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Italia e Cina, il ritorno possibile: la sinistra, la Via della Seta e i nuovi canali di avvicinamento
Di Alex (del 23/06/2026 @ 14:00:00, in Geopolitica e tecnologia, letto 0 volte)
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Mappa della Via della Seta con bandiere italiana e cinese sovrapposte
Mappa della Via della Seta con bandiere italiana e cinese sovrapposte
Se in Italia si formasse un governo di larghe intese tra Partito Democratico, Movimento cinque Stelle, Alleanza Verdi Sinistra e altre forze progressiste, le coordinate della politica estera italiana verso Pechino potrebbero cambiare radicalmente. Tecnologia, energie rinnovabili, infrastrutture e commercio sono i canali di un possibile riavvicinamento. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.


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Il contesto: perchè l'Italia uscì dalla Via della Seta
Nel marzo duemiladiciannove l'Italia di Giuseppe Conte, allora premier del governo giallo-verde formato da Movimento cinque Stelle e Lega, firmò con Pechino un Memorandum d'intesa che la rendeva il primo paese del G sette ad aderire formalmente alla Belt and Road Initiative, la colossale strategia infrastrutturale e commerciale varata dal presidente Xi Jinping nel duemilatredici. Quella firma fu accolta con grande freddezza dai partner occidentali, in particolare dagli Stati Uniti, che la interpretarono come un pericoloso segnale di deriva geopolitica da parte di un alleato NATO. La Casa Bianca, sotto l'amministrazione Trump prima e Biden poi, esercitò pressioni diplomatiche sempre più esplicite affinchè Roma tornasse sui propri passi. Il governo Draghi, formatosi nel febbraio duemilаventuno su base tecnico-politica allargata, operò un raffreddamento progressivo dei rapporti con Pechino, allineandosi con maggiore coerenza alle posizioni euro-atlantiche. Fu tuttavia il governo Meloni, insediatosi nell'ottobre duemilaventidue, a sancire l'uscita definitiva dal Memorandum, comunicando la decisione a Pechino a fine duemilaventitre. Meloni giustificò la scelta con motivazioni di natura geopolitica e strategica: la necessità di non creare ambiguità rispetto all'alleanza atlantica e ai partner europei in un momento di tensione globale acuito dalla guerra in Ucraina. La risposta cinese fu misurata ma non priva di amarezza: Pechino parlò di "scelta sbagliata" e segnalò che le relazioni commerciali bilaterali ne avrebbero risentito.

L'uscita dalla Via della Seta non significò però il collasso dei rapporti italo-cinesi. L'interscambio commerciale tra i due paesi rimase significativo, con l'Italia che continuava a importare dalla Cina beni manufatti, componenti elettronici, macchinari e prodotti di consumo, mentre esportava verso Pechino produzioni del made in Italy, macchinari industriali, prodotti chimici e beni di lusso. Tuttavia, il quadro strategico complessivo si era deteriorato: senza la copertura diplomatica del Memorandum, molti dei progetti infrastrutturali che avrebbero potuto interessare porti, ferrovie e zone economiche speciali italiane rimasero nel cassetto. Nel frattempo la Cina accelerava altrove, stringendo accordi con Grecia, Serbia, Ungheria e altri paesi europei più disponibili a una collaborazione strutturata. L'Italia si trovò paradossalmente nella posizione del paese che aveva aperto la porta per primo, salvo poi richiuderla, lasciando ad altri i potenziali benefici commerciali e infrastrutturali di quella scelta originaria. Lo scenario politico: un governo di sinistra cambia le carte
L'ipotesi di un governo italiano guidato da una coalizione progressista capeggiata da Elly Schlein con il supporto di Giuseppe Conte e di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni per la componente di Alleanza Verdi Sinistra non è fantapolitica pura: appartiene allo scenario delle possibili evoluzioni della politica italiana nella seconda metà degli anni venti del duemila. Un governo siffatto erediterebbe sensibilità e priorità assai diverse rispetto all'attuale esecutivo Meloni, in particolare sul fronte della politica estera e delle relazioni economiche internazionali. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha sempre incarnato una linea che coniuga atlantismo convinto e multilateralismo aperto, il che non implica necessariamente una postura ostile verso Pechino, ma piuttosto una gestione più pragmatica e meno ideologicamente connotata dei rapporti bilaterali. La sua formazione politica e culturale la avvicina a quella corrente della sinistra europea che guarda alla Cina non come a un avversario da contenere, ma come a un interlocutore complesso con cui costruire relazioni economiche e climatiche strutturate.

