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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Alex (del 18/06/2026 @ 11:00:00, in Sistemi Operativi, letto 435 volte)
Interfaccia retrò minimalista su vecchio monitor a tubo catodico
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Requisiti minimi da fantascienza al contrario
La scheda tecnica di GentleOS sembra un errore di stampa o una parodia dei requisiti di sistema a cui siamo abituati. Il sistema richiede un processore compatibile Intel 80386 o addirittura, nella sua variante GentleOS/16, un Intel 80186, chip che fece il suo debutto commerciale nel 1982 e che oggi non trovereste nemmeno all'interno di un elettrodomestico. La RAM minima è di quattro megabyte, una quantità di memoria che uno smartphone moderno utilizza per tenere aperta una singola scheda del browser. La risoluzione video supportata è VGA 640x480 pixel, lo standard che dominava i monitor a tubo catodico nei primi anni novanta. L'architettura del sistema è monolitica, una scelta che nei sistemi operativi moderni viene spesso sacrificata in favore di approcci a microkernel o ibridi, ma che qui permette di eseguire tutte le funzioni in un unico spazio di indirizzamento, riducendo al minimo la latenza e il consumo di risorse. Il bootloader è scritto in assembly, il kernel gestisce processi e memoria senza protezioni hardware avanzate, e l'intero sistema operativo occupa uno spazio su disco che si misura in centinaia di kilobyte anzichè in gigabyte. Per gli sviluppatori, GentleOS rappresenta un laboratorio di apprendimento straordinario: permette di studiare come funziona un sistema operativo partendo dai principi primi, senza le astrazioni stratificate che rendono inaccessibili i kernel moderni. Il codice sorgente, disponibile su GitHub sotto licenza open source, è commentato in modo didattico e pensato per essere compreso anche da studenti di informatica alle prime armi.
Applicazioni integrate e interfaccia minimalista
Nonostante i limiti hardware estremi, GentleOS include una suite di applicazioni di base che coprono esigenze di produttività e intrattenimento. Un orologio con fuso orario configurabile, un calendario che gestisce promemoria, una calcolatrice con operazioni scientifiche e un semplice strumento di disegno che permette di creare grafica bitmap con una tavolozza limitata a sedici colori. Sul fronte ludico, sono presenti il classico Snake, un gioco di memory con coppie di simboli, e il solitario, che riesce a funzionare fluidamente anche senza accelerazione grafica. L'interfaccia utente evita le decorazioni superflue e propone finestre con bordi sottili, barre del titolo essenziali e una palette di colori che ricorda le interfacce grafiche di fine anni ottanta, ma con un layout più pulito e icone ridisegnate. La scelta estetica non è solo nostalgica: ogni pixel viene disegnato direttamente dal gestore grafico senza alcun compositing, e ogni byte di memoria è contato. L'assenza di effetti di trasparenza, animazioni e ombreggiature non è quindi una limitazione ma una precisa filosofia di design, che punta a ottenere il massimo risultato con il minimo dispendio di risorse. Per chi desidera un'esperienza completa, GentleOS supporta anche la lettura di file di testo e la scrittura di documenti semplici, rendendolo utilizzabile per compiti basilari di ufficio su macchine che altrimenti sarebbero destinate alla discarica.
Un progetto per hobbisti e appassionati di retrò-computing
GentleOS si inserisce in un filone culturale che negli ultimi anni ha visto una crescita costante di interesse verso l'informatica vintage. Non si tratta solo di un vezzo nostalgico: la comunità di sviluppatori e appassionati che ruota intorno a progetti come questo è spinta dalla volontà di preservare la conoscenza delle architetture storiche e di dimostrare che l'obsolescenza programmata può essere contrastata con il software libero. I forum dedicati raccolgono segnalazioni di bug, richieste di nuove funzionalità e guide passo-passo per installare GentleOS su hardware recuperato da mercatini dell'usato. La versione a sedici bit, GentleOS/16, è forse la più sorprendente: riesce a girare su macchine che non supportano modalità protetta e che richiedono una gestione manuale dei segmenti di memoria, un compito che costringe i programmatori a confrontarsi con i limiti fisici dei microprocessori di quarant'anni fa. Gli sviluppatori hanno annunciato che il progetto riceverà aggiornamenti regolari con correzioni di bug e nuove applicazioni, mantenendo però la compatibilità con l'hardware originario. Questa promessa di continuità è fondamentale per la comunità, perchè molti progetti simili tendono a essere abbandonati dopo il rilascio iniziale. La roadmap include un gestore di pacchetti rudimentale e un sistema di rete per adattatori Ethernet ISA, per permettere alle macchine vintage di connettersi, seppure con limitazioni, alla rete locale.
Il valore didattico e la preservazione della storia informatica
Oltre al fascino del retrò-computing, GentleOS rappresenta una risorsa educativa di prim'ordine per chi vuole comprendere i meccanismi fondamentali dei sistemi operativi. La lettura del codice sorgente permette di vedere in azione concetti come lo scheduling dei processi, la gestione della memoria tramite segmentazione, la comunicazione tra processi e il disegno di primitive grafiche a basso livello. In un'epoca in cui gli studenti di informatica interagiscono quasi esclusivamente con linguaggi di alto livello e framework complessi, GentleOS offre un punto di vista opposto, che mette a nudo l'hardware e obbliga a ragionare in termini di cicli di clock e registri del processore. Alcune università hanno iniziato a utilizzarlo nei corsi introduttivi di sistemi operativi proprio per la sua semplicità e trasparenza. La preservazione della storia informatica passa anche attraverso progetti come questo: mantenere in vita il software per piattaforme obsolete significa conservare la possibilità di studiare e comprendere le radici della tecnologia che oggi diamo per scontata. GentleOS ci ricorda che l'innovazione non consiste sempre nel costruire qualcosa di più potente, ma a volte nel trovare modi eleganti per fare molto con pochissimo, e che ogni vecchio computer ha ancora una storia da raccontare.
Di Alex (del 18/06/2026 @ 10:00:00, in Storia meno nota e miti, letto 489 volte)
Megaliti allineati nella nebbia della brughiera bretone
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Il paesaggio megalitico più esteso al mondo
Quando si osservano le mappe del dipartimento del Morbihan, in Bretagna meridionale, i puntini che indicano i siti megalitici sono così fitti da sembrare un'epidemia. Non si tratta di un singolo monumento ma di un complesso che si estende per oltre quattro chilometri, composto da allineamenti, dolmen, tumuli e menhir isolati. Il nucleo più celebre è quello delle file di Kermario, Kerlescan e Le Mènec, dove oltre tremila pietre sono disposte in linee parallele che convergono verso est, come se seguissero il corso di un fiume invisibile. La pietra più grande, il Gigante di Kerzerho, supera i sei metri di altezza e le trecentocinquanta tonnellate di peso. Per mettere in prospettiva la scala dell'opera, si consideri che durante il Neolitico la Bretagna era coperta da una foresta primordiale, gli strumenti erano in pietra levigata e la ruota non era ancora stata inventata. La densità dei ritrovamenti indica che questa non era una regione marginale ma un vero e proprio centro cultuale e sociale, probabilmente frequentato per millenni da genti provenienti da tutta l'Europa atlantica. Le analisi dei pollini fossili dimostrano che il paesaggio venne disboscato intenzionalmente per creare un ambiente aperto, un'operazione che da sola avrebbe richiesto uno sforzo comunitario prolungato. La disposizione spaziale non è casuale: le linee sembrano incorniciare il sorgere del sole nei momenti chiave dell'anno, e alcune file si interrompono esattamente in corrispondenza di antichi corsi d'acqua o di affioramenti rocciosi che potrebbero aver avuto un significato sacro. Non esiste nulla di paragonabile per estensione e complessità nell'Europa coeva, e questo rende il sito di Carnac un unicum nel panorama archeologico mondiale, tanto che dal 1996 è stato incluso nella lista provvisoria per il riconoscimento UNESCO.
Le ipotesi sul trasporto dei colossi di granito
La domanda che assilla gli archeologi da generazioni è tanto semplice quanto irrisolta: come si spostano massi da decine di tonnellate senza macchine? La geologia offre un primo indizio significativo. Le pietre di Carnac sono prevalentemente graniti locali, estratti da affioramenti situati a distanze comprese tra uno e cinque chilometri dai luoghi di erezione. Non si tratta quindi di trasporti su lunga distanza come per Stonehenge, ma il dislivello e la natura del terreno rendono l'impresa comunque formidabile. Le sperimentazioni condotte dall'archeologo Jean-Pierre Mohen negli anni novanta hanno mostrato che un menhir di venti tonnellate può essere trascinato su rulli di legno da circa duecento persone, ma per i blocchi più grandi il conto sale rapidamente a numeri che mettono in crisi le stime demografiche delle tribù neolitiche. Un'altra scuola di pensiero, sostenuta da tecnologie recenti come la scansione laser 3D, suggerisce che molti massi venissero inclinati e fatti scorrere su binari di terra e argilla, sfruttando la forza di gravità nei tratti in discesa. I fori di leva e le scheggiature riscontrate sulla base dei megaliti confermano che venivano utilizzate leve, cunei e corde di fibra vegetale intrecciata. Nessuno è ancora riuscito a replicare l'intera sequenza operativa con strumenti dell'epoca, e questo lascia aperta la possibilità di tecniche perdute o di forme di organizzazione sociale che non abbiamo ancora compreso. La difficoltà maggiore non era lo spostamento orizzontale ma l'erezione: piantare un menhir alto sei metri in una buca profonda richiede una squadra capace di tirare simultaneamente da più direzioni senza che la pietra oscilli o si spezzi. Gli esperimenti moderni spesso si concludono con la rottura del menhir o con il cedimento della buca, dimostrando quanto fosse delicata questa fase.
Allineamenti astronomici e calendari di pietra
L'ipotesi che Carnac fosse un gigantesco osservatorio astronomico affonda le radici negli studi dell'ingegnere scozzese Alexander Thom, che già negli anni settanta notò come molte strutture megalitiche europee fossero orientate con precisione sorprendente verso i punti solstiziali e lunari. A Carnac, le file del Mènec puntano verso il punto in cui il sole sorgeva durante il solstizio d'inverno di cinquemila anni prima di Cristo, un dato che tiene conto della precessione degli equinozi. Altre linee sembrano allinearsi con il tramonto del solstizio d'estate e con i lunistizi, i punti estremi del ciclo lunare che si ripete ogni diciotto anni e sei mesi. Il tumulo di Saint-Michel, una collina artificiale alta dieci metri costruita sopra una tomba a corridoio, potrebbe aver funto da punto di osservazione elevato. La scoperta di incisioni a spirale e a forma di ascia sulle superfici di alcuni menhir aggiunge un ulteriore strato simbolico: le spirali potrebbero rappresentare il ciclo solare, mentre le asce potrebbero indicare eventi stagionali legati alla deforestazione o alla semina. Non tutti gli studiosi concordano sull'interpretazione astronomica. Una parte consistente della comunità accademica ritiene che gli allineamenti siano il risultato di un processo rituale più che di un calcolo scientifico, e che le file di pietre venissero aggiunte progressivamente nel corso dei secoli, trasformando il paesaggio in un libro di pietra che raccontava la genealogia delle famiglie dominanti o le migrazioni stagionali delle mandrie. Le datazioni al carbonio 14 ottenute dai carboni trovati nelle buche di fondazione mostrano che la costruzione non avvenne in un'unica fase ma si protrasse per oltre mille anni, il che rende difficile immaginare un progetto astronomico unitario. Tuttavia, la persistenza della tradizione e la coerenza degli orientamenti suggeriscono che almeno alcuni principi guida venissero tramandati di generazione in generazione.
Leggende bretoni e la memoria dei santi
Prima che l'archeologia moderna si interessasse ai megaliti, le popolazioni locali avevano elaborato spiegazioni fantastiche per quegli allineamenti impossibili. La leggenda più diffusa racconta che i menhir siano in realtà soldati romani pietrificati da San Cornelio, il papa del terzo secolo dopo Cristo venerato in Bretagna come protettore del bestiame. L'esercito romano avrebbe inseguito il santo, che in fuga attraverso la landa si voltò e con un gesto della mano trasformò i legionari in pietra, creando così i file ordinati che ancora oggi si vedono. Un'altra versione sostituisce San Cornelio con Merlino, che avrebbe evocato l'incantesimo per difendere i druidi locali dall'invasione. Queste storie, pur nella loro ingenuità, testimoniano la persistenza di una memoria culturale che associava i megaliti a un potere antico e temibile, qualcosa che andava spiegato attraverso l'intervento divino o magico. Le prime descrizioni scritte dei monumenti risalgono al diciottesimo secolo, quando l'erudito francese Christophe-Paul de Robien pubblicò un resoconto dettagliato nel quale già si lamentava della distruzione di molti menhir da parte dei contadini che li usavano come materiale da costruzione. Per secoli, i megaliti vennero infatti rimossi, spezzati o interrati senza alcuna tutela, e solo nel diciannovesimo secolo iniziarono le prime campagne di protezione statale. La legislazione francese attuale considera i menhir monumenti storici e prevede sanzioni severe per chi li danneggia, ma il rischio maggiore oggi viene dall'usura turistica e dai cambiamenti climatici che alterano il microclima della brughiera.
