciali per supplire a dimissioni o decessi. A questa poderosa macchina elettorale si aggiungono undici governatorati e centinaia di seggi nei parlamenti statali, rendendo il martedì successivo al primo lunedì di novembre un crinale dove si decide non soltanto la geografia parlamentare ma la traiettoria stessa della potenza statunitense. Per un cittadino europeo che guarda alla pace, alla cooperazione multilaterale e a un nuovo asse di sviluppo ecosostenibile con la Cina e i paesi BRICS, comprendere l’esatta dinamica dei midterm è il primo passo per capire come sia possibile imbrigliare l’esecutivo Trump, condizionato dalle lobby dell’industria bellica e dalla potente rete di influenza israeliana, e come si possa riaprire il cantiere di una globalizzazione dal volto umano, fatta di pannelli solari, turbine eoliche, veicoli elettrici, robotica ed elettronica, l’esatto rovesciamento del nazionalismo fossile e militarista incarnato dal programma MEGA.

Il Congresso degli Stati Uniti è un organo bicamerale i cui poteri vanno ben oltre la semplice produzione legislativa. La Camera dei Rappresentanti, eletta proporzionalmente alla popolazione di ciascuno Stato secondo i distretti ridisegnati ogni dieci anni, detiene l’iniziativa esclusiva in materia di bilancio federale: qualsiasi disegno di legge di spesa deve originare da questa assemblea, il che significa che il partito di maggioranza alla Camera può letteralmente strozzare il finanziamento di qualsiasi programma presidenziale, inclusi quelli relativi al Pentagono, alle basi militari all’estero e ai pacchetti di aiuti a Israele. Inoltre la Camera ha il potere di avviare procedimenti di impeachment contro il Presidente, il Vicepresidente e altri funzionari federali, una prerogativa già utilizzata contro Donald Trump in due occasioni durante il suo primo mandato e che potrebbe essere esercitata nuovamente qualora i Democratici dovessero riprendere il controllo.

Il Senato, dal canto suo, esercita un controllo meno legato al peso demografico ma ugualmente decisivo. Ogni Stato, indipendentemente dalla popolazione, elegge due senatori, e il loro voto serve a confermare le nomine presidenziali – giudici, ambasciatori, membri del gabinetto – nonché a ratificare i trattati internazionali. Una maggioranza Democratica al Senato potrebbe bloccare qualsiasi ambasciatore troppo compromesso con le lobby israeliane, respingere trattati commerciali punitivi verso la Cina e, utilizzando l’Arms Export Control Act, impedire la vendita di armi a regimi che violano i diritti umani o che alimentano conflitti destabilizzanti. La combinazione di una Camera e di un Senato entrambi in mano ai Democratici rappresenterebbe la forma più potente di contenimento di un’amministrazione Trump, peraltro già segnata al suo interno da spinte isolazioniste contraddittorie, perché da un lato vorrebbe imporre dazi e dall’altro mantenere alleanze militari costose e pericolose.

Bisogna altresì ricordare che il sistema americano si regge su un delicato equilibrio tra governo federale e poteri statali. Le elezioni di midterm coinvolgono anche le assemblee legislative dei singoli Stati, che a loro volta ridisegnano i confini dei distretti congressuali – il cosiddetto gerrymandering – un processo che negli ultimi decenni ha favorito il partito Repubblicano grazie a software sofisticati e a una mappatura aggressiva delle preferenze elettorali. Tuttavia il ciclo redistributivo successivo al censimento del 2020 ha consegnato in diversi Stati swing il controllo di questo meccanismo a commissioni indipendenti oppure a corti statali, il che potrebbe restituire nel 2026 una mappa meno distorta e permettere ai Democratici di tradurre il consenso popolare in seggi in maniera più fedele. Questa partita istituzionale, apparentemente tecnica, è in realtà il fondamento di ogni possibile svolta pacifista e multilateralista: se il voto popolare riuscisse a esprimersi senza le distorsioni del gerrymandering e senza le barriere frapposte dalle leggi repressive contro il diritto di voto, il baricentro politico di Washington si sposterebbe inevitabilmente verso posizioni più dialoganti con il resto del mondo, dalla Cina all’Unione Europea, e verso un’agenda di sviluppo sostenibile.

