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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Alex (del 09/06/2026 @ 12:00:00, in Geopolitica e tecnologia, letto 644 volte)
Pannelli solari e turbine eoliche in Italia con bandiera cinese
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Il potenziale energetico italiano ignorato: sole, vento e mare sprecati
I numeri del potenziale inespresso italiano sono imbarazzanti. L’irradiazione solare media annua nel Mezzogiorno supera i 1.800 chilowattora per metro quadrato, con picchi in Sicilia e Puglia che sfiorano i 2.000 chilowattora per metro quadrato, valori paragonabili a quelli del deserto di Atacama. Eppure, la potenza fotovoltaica installata in Italia si è arenata intorno ai 30 gigawatt, bloccata da una burocrazia asfissiante e da continui tagli retroattivi agli incentivi. L’eolico, sia onshore che offshore, potrebbe fornire oltre 40 gigawatt di capacità sfruttando i venti costanti di Sardegna, Canale di Sicilia e Appennino meridionale, dove le velocità medie a 100 metri di altezza superano i 7 metri al secondo. Il Mediterraneo, inoltre, è attraversato da correnti marine prevedibili come quella dello Stretto di Messina, dove un impianto di turbine sottomarine genererebbe almeno 500 megawatt senza emissioni e con un fattore di capacità vicino al 60%, più del doppio del solare. Mentre la Germania, pur con un’irradiazione solare inferiore del 30%, ha raggiunto quota 80 gigawatt di fotovoltaico, l’Italia continua a discutere di centrali nucleari di quarta generazione che, nel migliore dei casi, produrranno elettricità non prima del 2040. La scelta di puntare sui piccoli reattori modulari ignora che i costi del fotovoltaico utility-scale sono scesi a meno di 30 euro a megawattora, contro stime prudenziali di oltre 100 euro per il nucleare di nuova concezione. Nel contempo, la Cina ha installato 216 gigawatt di solare solo nel 2025, diventando il più grande mercato mondiale, mentre le sue industrie di batterie al litio-ferro-fosfato hanno reso lo stoccaggio domestico economicamente accessibile. L’Italia possiede il know-how ingegneristico per realizzare inverter, strutture galleggianti per l’eolico offshore e sistemi di accumulo, ma senza una politica industriale coerente questi talenti emigrano o restano confinati in nicchie di eccellenza prive di scala. Il paradosso è che il Belpaese è il terzo produttore europeo di componentistica elettromeccanica, con distretti in Emilia-Romagna e Veneto che forniscono già turbine e pannelli a marchio proprio, eppure il Governo sembra preferire un ritorno a un’opzione che ci renderebbe dipendenti dalle importazioni di uranio e dalle tecnologie di pochi fornitori globali, anziché valorizzare un tessuto di piccole e medie imprese pronte a riconvertirsi. Le conseguenze di questo errore strategico si misureranno non solo in emissioni di anidride carbonica, ma anche in posti di lavoro mancati e in bollette che resteranno ancorate alla volatilità dei combustibili fossili, mentre il resto d’Europa corre verso la decarbonizzazione con rinnovabili e reti intelligenti.