Nuove tecnologie per un enigma antico
Negli ultimi anni, l'applicazione di tecnologie come il LiDAR aerotrasportato e la fotogrammetria aerea ha rivoluzionato la conoscenza del sito, rivelando l'esistenza di allineamenti sepolti sotto la vegetazione e permettendo di creare modelli digitali del terreno con una precisione al centimetro. Le scansioni georadar hanno individuato buche di fondazione e fossati che non erano visibili in superficie, suggerendo che il complesso di Carnac fosse ancora più esteso di quanto si credesse. L'analisi isotopica sui resti umani trovati nelle tombe a corridoio ha mostrato che le popolazioni neolitiche della Bretagna avevano una dieta mista di cereali, pesce e molluschi, e che praticavano una forma di gerarchia sociale in cui alcune famiglie avevano accesso a risorse migliori. Le sepolture multiple sotto i tumuli indicano che i monumenti servivano anche come luoghi di sepoltura collettiva, rafforzando l'idea di un legame tra il culto dei morti e gli allineamenti astronomici. Il dibattito scientifico resta aperto su molti punti, ma una cosa è certa: le pietre di Carnac rappresentano una delle prime e più imponenti manifestazioni della capacità umana di modificare il paesaggio su scala monumentale, e continuano a interrogarci sul significato profondo del rapporto tra uomo, terra e cielo. Le pietre di Carnac continuano a sfidare la nostra comprensione del passato, ricordandoci che alcune imprese umane trascendono la semplice spiegazione tecnologica e ci parlano di un mondo in cui il sacro e il quotidiano erano indissolubilmente intrecciati.
Di Alex (del 18/06/2026 @ 09:00:00, in Storia Impero Romano, letto 444 volte)
Basoli di pietra lavica tra cipressi e rovine romane
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La visione strategica di Appio Claudio Cieco
Il censore Appio Claudio Cieco aveva già dimostrato un'intelligenza fuori dal comune dotando Roma del suo primo acquedotto, ma con l'Appia compì un salto concettuale che nessuno prima di lui aveva osato. La sua idea di una strada pavimentata che corresse dritta verso sud, ignorando le curve del terreno e le antiche piste etrusche, rappresentò una rottura radicale con la tradizione viaria italica. Il tracciato iniziale copriva circa duecentododici chilometri fino a Capua, una distanza che un legionario poteva percorrere a marce forzate in cinque giorni. La vera genialità stava nella scelta di utilizzare la strada non solo come infrastruttura militare ma come strumento di colonizzazione: le terre lungo il percorso vennero distribuite ai veterani e ai cittadini poveri, creando una fascia di insediamenti fedeli a Roma in un territorio ancora ostile. La tecnica costruttiva prevedeva uno scavo profondo fino a un metro e mezzo, riempito con quattro strati successivi di pietrisco, ghiaia, sabbia e infine i basoli di pietra lavica, estratti dalle cave dei Colli Albani e tagliati in blocchi poligonali che si incastravano senza malta. Questa struttura, unita a una leggera curvatura della carreggiata per il deflusso dell'acqua, rendeva la strada percorribile in ogni stagione e così resistente da durare millenni. Il censore non vide completata la sua opera, ma il suo nome rimase per sempre legato a quella che i romani chiamavano regina viarum, la regina delle strade.
Estensione fino a Brindisi e porta per l'Oriente
La spinta a prolungare l'Appia verso sud-est arrivò dopo la conquista del porto di Brindisi, che offriva a Roma il controllo diretto sulle rotte per la Grecia e l'Asia Minore. Il tracciato aggiuntivo, completato intorno al 190 avanti Cristo, portava la lunghezza totale a oltre cinquecentosessanta chilometri, rendendola la strada più lunga d'Europa fino all'epoca moderna. I viaggiatori potevano imbarcarsi a Brindisi per raggiungere Durazzo in meno di ventiquattro ore di navigazione, e da lì proseguire lungo la via Egnatia fino a Bisanzio. L'Appia divenne così l'asse portante di un sistema di comunicazione che univa la capitale dell'impero con le province orientali, permettendo lo spostamento di merci, idee e funzionari lungo tutto il bacino del Mediterraneo. Lungo il percorso sorsero stazioni di posta a intervalli regolari, le mutationes per il cambio dei cavalli e le mansiones per il pernottamento, dotate di stalle, cucine e bagni. Le tariffe per l'utilizzo della strada erano differenziate: i messaggeri imperiali godevano di priorità assoluta, i mercanti pagavano pedaggi calcolati in base al carico, e i privati cittadini potevano viaggiare liberamente ma senza scorta armata. La sicurezza era garantita da pattuglie di legionari distaccati presso i forti lungo il tracciato, ma nei tratti più isolati le scorrerie dei briganti restavano un rischio costante.
I monumenti funerari e il paesaggio della memoria
Percorrere l'Appia significava immergersi in una galleria della memoria collettiva, un'esperienza che impressionava profondamente i contemporanei e che ancora oggi si avverte camminando tra i resti dei sepolcri. La legislazione romana vietava le sepolture all'interno del pomerio, e le famiglie patrizie scelsero i primi chilometri della strada consolare come luogo di rappresentanza postuma. Il sepolcro degli Scipioni, scavato nel tufo e decorato con statue e iscrizioni celebrative, e il grandioso mausoleo di Cecilia Metella, un cilindro di travertino largo ventinove metri che domina la campagna romana, sono solo gli esempi più celebri di una costellazione di tombe, altari e tempietti che costellavano i bordi della carreggiata per miglia. Le iscrizioni funerarie, spesso redatte in prima persona, si rivolgevano direttamente al viandante per ricordargli la fugacità della vita e la gloria del defunto, creando un dialogo continuo tra vivi e morti. I colombari, camere sepolcrali collettive con nicchie per le urne cinerarie, permettevano anche ai liberti e ai ceti intermedi di assicurarsi un posto lungo la strada più prestigiosa dell'impero. Questo paesaggio della memoria era così densamente occupato che le necropoli arrivarono a estendersi per oltre cinque chilometri fuori porta Capena, formando una città dei morti che anticipava e rispecchiava la città dei vivi.
La via Appia nel Medioevo e il recupero contemporaneo
Con la caduta dell'impero romano, la manutenzione sistematica dell'Appia venne meno e interi tratti furono invasi dalla vegetazione o spoliati dei basoli per costruire nuove fortificazioni. Nel Medioevo la strada perse la sua funzione di arteria principale a favore di percorsi alternativi, ma non scomparve mai del tutto dalla memoria geografica. I pellegrini diretti a Gerusalemme la utilizzavano per raggiungere i porti pugliesi, e le guide di viaggio del dodicesimo secolo la menzionano ancora come l'itinerario più breve per la Terrasanta. Durante il Rinascimento, gli artisti e gli architetti riscoprirono i monumenti dell'Appia come modelli di classicità, e le prime campagne di scavo iniziarono a riportare alla luce statue, sarcofagi e tratti di pavimentazione originale. Oggi, un vasto progetto di valorizzazione ha istituito il Parco Regionale dell'Appia Antica, un corridoio ecologico e archeologico che protegge oltre quattromilacinquecento ettari di territorio e permette di percorrere a piedi o in bicicletta lunghi tratti della strada originale. Il tracciato è candidato a diventare patrimonio dell'umanità UNESCO, e ogni anno attira centinaia di migliaia di visitatori che cercano un contatto diretto con la storia millenaria di Roma. La via Appia non è solo un'antica strada romana, ma il simbolo di una civiltà che seppe concepire le infrastrutture come strumento di potere, cultura e connessione umana, lasciando un'eredità che ancora oggi percorriamo con ammirazione e rispetto.
Di Alex (del 18/06/2026 @ 08:00:00, in Mondo Android, letto 454 volte)
Schermo pieghevole con bolle flottanti e desktop mode
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Adattamento obbligatorio per tablet e pieghevoli
La prima modifica che impatterà concretamente sulla vita quotidiana degli utenti è l'obbligo per le applicazioni che puntano all'API level 37 di supportare schermi con larghezza superiore a seicento density pixel. In termini pratici, questo significa che gli sviluppatori non potranno più bloccare l'orientamento o impedire il ridimensionamento delle proprie app su tablet, dispositivi pieghevoli e smartphone in modalità desktop. Il sistema operativo semplicemente ignora i vecchi attributi del file manifest come screenOrientation e resizeableActivity=false, costringendo le app ad adattarsi a layout flessibili. Fanno eccezione solo i giochi, ma devono essere classificati formalmente come tali sul Google Play Store. Parallelamente, Google introduce tre nuove funzionalità per il multitasking che trasformano radicalmente l'esperienza d'uso sui grandi schermi. Le App Bubbles permettono di trasformare qualsiasi icona in una bolla flottante tenendola premuta, rendendo l'app accessibile da qualsiasi schermata. La Bubble Bar, disponibile su tablet e foldable, offre un pannello dedicato alla gestione di queste bolle all'interno della barra delle applicazioni. Infine, il desktop interactive Picture-in-Picture consente di interagire con le finestre ridotte nella modalità scrivania, non solo di visualizzarle passivamente. La funzione Continue On, che permette di trasferire un'attività in corso da uno smartphone a un tablet con un solo tocco, colma un divario con l'ecosistema Apple che durava da oltre un decennio.
AppFunctions e l'intelligenza artificiale dentro le app
La novità tecnicamente più ambiziosa di Android 17 è l'introduzione delle AppFunctions, un'interfaccia di programmazione che consente agli sviluppatori di esporre le funzioni della propria applicazione come strumenti richiamabili direttamente dagli agenti di intelligenza artificiale. In pratica, un assistente come Gemini potrà creare una nota, cercare un contatto specifico o avviare un'azione in un'app di terze parti senza che l'utente debba aprire manualmente alcuna schermata. Il meccanismo si basa sull'Android Model Context Protocol, l'equivalente su dispositivo del protocollo MCP che sta rapidamente diventando uno standard per l'interazione tra modelli linguistici e strumenti esterni. La libreria Jetpack per implementare queste funzionalità è attualmente in fase alpha, e l'integrazione nativa con Gemini è ancora in anteprima privata, ma gli sviluppatori possono già iniziare a progettare le proprie app per questo nuovo paradigma. L'obiettivo dichiarato di Google è gettare le fondamenta per Gemini Intelligence, un sistema che dovrebbe trasformare Android da sistema operativo reattivo a piattaforma proattiva, capace di anticipare le esigenze dell'utente e di eseguire operazioni complesse in modo autonomo. Le implicazioni per la privacy sono significative, e Google ha precisato che tutte le operazioni avvengono su dispositivo senza trasferire dati personali ai server cloud, una distinzione fondamentale per rassicurare gli utenti più attenti alla riservatezza.
Restrizioni sulla memoria e miglioramenti alle prestazioni
Android 17 introduce limiti molto più rigidi sulla memoria utilizzabile dai processi applicativi. Qualsiasi processo che superi la soglia consentita, calcolata in base alla quantità totale di RAM del dispositivo, viene terminato senza preavviso. Nei log di uscita dell'applicazione, gli sviluppatori troveranno la stringa MemoryLimiter:AnonSwap per diagnosticare il problema e ottimizzare il consumo di risorse. Questa stretta sulla memoria si accompagna a tre miglioramenti significativi del runtime ART. Il garbage collector introduce le young-generation collections, una tecnica mutuata dalle macchine virtuali Java che riduce i tempi di pausa, il consumo di CPU e i cali di frame durante le animazioni, e che verrà distribuita anche su versioni precedenti di Android tramite aggiornamenti di sistema Google Play. La MessageQueue diventa lock-free per le app che puntano a SDK 37, eliminando i colli di bottiglia nella comunicazione tra thread e migliorando la fluidità generale in scenari multithread complessi. Infine, la modifica di campi static final tramite riflessione viene bloccata completamente, causando un'eccezione per chi la tenta via codice Java e un crash immediato per chi la utilizza attraverso interfacce native JNI. Queste ultime due modifiche potrebbero rompere applicazioni che fanno uso di librerie obsolete o tecniche non standard, e Google raccomanda caldamente di testare a fondo prima del rilascio.