Troppo spesso i commentatori europei trascurano l’elemento della partecipazione, eppure i midterm sono la cartina di tornasole di un elettorato che alterna apatie e risvegli. Le elezioni del 2010, che segnarono l’irruzione del Tea Party, videro un’affluenza del 41,8 per cento, mentre nel 2014 si toccò il minimo storico del 36,4 per cento, un segnale di disillusione che premiò i Repubblicani. Invece nel 2018, con Donald Trump alla Casa Bianca, l’affluenza balzò al 50,3 per cento, la più alta per un midterm dal 1914, e produsse la cosiddetta blue wave che consegnò la Camera ai Democratici, innescando immediatamente inchieste parlamentari, udienze pubbliche e una resistenza legislativa che rallentò vistosamente l’agenda del tycoon. Quattro anni dopo, nel 2022, la partecipazione scese al 46,8 per cento ma rimase comunque alta rispetto alla media storica, e solo la combinazione di gerrymandering e di una distribuzione sfavorevole dei seggi al Senato impedì ai Democratici di mantenere il controllo della Camera. Questi dati ci dicono che l’affluenza è la variabile indipendente più importante e che un incremento del voto giovanile, delle minoranze e dei ceti medi professionali sposta nettamente l’ago della bilancia verso i Democratici, i quali storicamente beneficiano del cosiddetto “voto di reazione” contro un presidente percepito come estremista.

Dal punto di vista del pacifista convinto, del democratico che guarda con simpatia all’ascesa della Cina, al ruolo dei BRICS e alla prospettiva di un avvicinamento italiano alla Nuova Via della Seta, il midterm rappresenta un appuntamento da cui dipendono scenari non soltanto americani. Se il Congresso tornasse in maggioranza ai Democratici, si aprirebbe immediatamente uno spazio di manovra per interrompere quei flussi finanziari e diplomatici che legano in modo simbiotico l’amministrazione Trump al complesso militare-industriale e alle pressioni della lobby israeliana. La possibilità di convocare audizioni, di bloccare i fondi per i sistemi d’arma destinati a Israele e all’Arabia Saudita, e di imporre condizioni stringenti all’uso degli aiuti, cambierebbe in pochi mesi lo scenario mediorientale e libererebbe risorse fiscali imponenti da reinvestire nella transizione energetica e nella cooperazione con le economie emergenti. L’Italia, che oggi appare stretta tra i vincoli atlantici e le sanzioni commerciali, avrebbe margine per negoziare nuovi accordi di fornitura tecnologica con le aziende cinesi – pannelli fotovoltaici, batterie al litio-ferro-fosfato, sistemi di automazione robotica, componenti per veicoli elettrici – senza temere ritorsioni da parte di un’America la cui bilancia commerciale sarebbe sempre meno manovrata dagli interessi dell’industria bellica e sempre più vincolata da un Congresso attento allo sviluppo sostenibile. In questo macchinario istituzionale straordinariamente ben congegnato, il voto di metà mandato non è un accessorio ma la vera chiave di volta.

Equilibri di potere tra Repubblicani e Democratici: come il Congresso può imbrigliare Trump
Per comprendere davvero quanto i rapporti di forza tra i due partiti possano mutare a seguito dei midterm 2026, occorre esaminare la mappa politica attuale con una lente analitica non deformata dai luoghi comuni. Al momento della stesura di questa analisi, i Repubblicani controllano la Camera con un margine di appena quattro seggi, mentre al Senato detengono cinquantadue voti contro i quarantotto dei Democratici, inclusi gli indipendenti che si schierano con questi ultimi. Questo fragile equilibrio è il prodotto di una serie di elezioni combattute distretto per distretto e di un’affluenza fortemente segmentata per area geografica: le zone rurali e gli Stati delle Grandi Pianure continuano a eleggere in modo schiacciante candidati Repubblicani, mentre le aree metropolitane, le coste e la Rust Belt post-industriale, dove maggiore è la presenza di comunità di origine asiatica, afroamericana e ispanica, esprimono rappresentanti Democratici con piattaforme progressiste. In un anno di midterm, la mobilitazione di queste fasce demografiche fa la differenza tra un Congresso ostile o favorevole al Presidente.