Giuseppe Conte, da parte sua, ha già dimostrato concretamente la propria disponibilità a un rapporto privilegiato con Pechino nel duemiladiciannove. Il Movimento cinque Stelle, da lui guidato dopo la fase del fondatore Beppe Grillo, ha mantenuto nel tempo una postura critica verso le politiche di riarmo e verso l'allineamento incondizionato agli Stati Uniti, sviluppando invece un interesse genuino verso le grandi potenze emergenti e verso i modelli di sviluppo tecnologico che non passano necessariamente dal quadro euro-atlantico. È in questo contesto che va letta la propensione del Movimento cinque Stelle verso la Cina tecnologica: non come subordinazione strategica, ma come curiosità pragmatica verso un paese che in pochi decenni ha costruito un ecosistema dell'innovazione capace di competere con la Silicon Valley su fronti come l'intelligenza artificiale, la mobilità elettrica, le telecomunicazioni di quinta generazione e le energie rinnovabili. La firma del Memorandum duemiladiciannove rimane un marcatore identitario importante per il Movimento, un atto che ha segnato la sua volontà di emanciparsi dalla tutela ideologica atlantista e di costruire relazioni economiche sulla base degli interessi nazionali. Il Movimento cinque Stelle e la tecnologia cinese: dall'evento sull'AI alla visione geopolitica
Nel duemilaventitrè, in un momento in cui il dibattito sull'intelligenza artificiale stava esplodendo a livello globale, il Movimento cinque Stelle organizzò a Roma un evento dedicato proprio alle prospettive dell'intelligenza artificiale e alle sue implicazioni politiche, economiche e sociali. Quell'iniziativa non era casuale: rifletteva la vocazione tecnologica che da sempre attraversa il DNA del Movimento, nato intorno alla piattaforma digitale Rousseau e cresciuto nella consapevolezza che la trasformazione digitale è un vettore politico di primaria importanza. La scelta di affrontare il tema dell'AI in un momento in cui il dibattito si divideva tra entusiasmi acritici e moralismi apocalittici rivelava una maturità analitica che andava oltre la narrativa semplificatrice. In quell'occasione emersero anche riflessioni sul posizionamento italiano nell'ecosistema tecnologico globale: un ecosistema in cui la Cina non è soltanto un competitor da temere, ma un modello da analizzare e, in certi casi, un partner da considerare.

La Cina, nel frattempo, aveva consolidato la propria posizione di seconda potenza mondiale nell'intelligenza artificiale, con aziende come Baidu, Alibaba, Tencent e Huawei che investivano decine di miliardi di yuan in sistemi di machine learning, riconoscimento visivo, elaborazione del linguaggio naturale e infrastrutture di cloud computing. Il modello DeepSeek, rilasciato nei primi mesi del duemilaventicinque, aveva ulteriormente sconvolto le gerarchie dell'AI globale, dimostrando che la Cina era in grado di sviluppare modelli di linguaggio di livello mondiale a costi radicalmente inferiori rispetto ai concorrenti americani. Per il Movimento cinque Stelle, che ha sempre messo al centro della propria agenda la questione della sovranità tecnologica e del diritto dei cittadini ad accedere a strumenti digitali senza intermediazioni monopolistiche, questa realtà aprì una finestra di riflessione importante. Un governo guidato anche dal Movimento potrebbe dunque guardare alla cooperazione tecnologica con la Cina non come a una scelta di campo geopolitica, ma come a una strategia di bilanciamento tra dipendenze tecnologiche: meno vulnerabilità verso il duopolio americano delle grandi piattaforme, maggiore capacità di negoziare standard e accessi in un contesto multipolare.