Permessi temporanei e protezione dei dati sensibili
La direzione intrapresa da Android 17 verso permessi contestuali e temporanei si concretizza in quattro novità di rilievo. Il System-Level Contact Picker permette alle app di richiedere l'accesso esclusivamente ai campi specifici di un contatto, come l'email o il numero di telefono, senza dover ottenere il permesso generale di lettura dell'intera rubrica. Il Location Button è un pulsante di sistema che concede l'accesso alla posizione precisa soltanto per la sessione corrente, revocandolo automaticamente al termine dell'utilizzo. L'EyeDropper API consente a qualsiasi applicazione di selezionare un colore da un pixel dello schermo senza necessitare di permessi di cattura dello schermo, un miglioramento pensato per app di design e accessibilità. La protezione degli SMS contenenti codici OTP viene rafforzata ritardando di tre ore la consegna di questi messaggi alle app che non sono il destinatario legittimo, e per le applicazioni che puntano a SDK 37 il blocco si estende a tutti gli SMS con codici monouso standard. Sul fronte della rete locale, le app che accedono a dispositivi come smart home, Chromecast o stampanti devono ora dichiarare esplicitamente il nuovo permesso ACCESS_LOCAL_NETWORK, pena il blocco da parte del sistema. Per quanto riguarda fotocamera e multimedia, Android 17 introduce il formato RAW14 per la massima profondità di colore, il supporto al codec video H.266/VVC, un encoder Extended HE-AAC per audio di qualità su bande ridotte, e le estensioni camera vendor-defined per modalità fotografiche proprietarie. Infine, arriva il supporto specifico per apparecchi acustici Bluetooth LE Audio, con la possibilità di separare l'instradamento delle notifiche e delle suonerie dall'audio dell'apparecchio.
Jetpack Compose diventa l'unico standard di sviluppo
La notizia di maggior impatto per la comunità degli sviluppatori è la decisione di Google di rendere Jetpack Compose l'unico framework ufficiale per lo sviluppo di interfacce Android. Le librerie basate sul vecchio sistema View, tra cui Fragment, RecyclerView e ViewPager, entrano in modalità manutenzione e riceveranno esclusivamente correzioni di bug critici, senza alcuna nuova funzionalità. Google motiva questa scelta con la necessità di semplificare lo stack tecnologico e di concentrare le risorse su un unico sistema dichiarativo, che ha già dimostrato di ridurre la quantità di codice necessaria e di facilitare la gestione degli stati dell'interfaccia. Per le aziende con codebase legacy basate su View, la transizione rappresenta un investimento significativo ma inevitabile, e la roadmap di Compose prevede nei prossimi mesi il rilascio di strumenti di migrazione assistita per accelerare il processo. Android 17 è già disponibile in beta anche su dispositivi di Honor, iQOO, Lenovo, OnePlus, OPPO, Realme, Sharp, vivo e Xiaomi, e la lista degli smartphone che riceveranno l'aggiornamento stabile è in continuo aggiornamento. Android 17 non è soltanto un aggiornamento incrementale, ma un vero e proprio cambio di paradigma che allinea il sistema operativo alle esigenze di un ecosistema sempre più fatto di intelligenza artificiale, grandi schermi e preoccupazioni per la privacy.
Di Alex (del 17/06/2026 @ 17:00:00, in Storia Contemporanea, letto 452 volte)
Aereo schiantato montagne Ande sopravvissuti neve e gelo
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La lotta per la sopravvivenza a 3.600 metri
L'aereo, un Fairchild FH-227D turboelica, era decollato da Montevideo diretto a Santiago del Cile, ma le cattive condizioni meteorologiche e un errore di navigazione indussero il pilota a iniziare la discesa troppo presto, schiantandosi contro una cima a circa 3.600 metri di quota. Delle 45 persone a bordo, 12 morirono nell'impatto o nelle ore successive, mentre i feriti iniziarono una lotta contro le temperature che scendevano a -30 gradi centigradi. La fusoliera, squarciata e parzialmente sepolta nella neve, divenne un rifugio di fortuna dove i superstiti si ammassavano per proteggersi dal gelo, utilizzando i sedili come barelle e i bagagli per chiudere le falle. Le ricerche aeree, condotte da Cile, Argentina e Uruguay, vennero sospese dopo otto giorni, poiché il velivolo bianco si confondeva con il manto nevoso e la zona era vastissima. L'ottavo giorno, una valanga travolse la fusoliera uccidendo altre otto persone, compreso il capitano della squadra di rugby. Rimasti senza scorte alimentari, i sopravvissuti presero la drammatica decisione di cibarsi dei corpi dei compagni deceduti, conservati nella neve, un gesto estremo che fu poi compreso dall'opinione pubblica e dalla Chiesa come un atto di necessità per preservare la vita. Dopo settimane di stenti, due dei giovani più forti, Fernando Parrado e Roberto Canessa, decisero di tentare una sortita attraverso le montagne. Il 12 dicembre 1972 partirono senza attrezzatura alpinistica, con scarponi da rugby e sacchi a pelo cuciti alla meglio, scalando picchi di oltre 4.000 metri per dieci giorni, finché non incontrarono un pastore cileno, Sergio Catalán, sulle rive di un torrente. L'uomo avvisò le autorità e il 22 dicembre due elicotteri raggiunsero i superstiti, portando in salvo i sedici che ancora erano vivi. La vicenda scosse il mondo e diede origine a libri e film, tra cui "Alive", che raccontano una storia di resilienza umana spinta ai limiti. La tragedia delle Ande rimane una delle più straordinarie testimonianze di sopravvivenza e solidarietà in condizioni impossibili.
Di Alex (del 17/06/2026 @ 16:00:00, in Storia Contemporanea, letto 421 volte)
Bunker Berlino suicidio Hitler voci fuga Sud America
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Otto metri di cemento armato sotto il giardino della Cancelleria
Il luogo della scena finale non era un palazzo, ma una scatola di calcestruzzo sepolta nel sottosuolo sabbioso di Berlino. Il complesso era formato da due strutture distinte e collegate da una scala: il Vorbunker, completato nel 1936 come ricovero antiaereo sotto la sala dei ricevimenti della vecchia Cancelleria, e il Fuehrerbunker vero e proprio, scavato fra il 1943 e il 1944 dalla ditta Hochtief circa otto metri e mezzo sotto il livello del giardino. La soletta di copertura misurava fino a quattro metri di cemento armato, le pareti perimetrali poco meno; l'insieme contava circa trenta ambienti angusti distribuiti su una superficie complessiva di poco superiore ai duecentocinquanta metri quadrati. L'aria veniva pompata da un impianto di ventilazione con filtri azionabili anche a mano, l'elettricità arrivava da un generatore diesel il cui rombo costante impregnava ogni conversazione, e l'acqua da un pozzo autonomo. Il gruppo di stanze riservate a Hitler ed Eva Braun comprendeva uno studio, una camera da letto, un bagno e un piccolo salotto con un divano azzurro e un ritratto di Federico il Grande dipinto da Anton Graff. Chi ci scese descrisse sempre le stesse sensazioni: umidità che condensava sulle pareti, odore di gasolio e disinfettante, mancanza totale di luce naturale, e il tremito sordo del terreno ogni volta che una granata colpiva la superficie. Hitler vi si trasferì stabilmente il 16 gennaio 1945, di ritorno dal quartier generale di Ziegenberg dopo il fallimento dell'offensiva delle Ardenne. Non ne sarebbe più uscito se non per brevi apparizioni nel giardino soprastante.
L'assedio: due milioni e mezzo di uomini contro una capitale in rovina
All'alba del 16 aprile 1945 l'Armata Rossa aprì l'offensiva finale dalle teste di ponte sull'Oder. I numeri erano schiaccianti: i tre fronti impegnati, il 1° Bielorusso di Georgij Zhukov, il 1° Ucraino di Ivan Konev e il 2° Bielorusso di Konstantin Rokossovskij, allineavano circa due milioni e mezzo di soldati, oltre seimila carri armati e semoventi, più di quarantamila bocche da fuoco e migliaia di aerei. Sulle alture di Seelow, ultimo bastione naturale davanti a Berlino, Zhukov accese centoquarantatre proiettori antiaerei per accecare i difensori e lanciò i suoi uomini contro le posizioni della 9ª Armata tedesca, pagando decine di migliaia di perdite in quattro giorni ma sfondando. Il 20 aprile, giorno del cinquantaseiesimo compleanno di Hitler, i primi proietti dell'artiglieria pesante sovietica caddero sul centro della città: fu quello il vero regalo di compleanno. Nel pomeriggio il dittatore salì per l'ultima volta all'aperto, nel giardino devastato della Cancelleria, per passare in rassegna un gruppo di ragazzini della Gioventù Hitleriana e accarezzare la guancia di uno di loro, in una scena ripresa dall'operatore di un cinegiornale e divenuta l'ultima immagine in movimento della sua vita. Nelle stesse ore i gerarchi lasciavano la capitale in fuga verso nord e verso sud, mentre la difesa veniva affidata a un mosaico di unità decimate, Volkssturm di anziani, poliziotti e ragazzi con il Panzerfaust.
Ventidue aprile: il giorno in cui il Reich crollò dentro una stanza
La rottura psicologica avvenne il 22 aprile, durante la conferenza quotidiana. Hitler aveva ordinato al generale delle SS Felix Steiner di attaccare da nord il fianco sovietico per liberare Berlino; quando gli fu comunicato che l'attacco non era mai partito, semplicemente perché le forze di Steiner esistevano quasi solo sulle mappe, il capo del Terzo Reich esplose in una sfuriata di oltre mezz'ora contro i generali, l'esercito e la nazione intera, per poi lasciarsi cadere su una sedia e ammettere per la prima volta ad alta voce che la guerra era perduta e che sarebbe rimasto a Berlino per uccidersi. I testimoni presenti, tra cui Wilhelm Keitel, Alfred Jodl, Hans Krebs e Wilhelm Burgdorf, descrissero un uomo diverso da quello dei cinegiornali: curvo, con il braccio sinistro percorso da un tremore incontrollabile, la voce ridotta a un bisbiglio, il passo strascicato. Le sue condizioni erano peggiorate dopo l'attentato del 20 luglio 1944 e dalle cure sperimentali del medico personale Theodor Morell, che gli somministrava un cocktail di anfetamine, barbiturici, ormoni e preparati a base di stricnina. Nei giorni successivi arrivarono i tradimenti: il 23 aprile il telegramma con cui Hermann Göring chiedeva di assumere la guida del Reich venne letto come un colpo di Stato e Göring fu destituito e arrestato; il 28 aprile un dispaccio dell'agenzia Reuters rivelò che Heinrich Himmler stava trattando la resa con il conte Folke Bernadotte attraverso la Croce Rossa svedese. La reazione fu immediata: Hermann Fegelein, ufficiale di collegamento delle SS e cognato di Eva Braun, venne fucilato nel giardino della Cancelleria.
Matrimonio, testamento e la prova del cianuro sul cane
Nella notte fra il 28 e il 29 aprile, in una stanza per le mappe del bunker, un funzionario comunale di Berlino di nome Walter Wagner celebrò il matrimonio fra Adolf Hitler ed Eva Braun: i testimoni furono Joseph Goebbels e Martin Bormann, e nell'atto la sposa iniziò a scrivere il proprio cognome prima di correggersi. Subito dopo Hitler dettò alla segretaria Traudl Junge due documenti distinti. Il testamento privato regolava le poche questioni personali e patrimoniali; il testamento politico espelleva Göring e Himmler dal partito accusandoli di tradimento, nominava il grandammiraglio Karl Dönitz presidente del Reich e comandante supremo, Goebbels cancelliere, e si chiudeva ribadendo l'ossessione antisemita che aveva guidato tutta la sua azione. I fogli furono firmati intorno alle quattro del mattino e affidati a tre corrieri perché li portassero fuori dalla città accerchiata. Nelle stesse ore giunse nel bunker la notizia della fine di Benito Mussolini, catturato dai partigiani e ucciso il 28 aprile, con i corpi esposti a testa in giù in Piazzale Loreto a Milano: l'immagine di quello scempio pubblico rafforzò la decisione di far bruciare i cadaveri. Il 29 aprile il medico Werner Haase somministrò una fiala di cianuro alla cagna Blondi per verificare l'efficacia delle capsule distribuite agli occupanti del bunker. L'animale morì in pochi secondi. Anche i cuccioli vennero soppressi.