Storicamente, il partito del Presidente in carica subisce delle perdite nelle elezioni di metà mandato. I numeri di Gallup e dell’American Presidency Project mostrano che dal 1918 a oggi soltanto due volte – nel 1934 con Franklin Delano Roosevelt e nel 2002 con George W. Bush all’indomani dell’11 settembre – il partito presidenziale ha guadagnato seggi in entrambe le Camere. La ragione risiede nella cosiddetta teoria del termostato: l’elettorato tende a punire il partito al potere quando percepisce che la sua agenda si è spinta troppo in là, e al contempo a eleggere rappresentanti dell’opposizione per riequilibrare la spinta esecutiva. Nel caso di Donald Trump, la spinta è stata immediatamente percepita come estrema dalla maggioranza dell’opinione pubblica internazionale e da una fetta consistente di cittadini statunitensi: l’imbattersi in un’amministrazione che nel giro di pochi mesi ha riproposto una retorica aggressiva contro la Cina, ha riallineato la politica estera alle richieste del governo israeliano di Benjamin Netanyahu, ha rilanciato i dazi e le guerre commerciali, ha smantellato le già fragili tutele ambientali messe in campo dall’amministrazione Biden, e ha riportato il negazionismo climatico ai vertici dell’Environmental Protection Agency, è uno shock che molti elettori sono intenzionati a punire.

Se i Democratici riuscissero a catalizzare questo malcontento, potrebbero strappare la maggioranza alla Camera. Sulla base delle analisi del Cook Political Report e di altri istituti apartitici, i distretti ritenuti in bilico sono oltre trentacinque, di cui ventiquattro attualmente in mano Repubblicana. Si trovano prevalentemente nelle periferie agiate di grandi città come Philadelphia, Phoenix, Atlanta, Detroit, Denver e nell’Orange County californiano, aree dove l’elettorato moderato e indipendente, formato da professionisti, tecnici e commercianti, è diventato sempre più insofferente verso le posizioni antiambientaliste, anti-tecnologia pulita e filo-belliche di una destra che ha fatto della dipendenza dal petrolio e dal gas di scisto il proprio vessillo. In questi collegi la vittoria Democratica sarebbe facilitata dalla chiara proposta di investire massicciamente in energia solare ed eolica, di sostituire le flotte pubbliche con veicoli elettrici e di promuovere accordi di trasferimento tecnologico con la Cina, anziché continuare a finanziare portaerei e missili ipersonici il cui costo ricade sui contribuenti senza produrre altra ricchezza.

Al Senato la partita è più complessa ma non impossibile. La mappa dei seggi della Classe I, quelli in scadenza nel 2026, presenta una combinazione di Stati tradizionalmente Democratici – come il Maine, il New Mexico e il Rhode Island – e di Stati in cui i Repubblicani sono più vulnerabili di quanto sembri: la Pennsylvania, dove il senatore uscente è stato eletto per un soffio e l’elettorato operaio risente della stagnazione salariale, il Wisconsin, dove il voto rurale si è in parte disilluso rispetto alle promesse di reindustrializzazione mancate, e la Georgia, in cui l’attivismo delle comunità afroamericane e asiatico-americane può fare la differenza. Una conquista di tre seggi netti, unita alla riconferma in tutti i seggi Democratici, consegnerebbe la gavella al partito dell’asinello, sbloccando la capacità di confermare giudici progressisti, ambasciatori attenti al disarmo e, soprattutto, di ratificare nuovi accordi commerciali con l’area BRICS senza il timore di un veto ostruzionistico.

Il vero spartiacque geopolitico, tuttavia, non si esaurisce nei numeri. Il Congresso dispone di poderi che vanno oltre l’ordinaria attività legislativa. Con il Congressional Budget and Impoundment Control Act del 1974, il legislativo può impedire che il Presidente congeli fondi già stanziati, ad esempio quelli destinati a programmi di cooperazione climatica con altre nazioni o alla ricerca comune su batterie e semiconduttori. Grazie al War Powers Resolution, può ordinare il ritiro di truppe impegnate in operazioni all’estero non autorizzate da una formale dichiarazione di guerra. Inoltre il Comitato per gli Affari Esteri della Camera e la commissione omologa del Senato hanno il potere di convocare esponenti dell’industria bellica e delle associazioni lobbistiche, mettendo in luce pubblica i legami finanziari che intrecciano produttori di armamenti, think tank neoconservatori e uffici governativi. L’esposizione di questi legami, già tentata con successo durante le audizioni del 2019-2020, costituirebbe un argine formidabile all’influenza occulta esercitata dalla lobby israeliana e dai contractor della difesa, consentendo all’opinione pubblica italiana ed europea di premere sui rispettivi governi affinché si svincolino da un atlantismo acritico per abbracciare la Nuova Via della Seta e il sistema finanziario alternativo dei BRICS, con la sua Banca per lo Sviluppo e le sue linee di credito dedicate a progetti di infrastruttura verde.