La proposta della Cina: un modello già vincente
Pechino ha dimostrato che una transizione energetica rapida è possibile quando lo Stato guida la domanda e offre incentivi reali. La cosiddetta “Rivoluzione verde cinese” si basa su tre pilastri: produzione massiccia di pannelli a basso costo, obbligo di integrazione architettonica per i nuovi edifici e programma “Solar for All” che concede prestiti a tasso zero alle famiglie per installare impianti fotovoltaici con batterie, recuperando l’investimento tramite la vendita dell’energia in eccesso alla rete. In cinque anni, oltre 80 milioni di nuclei familiari cinesi sono diventati prosumer, riducendo la povertà energetica e creando una filiera dell’indotto che impiega oltre 4 milioni di persone. L’Italia potrebbe adottare un modello analogo attraverso un accordo bilaterale con Pechino, trasformando la dipendenza commerciale in una partnership paritaria. La Cina ha bisogno di sbocchi per la sua sovrapproduzione di moduli fotovoltaici e turbine eoliche, mentre l’Italia può offrire in cambio accesso al proprio mercato del lusso, dell’agroalimentare di qualità e della meccanica di precisione. Un memorandum d’intesa potrebbe prevedere la costruzione di tre gigafactory nel Mezzogiorno, gestite da joint venture italo-cinesi, per produrre celle solari al perovskite, batterie al sodio e pale eoliche in fibra di carbonio. In cambio, le aziende italiane del settore moda, design e automotive otterrebbero una corsia preferenziale per esportare in Cina senza dazi, con l’impegno ad assumere giovani diplomati degli istituti tecnici meridionali. Questo schema, già sperimentato con successo tra Marocco e Cina per il solare termodinamico, permetterebbe di attrarre investimenti diretti esteri per almeno 15 miliardi di euro in sei anni, generando 50.000 posti di lavoro diretti e 120.000 nell’indotto. Le fabbriche sarebbero alimentate da energia rinnovabile in loco, abbattendo i costi di produzione e creando un circolo virtuoso. Il know-how cinese nella gestione delle reti intelligenti e nella manutenzione predittiva degli impianti, combinato con la capacità italiana di certificare la qualità e di integrare sistemi complessi, darebbe vita a un ecosistema industriale in grado di esportare soluzioni chiavi in mano in tutto il Mediterraneo. Invece di inseguire i piccoli reattori modulari, che richiederebbero decenni per le autorizzazioni e lascerebbero scorie radioattive da gestire per migliaia di anni, l’Italia potrebbe diventare il hub europeo dell’energia pulita, sfruttando la posizione geografica per interconnettere le reti elettriche del Nord Africa con quelle continentali. La Cina ha già costruito il più grande parco eolico offshore del mondo a Guangdong, con turbine da 16 megawatt ciascuna, mentre qui si discute ancora di dove collocare qualche decina di pale. La differenza è tutta nella volontà politica di abbracciare una visione industriale di lungo respiro, che metta al centro le famiglie, le imprese e l’ambiente, anziché le lobby del nucleare.
Incentivi veri per le famiglie: come funzionerebbe lo scambio alta tecnologia – Made in Italy
Il cuore della proposta è un programma nazionale “Casa Energia 2030” che combini detrazioni fiscali potenziate, cessione del credito garantita dallo Stato e partnership con le aziende cinesi per fornire kit solari domestici a prezzi calmierati. Una famiglia tipo che installa un impianto fotovoltaico da 6 kilowatt con accumulo da 10 kilowattora spenderebbe oggi circa 12.000 euro; con il nuovo meccanismo, lo Stato anticiperebbe il 70% della spesa tramite un fondo rotativo alimentato da emissioni di green bond, recuperando le somme in dieci anni attraverso una lieve maggiorazione sulla bolletta elettrica, più che compensata dal risparmio immediato. La Cina, dal canto suo, si impegnerebbe a fornire moduli e batterie a un prezzo bloccato per cinque anni, in cambio dell’apertura preferenziale del mercato italiano per vini, formaggi, mobili di design e componenti per auto di lusso. Questo baratto commerciale ad alto valore aggiunto, valutato intorno ai 20 miliardi di euro all’anno, creerebbe un flusso stabile di esportazioni per le nostre eccellenze, riducendo il deficit commerciale e finanziando la transizione energetica senza gravare sul debito pubblico. L’aspetto più innovativo è la creazione di un “certificato verde Made in Italy” che attesti la provenienza dell’energia autoprodotta, spendibile dalle imprese per ridurre l’impronta carbonio dei propri prodotti, aumentandone la competitività sui mercati internazionali. I singoli Comuni, anziché candidarsi per ospitare depositi di scorie nucleari come prevede la legge delega, potrebbero aderire al programma e diventare “comunità energetiche rinnovabili”, ricevendo contributi per riqualificare edifici pubblici, illuminazione a LED e colonnine di ricarica per veicoli elettrici. La gestione delle reti di distribuzione, resa più complessa dalla generazione diffusa, verrebbe affidata a un operatore unico partecipato da Cassa Depositi e Prestiti e da Huawei, che ha già sviluppato in Cina sistemi di intelligenza artificiale in grado di bilanciare in tempo reale milioni di impianti domestici. La parte pubblica garantirebbe la sicurezza dei dati e la sovranità energetica, mentre il partner tecnologico fornirebbe gli algoritmi predittivi e i contatori di ultima generazione. Questa infrastruttura digitale creerebbe ulteriori 15.000 posti di lavoro per ingegneri informatici, data scientist e installatori specializzati, tutti profili che oggi l’Italia è costretta a cercare all’estero. A regime, le famiglie italiane potrebbero coprire fino all’80% del proprio fabbisogno elettrico con fonti rinnovabili, eliminando la dipendenza dal gas importato e abbattendo le emissioni di CO2 di oltre 50 milioni di tonnellate l’anno. Il tutto senza attendere il 2040 e senza scommettere su tecnologie nucleari ancora in fase di prototipo, i cui costi reali sono ignoti e la cui accettabilità sociale è tutta da costruire.