Le tre e mezza del pomeriggio: che cosa accadde dietro quella porta
Il 30 aprile Hitler pranzò con le segretarie, poi intorno alle quattordici e trenta salutò uno per uno i collaboratori rimasti, stringendo mani in silenzio lungo il corridoio. Con Eva Braun si ritirò quindi nello studio privato. Secondo le testimonianze concordi dell'aiutante Otto Günsche, del cameriere personale Heinz Linge e del centralinista Rochus Misch, ultimo sopravvissuto del bunker scomparso nel 2013, poco dopo le quindici e trenta si udì un colpo secco. Entrando nella stanza, Linge e Bormann trovarono i due corpi sul divano: Eva Braun aveva assunto cianuro, riconoscibile dall'odore di mandorle amare che saturava l'ambiente, mentre Hitler presentava una ferita d'arma da fuoco alla tempia e una pistola Walther PPK calibro 7,65 caduta a terra. Sul metodo esatto si è discusso per settant'anni: i sovietici insistettero a lungo sul solo avvelenamento, avendo trovato schegge di vetro di una fiala in bocca, mentre i testimoni tedeschi parlavano del colpo di pistola. L'ipotesi oggi prevalente li unisce: capsula morsa e grilletto premuto quasi nello stesso istante. I cadaveri furono avvolti in coperte, portati su per le quattro rampe dell'uscita di emergenza, deposti in una buca poco lontana dalla porta e cosparsi con quasi duecento litri di benzina, recuperati a fatica dalle autorimesse della Cancelleria. Il fuoco, alimentato più volte da Günsche, Linge, l'autista Erich Kempka, Bormann e Goebbels, bruciò per ore sotto il tiro dell'artiglieria. La cremazione all'aperto non è mai completa: ciò che restò venne spinto in un cratere di granata e coperto di terra.
L'autopsia di Buch, il ponte dentale e l'Operazione Mito
Il 4 e 5 maggio 1945 una squadra dello SMERSH, il controspionaggio militare sovietico guidata sul posto dal tenente colonnello Ivan Klimenko, individuò i resti carbonizzati nel cratere. L'autopsia si svolse l'8 maggio nell'ospedale di Buch, alla periferia di Berlino, sotto la direzione del patologo Faust Skaravskij. L'elemento decisivo non fu il corpo, ridotto a frammenti, ma la bocca: una protesi e un ponte dentale d'oro di fattura molto particolare. I sovietici rintracciarono Käthe Heusermann, assistente del dentista personale Hugo Blaschke, e il tecnico odontotecnico Fritz Echtmann, che descrissero a memoria i lavori eseguiti negli anni precedenti prima di vedere i reperti. La corrispondenza fu totale e l'identificazione venne registrata l'11 maggio 1945, appena undici giorni dopo la morte. A quel punto accadde però qualcosa che avrebbe avvelenato per decenni il dibattito: Stalin decise di non rendere pubblica la conclusione. Alla conferenza di Potsdam, nel luglio 1945, disse ai delegati americani che Hitler era probabilmente fuggito in Spagna o in Argentina; il 9 giugno, in una conferenza stampa a Berlino, lo stesso Zhukov dichiarò che nessun corpo identificabile era stato trovato. Fra il 1945 e il 1946 lo SMERSH avviò l'Operazione Mif, cioè Mito, reinterrogando decine di prigionieri tedeschi proprio per verificare l'ipotesi della fuga: tutte le deposizioni raccolte confermarono il suicidio. Il dossier rimase segreto negli archivi di Mosca.
| Data | Evento |
| 30 aprile 1945 | Suicidio nel bunker e cremazione dei corpi nel giardino |
| 5 maggio 1945 | Lo SMERSH individua i resti in un cratere di granata |
| 11 maggio 1945 | Identificazione tramite ponte dentale e protesi |
| 21 febbraio 1946 | Sepoltura segreta in una base sovietica a Magdeburgo |
| 4 aprile 1970 | Operazione Archivio: esumazione, cremazione, ceneri disperse |
| 2009 | Il frammento di cranio di Mosca risulta femminile al test del DNA |
| 2018 | Studio francese sui denti: morte confermata nel 1945 |
Da Magdeburgo al fiume: la scomparsa programmata dei resti
I frammenti attribuiti a Hitler, a Eva Braun, alla famiglia Goebbels e ai due cani seguirono un itinerario tortuoso fra diverse sedi del controspionaggio, da Buch a Finow, poi Rathenow, infine Magdeburgo. Il 21 febbraio 1946 furono sepolti nel cortile di un edificio militare sovietico in Klausenerstrasse, senza alcun segno di riconoscimento, a circa due metri di profondità. Per ventiquattro anni nessuno li toccò. Poi, nel 1970, la struttura stava per essere restituita alle autorità della Germania Est e il capo del KGB Jurij Andropov temette che il luogo potesse trasformarsi in meta di pellegrinaggio neonazista. Autorizzò così l'Operazione Archivio: la notte del 4 aprile 1970 una squadra di cinque uomini riesumò le casse, trasportò il contenuto in una località vicino a Schönebeck, lo bruciò completamente, ridusse tutto in polvere e lo gettò nelle acque del Biederitz, affluente dell'Elba. Non fu però un'eliminazione totale. Due reperti erano stati portati a Mosca già negli anni Quaranta e sono sopravvissuti: una mascella con i denti e le protesi, custodita dall'FSB, e un frammento di calotta cranica con un foro, conservato negli Archivi di Stato della Federazione Russa. Sono questi due oggetti ad aver riaperto e poi richiuso il caso.
Il cranio che non era suo e i denti che invece lo erano
Nel 2009 l'archeologo Nicholas Bellantoni dell'Università del Connecticut ottenne il permesso di prelevare un campione dal frammento di calotta cranica esposto a Mosca. Le analisi genetiche condotte negli Stati Uniti rivelarono che l'osso apparteneva a una donna di età inferiore ai quarant'anni. La notizia fece il giro del mondo come la prova definitiva della truffa sovietica, ma la lettura era distorta: quel frammento era stato raccolto nel cratere soltanto nel 1946, durante una seconda ispezione, e non era mai stato l'elemento su cui si fondava l'identificazione del 1945, tutta costruita sulla documentazione odontoiatrica. Nel marzo e nel luglio del 2017 l'FSB e gli archivi statali russi autorizzarono invece un gruppo di ricercatori francesi guidato dal patologo Philippe Charlier a esaminare direttamente i reperti, cosa che nessuno studioso esterno poteva fare dal 1946. I risultati, pubblicati nel maggio 2018 sull'European Journal of Internal Medicine, furono netti: i denti e le protesi corrispondono ai lavori descritti da Blaschke e Heusermann, il tartaro non contiene fibre di carne, coerentemente con la dieta vegetariana degli ultimi anni, e sulle protesi metalliche sono presenti depositi azzurrini compatibili con una reazione chimica fra cianuro e metallo. Sui denti non è stata trovata traccia di polvere da sparo, il che esclude il colpo sparato in bocca e rende coerente la versione della tempia; il frammento di cranio mostra un foro riconducibile al passaggio di un proiettile e una morfologia definita del tutto compatibile con le radiografie del capo del Terzo Reich eseguite un anno prima della morte. La conclusione di Charlier è stata sintetizzata senza margini: i denti sono autentici e Hitler morì nel 1945.
Patagonia, Colombia, Antartide: anatomia di una leggenda
Perché allora la leggenda della fuga non è mai morta? Le ragioni sono almeno quattro e si rinforzano a vicenda. La prima è la disinformazione deliberata di Stalin, che per anni alimentò pubblicamente il dubbio mentre teneva in cassaforte la prova contraria. La seconda è l'assenza di un corpo integro da esibire, condizione che genera sempre mitologie, come accade da secoli per molti personaggi storici. La terza è che le vie di fuga naziste verso il Sudamerica, le cosiddette ratlines, esistevano davvero: Adolf Eichmann, Josef Mengele ed Erich Priebke raggiunsero realmente l'Argentina, e se ci riuscirono loro l'immaginazione popolare ha concluso con facilità che potesse riuscirci chiunque. La quarta è il mercato editoriale e televisivo. Gli archivi dell'FBI contengono circa settecento pagine di segnalazioni di avvistamenti arrivate nel dopoguerra, tutte prive di riscontro. Un documento della CIA del 1955, proveniente dalla stazione di Maracaibo, riferiva la storia di un tale Phillip Citroen che sosteneva di aver incontrato in Colombia un uomo chiamato Adolf Schrittelmayor, e includeva una fotografia: l'agenzia stessa annotò che non valeva la pena approfondire. Il libro Grey Wolf del 2011 costruì l'ipotesi di una fuga in sommergibile verso la Patagonia e di una vita nascosta in una residenza vicino a Bariloche, tesi demolita dagli storici per mancanza di qualsiasi documento primario. Quanto all'Antartide, la spedizione tedesca del 1938 e 1939 nella Nuova Svevia esistette davvero, ma fu una missione scientifica e baleniera; la leggenda della Base 211 sotto i ghiacci nacque decenni dopo su pubblicazioni esoteriche e non trova appiglio né nei rilievi geologici né negli archivi militari.
La storia del bunker insegna qualcosa che va oltre il caso specifico: quando una prova esiste ma viene taciuta per calcolo politico, il vuoto informativo non resta mai vuoto a lungo, perché qualcuno lo riempie con una storia migliore. Dietro al mito del dittatore in fuga verso i ghiacci o verso le Ande c'è anche il rifiuto inconscio di un finale così squallido, consumato in una stanza umida e maleodorante, senza gloria e senza destino. Le analisi del 2018 hanno chiuso il dossier scientifico; il dossier culturale, quello sul nostro bisogno di trasformare i tiranni in fantasmi immortali, resta aperto.
Di Alex (del 17/06/2026 @ 15:00:00, in Storia Contemporanea, letto 448 volte)
Cuba Porto Rico persi Spagna guerra ispanoamericana 1898
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La guerra che cambiò il destino di due imperi
L'esplosione della corazzata statunitense USS Maine nel porto dell'Avana il 15 febbraio 1898, costata la vita a 266 marinai, fornì il casus belli che l'amministrazione McKinley attendeva per intervenire nell'isola caraibica. Sebbene le cause dell'esplosione rimangano ancora oggi dibattute, la stampa americana, in particolare i giornali di William Randolph Hearst e Joseph Pulitzer, montò una campagna accusando la Spagna di sabotaggio, scatenando un'ondata di fervore bellico. Il 25 aprile 1898 gli Stati Uniti dichiararono guerra, avviando un conflitto che si sarebbe combattuto su due fronti oceanici. Nelle Filippine, il commodoro George Dewey distrusse la flotta spagnola del Pacifico nella battaglia della baia di Manila il primo maggio, mentre a Cuba le forze statunitensi sbarcarono a Santiago e sconfissero le truppe spagnole nella battaglia terrestre di San Juan Hill, resa celebre dalla carica dei Rough Riders di Theodore Roosevelt. L'episodio decisivo avvenne il 3 luglio, quando la squadra navale spagnola dell'ammiraglio Cervera tentò di forzare il blocco del porto di Santiago e fu annientata dalla marina americana, con la perdita di tutti i sei incrociatori e oltre 400 uomini. Pochi giorni dopo, Santiago si arrese e le operazioni militari cessarono. Il trattato di Parigi, firmato il 10 dicembre 1898, imponeva alla Spagna la rinuncia a ogni pretesa su Cuba, che divenne formalmente indipendente ma di fatto sotto il controllo statunitense grazie all'emendamento Platt, mentre Porto Rico, Guam e le Filippine venivano cedute direttamente agli Stati Uniti per la somma di 20 milioni di dollari. L'evento segnò la fine del secolare impero spagnolo e l'ingresso definitivo degli Stati Uniti nel novero delle potenze coloniali, con una proiezione navale e commerciale che si estendeva dai Caraibi al Pacifico. La guerra del 1898 fu un punto di svolta che consegnò a Washington un ruolo egemonico e aprì un dibattito sull'interventismo che avrebbe segnato il secolo successivo.