Va da sè che una tale apertura comporterebbe tensioni significative con i partner NATO e con la Commissione europea, che negli ultimi anni ha adottato una postura sempre più critica verso le tecnologie cinesi, con particolare riferimento alle reti cinque G di Huawei, ai droni DJI e alle piattaforme social TikTok. Tuttavia, un governo di coalizione progressista potrebbe scegliere di gestire queste tensioni in modo selettivo: mantenendo le restrizioni sulle infrastrutture critiche per la sicurezza nazionale, ma aprendo spazi di cooperazione in settori come la ricerca universitaria, l'intelligenza artificiale applicata alla salute pubblica, la mobilità sostenibile e le tecnologie per la transizione energetica. Angelo Bonelli, le rinnovabili cinesi e la transizione energetica
Angelo Bonelli, copresidente di Europa Verde e figura di spicco di Alleanza Verdi Sinistra, è tra i politici italiani che con maggiore coerenza e continuità ha fatto della transizione ecologica il fulcro della propria azione politica. Per Bonelli, la lotta al cambiamento climatico non è un tema tra gli altri, ma la priorità assoluta di ogni agenda di governo, da cui discendono scelte in materia energetica, industriale, fiscale e anche geopolitica. In questo quadro, il rapporto con la Cina assume una connotazione specifica e per certi versi paradossale: la Cina è sia il maggiore emettitore di CO2 del pianeta sia il principale produttore mondiale di pannelli solari, turbine eoliche, batterie per la mobilità elettrica e infrastrutture per le reti intelligenti di distribuzione dell'energia.

Il settore solare cinese ha raggiunto capacità produttive straordinarie. Aziende come LONGi, JinkoSolar, Trina Solar e Canadian Solar, quest'ultima a proprietà cinese nonostante il nome, controllano insieme una quota superiore all'ottanta per cento della produzione mondiale di pannelli fotovoltaici, con costi per watt-picco che sono crollati del novanta per cento nell'arco di un decennio, rendendo il fotovoltaico la fonte energetica meno costosa nella storia dell'umanità. Analogamente, nel settore eolico, aziende come Goldwind, Envision e Ming Yang Smart Energy hanno conquistato posizioni di leadership tecnologica, in particolare nel segmento dell'eolico offshore con turbine che superano ormai i quindici megawatt di potenza unitaria. L'Italia, con le sue coste del Tirreno e dell'Adriatico e la sua irradiazione solare tra le più alte d'Europa, sarebbe un mercato naturale per queste tecnologie, se non fossero frapposte barriere politiche e regolatorie.

Per Bonelli, il ragionamento è chiaro: la transizione ecologica non può essere rinviata in attesa che l'industria europea recuperi i ritardi accumulati nel fotovoltaico, dove praticamente non esiste più una filiera continentale significativa. Se lo scopo è decarbonizzare l'economia italiana nel minor tempo possibile, l'accesso alle tecnologie rinnovabili cinesi a prezzi competitivi è un'opportunità che non si può ignorare per ragioni puramente geopolitiche. Questo non significa abdicare alla sovranità tecnologica o accettare indiscriminatamente la penetrazione cinese nelle infrastrutture critiche, ma significa saper distinguere tra un parco fotovoltaico sui tetti di un capannone industriale in Puglia e una rete di telecomunicazioni militari. Quella distinzione, secondo l'approccio di Bonelli, potrebbe essere il fondamento di una politica energetica pragmatica che utilizzi i prezzi cinesi come leva per accelerare la transizione e ridurre le bollette degli italiani, mentre si mantengono salvaguardie robuste sui sistemi sensibili. I canali di un possibile riavvicinamento: commercio, infrastrutture e finanza
Il primo e più immediato canale di un riavvicinamento italo-cinese sotto un governo di sinistra sarebbe quello commerciale. L'interscambio bilaterale tra Italia e Cina vale oggi oltre sessantacinque miliardi di euro annui, con un saldo strutturalmente negativo per l'Italia: il nostro paese importa molto di più di quanto esporti. Una politica più attiva di promozione del made in Italy in Cina, sostenuta da accordi governativi che facilitino l'accesso delle imprese italiane al mercato cinese riducendo le barriere tariffarie e non tariffarie, potrebbe contribuire a riequilibrare quella bilancia. I settori di eccellenza italiana che hanno maggiore potenziale in Cina sono il cibo e le bevande di alta gamma, la moda e il lusso, i macchinari industriali di precisione, l'arredamento e il design, i prodotti farmaceutici e le tecnologie per la salute. Un governo progressista potrebbe investire politicamente in accordi bilaterali settoriali che facilitino l'internazionalizzazione delle PMI italiane verso il mercato cinese, compensando in parte il deficit commerciale strutturale.