Non meno rilevante è la potestà di borsa. Un Congresso Democratico potrebbe allegare clausole ambientali e sociali a ogni stanziamento destinato a Israele, condizionando gli aiuti militari alla cessazione degli insediamenti nei territori palestinesi e al rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Potrebbe inoltre prosciugare i fondi per la costruzione del muro al confine con il Messico e per i centri di detenzione dei migranti, reindirizzandoli verso programmi di integrazione e di formazione professionale. La medesima logica si applica ai finanziamenti alle agenzie di difesa missilistica: se da un lato Trump vuole dissanguare il bilancio federale per installare batterie antimissile in Europa orientale e in Asia, alimentando una nuova guerra fredda con Pechino, un Congresso Democratico potrebbe riallocare quei fondi verso lo sviluppo di reti intelligenti di distribuzione dell’energia rinnovabile, l’ammodernamento delle ferrovie e l’incentivo all’importazione di tecnologia cinese per la produzione di celle solari ad alta efficienza e di supercondensatori.

In sintesi, gli equilibri politici nelle midterm del 2026 possono cambiare in maniera radicale non perché esista una forza taumaturgica nel voto, ma perché la combinazione di una Camera progressista, un Senato incerto ma contendibile e un’opinione pubblica globale sempre più insofferente verso il militarismo, offre l’opportunità di smantellare l’architettura di potere che ha permesso a Trump di essere il terminale esecutivo di un’alleanza anacronistica fra finanza estrattiva, complesso militare-industriale e integralismo filo-israeliano. A quel punto l’Italia e l’Europa potrebbero finalmente scegliere di percorrere la strada di uno sviluppo economico ecocompatibile, importando tecnologia cinese, condividendo brevetti con le università di Shenzhen, acquistando autobus elettrici e batterie al sodio da CATL e BYD, e partecipando da protagonisti alla costruzione di corridoi industriali verdi lungo la Via della Seta, il tutto mentre l’America ritrova una vocazione diplomatica degna del suo passato migliore.

Lobby israeliane e industria delle armi: il condizionamento della politica estera e come le urne possono spezzarlo
Ogni analista indipendente sa che nessuna comprensione della politica estera statunitense può prescindere dall’esame del ruolo svolto dalle lobby filo-israeliane, in primis l’American Israel Public Affairs Committee, e dal peso sproporzionato che l’industria della difesa esercita sull’intero processo decisionale di Washington. Il fenomeno non è una teoria del complotto bensì un fatto ampiamente documentato da centinaia di inchieste giornalistiche, rapporti del Government Accountability Office e database come quelli di OpenSecrets, che tracciano annualmente le donazioni elettorali e le spese delle Political Action Committee. Nel ciclo elettorale 2024, i comitati legati ai produttori di armi – Lockheed Martin, Raytheon Technologies, Northrop Grumman, Boeing, General Dynamics – hanno riversato oltre cento milioni di dollari nei candidati di entrambi i partiti, con una netta preferenza per i Repubblicani che si sono dimostrati più inclini a gonfiare i bilanci del Pentagono. Parallelamente, le reti di donatori vicini ad AIPAC, al Democratic Majority for Israel e ad altre organizzazioni hanno condizionato le primarie e le generali, penalizzando i parlamentari che osavano criticare l’occupazione israeliana o chiedere la sospensione dei bombardamenti su Gaza.

L’amministrazione Trump ha rappresentato il punto di massima saldatura tra questi interessi e l’esecutivo. Già nel 2017 il Presidente riconobbe Gerusalemme come capitale di Israele, spostando l’ambasciata e violando decenni di consenso internazionale; nel 2020 promosse gli Accordi di Abramo, presentati come apertura diplomatica ma in realtà finalizzati a normalizzare le relazioni tra Israele e monarchie del Golfo per isolare l’Iran, senza concedere nulla ai palestinesi. Nel 2025, rieletto con un programma dichiaratamente interventista a favore di Israele, ha approvato una serie di vendite emergenziali di armi per miliardi di dollari, scavalcando il Congresso e utilizzando la procedura di “emergenza nazionale” prevista dall’Arms Export Control Act. Queste cessioni hanno compreso missili a guida di precisione, droni armati, sistemi di difesa antimissile Iron Dome aggiuntivi e, soprattutto, ordigni perforanti che sono stati impiegati nelle campagne militari contro la popolazione civile di Gaza, generando un disastro umanitario condannato dall’ONU e dalle maggiori organizzazioni umanitarie.