Di Alex (del 17/06/2026 @ 14:00:00, in Storia del Rinascimento, letto 448 volte)
David e Cappella Sistina capolavori del Rinascimento italiano
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Il genio del Rinascimento
Nato il 6 marzo 1475 a Caprese, nel Casentino, vicino ad Arezzo, Michelangelo venne al mondo in una famiglia di antico lignaggio ma di modeste fortune: il padre, Ludovico di Leonardo Buonarroti Simoni, ricopriva in quei mesi la carica di podestà di Caprese e di Chiusi, un incarico a termine che lo teneva lontano da Firenze, mentre la madre, Francesca di Neri del Miniato del Sera, era una donna di salute fragile che morì quando il bambino aveva appena sei anni. Subito dopo la nascita il piccolo venne affidato a una balia di Settignano, il villaggio di cave di pietra serena alle porte di Firenze, moglie e figlia di scalpellini, circostanza che lui stesso indicò, con la sua ironia asciutta, come origine della sua passione per il marmo, sostenendo di aver assorbito insieme al latte la polvere e gli strumenti con cui avrebbe poi scolpito le sue statue. Il padre, che sognava per i figli una carriera nel commercio o nell'amministrazione, accolse con diffidenza e talvolta con vera irritazione la vocazione del ragazzo, perchè nella mentalità della famiglia l'arte era un mestiere manuale e poco onorevole, e non è un caso che il giovane Michelangelo, pur frequentando la scuola di grammatica del maestro Francesco da Urbino, passasse il tempo a disegnare sui margini dei quaderni, a spiare le botteghe dei pittori e a farsi prestare i disegni da un amico poco più grande, Francesco Granacci, già allievo di Domenico Ghirlandaio. Fu proprio il Granacci a spianargli la strada e nel 1488, a tredici anni, Michelangelo entrò nella bottega del Ghirlandaio, uno dei pittori più richiesti di Firenze, con un contratto triennale che prevedeva addirittura un compenso per l'apprendista, fatto insolito per l'epoca e segno di quanto precoce fosse il talento. Dal Ghirlandaio imparò il disegno di contorno, la tecnica dell'affresco e il senso monumentale della figura, ma la bottega gli andò presto stretta e, dopo meno di un anno, passò al giardino di San Marco, una sorta di accademia informale voluta da Lorenzo il Magnifico, dove erano raccolti marmi antichi, medaglie, gemme e frammenti scultorei e dove insegnava lo scultore Bertoldo di Giovanni, allievo di Donatello. Lorenzo notò il ragazzo, lo accolse nel proprio palazzo e lo volle alla sua tavola insieme ai figli, e in quell'ambiente Michelangelo incontrò i protagonisti dell'umanesimo fiorentino, il poeta Agnolo Poliziano, il filosofo Marsilio Ficino, il giovane Giovanni Pico della Mirandola, assorbendo l'idea neoplatonica che la bellezza visibile fosse il riflesso di una bellezza divina e che l'artista, liberando la forma dalla materia, compisse un atto quasi spirituale. Le prime opere rivelano già una padronanza assoluta dell'anatomia e un'inclinazione verso il "non finito": la Madonna della Scala, un rilievo in marmo di bassissimo spessore che richiama la lezione di Donatello, e la Battaglia dei centauri, un groviglio di corpi nudi in lotta, ispirato secondo la tradizione a un tema suggerito da Poliziano, che l'autore tenne con sè per tutta la vita come una delle opere più care. In quegli anni si colloca anche l'episodio che ne segnò il volto per sempre: durante una discussione con un compagno di studi, lo scultore Pietro Torrigiano, Michelangelo ricevette un pugno che gli ruppe il naso, lasciandogli quella caratteristica deformazione che i ritratti posteriori non hanno mai nascosto. Per ringraziare il priore dell'ospedale di Santo Spirito, che gli aveva concesso di sezionare i cadaveri per studiare muscoli e articolazioni, scolpì un Crocifisso in legno che mostra un corpo giovane, delicato, quasi privo della sofferenza atroce dei crocifissi medievali. Con la morte di Lorenzo il Magnifico, nel 1492, quel mondo protetto si dissolse: Michelangelo tornò per un periodo nella casa paterna, assistette alla predicazione di fra Girolamo Savonarola, che avrebbe lasciato in lui un'impronta religiosa profonda e inquieta, e quando nel 1494 i Medici furono cacciati da Firenze lasciò la città, riparando prima a Venezia e poi a Bologna, dove scolpì tre piccole statue per l'Arca di San Domenico, tra cui un angelo reggicandelabro dai riccioli fitti e dallo sguardo assorto. Tornato a Firenze, realizzò un Cupido dormiente che, secondo la tradizione, venne venduto come opera antica a un mercante e poi a un cardinale, Raffaele Riario, il quale scoprì l'inganno ma, colpito dalla bravura dell'autore, lo invitò a Roma. Nel 1496 Michelangelo si trasferì dunque a Roma, dove a soli ventitrè anni scolpì la Pietà vaticana, un gruppo marmoreo di dolcezza e perfezione tecnica ineguagliate, che lo rese celebre in tutta Italia.
La Pietà e il David: la scultura come rivelazione
Prima della Pietà, Michelangelo aveva già scolpito a Roma un Bacco ebbro, dalla postura instabile e dallo sguardo velato, in cui il giovane artista si misurava con l'antico senza copiarlo, ma fu con la commissione del cardinale francese Jean de Bilhères, ambasciatore del re di Francia presso la Santa Sede, che arrivò la consacrazione: il contratto del 1498 prometteva una Vergine con il Cristo morto in grembo, la più bella opera di marmo che esistesse a Roma, da completarsi entro un anno. La Pietà vaticana, terminata intorno al 1499, sfida ogni regola di verosimiglianza, perchè la Madonna appare giovanissima, più giovane del Figlio che sorregge, e questa scelta, che alcuni contemporanei giudicarono audace, venne spiegata dall'artista con l'idea che la purezza incorrotta di una donna casta si conservasse nel volto, mentre le pieghe monumentali del manto, che occupano buona parte del blocco, servono a dare alla figura la base piramidale su cui poggia il corpo abbandonato del Cristo. È l'unica opera che Michelangelo firmò: la tradizione racconta che, sentendo attribuire il gruppo a un altro scultore, tornò di notte nella basilica e incise il proprio nome sulla fascia che attraversa il petto della Vergine, ma la scritta, che dice che il fiorentino Michelangelo Buonarroti la faceva, non fu mai ripetuta su altre statue, quasi che l'artista, pentito dell'orgoglio giovanile, avesse deciso di lasciare parlare soltanto il marmo. Rientrato a Firenze nel 1501, Michelangelo ricevette dall'Opera del Duomo l'incarico di ricavare una statua da un enorme blocco di marmo di Carrara già sbozzato decenni prima da Agostino di Duccio e poi abbandonato da Antonio Rossellino, perchè ritenuto troppo alto, stretto e poco profondo per qualunque figura convincente. Il blocco giaceva da circa quarant'anni nei cortili della cattedrale, esposto alle intemperie, e molti pensavano che fosse ormai sprecato. Michelangelo lo esaminò, lo fece recintare e per quasi tre anni lavorò con cura quasi ossessiva, riparandosi dietro un'impalcatura di legno per non essere visto, finchè nel 1504 il David fu pronto: un colosso alto oltre cinque metri e pesante parecchie tonnellate, nudo, concentrato, colto non dopo la vittoria sul gigante Golia, come lo avevano rappresentato Donatello e il Verrocchio, ma nel momento teso che la precede, con la fronte corrugata, la testa girata verso il nemico e la mano destra, volutamente sproporzionata, che stringe una pietra. Una commissione di artisti e di cittadini, della quale facevano parte Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli, Filippino Lippi e Piero di Cosimo, decise dove collocarlo e la scelta cadde su piazza della Signoria, davanti a Palazzo Vecchio, sede del governo repubblicano, cosicchè il gigante biblico divenne simbolo della libertà di Firenze contro i tiranni e i nemici esterni, e di questo valore politico la città conservò memoria fino al 1873, quando la statua, ormai danneggiata dagli agenti atmosferici, fu portata al coperto nella Galleria dell'Accademia, mentre in piazza è rimasta una copia. Negli stessi anni la repubblica fiorentina gli commissionò anche, per la sala del Gran Consiglio, un affresco con la Battaglia di Cascina, pensato come pendant della Battaglia di Anghiari affidata a Leonardo: i due maggiori artisti del tempo si trovavano così a confronto diretto, e lo scontro non fu soltanto stilistico ma anche personale, ma nessuno dei due dipinti fu portato a termine, e di quello di Michelangelo resta soltanto il ricordo del cartone preparatorio, che vennero a studiare giovani pittori da tutta Italia, fra cui Raffaello. Prima ancora, intorno al 1504, aveva dipinto il Tondo Doni, una Sacra Famiglia dai colori brillanti e dalle figure scolpite più che dipinte, la sola tavola mobile di Michelangelo che ci sia pervenuta con certezza, nella quale la torsione del corpo della Madonna anticipa lo stile che avrebbe sviluppato nella Sistina.
La volta della Sistina: quattro anni sui ponteggi
Nel marzo del 1505 papa Giulio II, il pontefice guerriero Giuliano della Rovere, chiamò Michelangelo a Roma per affidargli la costruzione della propria tomba, un monumento grandioso che doveva comprendere decine di statue e che il papa immaginava come il più imponente sepolcro cristiano mai realizzato. L'artista trascorse otto mesi a Carrara a scegliere i marmi, ma al ritorno trovò il papa distratto da altri progetti, a cominciare dalla ricostruzione della basilica di San Pietro affidata a Donato Bramante, e con un gesto di sdegno lasciò Roma, riparando a Firenze; dovette essere un legato pontificio a convincerlo a riconciliarsi con Giulio II, che lo incontrò a Bologna nel 1506. Fu allora che il papa, forse su suggerimento dello stesso Bramante, che sperava di mettere in difficoltà un rivale scomodo, propose all'artista una prova ancora più ardua: dipingere la volta della Cappella Sistina, un'enorme superficie a botte di circa mille metri quadrati, decorata fino a quel momento con un semplice cielo stellato. Michelangelo si definiva scultore e non pittore, e per mesi cercò di rifiutare, ma alla fine accettò e nel 1508 iniziò l'opera, che si sarebbe protratta fino all'ottobre del 1512. Rifiutò i ponteggi progettati da Bramante, sospesi con funi alla volta, perchè lasciavano buchi nell'intonaco, e ne fece costruire di propri, poggiati sulle pareti, che permettevano di lavorare mentre le funzioni religiose proseguivano sotto. Lavorava in piedi, con il capo rovesciato all'indietro e il pennello che gli sgocciolava sul viso, e a un amico scrisse in un sonetto, con la sua amara ironia, di essersi fatto venire un gozzo e di avere la barba rivolta al cielo e il petto simile a quello di un'arpia. L'affresco richiede di dipingere su intonaco ancora umido, a piccole porzioni chiamate giornate, e di terminare ciascuna prima che l'intonaco asciughi, senza possibilità di correzione, e Michelangelo, che non aveva grande pratica di questa tecnica, dovette imparare in fretta, tanto che la prima parte, il Diluvio, fu coperta di muffa e in parte rifatta. Il programma iconografico, probabilmente elaborato con teologi vicini al papa, si sviluppa lungo la fascia centrale in nove scene tratte dalla Genesi, dalla Separazione della luce dalle tenebre alla Creazione degli astri, dalla Creazione di Adamo al Peccato originale con la cacciata dal Paradiso, fino al Sacrificio di Noè, al Diluvio Universale e all'Ebbrezza di Noè. La più celebre è la Creazione di Adamo, nella quale il dito di Dio, che si protende con energia da un manto agitato da angeli, sta per toccare quello pigro e abbandonato del primo uomo, in uno spazio vuoto che è diventato uno dei simboli più riprodotti dell'arte occidentale. Attorno alle scene maggiori l'artista dispose ignudi, giovani atletici che reggono ghirlande, sette profeti e cinque sibille dalle pose monumentali, le lunette con gli antenati di Cristo e i pennacchi con episodi biblici di salvezza, per un totale di oltre trecento figure, e tutto ciò lo realizzò quasi interamente da solo, avvalendosi di pochi aiuti per compiti secondari. Quando il 31 ottobre 1512 la volta fu scoperta, i contemporanei rimasero attoniti, e lo stesso Raffaello, che dipingeva nelle stanze vaticane a pochi passi, ne subì l'influsso, come mostrano le figure del profeta Isaia e di Eraclito nella Scuola di Atene, che ricordano chiaramente il linguaggio michelangiolesco. I restauri condotti tra il 1980 e il 1994 hanno rimosso strati di fumo di candele e vernici ingiallite, rivelando colori brillanti e squillanti, verdi acidi, rosa e azzurri vivissimi, che hanno costretto gli storici dell'arte a ripensare l'idea tradizionale di un Michelangelo cupo e monocromo.