Il secondo canale è quello infrastrutturale. Anche senza rientrare formalmente nel Memorandum della Belt and Road Initiative, un governo italiano potrebbe selezionare specifici progetti di collaborazione con operatori e finanziatori cinesi in settori come la portualità, le ferrovie ad alta velocità, la logistica e le zone economiche speciali. Il porto di Trieste, già al centro delle discussioni del duemiladiciannove, mantiene la propria centralità strategica come snodo tra l'Europa centro-orientale e il Mediterraneo. Il porto di Genova, dopo i lavori di ricostruzione del Ponte Morandi, ha potenziali di sviluppo ulteriori che potrebbero essere capitalizzati con investimenti cinesi in terminal container e servizi logistici. Analogamente, i porti del Mezzogiorno, da Napoli a Palermo a Taranto, potrebbero beneficiare di investimenti cinesi in un quadro di revitalizzazione infrastrutturale del Sud che è anche una priorità politica della sinistra italiana.

Il terzo canale è quello finanziario e bancario. La Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ha registrato negli ultimi anni un'espansione significativa della presenza finanziaria cinese in Europa. La Cassa Depositi e Prestiti italiana potrebbe essere lo strumento attraverso cui costruire accordi di co-investimento con la Banca di Sviluppo della Cina o con il Fondo della Via della Seta, non necessariamente nel quadro del Memorandum formale, ma attraverso partnership bilaterali definite caso per caso. Questo approccio permetterebbe di accedere alla liquidità degli investitori istituzionali cinesi mantenendo un controllo governativo robusto sui progetti finanziati, con veto sulle partecipazioni che superino soglie di interesse strategico nazionale. Il nodo della sovranità e i paletti dell'Unione europea
Qualsiasi governo italiano che volesse avvicinarsi alla Cina dovrebbe fare i conti con un sistema di vincoli europei che si è considerevolmente rafforzato negli ultimi anni. La Commissione europea ha adottato nel duemilаventitre il regolamento sul controllo degli investimenti esteri diretti, che obbliga gli stati membri a notificare e in certi casi bloccare acquisizioni di aziende europee da parte di soggetti extra-UE ritenuti sensibili. La stessa Commissione ha varato l'European Chips Act e altri strumenti di politica industriale volti a ridurre la dipendenza strategica dell'Europa dalla Cina in settori come i semiconduttori, le batterie, i farmaci e le materie prime critiche. In questo quadro, un governo italiano di sinistra che volesse riaprire alla Cina non potrebbe farlo unilateralmente senza entrare in contraddizione con gli impegni europei.

Tuttavia, la stessa Unione europea non ha una postura monolitica verso la Cina. Il dibattito interno è intenso e vede fazioni diverse: da un lato i paesi dell'Europa orientale e i baltici, tradizionalmente più duri verso Pechino per ragioni storiche legate alla loro esperienza con le potenze autoritarie; dall'altro la Francia, che ha mantenuto con la Cina un dialogo strategico anche nei momenti di maggiore tensione, e la Germania, il cui sistema industriale è profondamente integrato con le catene del valore cinesi. Un'Italia governata dalla sinistra potrebbe allinearsi con il blocco franco-tedesco in favore di un rapporto con la Cina basato sul principio del "de-risking" piuttosto che del "decoupling": non tagliare i legami economici, ma ridurre selettivamente le dipendenze più critiche mantenendo aperto il canale delle relazioni commerciali e degli investimenti reciproci. Questo approccio sarebbe più in linea con la posizione della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, che ha esplicitamente adottato il de-risking come dottrina ufficiale.