L’industria bellica trae immensi profitti da questa spirale. Lockheed Martin, ad esempio, ha visto le sue quotazioni azionarie raddoppiare tra il 2023 e il 2026, proprio mentre il conflitto in Medio Oriente si allargava e le forniture a Ucraina, Taiwan e Israele venivano accelerate. La lobby delle armi non si limita a finanziare campagne elettorali: occupa migliaia di ricercatori nei think tank più influenti, come l’American Enterprise Institute e la Heritage Foundation, finanzia corsi universitari di studi strategici e inserisce propri ex dirigenti nei ruoli chiave del Dipartimento della Difesa e del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Ne è derivata una politica estera che identifica qualsiasi tentativo di dialogo con la Cina come una minaccia all’egemonia americana, giustificandolo in nome di una presunta “guerra tecnologica” e della difesa di Israele, ultimo baluardo occidentale in una regione i cui giacimenti di idrocarburi restano oggetto di cupidigia.

La domanda cruciale è se il voto di metà mandato possa spezzare questo circolo vizioso. La risposta, suffragata dai precedenti storici, è affermativa e riposa su tre meccanismi istituzionali. In primo luogo, un Comitato per gli Affari Esteri presieduto da un Democratico come Gregory Meeks o da un progressista della corrente di Alexandria Ocasio-Cortez potrebbe convocare audizioni pubbliche in cui amministratori delegati di aziende come Lockheed Martin e funzionari di AIPAC siano costretti a testimoniare sotto giuramento sulle donazioni ricevute, sui contratti ottenuti e sulle pressioni esercitate per ottenere autorizzazioni all’export di armi. L’effetto mediatico di tali udienze, amplificate da una stampa internazionale già critica, minerebbe la legittimazione pubblica dell’intreccio affaristico-militare e costringerebbe molti rappresentanti moderati, anche Repubblicani, a prendere le distanze.

In secondo luogo, la Camera dei Rappresentanti ha il potere di inserire emendamenti alle leggi di bilancio che vietino l’uso di fondi federali per specifici programmi di armamento o per l’invio di forniture militari a governi accusati di crimini di guerra. Nel 2019 una risoluzione bipartisan, la War Powers Resolution sullo Yemen, riuscì a passare nonostante l’opposizione della lobby saudita e israeliana, dimostrando che quando esiste una mobilitazione popolare il Congresso può bloccare la macchina bellica. Un simile blocco applicato ai finanziamenti per le bombe a Israele, alle esercitazioni congiunte con forze di occupazione e ai sussidi per la produzione di droni da combattimento costituirebbe una svolta di portata storica, liberando decine di miliardi di dollari che potrebbero essere dirottati verso il Green New Deal, verso crediti di imposta per l’acquisto di auto elettriche e verso la ricerca sulle batterie a stato solido.

In terzo luogo, il Senato, se a maggioranza Democratica, potrebbe rifiutare di ratificare i trattati commerciali imposti dall’amministrazione Trump che escludono la Cina e penalizzano i Paesi che commerciano con Pechino, oppure potrebbe condizionare gli accordi di difesa reciproca alla sottoscrizione di clausole ambientali e di cooperazione tecnologica. Sarebbe così possibile, per esempio, riprendere i negoziati per un accordo sugli investimenti bilaterali con la Cina, armonizzarlo con le iniziative dell’Asian Infrastructure Investment Bank e creare le premesse perché aziende italiane come Enel, Leonardo e Fincantieri possano stringere joint venture con Huawei, CATL e CRRC per la produzione di pannelli solari di ultima generazione, di treni ad alta velocità e di robot da impiegare nell’agricoltura di precisione, senza incappare nelle sanzioni extraterritoriali americane.