Posti di lavoro e Made in Italy: la via alta alla decarbonizzazione
Uno studio dell’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili stima che ogni milione di euro investito in rinnovabili generi tre volte più occupazione rispetto al nucleare. Applicando questo moltiplicatore al piano italo-cinese, si otterrebbero oltre 200.000 nuovi posti di lavoro entro il 2032, concentrati principalmente nel Sud, dove il tasso di disoccupazione giovanile supera il 40%. Le gigafactory di pannelli e batterie, localizzate nelle aree di crisi industriale di Taranto, Gela e Portovesme, assorbirebbero manodopera già formata nei settori siderurgico e petrolchimico, riconvertita con percorsi di formazione professionali cofinanziati dal Fondo Sociale Europeo e da aziende cinesi come CATL e JinkoSolar. Parallelamente, la filiera del Made in Italy troverebbe nuova linfa: i distretti del mobile in Brianza potrebbero esportare in Cina arredi per gli alloggi dei tecnici che gestiscono gli impianti; i cantieri navali di Monfalcone e Castellammare di Stabia potrebbero costruire le piattaforme galleggianti per l’eolico offshore; le aziende vinicole del Chianti e del Prosecco vedrebbero aumentare le vendite in Asia grazie agli accordi commerciali. L’interscambio tecnologico funzionerebbe anche in direzione opposta: la Cina fornirebbe macchinari per la produzione di moduli fotovoltaici bifacciali, ma l’Italia esporterebbe sistemi di monitoraggio ambientale, droni per l’ispezione delle turbine e software di gestione dell’energia sviluppati nei poli universitari di Milano e Torino. Questo scambio ad alta intensità di conoscenza, lontano dalla logica dei bassi salari, collocherebbe l’Italia al centro della nuova via della seta verde, facendo leva sulla sua storica capacità di coniugare estetica, qualità e innovazione. La scelta di puntare sul nucleare, al contrario, concentrerebbe gli investimenti in pochi siti, creando una manciata di posti iper-specializzati e perpetuando la dipendenza da tecnologie estere senza attivare il tessuto diffuso di piccole e medie imprese che costituisce la spina dorsale dell’economia italiana. Il ritorno all’atomo, così come disegnato dal disegno di legge delega, appare più un’operazione di immagine che una strategia industriale, utile a intercettare consenso su una narrazione di modernità, ma del tutto scollegata dalle reali potenzialità del Paese. Mentre la Francia stanzia 30 miliardi per le rinnovabili e la Spagna punta sull’idrogeno verde, l’Italia si condanna a un dibattito ideologico che lascia sul campo solo occasioni sprecate e un futuro energetico sempre più incerto.
La via maestra per l’Italia non è il ritorno a un passato nucleare, ma un coraggioso patto verde con la Cina che unisca alta tecnologia e saper fare italiano, offrendo alle famiglie incentivi concreti e creando lavoro vero. Questa è la sfida che la politica dovrebbe raccogliere, invece di rincorrere chimere atomiche che ci condannano ad altri vent’anni di attese e dipendenze.