Rimane tuttavia il nodo cruciale del rapporto con gli Stati Uniti e con la NATO. In un contesto di tensione crescente tra Washington e Pechino, ogni avvicinamento italiano alla Cina verrebbe percepito da Washington come un segnale politico rilevante. Un governo di sinistra italiano dovrebbe gestire questa dinamica con grande attenzione, probabilmente costruendo un discorso che enfatizzi la complementarietà tra la fedeltà atlantica e la diversificazione delle relazioni economiche. La precedente esperienza del governo Conte potrebbe essere richiamata come precedente: anche allora l'Italia mantenne l'appartenenza alla NATO e all'Unione europea mentre firmava il Memorandum, dimostrando che i due binari non sono necessariamente incompatibili. La cooperazione culturale e scientifica come vettore soft
Accanto ai canali economici, un governo progressista italiano potrebbe investire significativamente nella dimensione culturale e scientifica dei rapporti con la Cina, uno spazio meno gravato dalle tensioni geopolitiche e potenzialmente più fruttuoso nel breve periodo. Gli scambi tra università italiane e cinesi sono già consistenti: decine di migliaia di studenti cinesi frequentano atenei italiani ogni anno, attirati sia dalla qualità della formazione sia dal costo più contenuto rispetto alle università anglosassoni. Accordi di cooperazione tra istituti di ricerca italiani come il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e l'Agenzia Spaziale Italiana e le corrispondenti istituzioni cinesi potrebbero essere estesi e approfonditi in settori come la fisica delle particelle, la biologia computazionale, la chimica verde, l'astrofisica e le neuroscienze.

La cooperazione culturale può essere anche un canale di influenza soft power per l'Italia. Gli Istituti Italiani di Cultura presenti nelle principali città cinesi, da Pechino a Shanghai a Canton, sono strumenti preziosi per proiettare l'immagine dell'Italia come paese di cultura, design, gastronomia e artigianato di eccellenza, costruendo quella domanda di made in Italy che poi si trasforma in importazioni cinesi di prodotti italiani. Un governo di sinistra, storicamente più sensibile alla diplomazia culturale rispetto alle destre nazionaliste, potrebbe investire risorse aggiuntive in questi strumenti, rafforzando la presenza italiana nello spazio culturale cinese in un momento in cui la competizione per l'influenza simbolica tra le potenze globali è diventata sempre più rilevante.

Un terzo livello di cooperazione soft è quello della governance globale: su temi come il cambiamento climatico, la regolamentazione dell'intelligenza artificiale, il commercio multilaterale e la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, Italia e Cina condividono interessi che non sono sempre allineati con quelli americani. Un governo italiano di sinistra potrebbe cercare di costruire con la Cina convergenze tattiche su questi dossier multilaterali, pur mantenendo la distanza politica necessaria su questioni di diritti umani e libertà civili, dove il divario valoriale rimane irriducibile e dove una coalizione progressista avrebbe difficoltà ad ammorbidire la propria postura senza perdere credibilità interna. Le resistenze interne e i nodi irrisolti
Un governo di sinistra non sarebbe immune da tensioni interne sul dossier cinese. All'interno del Partito Democratico convivono sensibilità diverse: una corrente atlantista e liberale che guarda con sospetto a qualsiasi avvicinamento a Pechino, considerato un regime autoritario incompatibile con i valori democratici europei, e una corrente più pragmatica che privilegia gli interessi economici e la realpolitik nella gestione delle relazioni con le grandi potenze. Elly Schlein, che viene dalla tradizione progressista e dei diritti civili, avrebbe difficoltà a fare concessioni simboliche su questioni come Taiwan, Hong Kong, lo Xinjiang e il Tibet, che la sinistra europea considera test irrinunciabili della credibilità dei propri valori.