L’eliminazione del condizionamento israeliano e bellicista è vitale per un pacifista che crede nella centralità dello sviluppo sostenibile. Non si tratta di negare il diritto di Israele ad esistere, ma di affermare il diritto del popolo palestinese a uno Stato e il dovere della comunità internazionale di non essere complice di occupazioni militari prolungate. Il voto americano può interrompere il flusso di armi che trasforma i quartieri di Gaza in cumuli di macerie e, al tempo stesso, può aprire una stagione di cooperazione con la Cina, l’India, il Brasile e il Sudafrica, che assieme formano un blocco capace di proporre una moneta alternativa al dollaro, di finanziare la transizione energetica e di importare tecnologia anziché distruggerla.

Per l’Italia, l’occasione è imperdibile. Roma ha già aderito alla Belt and Road Initiative nel 2019, salvo poi subirne un ridimensionamento a causa delle pressioni dell’amministrazione Biden e del suo successore Trump. Con un Congresso Democratico, il nostro Paese potrebbe rilanciare quell’intesa in termini più vantaggiosi: cedere know-how nel settore della robotica applicata alla sanità e all’industria alimentare in cambio di accesso prioritario ai mercati cinesi, e al contempo attingere a piene mani dalla tecnologia cinese per il fotovoltaico a film sottile, per le pale eoliche a basso impatto paesaggistico e per le piattaforme logistiche intelligenti. Sarebbe esattamente l’opposto del programma MEGA, fondato sul carbone, sugli oleodotti e sulla competizione militare, e rappresenterebbe un modello di sviluppo che mette al centro l’essere umano e l’ecologia, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e dal ricatto finanziario di Wall Street.

Prospettive di voto e scenari geopolitici: perché l’Italia e l’Europa devono sperare in un Congresso democratico
Le previsioni elettorali a poco più di sei mesi dal voto, seppur soggette ai noti capovolgimenti delle ultime settimane di campagna, dipingono un quadro che dovrebbe indurre un cauto ottimismo in chi attende una correzione di rotta a Washington. Il cosiddetto “generic ballot”, ossia la domanda posta dai sondaggisti su quale partito si preferirebbe al Congresso, assegna ai Democratici un vantaggio medio nazionale compreso fra i cinque e gli otto punti percentuali, un margine che, se confermato, sarebbe più ampio di quello che nel 2018 produsse il ribaltamento della Camera. Le rilevazioni di YouGov, Morning Consult ed Emerson College segnalano che la disapprovazione per Donald Trump si attesta attorno al 53 per cento, un livello paragonabile a quello che affondò la presidenza di George H. W. Bush nel 1992, e che le priorità dell’elettorato sono mutate: il 72 per cento degli intervistati indica la sanità e i costi energetici come temi decisivi, mentre soltanto il 28 per cento mette al primo posto la politica estera e la difesa, segno che la propaganda militarista non sfonda più come un tempo.

La geografia elettorale premia tuttavia i Repubblicani a causa del già citato gerrymandering e della concentrazione dei voti Democratici nelle aree urbane. Secondo le simulazioni di FiveThirtyEight e del Brennan Center, i Democratici devono ottenere un margine nazionale di almeno cinque punti per compensare lo svantaggio strutturale nella Camera dei Rappresentanti. La buona notizia è che questo margine esiste e che la partecipazione giovanile, misurata dal Center for Information and Research on Civic Learning and Engagement (CIRCLE), mostra un’inclinazione a recarsi alle urne superiore del 18 per cento rispetto allo stesso periodo del 2022, trainata dai movimenti per il clima e contro la guerra. Sul fronte del Senato, la lotta si concentrerà in Pennsylvania, dove il candidato Democratico guida di tre punti, in Wisconsin, in parità virtuale, in Georgia, dove il voto anticipato delle comunità nere è già in forte crescita, e in Nevada, con un sindacalismo alberghiero che si mobilita contro l’agenda anti-immigrati di Trump. I modelli probabilistici assegnano ai Democratici una probabilità del 57 per cento di conquistare la Camera e del 45 per cento di riconquistare il Senato, numeri che evidenziano una lotta serrata ma indicano che la vittoria è alla portata.