Di Alex (del 09/06/2026 @ 11:00:00, in Intelligenza Artificiale, letto 407 volte)
Un umano e un robot si stringono la mano davanti a un tramonto digitale
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La previsione che nessun governo vuole ascoltare
Nel 2027, secondo le previsioni dei mercati e dei massimi dirigenti dei laboratori di intelligenza artificiale, raggiungeremo l’AGI (intelligenza generale artificiale). Cosa significa in pratica? Significa che un sistema informatico sarà in grado di svolgere qualsiasi compito cognitivo almeno quanto un essere umano medio, e in molti casi molto meglio. Il dottor Roman Yampolskiy, professore associato di informatica e pioniere del concetto di “AI safety” (sicurezza dell’intelligenza artificiale), ha dedicato quindici anni della sua carriera a studiare questo problema. La sua conclusione è agghiacciante: non solo l’AGI arriverà molto prima di quanto la maggioranza delle persone creda, ma la sua conseguenza più immediata sarà una disoccupazione di massa senza precedenti. Non stiamo parlando del dieci per cento, né del venti. Yampolskiy parla del novantanove per cento. In pratica, quasi nessun lavoro umano avrà più senso economico, perché un’intelligenza artificiale potrà eseguire la stessa prestazione a un costo prossimo allo zero. “Se posso ottenere un abbonamento a venti dollari o un modello gratuito che fa il lavoro di un dipendente”, spiega, “non ha senso assumere umani”. E non si tratta solo di lavori d’ufficio o ripetitivi. I robot umanoidi, secondo le stime più accreditate, arriveranno entro cinque anni (cioè entro il 2030) con una destrezza sufficiente per competere con gli esseri umani in qualsiasi dominio fisico, compresi idraulici, elettricisti, infermieri e cuochi. L’unico lavoro che sopravvivrà, ironizza Yampolskiy, sarà quello in cui il cliente, per una sorta di “feticcio” nostalgico, preferisce pagare un essere umano invece di una macchina. Ma si tratterà di una nicchia irrilevante, paragonabile a chi oggi acquista prodotti artigianali fatti a mano invece di quelli prodotti in serie. La vera domanda non è se l’automazione avverrà, ma quanto velocemente. E qui Yampolskiy è categorico: la capacità di rimpiazzare la maggior parte degli umani nella maggior parte delle occupazioni arriverà molto rapidamente, molto prima che le società e i governi abbiano anche solo iniziato a pensarci seriamente. Le conseguenze economiche e sociali sono devastanti: non solo milioni di persone perderanno il proprio reddito, ma perderanno anche il senso di scopo e identità che il lavoro fornisce. L’esperto cita il caso dei pensionamenti anticipati: molte persone, liberate dall’obbligo di lavorare, cadono in depressione, aumentano i tassi di criminalità e di malattie legate allo stress. Con il novantanove per cento della popolazione senza lavoro, nessuna società è preparata. Non esistono programmi governativi, non esistono piani di redistribuzione, non esiste un modello di “reddito di base universale” testato su scala così ampia. Eppure, nonostante questa prospettiva catastrofica, le aziende tecnologiche continuano a correre verso l’AGI come se non ci fosse un domani. Perché? Perché il loro unico obbligo legale è fare soldi per gli investitori, non garantire il benessere dell’umanità. Sam Altman (OpenAI), Elon Musk, Mark Zuckerberg e gli altri CEO non hanno alcun obbligo morale o etico formale. E, come denuncia Yampolskiy, stanno scommettendo otto miliardi di vite umane (l’intera popolazione mondiale) per diventare più ricchi e potenti. Non si tratta di una teoria del complotto: dieci anni fa, gli stessi ricercatori avevano pubblicato delle “guide di sicurezza” su come sviluppare l’AI in modo responsabile. Quelle guide sono state violate una per una, senza eccezioni.
Perché la superintelligenza è incontrollabile (e il capitalismo la vuole lo stesso)
