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Articoli del 07/02/2026

Di Alex (pubblicato @ 10:00:00 in Notizie, letto 5 volte)
Vista aerea dell'Arena di Verona con le caratteristiche mura in pietra della Valpolicella
Vista aerea dell'Arena di Verona con le caratteristiche mura in pietra della Valpolicella

Costruita nel primo secolo dopo Cristo con pietra della Valpolicella, l'Arena di Verona è sopravvissuta grazie alla continua utilizzazione. Situata strategicamente nel nord Italia, serviva a intrattenere le truppe e a marcare la presenza romana nelle terre cisalpine. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

🎧 Ascolta questo articolo

La costruzione strategica fuori dalle mura
L'anfiteatro veronese sorse a circa settanta-ottanta metri dalle mura repubblicane della città, di fronte all'angolo formato dalla cinta cittadina a meridione. Questo evidenzia il fatto che non era stato previsto nel progetto originario della città. La metà del primo secolo avanti Cristo fu un periodo di guerre civili, quindi non era realistica la costruzione di un edificio tanto imponente vicino alle mura, che avrebbe indebolito il sistema difensivo.

Si conclude quindi che l'opera venne costruita in un periodo di pace, che coincide quasi sicuramente con l'inizio dell'età imperiale, attorno alla metà del primo secolo dopo Cristo. L'Arena fu edificata all'esterno delle mura della città romana per favorire l'afflusso degli spettatori ed evitare affollamenti nel centro urbano.

Architettura e materiali di costruzione
Questo imponente anfiteatro, per dimensioni, è uno degli esempi più prestigiosi e importanti dell'architettura e dell'ingegneria romana. Costruito in calcare della Valpolicella, oggi dell'anello esterno originale rimane la cosiddetta Ala, caratterizzata da arcate a tre ordini, sopra le quali sono conservate le indicazioni numeriche che favorivano l'ingresso ordinato degli spettatori.

La forma ellittica è concepita per accogliere un gran numero di spettatori, circa trentamila, e per dare ai giochi spazio sufficiente. Le misure totali dell'anfiteatro sono centocinquantadue per centoventitre metri circa. Di questi, l'Arena occupa una superficie di settantacinque per quarantaquattro metri circa, mentre la cavea è larga una quarantina di metri.

La funzione nell'impero romano
In questo edificio si svolgevano diversi tipi di spettacolo: combattimenti tra gladiatori e cacce ad animali feroci ed esotici. Verona era situata in una posizione strategica lungo l'Adige ed era attraversata dalla via Claudia Augusta, una strada che portava al Passo del Brennero e consentiva i collegamenti con il nord Europa. Per questi motivi, Verona era una città molto frequentata e l'Arena è stata costruita per accogliere un alto numero di spettatori che non erano solo i suoi cittadini.

Sopravvivenza attraverso i secoli
Dell'anello esterno dell'Arena, che ne costituiva la facciata, si conserva solo un breve tratto. Sotto il regno di Teodorico, tra il quattrocentonovantatré e il cinquecentoventisei dopo Cristo, l'anello esterno fu in parte demolito per la costruzione della seconda cinta muraria della città e, fino al Rinascimento, l'Arena fu usata come cava di pietra.

A partire dall'età medievale gli arcovoli esterni vennero dati in affitto dal Comune: fino al sedicesimo secolo vi furono relegate le prostitute mentre, in epoca successiva, vi trovarono posto botteghe artigiane. Lo spazio interno fu adibito nel corso del tempo a diversi usi, come l'amministrazione della giustizia, feste, spettacoli, corse.

La rinascita moderna: dal 1913 al festival lirico
Fu l'anno millenovecentotredici che vide la prima rappresentazione di un'opera all'interno dell'Arena: era l'Aida di Giuseppe Verdi, e da allora questo monumento divenne la sede e il simbolo della stagione lirica estiva veronese, rassegna famosa in tutto il mondo.

L'anfiteatro ha continuato a ospitare spettacoli ed eventi nel corso dei secoli, ed è ancora oggi famoso in tutto il mondo per l'Arena di Verona Opera Festival. È uno degli anfiteatri antichi giunto a noi con il miglior grado di conservazione, grazie ai sistematici restauri eseguiti fin dal Cinquecento e alla sua continua utilizzazione funzionale.