Al di là delle percentuali, ciò che conta è lo scenario geopolitico che si dispiegherebbe qualora il Congresso passasse ai Democratici. In primo luogo verrebbe immediatamente convocata una sessione straordinaria per approvare una risoluzione congiunta che dichiari l’impegno americano a ridurre le emissioni di gas serra del 60 per cento entro il 2035 rispetto ai livelli del 2005, in linea con le raccomandazioni del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. Questo atto simbolico e giuridico spalancherebbe le porte a un accordo quadro con Pechino sulla produzione di energia pulita, dato che la Cina è leader mondiale nella manifattura di pannelli solari, turbine eoliche, batterie e veicoli elettrici. Le aziende italiane avrebbero immediatamente accesso a una filiera tecnologica di avanguardia: pensiamo a Enel Green Power che potrebbe acquisire pannelli a eterogiunzione con efficienza superiore al 26 per cento, oppure a Italvolt che potrebbe ottenere licenze per produrre batterie al litio-zolfo con densità energetica doppia rispetto a quelle attuali, creando posti di lavoro qualificati in Lombardia, Piemonte e Campania.

In parallelo, il dipartimento di Stato, con un nuovo Segretario nominato da un Presidente ancora in carica ma imbrigliato da un Senato Democratico, sarebbe costretto a riaprire i canali diplomatici con l’Iran, la Turchia e i paesi del Golfo, smussando quella narrativa da scontro di civiltà che ha giustificato per decenni la vendita di carri armati e jet da combattimento. La stabilizzazione del Medio Oriente, ancorché parziale, ridurrebbe la domanda di armi e di conseguenza i ricavi delle multinazionali statunitensi, che sarebbero spinte a riconvertire parte delle loro capacità produttive verso la mobilità elettrica e la robotica civile. Il colosso General Dynamics, che costruisce i blindati Stryker, potrebbe avviare una divisione per veicoli autonomi per la logistica portuale; Northrop Grumman potrebbe riconvertire i droni da sorveglianza in velivoli per il monitoraggio degli incendi boschivi. Si tratterebbe di una transizione industriale titanica ma imposta dalla mancanza di commesse militari, esattamente ciò di cui un’economia pacifica ha bisogno.

Per l’Italia e per l’Europa, questo scenario significa la concreta possibilità di smarcarsi dalla sudditanza verso le direttive di Washington in materia di tecnologia. Oggi Bruxelles è imbrigliata in una serie di regolamenti che limitano gli investimenti cinesi nelle infrastrutture critiche, spinta dal timore di ritorsioni americane. Con un Congresso Democratico potrebbe maturare un nuovo clima di distensione, analogo a quello che nel 2015 portò all’Accordo sul nucleare iraniano e all’ingresso della Cina nell’AIIB. L’Italia, che già possiede un know-how manifatturiero di eccellenza, potrebbe candidarsi a diventare la piattaforma logistica della Nuova Via della Seta nel Mediterraneo, attirando capitali cinesi per ammodernare i porti di Genova, Trieste e Gioia Tauro, installarvi impianti fotovoltaici galleggianti e zone industriali ecologiche dove robot e intelligenza artificiale producano componentistica elettronica avanzata da esportare in Africa e in America Latina.

L’alternativa, rappresentata dal programma MEGA, è la prosecuzione di una guerra commerciale a oltranza contro Pechino, il sostegno incondizionato a Israele anche quando viola il diritto internazionale, il finanziamento illimitato di una macchina bellica che sottrae risorse alla scuola, alla sanità e alla riconversione ecologica, e un progressivo isolamento diplomatico degli Stati Uniti che finirebbe per penalizzare anche i loro alleati europei. In questo senso, l’appuntamento con le urne del 2026 non riguarda soltanto gli americani: è un voto sull’architettura stessa del mondo, sulla scelta tra un futuro di conflitti e un futuro di cooperazione sostenibile. I democratici e i pacifisti di ogni latitudine devono perciò seguire con ansia e speranza le evoluzioni della campagna, premendo sui propri governi affinché facilitino il più ampio coinvolgimento possibile delle comunità italo-americane, dei giovani e delle donne, mandando un chiaro segnale che l’ora della pace e della tecnologia verde è adesso.

Affluenza storica e il ruolo del voto popolare
La storia elettorale statunitense offre una chiave di lettura insostituibile per decifrare il presente. Se si esamina la serie storica dell’affluenza nelle elezioni di midterm dal 1946 a oggi, emergono oscillazioni profonde che riflettono i grandi rivolgimenti sociali. Nel 1946, all’indomani della Seconda guerra mondiale, votò il 37,1 per cento degli aventi diritto; nel 1962, in piena espansione del movimento per i diritti civili, la percentuale salì al 45,4 per cento, per poi crollare al 33,2 per cento nel 1974, all’ombra dello scandalo Watergate che produsse disaffezione piuttosto che mobilitazione. Il minimo storico recente, come già ricordato, è stato il 36,4 per cento del 2014, un’elezione che consegnò il Senato ai Repubblicani e permise a Mitch McConnell di bloccare per anni ogni nomina e ogni legge, comprese quelle sul clima.