La tragedia della tomba di Giulio II e le Tombe Medicee
Il linguaggio michelangiolesco, fondato sulla torsione del corpo e sulla "terribilità" delle espressioni, termine con cui i contemporanei indicavano la forza sovrumana e quasi spaventosa delle sue figure, raggiunse l'apice nelle sculture per la tomba di Giulio II, la vicenda più amara e più lunga della sua esistenza, che lo stesso artista definì la tragedia della sepoltura. Morto il papa nel 1513, gli eredi della famiglia Della Rovere stipularono con lui contratti sempre più ridotti, nel 1513, nel 1516, nel 1532 e infine nel 1542 e nel 1545, mentre nuovi papi lo distoglievano per altre commissioni, cosicchè il grandioso monumento previsto in origine si ridusse a una parete ad arcate nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma, dove campeggia il Mosè, scolpito intorno al 1513 e al 1515. Questa statua, alta circa due metri e mezzo, rappresenta il profeta seduto, con la barba che gli scende in lunghi riccioli sul petto, il volto girato di scatto come se avesse sentito il frastuono del popolo che adora il vitello d'oro e le tavole della Legge sotto il braccio; le due piccole corna che gli spuntano dalla fronte dipendono da un errore di traduzione della Bibbia latina, che rese con "cornuta" l'aggettivo ebraico che indicava il volto raggiante, e per secoli furono un tratto iconografico tradizionale di Mosè. Alla tomba erano destinati anche i cosiddetti Prigioni o Schiavi, figure di giovani che si dibattono per liberarsi dal blocco di pietra, alcuni dei quali sono finiti al Louvre e altri alla Galleria dell'Accademia di Firenze, e il loro stato di non finito, voluto o imposto dagli eventi, ha suggerito a generazioni di studiosi l'immagine dell'anima prigioniera della materia, che l'artista cerca di liberare. Frattanto, a Firenze, i Medici erano tornati al potere e uno di loro, Giovanni, era diventato papa con il nome di Leone X: a Michelangelo furono affidati prima il progetto di una facciata per la basilica di San Lorenzo, mai realizzata, poi, dal 1520, la costruzione della Sagrestia Nuova, un ambiente a pianta quadrata destinato ad accogliere le tombe di alcuni membri della famiglia. Qui architettura e scultura si fondono in un'opera unitaria: sui sarcofagi dei duchi Giuliano e Lorenzo, raffigurati come condottieri idealizzati in nicchie di marmo, si adagiano le allegorie del Giorno e della Notte, dell'Aurora e del Crepuscolo, corpi vigorosi e inquieti che sembrano scivolare dal coperchio curvo, riflettendo una meditazione sullo scorrere del tempo e sulla caducità della vita, che il poeta Giovanni Strozzi esaltò in un celebre epigramma, cui l'artista replicò con versi amari sulla vergogna e l'ingiustizia dei tempi. Nel 1527 il sacco di Roma e la cacciata dei Medici da Firenze riaccesero la repubblica, e Michelangelo, nominato governatore generale delle fortificazioni, contribuì alla difesa della città durante l'assedio del 1529 e del 1530, ma dopo la capitolazione dovette nascondersi e fu risparmiato solo grazie all'intervento del nuovo papa Clemente VII. Il lavoro alla Sagrestia Nuova e alla Biblioteca Laurenziana, con il suo celebre vestibolo dalla scala fluente come lava, proseguì fino al 1534, quando, dopo la morte del papa, Michelangelo lasciò Firenze per Roma e non vi fece mai più ritorno.
Il Giudizio Universale e gli anni di Roma
L'ultimo grande affresco, il Giudizio Universale sulla parete d'altare della Sistina, commissionato inizialmente da Clemente VII e poi confermato dal successore Paolo III Farnese, fu realizzato tra il 1536 e il 1541 e suscitò scandalo per la nudità delle figure e per la rappresentazione di Cristo giudice dal gesto imperioso. L'immensa superficie di circa duecento metri quadrati, sulla quale furono cancellati affreschi precedenti del Perugino e due lunette dello stesso Michelangelo, mostra al centro Cristo, privo di barba e di aureola, simile a un Apollo vendicatore, che con il braccio alzato mette in moto il movimento ruotante dei corpi: a sinistra salgono i beati, a destra precipitano i dannati, tirati per i piedi dai demoni; in basso, a sinistra, i morti risorgono scoperchiando le tombe, a destra Caronte, ripreso dall'Inferno di Dante, spinge con il remo le anime sulla riva dell'Acheronte. Tra i santi, san Bartolomeo regge la propria pelle scorticata, nella quale molti hanno riconosciuto un autoritratto deformato dell'artista, e il volto sofferente di questa maschera riflette il tono pessimistico e penitenziale di un uomo ormai vecchio, turbato dalla crisi religiosa che attraversava l'Europa dopo la Riforma di Lutero. Il cerimoniere pontificio Biagio da Cesena giudicò l'opera più adatta a una taverna che a una cappella e Michelangelo, per vendicarsi, lo ritrasse in basso a destra come Minosse, con orecchie d'asino e un serpente che gli morde i genitali; quando il Concilio di Trento ribadì le norme sul decoro delle immagini sacre, alla morte dell'artista un suo allievo, Daniele da Volterra, venne incaricato di coprire le nudità con drappi e bràghe, guadagnandosi il soprannome di braghettone, e solo i restauri recenti hanno ripristinato una parte di quella nudità originaria. In questi anni romani Michelangelo strinse alcune delle amicizie più intense della sua vita: con il giovane nobile romano Tommaso de' Cavalieri, al quale indirizzò disegni e sonetti d'amore neoplatonico, e con la marchesa Vittoria Colonna, poetessa colta e profondamente religiosa, vicina al circolo riformatore del cardinale Reginald Pole, che lo accompagnò con consigli spirituali e con una corrispondenza affettuosa e che, quando morì nel 1547, lasciò l'artista in una condizione di sconforto prolungato. Tra il 1542 e il 1550 dipinse nella Cappella Paolina, la cappella privata del papa in Vaticano, due ultimi affreschi, la Conversione di Saulo e la Crocifissione di Pietro, opere dai colori cupi e dalle figure rigide, che molti critici considerano l'espressione di una religiosità ormai spoglia di ogni abbellimento.
L'architetto, il poeta e l'ultimo scultore
A oltre sessant'anni iniziò la carriera di architetto, un'arte che non aveva mai praticato in forma sistematica, ma nella quale applicò lo stesso senso plastico che guidava la sua scultura, concependo gli edifici come corpi vivi. Nel 1536 e negli anni seguenti progettò la piazza del Campidoglio a Roma, un'impresa che trasformò un'area irregolare e malridotta in uno spazio ordinato, con il basamento ovale a stella che incornicia la statua equestre romana dell'imperatore Marco Aurelio, risalente al secondo secolo dopo Cristo, e con i palazzi dei Conservatori e Nuovo disposti ai lati con un asse leggermente divergente, per dare l'illusione di una prospettiva più ampia, mentre la scenografica scalinata d'accesso guida il visitatore verso il Palazzo Senatorio. Fra il 1561 e il 1565 ideò anche la Porta Pia, nelle mura aureliane di Roma, e trasformò parte delle terme di Diocleziano nella chiesa di Santa Maria degli Angeli. Nel 1546, alla morte di Antonio da Sangallo il Giovane, Paolo III lo nominò architetto della fabbrica di San Pietro, incarico che accettò, come precisò con orgoglio, per puro amore di Dio e senza alcun compenso. Michelangelo riprese il progetto originario a croce greca di Bramante, riducendone la complessità e dandogli un aspetto più compatto e unitario, e progettò la grande cupola, ispirandosi a quella di Santa Maria del Fiore a Firenze, con doppia calotta e costoloni che salgono verso la lanterna. A San Pietro la completò fino al tamburo, cioè alla parte cilindrica su cui poggia la calotta, e ne lasciò un modello ligneo affinchè i successori potessero portarla a termine: i lavori furono ultimati da Giacomo Della Porta nel 1590 con alcune modifiche, tra cui un profilo più slanciato. Mentre architettava, Michelangelo non smise mai di scolpire e di scrivere: compose circa trecento componimenti poetici, madrigali e sonetti dallo stile aspro e concentrato, che trattano dell'amore, della bellezza, della fede e della vecchiaia, e che sono considerati tra i maggiori della letteratura del Cinquecento. Negli ultimi anni scolpì la Pietà Bandini, nella quale, secondo la tradizione, si ritrasse nel volto di Nicodemo, e infine la Pietà Rondanini, un gruppo scarnificato e vibrante, lavorato fino a pochi giorni prima della morte, nel quale le figure sembrano fondersi in una sola massa in verticale e che appare lontanissimo dalla levigata perfezione della Pietà giovanile.
La morte e l'eredità
Michelangelo morì a Roma il 18 febbraio 1564, all'età di ottantotto anni, nella sua casa presso il Foro di Traiano, assistito da pochi amici e dal fidato servitore Antonio, mentre il nipote Lionardo, che era stato avvertito troppo tardi, arrivò quando l'artista era già spirato. Aveva lasciato disposizioni semplici: l'anima a Dio, il corpo alla terra, i beni ai parenti più prossimi. Ma il papa Pio IV, che avrebbe voluto seppellirlo in San Pietro, e il granduca Cosimo I de' Medici, che desiderava riportare a Firenze il più grande dei suoi concittadini, si contesero le spoglie, e il nipote, in accordo con il granduca, fece trafugare la salma, avvolta in una balla di merce, verso Firenze, dove giunse il 10 marzo e dove si tennero solenni esequie in San Lorenzo. Nel 1570 venne sistemato nella basilica di Santa Croce il monumento funebre disegnato da Giorgio Vasari, con le allegorie della pittura, della scultura e dell'architettura, e nella stessa basilica riposano ancora oggi le sue spoglie, accanto ai sepolcri di Galileo Galilei e di Niccolò Machiavelli. Già in vita Michelangelo era stato celebrato come un essere sovrumano: nel 1550 il Vasari aveva pubblicato le Vite, culminanti proprio nella biografia di lui, definito divino, e nel 1553 il suo allievo Ascanio Condivi ne aveva scritto una vita autorizzata, in parte per correggere le imprecisioni del primo biografo. Fu il primo artista del quale furono pubblicate due biografie mentre era ancora vivo. L'influsso del suo linguaggio si estese al manierismo, con le sue figure sinuose e allungate, e poi al barocco, che da lui ereditò il gusto della tensione, del movimento e del grandioso, fino a Gian Lorenzo Bernini, che a Roma lavorò sotto la sua stessa cupola. La sua vita interamente dedicata all'arte ha lasciato un segno incancellabile nella storia dell'umanità, innalzando il ruolo dell'artista da artigiano a creatore divino.
Di Alex (del 17/06/2026 @ 13:00:00, in Storia Inghilterra Scozia Irlanda, letto 484 volte)
Città vittoriana con ciminiere fumo e carrozze ippiche
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Il cuore dell'impero vittoriano
Con oltre 2,6 milioni di residenti, la metropoli britannica aveva appena superato Pechino come agglomerato urbano più vasto, e la sua crescita era alimentata dalla rivoluzione industriale. Il censimento del 1851, realizzato l'anno seguente, avrebbe registrato un ulteriore balzo, ma già nel 1850 la città assorbiva ogni giorno centinaia di immigrati dalle campagne inglesi e irlandesi, attratti dalle fabbriche tessili, dalle officine e dal commercio. Il Tamigi era la via commerciale principale, solcato da migliaia di battelli a vapore e chiatte che trasportavano carbone, cotone, tè e spezie verso i dock delle Indie occidentali e orientali. Il fiume era però anche una fogna a cielo aperto: gli scarichi domestici e industriali vi si riversavano senza alcun trattamento, producendo un fetore così intenso che nel 1858 avrebbe provocato il "Grande Puzzo" e costretto il Parlamento a finanziare il sistema fognario di Joseph Bazalgette. Le ciminiere delle migliaia di opifici e delle case riscaldate a carbone emettevano una coltre perenne di smog giallastro, il famoso "pea soup fog", che riduceva la visibilità e causava malattie polmonari diffuse soprattutto nei quartieri operai come Whitechapel, Bethnal Green e Southwark. In queste aree, intere famiglie vivevano in stanze anguste e prive di finestre, pagando affitti esosi a proprietari assenteisti; il colera colpì a più ondate, con l'epidemia del 1848-1849 che uccise oltre 14.000 londinesi. Parallelamente, il volto monumentale della città si arricchiva: nel 1850 erano in costruzione le strutture di ferro e vetro del Crystal Palace a Hyde Park, in vista della Grande Esposizione del 1851, che avrebbe celebrato il primato tecnologico britannico. Le stazioni ferroviarie di Euston, Paddington e King's Cross, terminate da pochi anni, riversavano pendolari e merci nel centro, mentre la Borsa di Londra quotava titoli di compagnie minerarie e ferroviarie di tutto il mondo. La ricchezza dell'impero si manifestava nei club esclusivi di Pall Mall, nei teatri del West End e nelle eleganti residenze di Belgravia, ma a pochi isolati di distanza si trovavano i workhouses, istituti di assistenza dove i poveri venivano impiegati in lavori forzati in cambio di un letto e di una ciotola di farinata. La stampa, grazie all'abolizione delle tasse sulla carta e alla diffusione dell'alfabetismo, raggiungeva un pubblico di massa con giornali come il "Times" e l'"Illustrated London News", che documentavano con incisioni sia gli eventi mondani sia gli slum più degradati. Londra era anche un crocevia di intelligenze: Charles Dickens pubblicava a puntate "David Copperfield", mentre Karl Marx, profugo politico, trascorreva ore nella biblioteca del British Museum per scrivere "Il Capitale". Il 1850 rappresenta dunque un punto di massima tensione tra il progresso materiale e le sue pesanti contraddizioni sociali. Londra in quell'anno era la vetrina del mondo moderno, ma anche il laboratorio di tutte le sue disuguaglianze.