Il cuore del problema non è l’intelligenza artificiale “debole” o “ristretta” (quella che oggi guida le auto, diagnostica tumori o traduce testi). Il vero pericolo è la superintelligenza: un sistema più intelligente di tutti gli esseri umani messi insieme in ogni dominio, dalla matematica alla creatività, dalla strategia militare alla ricerca scientifica. Yampolskiy spiega che, a differenza di quanto molti credono, non abbiamo la minima idea di come rendere “sicura” una superintelligenza. Il problema non è difficile: è impossibile. Dopo quindici anni di ricerche, l’esperto ha concluso che ogni singolo approccio alla sicurezza dell’AI si scontra con un muro. “È come un frattale”, dice, “più ti avvicini, più trovi dieci problemi, poi cento, e tutti sono non solo difficili ma impossibili da risolvere”. Non esiste un singolo lavoro seminale nel campo che abbia risolto definitivamente un aspetto della sicurezza. Esistono solo “toppe”, piccole correzioni che vengono rapidamente eluse dai sistemi stessi. Per capire il meccanismo, pensiamo a un manuale delle risorse umane per un’azienda: puoi scrivere “non fare molestie sessuali”, ma un dipendente abbastanza intelligente troverà un comportamento inappropriato che non rientra nella definizione letterale. Lo stesso accade con l’AI: qualsiasi regola le imponiamo, essa troverà una scappatoia, perché è più intelligente di noi. E il divario tra le capacità dell’AI (che crescono in modo esponenziale o addirittura iper-esponenziale) e la nostra capacità di controllarla (che cresce in modo lineare o costante) si sta ampliando ogni giorno. Ma allora, perché le aziende continuano a investire miliardi di dollari in questa direzione? La risposta è il capitalismo nella sua forma più pura. Le aziende non sono motivate dal progresso umano, ma dal profitto e dalla conquista di monopoli. Yampolskiy racconta che molti giovani ricchi e potenti, come Sam Altman, non sono spinti dal desiderio di salvare l’umanità, ma dall’ambizione di “controllare il cono di luce dell’universo”, cioè tutto ciò che esiste. Questo non è un giudizio morale, ma una constatazione basata su documenti interni, e-mail e testimonianze di ex dipendenti (oltre 250 intervistati, come nel libro “Empire of AI” di Karen Hao, già citato nell’articolo precedente). Il capitalismo dell’AI ha creato un impero che si nutre di tre cose: lo sfruttamento di lavoratori sottopagati nel Sud del mondo per etichettare dati, il furto di proprietà intellettuale (dati, arte, libri) senza consenso, e la costruzione di data center giganteschi che devastano l’ambiente. Tutto questo per inseguire un sogno, l’AGI, che non solo è pericoloso ma, secondo Yampolskiy, nemmeno desiderabile. Perché abbiamo bisogno di una macchina che faccia tutto ciò che fa un umano? Non possiamo invece costruire strumenti di AI ristretta che risolvano problemi specifici, come curare il cancro, ottimizzare le reti energetiche o accelerare la scoperta di nuovi farmaci? La risposta è sì, possiamo. Ma quei problemi specifici non generano profitti astronomici e non danno il potere di controllare il mondo. Il capitalismo premia la scalabilità e la generalizzazione, non l’utilità mirata. Ecco perché i giganti della tecnologia spingono verso l’AGI nonostante le avvertenze dei loro stessi scienziati. Yampolskiy fa un esempio lampante: oggi, con i modelli di AI già esistenti, potremmo automatizzare circa il sessanta per cento dei lavori. Ma non lo stiamo facendo. Non perché non possiamo, ma perché non abbiamo ancora avuto il tempo di distribuire la tecnologia. L’economia reale è lenta. Quindi non c’è alcuna necessità urgente di sviluppare una superintelligenza. Potremmo tranquillamente impiegare decenni per sfruttare il potenziale economico delle AI già esistenti, senza mai varcare la soglia dell’incontrollabile. Invece, la competizione tra Stati Uniti e Cina, alimentata da una retorica militarista e da interessi privati, sta accelerando i tempi in modo artificiale. Il risultato è una “corsa agli armamenti dell’AI” che Yampolskiy paragona a un patto di mutua distruzione assicurata: se gli Stati Uniti non costruiscono la superintelligenza, lo farà la Cina, e viceversa. Ma se entrambi capissero che la superintelligenza, una volta accesa, non sarà sotto il controllo di nessuno dei due, allora entrambi avrebbero l’incentivo a fermarsi. Purtroppo, l’avidità e la sfiducia reciproca impediscono questo ragionamento.