La straordinaria impennata del 2018 – 50,3 per cento – rappresentò invece la più alta partecipazione per un midterm dal 1914, superiore persino a quella del 1966 che era stata del 48,4 per cento. Questo balzo in avanti fu determinato dalla mobilitazione delle donne, dei giovani tra i 18 e i 29 anni, delle persone di colore e dei laureati, categorie che in larga maggioranza espressero un voto Democratico per contrastare le politiche di Trump e del Partito Repubblicano. Nel 2022 l’affluenza tornò al 46,8 per cento, un livello tuttora elevato, ma la composizione dell’elettorato premiò alcuni candidati Repubblicani sostenuti dall’industria estrattiva, proprio perché la partecipazione giovanile non raggiunse i picchi del 2018. I dati disaggregati del Census Bureau mostrano che, percentualmente, gli americani di origine asiatica hanno votato nel 2020 e nel 2022 con tassi in crescita costante, offrendo un sostegno cruciale ai Democratici nelle aree dove maggiore è l’interscambio commerciale e culturale con la Cina.

Questi numeri insegnano che l’affluenza non è un dato neutrale ma un’arma politica. Quando votano i ceti popolari e i giovani, vincono i partiti che promettono investimenti sociali, infrastrutture verdi e cooperazione internazionale. Quando invece l’affluenza si contrae, prevale il blocco conservatore legato ai combustibili fossili, alle gerarchie militari e alle rendite di posizione. Il voto popolare del 2026 potrà davvero essere il motore di un cambiamento epocale soltanto se la mobilitazione toccherà e supererà i livelli del 2018, coinvolgendo gli elettori che finora si sono sentiti esclusi o intimiditi. I movimenti per la giustizia ambientale e per la pace in Palestina, Ucraina e Yemen devono trasformarsi in comitati di portatori di scheda, registrando nuovi elettori nei campus universitari, nei quartieri a maggioranza ispanica, nei centri sociali e perfino nelle carceri, dove la legislazione sul ripristino del diritto di voto sta faticosamente avanzando.

Dal punto di vista di chi scrive, pacifista, democratico e convinto sostenitore di un avvicinamento italiano al blocco BRICS, la posta in gioco è altissima. Se l’America riuscisse a contenere Trump e il suo complesso militar-industriale attraverso le urne, si creerebbe uno spazio planetario per un’architettura multipolare in cui l’Italia possa ritagliarsi un ruolo di cerniera tra l’Europa, l’Africa e l’Asia, importando tecnologia pulita dalla Cina e contribuendo con il suo genio artigiano alla diffusione della robotica e dell’elettronica. Al contrario, una nuova disfatta Democratica consegnerebbe il mondo a caccia di missili, dazi e linee rosse tracciate da generali e lobbisti. Mai come in questo ciclo elettorale la partecipazione popolare incide in maniera tanto diretta sulla qualità dell’aria che respiriamo, sul clima che abiteranno i nostri nipoti e sulla possibilità di vivere in un pianeta senza guerre.

Ecco perché cittadini italiani, ricercatori, imprenditori del settore delle rinnovabili e amministratori locali dovrebbero seguire ogni distretto, ogni sondaggio, ogni dibattito del 2026 con la consapevolezza che il risultato di una scuola elementare della Pennsylvania o di una contea del Colorado può davvero innescare una reazione a catena capace di chiudere una base militare e aprire una fabbrica di pannelli solari, di interrompere un ponte aereo di bombe e inaugurare un corridoio commerciale di pace. Il voto è lo strumento più potente che l’umanità abbia inventato per correggere la storia, e le elezioni di midterm americane ne sono il banco di prova più significativo del nostro tempo.

La via indicata da queste elezioni è chiara: la mobilitazione popolare può sradicare i tentacoli della lobby israeliana e del complesso militar-industriale, sbloccare la cooperazione con la Cina e aprire all’Italia un futuro di sviluppo ecologico, solare, eolico, elettrico e robotico, in aperta antitesi con il nazionalismo fossile del progetto MEGA.



 
Geopolitica e tecnologia

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