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Il mistero di Baalbek
Di Alex (del 25/01/2026 @ 13:00:00, in Capolavori dell'antichità, letto 22 volte)
I tre colossali blocchi di pietra del Trilithon di Baalbek incastonato nel podio del Tempio di Giove
Nel sito archeologico di Baalbek, in Libano, tre blocchi di calcare pesanti ottocento tonnellate ciascuno sfidano la comprensione dell'ingegneria antica. Posizionati a sei metri di altezza nel podio del Tempio di Giove, superano le capacità documentate delle gru romane, lasciando archeologi e ingegneri ancora oggi a dibattere sulle tecniche di sollevamento utilizzate.LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Una stratificazione millenaria di civiltà
Baalbek, nell'attuale Libano orientale, sorge sulla valle della Beqaa, crocevia strategico tra Mediterraneo e Mesopotamia. Il sito presenta una stratificazione architettonica che attraversa millenni: fondamenta megalitiche di origine incerta, strutture fenicie, un complesso templare romano monumentale e successivi adattamenti bizantini e islamici. Questa sovrapposizione di culture rende difficile attribuire con certezza ogni elemento costruttivo a una specifica epoca.
La città raggiunse il suo massimo splendore sotto i Romani, che la ribattezzarono Heliopolis e vi costruirono uno dei più imponenti complessi templari dell'Impero. Il Tempio di Giove Eliopolitano, iniziato sotto Augusto e completato nel secondo secolo dopo Cristo, doveva competere in magnificenza con i grandi santuari di Roma stessa. Tuttavia, il podio su cui poggia questo tempio incorpora blocchi di dimensioni talmente straordinarie da far sorgere dubbi sulla loro origine romana.
Il Trilithon: tre giganti di pietra
Nel basamento del Tempio di Giove si trovano tre blocchi di calcare noti collettivamente come il Trilithon, posizionati a circa sei metri di altezza rispetto al livello del terreno circostante. Ogni blocco misura approssimativamente venti metri di lunghezza, quattro metri di altezza e tre metri di profondità, con un peso stimato di circa ottocento tonnellate ciascuno. Per dare un termine di paragone, i più grandi blocchi della Piramide di Cheope pesano circa quindici tonnellate.
Questi massi sono stati estratti da una cava situata a circa ottocento metri dal sito del tempio, dove giace ancora il cosiddetto Hajjar al-Hibla, la Pietra della Donna Incinta, un blocco ancora più grande rimasto incompiuto e parzialmente separato dalla roccia madre. Questo monolite abbandonato pesa circa mille tonnellate e fornisce preziose informazioni sulle tecniche di estrazione: cunei di legno inseriti in fessure scavate nella roccia venivano bagnati per far espandere il legno e fratturare progressivamente il calcare.
Oltre i limiti dell'ingegneria romana documentata
L'aspetto più sconcertante del Trilithon non è tanto il suo peso assoluto, quanto la quota alla quale questi blocchi sono stati posizionati. Le gru romane meglio documentate, chiamate Trispastos, utilizzavano sistemi di carrucole e argani azionati da ruote calcatorie dentro cui camminavano uomini o animali. Queste macchine potevano sollevare carichi fino a circa cinque tonnellate, con versioni più grandi che raggiungevano forse le quindici tonnellate.
Ottocento tonnellate rappresentano un ordine di grandezza completamente diverso. Nessuna fonte antica descrive dispositivi di sollevamento capaci di gestire masse simili. Gli ingegneri moderni hanno proposto diverse ipotesi. La più accreditata prevede l'uso di enormi piani inclinati di terra e pietrisco, lungo i quali i blocchi venivano trascinati su rulli di legno lubrificati, forse con sistemi di argani multipli ancorati a strutture di legno massicce.
Una teoria alternativa suggerisce l'impiego di rulli metallici inseriti tra strati di piombo fuso, che solidificandosi avrebbe creato guide lisce con attrito minimo. Altri ricercatori hanno ipotizzato sistemi di leve giganti che sollevavano i blocchi pochi centimetri alla volta, inserendo gradualmente supporti di legno fino a raggiungere l'altezza desiderata. Tutte queste ipotesi rimangono speculative, poiché non esistono descrizioni contemporanee della costruzione.
La questione della datazione
Alcuni studiosi hanno proposto che il Trilithon non sia opera romana ma appartenga a una fase costruttiva precedente, forse fenicia o addirittura più antica. Questa tesi si basa sull'osservazione che lo stile di lavorazione dei blocchi giganti differisce da quello delle pietre romane circostanti, che presentano margini cesellati caratteristici. I blocchi del Trilithon mostrano invece superfici lisce e combaciamenti perfetti senza uso di malta.
Tuttavia, la maggioranza degli archeologi respinge l'ipotesi di un'origine pre-romana. Analisi stratigrafiche indicano che il podio fu costruito in un'unica fase durante il primo secolo dopo Cristo. Inoltre, l'integrazione architettonica del Trilithon con il resto della struttura suggerisce una progettazione unitaria. L'assenza di descrizioni antiche delle tecniche di sollevamento potrebbe semplicemente riflettere il fatto che i Romani consideravano queste conoscenze troppo tecniche per meritare trattazione nei testi letterari conservati.
Ingegneria antica: pragmatismo oltre la spiegazione
Il vero enigma di Baalbek potrebbe non essere tanto come i blocchi furono sollevati, ma perché i costruttori scelsero di utilizzare pietre così massicce invece di assemblare strutture equivalenti con blocchi più piccoli e maneggevoli. Una possibile spiegazione riguarda la stabilità sismica: la valle della Beqaa è zona sismicamente attiva, e blocchi giganteschi, proprio per la loro massa, sono meno vulnerabili alle scosse telluriche rispetto a strutture composte da elementi più piccoli.
Un'altra motivazione potrebbe essere puramente ideologica e simbolica. L'Impero Romano, al culmine della sua potenza, voleva dimostrare la sua supremazia tecnologica e la sua capacità di piegare la natura a scopi monumentali. Costruire con blocchi che sfidavano i limiti del possibile era un messaggio di potere rivolto sia ai cittadini dell'Impero che ai popoli sottomessi. Il tempio di Baalbek doveva ispirare soggezione e meraviglia, obiettivo che evidentemente continua a raggiungere duemila anni dopo.
Il Trilithon di Baalbek rimane una delle realizzazioni ingegneristiche più impressionanti dell'antichità, un promemoria umile che civiltà prive di macchinari moderni possedevano conoscenze pratiche e organizzazione del lavoro capaci di risultati ancora oggi difficili da replicare. La sua presenza silenziosa continua a interrogare la nostra comprensione dei limiti della tecnologia antica.
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