Il Movimento cinque Stelle, d'altra parte, ha vissuto al proprio interno una lunga e non ancora conclusa disputa identitaria sulla collocazione internazionale. La componente pacifista e anti-atlantista, che ha resistito alle pressioni a favore dell'invio di armi all'Ucraina, sarebbe naturalmente favorevole a un riavvicinamento alla Cina. Ma esiste anche una componente più europeista e meno radicale che guarda con cautela alle implicazioni geopolitiche di scelte troppo sbilanciate verso Pechino. La leadership di Conte dovrebbe gestire questa tensione con abilità, trovando un punto di equilibrio tra la fedeltà alla firma del Memorandum duemiladiciannove come atto fondativo e la necessità di non creare difficoltà insormontabili nei rapporti con i partner europei.

Alleanza Verdi Sinistra, infine, porta nel governo ipotetico una sensibilità di sinistra radicale che su certi temi, come la questione dei lavoratori nelle fabbriche cinesi e l'impatto ambientale delle filiere produttive in Cina, potrebbe creare frizioni con un approccio troppo accomodante verso Pechino. Bonelli è un ambientalista convinto, ma è anche un politico che sa che importare tecnologie rinnovabili cinesi senza imporre standard di sostenibilità sulle catene del valore significherebbe trasferire all'estero l'impronta ecologica della transizione italiana. Un accordo con la Cina che includa clausole sulla tracciabilità delle filiere produttive, sugli standard di lavoro e sull'impatto ambientale delle manifatture di pannelli solari e batterie potrebbe essere la chiave per costruire un consenso interno alla coalizione. Lo scenario cinese: Pechino è ancora interessata all'Italia?
La domanda speculare alla riflessione sul governo italiano è altrettanto importante: la Cina è ancora interessata a riavvicinarsi all'Italia dopo l'uscita dal Memorandum? La risposta è sì, ma con sfumature importanti. Pechino non dimentica gli sgarbi diplomatici e ha buona memoria delle sequenze politiche. L'uscita italiana dalla Belt and Road Initiative fu percepita come un cedimento alle pressioni americane, e quindi come un segnale di debolezza nell'autonomia strategica dell'Italia rispetto agli Stati Uniti. In termini di prestigio geopolitico per la Cina, il ritorno dell'Italia nella BRI avrebbe un valore simbolico significativo, perchè segnalerebbe che le pressioni di Washington non sono in grado di tenere indefinitamente lontani i paesi europei dall'orbita economica cinese.

Sul piano economico, l'Italia rimane un mercato di rilievo per le esportazioni cinesi e un partner commerciale con specifiche eccellenze che Pechino apprezza. La filiera manifatturiera italiana, in particolare nel segmento delle macchine utensili, dell'automazione industriale e dei macchinari per il settore alimentare e tessile, offre tecnologie che la Cina acquista volentieri. Allo stesso tempo, il mercato italiano dei consumatori è ricettivo verso i brand cinesi in settori come la mobilità elettrica, dove BYD, NIO e XPENG stanno cercando di costruire posizioni nell'Europa meridionale, e verso l'elettronica di consumo, dove Xiaomi, Huawei e OPPO mantengono quote di mercato significative.

La Cina, sotto la guida di Xi Jinping, ha comunque continuato a investire in una strategia di relazioni bilaterali con i singoli paesi europei, cercando di evitare che l'Unione europea parli con una voce sola su temi come i dazi sulle auto elettriche cinesi, la regolamentazione delle piattaforme digitali e la governance delle telecomunicazioni. In questo quadro, un'Italia governata dalla sinistra e disponibile a riaprire un dialogo costruttivo con Pechino sarebbe un interlocutore prezioso, capace di equilibrare la postura più rigida di alcuni paesi dell'Europa orientale. L'Italia e la Cina si trovano di fronte a una finestra di opportunità che un futuro governo progressista potrebbe aprire con pazienza e pragmatismo: non una resa geopolitica, non un abbandono dei valori europei, ma una ricalibrazione intelligente dei rapporti bilaterali che metta al centro gli interessi economici italiani, la transizione energetica e la necessità di costruire un sistema internazionale più equilibrato, in cui nessuna singola potenza possa dettare le regole del gioco senza confrontarsi con le aspirazioni degli altri attori. La Via della Seta non è morta: si è trasformata, e l'Italia potrebbe scegliere di tornarvi, questa volta con maggiore consapevolezza e con clausole più solide a tutela della propria autonomia.

 
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