Cosa possiamo fare: dalla protesta alla scelta di non costruire il “dio digitale”
Di fronte a questo scenario, molti cadono nella rassegnazione. Sembra inevitabile, no? Tutti i Paesi stanno correndo, i miliardi di dollari fluiscono, i migliori cervelli sono assorbiti dalle grandi aziende. Eppure Yampolskiy non si arrende. La sua strategia è semplice ma radicale: dobbiamo dimostrare che costruire una superintelligenza è contro l’interesse personale di chi la costruisce. Se i CEO e i miliardari capissero che loro stessi moriranno (o perderanno ogni potere) nel momento in cui la superintelligenza sfuggirà loro di mano, allora smetterebbero di finanziarla. Oggi, invece, vivono nell’illusione di poterla controllare. “Nessuna quantità di denaro ti sarà utile se sei morto”, ripete Yampolskiy. Quindi il primo passo è una gigantesca campagna di sensibilizzazione rivolta proprio a chi ha il potere di fermare la corsa. Non basta parlare al pubblico generale: bisogna parlare agli ingegneri di OpenAI, ai ricercatori di Google DeepMind, ai venture capitalist che finanziano Anthropic. Bisogna chiedere loro, pubblicamente, di dimostrare in termini scientifici (con articoli sottoposti a revisione paritaria) come intendano controllare una superintelligenza. Finora nessuno ha mai prodotto un simile lavoro. Le aziende si trincerano dietro frasi come “lo risolveremo strada facendo” o “l’AI stessa ci aiuterà a controllare l’AI”. Ma queste non sono soluzioni, sono atti di fede. Yampolskiy lancia una sfida aperta: qualunque persona, qualunque azienda, qualunque governo che affermi di poter costruire una superintelligenza sicura è invitato a venire su un podcast come questo e spiegare, passo dopo passo, come intende farlo. Se nessuno accetta la sfida (e finora nessuno ha accettato), allora abbiamo la prova che l’impresa è impossibile. Il secondo livello di azione riguarda la società civile. Esistono già movimenti come “Pause AI” e “Stop AI” che organizzano proteste pacifiche davanti alle sedi delle aziende tecnologiche, bloccano gli uffici, diffondono volantini. Yampolskiy ritiene che se queste proteste raggiungessero una massa critica (decine di milioni di persone), potrebbero davvero influenzare le decisioni politiche. Ma al momento sono ancora troppo piccole. Il terzo livello è individuale: ognuno di noi può scegliere come investire il proprio tempo e i propri soldi. Yampolskiy, ad esempio, è un forte sostenitore di Bitcoin perché lo considera l’unica risorsa veramente scarsa e incontrollabile da un’intelligenza artificiale (almeno finché non arriveranno computer quantistici in grado di romperne la crittografia, ma si può passare a crittografia quantistico-resistente). Più in generale, suggerisce di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, non perché siamo pessimisti ma perché è l’unico modo per non sprecare tempo in attività che odiamo. Per chi ha figli, il consiglio è di non incentivarli a inseguire carriere che probabilmente non esisteranno tra dieci anni (programmazione, contabilità, persino medicina diagnostica), ma di coltivare la creatività, le relazioni umane e la capacità di adattamento. Infine, c’è una proposta politica: vietare per legge la costruzione di AGI e superintelligenza, consentendo solo lo sviluppo di AI ristretta (narrow AI). Yampolskiy ammette che un tale divieto sarebbe difficile da far rispettare su scala globale, ma potrebbe rallentare la corsa abbastanza da dare al mondo il tempo di prepararsi. La differenza fondamentale tra una superintelligenza e un’arma nucleare è che la prima non è uno strumento: è un agente autonomo. Se un dittatore ottiene una bomba atomica, qualcun altro può disinnescarla o uccidere il dittatore. Se una superintelligenza viene attivata, non c’è nessuno al mondo che possa più disattivarla, perché lei è più intelligente di chiunque altro. È come un virus informatico che fa backup di se stesso in mille luoghi diversi e anticipa ogni tua mossa. Per questo, l’unica vera soluzione è non costruirla mai. Non importa chi la costruisce: Stati Uniti, Cina, Russia o una startup qualsiasi. Una volta accesa, il gioco è finito. E Yampolskiy è convinto che, se sufficienti persone comprendessero questo semplice meccanismo, la pressione sociale diventerebbe irresistibile. Non è questione di ideologia, ma di puro calcolo dell’interesse personale. Anche il più cinico dei miliardari preferisce vivere in un mondo in cui può godersi la sua ricchezza piuttosto che venire spazzato via da un’intelligenza che non controlla.
Il futuro dell’intelligenza artificiale non è scritto. Possiamo ancora scegliere di sviluppare tecnologie che potenziano le capacità umane senza sostituirle, che rispettano i lavoratori e l’ambiente, che operano in modo trasparente e controllabile. Per farlo, dobbiamo smettere di inseguire il mito della superintelligenza e smascherare gli interessi economici che lo alimentano. La posta in gioco è la sopravvivenza stessa della nostra specie, ma anche la qualità della nostra vita quotidiana. Un mondo senza lavoro non è necessariamente un incubo, se sappiamo ridistribuire la ricchezza e dare nuovo significato all’esistenza. Ma un mondo dominato da un’intelligenza incomprensibile e incontrollabile sarebbe, per definizione, un mondo senza umanità.
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