 
 
Antica tavoletta medica con simboli di erbe curative e strumenti chirurgici primitivi

L'evoluzione della medicina riflette una trasformazione profonda: da visione magico-religiosa della malattia come perturbazione cosmica, a decodifica sistematica dei meccanismi biochimici. Il percorso millenario ha visto il passaggio da rituali e incantesimi a farmacologia molecolare di precisione. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Il retaggio dell'antichità: tra magia, erbe e teoria umorale
Prima della nascita di un approccio scientifico, le pratiche mediche erano intrinsecamente legate a una visione olistica e trascendente. Nelle società primitive e nelle prime civiltà, l'origine del malessere veniva ricercata in influenze demoniache, punizioni divine o squilibri spirituali. Presso gli antichi Ebrei, l'esercizio della medicina era prerogativa della classe sacerdotale, e le pratiche di guarigione includevano riti apotropaici e sacrifici animali intesi come atti di espiazione.

Nonostante questa cornice spirituale, esisteva un bagaglio di sapienza intuitiva ed empirica che permetteva di riconoscere in minerali ed erbe specifiche proprietà lenitive. Gli antichi Egizi e le culture orientali integravano incantesimi e preghiere con una farmacopea vegetale sorprendentemente vasta, intuendo che lo stile di vita e l'ambiente potessero influenzare il decorso di una patologia.

Ippocrate di Coo: la rivoluzione razionalista
Il primo vero tentativo di razionalizzazione del pensiero medico in Occidente si deve a Ippocrate di Coo nel quinto secolo avanti Cristo. Ippocrate operò una separazione fondamentale: la malattia non era più un fenomeno sacro, ma un evento naturale derivante da cause fisiche identificabili. La sua Teoria degli Umori divenne il pilastro della medicina per oltre millecinquecento anni.

Questa dottrina ipotizzava che la salute risiedesse nel perfetto equilibrio, o eucrasia, di quattro fluidi corporei fondamentali: il sangue prodotto dal cuore, la flemma dal cervello, la bile gialla dal fegato e la bile nera dalla milza. La discrasia, ovvero lo squilibrio di questi umori, era causata da fattori esterni come il clima o l'alimentazione.

Il sistema galeniano e il dogma millenario
Galeno, nel secondo secolo dopo Cristo, sistematizzò ulteriormente questa visione, associando a ciascun umore un temperamento: sanguigno, flemmatico, collerico, malinconico. Definì pratiche terapeutiche basate sul principio dei contrari. Sebbene questo approccio cercasse una logica interna, esso poggiava su presupposti anatomici spesso errati, derivati dalla dissezione di animali, e su una rigidità dogmatica che avrebbe frenato l'innovazione fino al Rinascimento.

La terapia ippocratica consisteva nel promuovere la vis medicatrix naturae, la forza curatrice della natura, attraverso diete, purghe e salassi per eliminare gli umori in eccesso. Questo paradigma dominò incontrastato il pensiero medico occidentale fino all'avvento dell'anatomia moderna con Andreas Vesalius nel sedicesimo secolo.

Dalla teoria umorale alla biomedicina molecolare
La dissoluzione del paradigma umorale fu graduale ma inesorabile. Il Rinascimento portò la dissezione anatomica sistematica, il diciassettesimo secolo vide la scoperta della circolazione sanguigna di Harvey, il diciannovesimo secolo introdusse la teoria dei germi di Pasteur e Koch. Il ventesimo secolo coronò questa evoluzione con la scoperta degli antibiotici, dei vaccini e della struttura del DNA.

Oggi la medicina di precisione, basata sulla genomica e sulla farmacologia molecolare, rappresenta il culmine di questo percorso millenario. L'antica intuizione ippocratica dell'individualità della malattia trova nuova espressione nella terapia personalizzata, mentre la vis medicatrix naturae si è trasformata nella comprensione dei meccanismi di autoregolazione immunitaria e cellulare.

 
 
Il pavimento musivo paleocristiano della Basilica Patriarcale di Aquileia
Il pavimento musivo paleocristiano della Basilica Patriarcale di Aquileia

Aquileia fu uno dei più importanti porti fluviali dell'Impero Romano, snodo commerciale strategico verso il Danubio e i Balcani. La Basilica Patriarcale custodisce il più esteso pavimento musivo paleocristiano del mondo occidentale, risalente al quarto secolo, dove iconografia cristiana e simboli gnostici convivono. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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La posizione strategica e il ruolo commerciale
Fondata dai Romani nel centottantuno avanti Cristo come colonia militare per contrastare le invasioni dei popoli celtici e illirici, Aquileia si sviluppò rapidamente trasformandosi in uno dei centri urbani più importanti dell'Impero. La sua posizione alla confluenza di rotte fluviali e terrestri ne fece il principale punto di accesso verso le regioni danubiane e i Balcani, fungendo da porta orientale dell'Italia romana.

