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L'assedio di Gerusalemme del 1099 e la controversa caduta della Città Santa
Di Alex (del 20/06/2026 @ 12:00:00, in Storia Medioevo, letto 54 volte)
Crociati scalano le mura di Gerusalemme tra polvere e bandiere
Bonus Video
La lunga marcia verso la Terrasanta e l'ultimo tratto nel deserto
Le cronache di Raimondo di Aguilers, cappellano del conte di Tolosa, raccontano che l'armata crociata lasciò Antiochia già decimata dalla dissenteria e dagli agguati selgiuchidi, con meno di quindicimila uomini in armi, di cui solo milleduecento cavalieri. Percorsero la valle del Giordano evitando le piazzeforti meglio difese, spingendosi a tappe forzate verso la costa, dove navi genovesi e pisane avevano promesso rifornimenti. Quando il 7 giugno 1099 la colonna avvistò le mura della Città Santa, un grido di “Jerusalem!†si levò tra le fila, ma lo stupore lasciò presto spazio alla costernazione: le fortificazioni fatimide, recentemente rinforzate dal governatore Iftikhar al‑Dawla, erano imponenti, il fossato colmo di macerie e la guarnigione ben equipaggiata. L'acqua scarseggiava, perchè i pozzi esterni erano stati avvelenati o ostruiti, e il caldo estivo raggiungeva già i quaranta gradi. L'esercito si accampò diviso: i normanni di Tancredi e i fiamminghi di Goffredo di Buglione sul lato settentrionale, i provenzali di Raimondo IV a occidente, di fronte alla cittadella di David. Le prime schermaglie confermarono che senza macchine d'assedio adeguate l'impresa sarebbe fallita; così, mentre i sacerdoti organizzavano processioni penitenziali attorno alle mura – la famosa “circumambulatio†– squadre di genieri vennero inviate a Samaria e nella foresta di Nablus per abbattere alberi di alto fusto e trascinarli fino al campo, un'operazione che richiese dieci giorni e costò la vita a decine di uomini per gli attacchi delle retroguardie musulmane.
La costruzione delle torri e il ruolo della Legione Genovese
Guglielmo Embriaco, capitano genovese, era sbarcato a Giaffa con un manipolo di marinai portando chiodi, corde e ferramenta di ricambio, ma soprattutto le competenze per assemblare rapidamente grandi strutture mobili. Fu lui a dirigere la costruzione di due imponenti torri d'assedio a tre piani, rivestite di cuoio bagnato per resistere al fuoco greco lanciato dai difensori. La torre destinata a Goffredo fu montata di fronte alla porta di Damasco, mentre quella di Raimondo venne eretta sul lato sud‑occidentale, dove però il fossato era più profondo e il terreno meno stabile. Per colmare il divario, centinaia di pellegrini disarmati, incluse donne e bambini, trasportarono fascine, terra e sassi sotto il tiro degli arcieri egiziani; molti caddero, ma il riempimento procedette giorno e notte. I cronisti riferiscono che i difensori, vedendo la determinazione degli assedianti, calarono dai merli gabbioni di legno imbottiti di stoffe per attutire i colpi e tentarono sortite notturne che vennero respinte solo grazie alla disciplina degli arcieri fiamminghi. Il 13 luglio, dopo quasi cinque settimane di preparativi, tutto era pronto: le torri sovrastavano le mura, i mangani iniziavano a scagliare macigni, e una terza macchina, più piccola ma agilissima, era stata piazzata a nord per creare un diversivo. La notte precedente l'assalto, i capi crociati giurarono solennemente che, una volta dentro, non ci sarebbe stata pietà per gli “infedeliâ€, una promessa che avrebbe macchiato per sempre la vittoria.
L'assalto finale e la breccia del 15 luglio
All'alba del 14 luglio 1099 le trombe suonarono la carica. La torre di Goffredo, spinta a forza di braccia e di argani, si avvicinò alla cortina muraria mentre un fuoco di copertura di balestre e archi teneva i difensori rintanati. Un ponte levatoio incernierato al terzo piano si abbattè sul camminamento e i primi cavalieri normanni, tra cui lo stesso Tancredi e il conte delle Fiandre Roberto II, si lanciarono sulla muraglia. I combattimenti corpo a corpo durarono ore; i fatimidi, inferiori di numero ma ben addestrati, contrattaccarono con picche e sciabole, riuscendo a respingere il primo assalto e a incendiare parzialmente la torre con anfore di nafta. Toccò ai guastatori genovesi, protetti da scudi di legno bagnato, strappare a mani nude le fascine in fiamme e riparare i danni. Nel frattempo, sul lato di Raimondo, la torre non riusciva a colmare l'ultimo tratto di fossato e l'attacco languiva. Fu un disertore armeno, secondo alcune fonti, a indicare a Goffredo un tratto di mura meno difeso, dove durante la notte tra il 14 e il 15 luglio venne allestito un secondo ponte di assalto. All'alba del 15, i fanti crociati irruppero in massa sulla breccia, dilagando nel quartiere cristiano e puntando dritti verso il Tempio di Salomone e la Moschea al‑Aqsa. Iftikhar al‑Dawla si asserragliò nella cittadella di David e, dopo poche ore, negoziò la resa in cambio della salvezza sua e della sua guardia scelta, lasciando il resto della popolazione alla furia dei vincitori.
Il massacro e le controversie storiografiche
Quel che accadde nelle ore successive è oggetto di un dibattito acceso tra gli storici. Le cronache cristiane, come quelle di Fulcherio di Chartres, parlano di un bagno di sangue che arrivava “fino alle caviglie dei cavalliâ€, mentre fonti ebraiche e musulmane, come il Cairo Geniza, descrivono un massacro indiscriminato di uomini, donne, bambini e anziani, con l'incendio della sinagoga principale dove centinaia di ebrei si erano rifugiati. Gli studi più recenti, condotti dall'Università di Cambridge su documenti della Geniza, confermano la sistematicità della violenza, ma suggeriscono anche che molti abitanti furono fatti prigionieri e successivamente riscattati, e che le stime di quarantamila morti potrebbero essere esagerazioni propagandistiche. Quel che è certo è che Goffredo di Buglione, nominato “Advocatus Sancti Sepulchri†pochi giorni dopo, rifiutò la corona di re di Gerusalemme, ma governò di fatto la città appena conquistata con pugno di ferro, avviando subito la costruzione di una cittadella militare e la spartizione dei bottini. Il mondo musulmano, inizialmente diviso in califfati rivali, trovò in questo episodio un potente collante per il jihad che, mezzo secolo più tardi, avrebbe portato Saladino a riconquistare la Città Santa. La presa di Gerusalemme rimane una delle vicende più emblematiche delle crociate, un evento in cui fede, avidità , eroismo e crudeltà si intrecciano in un nodo ancora irrisolto della memoria collettiva.
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