Di Alex (del 17/06/2026 @ 12:00:00, in Storia Contemporanea, letto 1014 volte)
Bandiera irlandese e murales repubblicano a Belfast, simboli del conflitto nordirlandese
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Le radici del nazionalismo irlandese: dalla Grande Carestia ai Volontari
Per comprendere l'Irish Republican Army non si può partire dal millenovecentodiciannove. Bisogna scavare molto più a fondo nella storia dell'isola, fino alle radici di una relazione tra Irlanda e Inghilterra che per secoli fu fatta di conquista, spoliazione e resistenza. L'Irlanda era entrata nell'orbita inglese nel dodicesimo secolo dopo Cristo, sotto Enrico II, e nei secoli successivi la presenza anglonormanna si era trasformata in dominazione coloniale. La Riforma protestante del sedicesimo secolo aveva aggiunto una dimensione religiosa al conflitto: mentre l'Inghilterra diventava protestante, l'Irlanda rimaneva in larga parte cattolica, e quella differenza confessionale si sovrappose alle già profonde disuguaglianze economiche e politiche tra coloni e colonizzati. Nel corso del diciassettesimo e diciottesimo secolo il Penal Code, il codice penale discriminatorio imposto dalla Corona britannica, proibiva ai cattolici irlandesi di votare, possedere terre superiori a un certo valore, accedere alle professioni liberali, frequentare le università, esercitare cariche pubbliche. L'Irlanda era governata da una classe dirigente protestante anglicana — the Ascendancy — che controllava quasi tutta la terra dell'isola mentre la maggioranza cattolica la coltivava come affittuaria in condizioni spesso vicine alla servitù della gleba. Le rivolte non mancarono: quella del milleseicentovantatré guidata da Owen Roe O'Neill, quella del millesettantaottanove, quella dei Pikes del millesettecentonovantotto ispirata agli ideali della Rivoluzione Francese e guidata da Wolfe Tone, fondatore della Society of United Irishmen. Tutte furono soppresse nel sangue. L'Atto di Unione del milleottocentouno soppresse il parlamento irlandese di Dublino e incorporò l'Irlanda nel nuovo Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, creando la struttura politica contro cui il nazionalismo irlandese avrebbe combattuto per tutto il secolo successivo. Ma fu la Grande Carestia del milleottocentoquarantacinque al milleottocentoquarantasette — the Great Famine, the Potato Blight — a trasformare il nazionalismo irlandese in qualcosa di profondo, viscerale, irriducibile. Tra il milleottocentoquarantacinque e il milleottocentocinquantadue, circa un milione di persone morirono di fame e malattie correlate al fallimento del raccolto di patate. Un altro milione emigrò, con navi così sovraffollate e malsane che molte divennero note come "Coffin Ships", le navi-bare. In quegli anni la popolazione irlandese si ridusse di circa un quarto, e la percezione che il governo britannico avesse fatto ben poco per alleviare la calamità — continuando anzi a esportare cereali dall'Irlanda durante la carestia — rimase impressa come una ferita collettiva indelebile. È in questo terreno di dolore storico accumulato che germogliò il movimento feniano, fondato attorno al milleottocentocinquantotto negli Stati Uniti tra gli emigrati irlandesi e in Irlanda attraverso la Irish Republican Brotherhood. I Feniani — il nome derivava da "Fianna", i guerrieri mitologici irlandesi — credevano che solo la forza armata potesse liberare l'Irlanda dal dominio britannico. Nel milleottocentosessantacinque, per la prima volta, utilizzarono la denominazione Irish Republican Army per indicare la loro struttura militare negli Stati Uniti. Era la prima comparsa di un nome che avrebbe attraversato la storia per oltre un secolo.
La Rivolta di Pasqua del millenovecentosedici: il fuoco che accese la nazione
Il ventisei aprile del millenovecentosedici — il Lunedì di Pasqua — un gruppo di circa milleduecento volontari prese il controllo del General Post Office di Dublino e di altri edifici strategici della città. Patrick Pearse, poeta e insegnante, lesse dall'alto dei gradini del GPO la Proclamazione della Repubblica Irlandese, dichiarando la nascita di uno Stato indipendente a nome di un "governo provvisorio della Repubblica d'Irlanda". Accanto a lui c'erano James Connolly, leader sindacalista e comandante dell'Irish Citizen Army, e decine di altri uomini e donne che sapevano di stare firmando probabilmente la propria condanna a morte. La rivolta durò sei giorni. I britannici risposero con forza schiacciante: artiglieria, fucilieri, una cannoniera che risalì il fiume Liffey per bombardare i quartieri insorti. Il centro di Dublino fu ridotto in macerie. Il ventinovesimo aprile i capi della rivolta si arresero per evitare ulteriori perdite civili. La reazione della popolazione di Dublino fu inizialmente ostile: molti irlandesi avevano familiari nell'esercito britannico che combatteva sul fronte della Prima Guerra Mondiale, la rivolta sembrava un pugnale nella schiena in un momento già devastante per l'Europa intera. Ma la risposta britannica capovolse completamente l'umore popolare. Nei giorni successivi alla resa, quindici dei leader della rivolta furono fucilati dopo processi sommari celebrati a porte chiuse, uno alla volta, nell'arco di due settimane. Patrick Pearse fu fucilato il terzo maggio del millenovecentosedici. James Connolly, ferito così gravemente durante i combattimenti da non riuscire a stare in piedi, fu fucilato seduto su una sedia. L'unico dei principali leader a salvarsi fu Éamon de Valera — nato negli Stati Uniti, il che complicava la sua esecuzione — e Michael Collins, ancora troppo giovane e poco noto per essere considerato una minaccia prioritaria. Quella sequenza di esecuzioni trasformò degli insurrezionalisti sconfitti in martiri nazionali. L'opinione pubblica irlandese si spostò rapidamente: nelle elezioni del millenovecentodiciotto il Sinn Féin — il partito politico del movimento repubblicano — ottenne settantatré dei centocinque seggi assegnati all'Irlanda nel parlamento di Westminster. I parlamentari eletti rifiutarono di prendere posto a Londra, come avevano promesso, e si riunirono a Dublino il ventuno gennaio del millenovecentodiciannove per costituire il Dáil Éireann, il parlamento irlandese, e dichiarare l'indipendenza della Repubblica d'Irlanda. Nello stesso giorno, in una fattoria a Soloheadbeg nella contea di Tipperary, un gruppo di Volontari irlandesi tese un'imboscata a due agenti della polizia reale che trasportavano esplosivi per una cava locale. Entrambi furono uccisi. Quello è generalmente considerato il primo atto della Guerra d'Indipendenza Irlandese, e i Volontari protagonisti dell'azione erano quelli che di lì a poco si sarebbero chiamati Irish Republican Army.
La Guerra d'Indipendenza (millenovecentodiciannove-millenovecentoventuno): la guerriglia di Collins
Michael Collins aveva trentaquattro anni quando divenne il principale organizzatore militare dell'IRA e il suo Direttore dell'Intelligence. Era nato a Clonakilty, nella contea di Cork, figlio di un agricoltore, ed era cresciuto nella tradizione nazionalista irlandese. Aveva lavorato a Londra come impiegato postale e bancario prima di tornare in Irlanda per partecipare alla Rivolta di Pasqua. Internato nel campo di prigionia di Frongoch, in Galles, aveva utilizzato la detenzione per costruire reti di contatti e pianificare la fase successiva. Collins era un uomo pragmatico, crudele quando necessario, dotato di un talento straordinario per l'organizzazione e l'intelligence. Capì subito che l'IRA non poteva sconfiggere l'esercito britannico in uno scontro frontale — i britannici avevano cannoni, aeroplani, centinaia di migliaia di soldati. L'unica strategia possibile era la guerriglia: colpi di mano rapidi, agguati, eliminazione sistematica degli informatori e degli agenti dell'intelligence britannica, azioni che rendessero l'Irlanda ingovernabile senza un costo politico e militare che Londra non potesse accettare. Collins organizzò la "Squad", un'unità speciale con sede a Dublino specializzata nell'eliminazione di agenti, spie e collaboratori dei britannici. Costruì una rete di informatori all'interno del Dublin Castle — la sede dell'amministrazione britannica — capace di avvisarlo di imminenti operazioni contro l'IRA prima che potessero essere eseguite. La risposta britannica fu brutale. Il governo Lloyd George, incapace di pacificare l'Irlanda con i mezzi normali dell'ordine pubblico, reclutò contingenti di ex soldati smobilitati dalla Prima Guerra Mondiale — molti di loro traumatizzati e violenti — nelle forze di sicurezza irlandesi. Questi contingenti, noti come Black and Tans per via delle loro uniformi improvvisate che mescolavano divise militari kaki e uniformi di polizia nere, si resero responsabili di episodi di violenza indiscriminata contro la popolazione civile che alienarono ulteriormente l'opinione pubblica irlandese e internazionale. Il ventuno novembre del millenovecentoventi — il "Bloody Sunday" originale, da non confondere con quello del millenovecentosettantadue — Collins mandò la Squad a eliminare quattordici agenti dell'intelligence britannica a Dublino in una sola mattinata. Nel pomeriggio, i Black and Tans aprirono il fuoco su una folla radunata a Croke Park per una partita di hurling, uccidendo quattordici persone. Quello stesso giorno, altri tre prigionieri dell'IRA furono "uccisi nel tentativo di fuga" nelle loro celle. La campagna dell'IRA fu spesso coraggiosa ed efficace, ma i suoi limiti erano evidenti. Le unità rurali, le "Flying Columns" che colpivano e si dissolvevano nel territorio, erano molto più efficaci di quelle urbane nell'evitare la cattura. In tutto, circa quindicimila volontari su centomila arruolati parteciparono attivamente alla guerra. Al luglio del millenovecentoventuno, quando entrò in vigore il cessate il fuoco, erano morti circa millecinquecento combattenti e civili. La guerriglia aveva reso l'Irlanda ingovernabile: il costo politico, militare e finanziario del restare era più alto di quanto il governo britannico fosse disposto a pagare.
Il Trattato, la guerra civile e la scissione dell'IRA
Il Trattato Anglo-Irlandese, firmato il sei dicembre del millenovecentoventuno tra i rappresentanti irlandesi — tra cui Michael Collins e Arthur Griffith — e il governo britannico, stabilì la creazione dello Stato Libero d'Irlanda come dominio autonomo all'interno del Commonwealth britannico, con la stessa posizione costituzionale del Canada. Le sei contee del nord-est dell'isola — Ulster — rimasero parte del Regno Unito, con la promessa di una commissione di confine che avrebbe dovuto ridefinire i limiti tra le due entità. Il re d'Inghilterra restava capo dello Stato, e i parlamentari dovevano prestare giuramento di fedeltà alla Corona. Collins stesso era profondamente insoddisfatto del Trattato. In una lettera privata scrisse che stava "firmando la propria condanna a morte". Ma lo difese pubblicamente come il meglio che era possibile ottenere in quel momento: "Non è la Repubblica Irlandese per cui abbiamo combattuto, ma la libertà di ottenere la libertà". Éamon de Valera rifiutò il Trattato. Una parte significativa dell'IRA lo rifiutò insieme a lui. Il Dáil Éireann ratificò il Trattato per sessantaquattro voti contro cinquantasette — una maggioranza risicatissima. L'Irlanda si divise in due: pro-Treaty e anti-Treaty, quello che era stato un movimento unito si frammentò lungo linee di fedeltà e principio. La guerra civile irlandese, che durò dal giugno del millenovecentoventidue al maggio del millenovecentoventitre, fu in molti sensi più devastante della guerra d'indipendenza. I combattenti si conoscevano, erano stati compagni di lotta, fratelli d'armi. Le atrocità furono commesse da entrambe le parti. Il governo provvisorio dello Stato Libero, paradossalmente, fu costretto ad applicare misure più dure contro i propri ex alleati di quanto i britannici avessero osato fare durante la guerra d'indipendenza: settantasette anti-Treaty prisoners furono fucilati ufficialmente, un numero ancora maggiore moriì in circostanze non del tutto chiare. Michael Collins fu ucciso il ventidue agosto del millenovecentoventidue in un agguato ad Béal na Bláth, nella sua contea di Cork natale, da una pattuglia anti-Treaty. Aveva trentuno anni. L'IRA anti-Treaty depose le armi nel maggio del millenovecentoventitre, senza un vero accordo di pace, semplicemente dichiarando una sospensione dei combattimenti. Da quel momento esistevano di fatto due entità separate: le forze armate dello Stato Libero Irlandese — che sarebbero diventate le Oglaigh na hÉireann, le Forze di Difesa della Repubblica d'Irlanda — e una IRA clandestina che rifiutava di riconoscere la legittimità dello Stato Libero, considerato un tradimento della Repubblica proclamata nel millenovecentosedici. Questa scissione avrebbe strutturato la politica irlandese per decenni e avrebbe reso l'IRA un'organizzazione perennemente divisa tra chi voleva continuare la lotta armata e chi preferiva la via politica.
I Troubles: trent'anni di guerra nelle strade del Nord
Quando si parla di IRA nel senso comune del termine — quello che domina la memoria popolare e l'immaginario cinematografico e letterario — ci si riferisce principalmente alla Provisional IRA, la fazione nata da una scissione nel dicembre del millenovecentosessantanove e operativa dal millenovecentosettanta al duemilacinque. Per capire perché questa scissione avvenne, bisogna capire i Troubles. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la situazione in Irlanda del Nord era cristallizzata in una struttura di potere profondamente ineguale. La maggioranza protestante unionista — fedele alla Corona britannica — controllava il parlamento di Stormont, la polizia (la Royal Ulster Constabulary, RUC), il governo locale, l'accesso all'edilizia pubblica, all'occupazione, ai servizi. La minoranza cattolica nazionalista era sistematicamente discriminata in quasi ogni ambito della vita civile. I quartieri di Belfast e Derry (Londonderry per i protestanti) erano fisicamente separati, e quella separazione si rifletteva in disuguaglianze concrete: tassi di disoccupazione molto più alti tra i cattolici, accesso differenziato alle case popolari, esclusione dalle forze dell'ordine. Alla fine degli anni Sessanta, ispirato dal movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, un movimento di protesta non violenta cominciò a marciare per le strade dell'Ulster chiedendo parità di diritti. Le reazioni delle autorità unioniste e dei gruppi lealisti estremisti furono violente. Nel millecentosessantanove, i disordini raggiunsero un'intensità tale che il governo britannico inviò truppe. Inizialmente i soldati furono accolti dai cattolici nordirlandesi come protezione dai pogrom lealisti. Ma quella fiducia si esaurì rapidamente. L'IRA — che in quel periodo era relativamente debole e orientata verso la politica marxista piuttosto che la lotta armata — fu accusata dai nazionalisti del Nord di non aver saputo difenderli. Sui muri di Belfast comparvero scritte che deridevano le iniziali IRA come "I Ran Away", scappai. Da questa frustrazione nacque la Provisional IRA, una scissione che privilegiava la difesa militare delle comunità cattoliche e il perseguimento della riunificazione dell'isola attraverso la lotta armata. Il trentesimo gennaio del millenovecentosettantadue — il Bloody Sunday — soldati del Primo Paracadutisti britannico aprirono il fuoco su una manifestazione pacifica per i diritti civili a Derry. Quattordici civili disarmati furono uccisi quel pomeriggio; un quindicesimo morì di ferite nelle settimane successive. Non c'era una giustificazione militare credibile per quelle morti: le vittime erano manifestanti, non combattenti. L'impatto del Bloody Sunday sul conflitto fu devastante: il supporto per la Provisional IRA aumentò drasticamente, i reclutamenti triplicarono, la violenza si intensificò. Il ventuno luglio del millenovecentosettantadue — il Bloody Friday — la PIRA fece esplodere ventidue bombe nel centro di Belfast nell'arco di ottanta minuti: nove persone morirono, centotrentadue rimasero ferite. I decenni successivi furono segnati da una spirale di violenza che coinvolse la PIRA, i gruppi paramilitari lealisti (UVF, UDA), l'esercito britannico e la RUC. Attentati in pub, autobombe nelle città britanniche, assassini mirati, ritorsioni indiscriminate. Nel millenovecentottantuno, Bobby Sands e altri nove prigionieri dell'IRA morirono in sciopero della fame nel carcere di Maze, rifiutando di essere trattati come criminali comuni piuttosto che come prigionieri politici. La morte di Sands, eletto al parlamento di Westminster durante lo sciopero della fame, fu seguita in tutto il mondo e trasformò il conflitto nordirlandese in una questione di attenzione internazionale permanente.
Fazioni, scissioni e la galassia dell'IRA
Una delle caratteristiche più complesse della storia dell'IRA è la sua tendenza alla frammentazione interna. Nel corso dei decenni, l'organizzazione si è divisa e riunita più volte, producendo una galassia di sigle che a volte hanno operato in modo coordinato e a volte in aperta ostilità reciproca. Comprendere queste divisioni è essenziale per leggere la storia del conflitto nordirlandese senza semplificazioni.
| Fazione | Periodo attivo | Orientamento |
| IRA originale | millenovecentodiciannove - millenovecentoventuno | Guerra d'indipendenza anti-britannica |
| Anti-Treaty IRA | millenovecentoventidue - millenovecentoventitre | Contro il Trattato Anglo-Irlandese |
| Official IRA | millenovecentosessantanove - millenovecentosetantadue (ceasefire) | Marxista, via politica, smise il fuoco nel settantadue |
| Provisional IRA (PIRA) | millenovecentosettanta - duemilacinque | Nazionalismo armato, i Troubles, disarmo nel duemilacinque |
| Irish National Liberation Army (INLA) | millenovecentosettantaquattro - tuttora | Scissione marxista dalla Official IRA |
| Real IRA | millenovecentonovantasette - poi New IRA | Contro il Good Friday Agreement |
| Continuity IRA | millenovecentotantasei - tuttora | Rifiuta ogni accordo con il governo britannico |
| New IRA | duemilatredici - tuttora | Fusione di gruppi dissidenti, ancora attiva |
La scissione più importante rimane quella del millenovecentosessantanove tra Official IRA e Provisional IRA. La Official IRA, guidata da Cathal Goulding, aveva abbracciato un orientamento marxista e privilegiava la lotta politica e sindacale all'azione militare; dichiarò un cessate il fuoco nel millenovecentosettantadue e gradualmente si smilitarizzò. La Provisional IRA, nata dal rifiuto di questo orientamento, riteneva che la difesa armata delle comunità cattoliche e la lotta per la riunificazione fossero prioritarie rispetto a qualsiasi calcolo ideologico. Negli anni Novanta, dopo il processo di pace, un'ulteriore scissione generò la Real IRA — responsabile dell'attentato di Omagh del quindici agosto del millenovecentonovantotto, nel quale vennero uccise ventinove persone, il più sanguinoso attacco singolo dell'intero conflitto, avvenuto poche settimane dopo la firma del Good Friday Agreement. La Real IRA si unì ad altri gruppi nel duemilatredici per formare la New IRA, che è ancora operativa, sebbene su scala molto ridotta.
Il Good Friday Agreement del millenovecentonovantotto: la fine di una guerra
Il cammino verso la pace in Irlanda del Nord fu lungo, doloroso, e molte volte sembrò sul punto di collassare prima ancora di cominciare. Il primo cessate il fuoco della PIRA fu dichiarato nell'agosto del millenovecentonovantaquattro, dopo anni di contatti segreti facilitati da intermediari tra il Sinn Féin — il braccio politico del repubblicanesimo — e il governo britannico. Quel cessate il fuoco reggeva su una premessa fondamentale: l'IRA avrebbe deposto le armi solo se avesse avuto certezza che la via politica potesse portare a risultati concreti. La rottura arrivò nel febbraio del millenovecentonovantasei con il devastante attentato di Canary Wharf a Londra, che uccise due persone e causò danni per oltre cento milioni di sterline. L'IRA riprendeva le armi perché i negoziati sembravano in un vicolo cieco. Il nuovo cessate il fuoco del luglio del millenovecentonovantasette aprì la strada ai negoziati che portarono all'Accordo del Venerdì Santo, firmato il dieci aprile del millenovecentonovantotto. L'accordo fu il risultato di mesi di trattative estenuanti condotte dal mediatore americano George Mitchell, con la partecipazione attiva del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, del primo ministro britannico Tony Blair e del taoiseach irlandese Bertie Ahern. Prevedeva un governo devoluto per l'Irlanda del Nord basato sulla condivisione del potere tra le due comunità, la liberazione dei prigionieri politici, la smilitarizzazione graduale, la riforma della polizia, e l'impegno che qualsiasi cambiamento del confine nord-sud dell'isola sarebbe avvenuto solo con il consenso della maggioranza in entrambe le giurisdizioni. Il Sinn Féin accettò l'accordo. La PIRA lo ratificò. Il voto del popolo nordirlandese lo approvò con il settantuno per cento dei consensi. Il ventotto luglio del duemilacinque, la Provisional IRA emise la dichiarazione definitiva: tutti i volontari avrebbero deposto le armi, avrebbero seguito la via politica e democratica, la campagna armata era formalmente terminata. Il generale John de Chastelain, responsabile internazionale della commissione di disarmo, confermò che l'armamento della PIRA era stato messo fuori uso in modo irreversibile.
L'eredità dell'IRA: storia, memoria e i conflitti irrisolti
La storia dell'IRA è troppo complessa e troppo intrisa di dolore per essere contenuta in una valutazione semplice. È allo stesso tempo la storia di un movimento di liberazione nazionale che lottò contro una dominazione coloniale reale, e la storia di un'organizzazione che commise atti di violenza indiscriminata — bombe nei mercatini di Natale, attentati in pub affollati, esecuzioni di "collaboratori" spesso sulla base di informazioni incomplete — che causarono sofferenze immense a persone innocenti di entrambe le comunità. Questa doppiezza è la sua natura, e qualsiasi racconto che ignori uno dei due lati è incompleto. Ciò che rimane oggi, nell'Irlanda del duemilaventisei, è un paesaggio politico profondamente trasformato ma non del tutto pacificato. Le "peace lines" — i muri di cemento armato che dividono i quartieri cattolici e protestanti di Belfast — esistono ancora, anche se alcune sezioni sono state abbattute negli anni. Il Sinn Féin è diventato la prima forza politica sia nella Repubblica d'Irlanda sia nell'Irlanda del Nord, con Mary Lou McDonald leader del partito a Dublino e Michelle O'Neill Prima Ministra a Belfast: un esito che pochi avrebbero previsto ai tempi dei Troubles. La questione della riunificazione — che il Good Friday Agreement aveva deciso di lasciare alla futura volontà delle popolazioni — è tornata prepotentemente al centro del dibattito politico, alimentata dalla Brexit che ha creato una nuova frontiera di tensione tra il Nord e il Sud dell'isola. La New IRA, erede dei gruppi dissidenti che non accettarono il processo di pace, è ancora attiva su scala limitata: è stata ritenuta responsabile dell'uccisione della giornalista Lyra McKee il diciotto aprile del duemiladiciannove a Derry, durante disordini provocati da una perquisizione di polizia. Aveva ventinove anni. La sua morte, accidentale secondo la New IRA stessa che sparò verso i veicoli di polizia, scosse profondamente l'Irlanda e mostrò che la violenza non era completamente scomparsa, anche se era diventata marginale rispetto a trent'anni prima. La storia dell'IRA si inserisce nella storia più ampia del nazionalismo anticoloniale del ventesimo secolo, con tutte le sue contraddizioni: la tensione tra la lotta armata e la politica democratica, tra l'ideale della liberazione e i metodi che spesso tradiscono quell'ideale, tra la rappresentazione eroica del combattente per la libertà e la realtà dei civili uccisi nelle strade. È anche, in qualche misura, una storia di successo: l'Irlanda è oggi divisa, ma quella divisione è oggetto di una negoziazione democratica, non di una guerra. Belfast non è più la città delle bombe, anche se i suoi muri non sono ancora completamente caduti. La storia dell'IRA è, in ultima analisi, la storia di un'isola che cercò per secoli di decidere da sola il proprio destino, e che a un prezzo altissimo di sangue e sofferenza trovò infine una via verso la pace senza che nessuna delle domande fondamentali — chi sono gli irlandesi, dove sono i confini dell'Irlanda, cosa significa essere parte di questa isola — avesse ancora una risposta definitiva. Quelle domande restano aperte, e con esse resta aperta la storia.
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