Il porto fluviale, collegato al mare Adriatico attraverso un sistema di canali navigabili, permetteva il transito di merci provenienti dall'Oriente: spezie, tessuti pregiati, ambra baltica e schiavi transitavano attraverso i suoi magazzini prima di essere distribuiti nell'intera penisola italiana. La città raggiunse una popolazione stimata di centomila abitanti nel periodo di massimo splendore, classificandosi tra le dieci città più popolose dell'Impero Romano.

Il mosaico della Basilica Patriarcale: un tesoro artistico unico
La Basilica Patriarcale di Aquileia conserva il più vasto pavimento musivo paleocristiano del mondo occidentale, esteso per circa settecentocinquanta metri quadrati. Realizzato nel quarto secolo dopo Cristo, questo straordinario complesso musivo rappresenta una testimonianza eccezionale della transizione culturale e religiosa dell'epoca tardo-antica.

Il mosaico presenta una complessità iconografica sorprendente, fondendo elementi dell'iconografia cristiana primitiva con simbolismi gnostici e riferimenti alla tradizione classica pagana. La scena più celebre raffigura il profeta Giona inghiottito dal mostro marino, allegoria della morte e resurrezione che divenne centrale nella teologia cristiana delle origini. Accanto a questa narrazione biblica, compaiono rappresentazioni di animali simbolici, scene di pesca, e complesse allegorie che riflettono il fermento religioso di una città di confine dove diverse tradizioni spirituali si contaminavano reciprocamente.

Sincretismo religioso e pluralismo culturale
La convivenza di elementi cristiani, gnostici e classici nel mosaico aquileiese testimonia il carattere cosmopolita della città e la complessità del processo di cristianizzazione nel quarto secolo. Aquileia era sede di una comunità cristiana influente già dal secondo secolo, ma manteneva anche una vivace presenza di culti misterici orientali, filosofie neoplatoniche e residui del paganesimo tradizionale romano.

I simboli gnostici presenti nel mosaico, come determinate configurazioni geometriche e rappresentazioni allegoriche della conoscenza esoterica, suggeriscono che la comunità cristiana locale fosse permeata da influenze eterodosse. Questo pluralismo teologico era caratteristico delle città portuali e commerciali, dove il continuo afflusso di mercanti, pellegrini e filosofi favoriva la circolazione di idee religiose diverse.

Tecniche di realizzazione e maestranze specializzate
La realizzazione di un pavimento musivo di tali dimensioni richiedeva maestranze altamente specializzate e una pianificazione progettuale sofisticata. Le tessere, piccoli cubetti di pietra, vetro e terracotta di dimensioni variabili tra cinque e quindici millimetri, venivano disposte su un letto di malta secondo disegni preparatori tracciati sulla superficie.

L'analisi delle tecniche costruttive rivela l'impiego di marmi policromi provenienti da cave distribuite in tutto il Mediterraneo: calcare bianco dell'Istria, marmi rossi dal Nordafrica, pietre nere dalla Grecia. Questa varietà materica non solo garantiva una ricchezza cromatica eccezionale, ma testimoniava anche l'integrazione di Aquileia nelle reti commerciali imperiali che permettevano l'approvvigionamento di materiali pregiati da province remote.

Il declino e la riscoperta archeologica
Il declino di Aquileia iniziò con le invasioni barbariche del quinto secolo. L'attacco devastante degli Unni guidati da Attila nel quattrocentocinquantadue dopo Cristo segnò l'inizio del progressivo abbandono della città. La popolazione si disperse verso insediamenti più sicuri nell'entroterra e lungo la costa, portando alla fondazione di Venezia come rifugio dalle continue incursioni.

Per secoli, i resti di Aquileia rimasero sepolti e dimenticati. La riscoperta archeologica sistematica iniziò nel diciannovesimo secolo, quando scavi condotti da studiosi austriaci e italiani portarono alla luce il pavimento musivo della basilica. Nel corso del ventesimo secolo, campagne di scavo successive rivelarono l'estensione dell'antica città romana, con il suo foro, il porto fluviale, le terme e le necropoli.

Patrimonio UNESCO e conservazione contemporanea
Nel millenovecentonovantotto, l'area archeologica di Aquileia fu iscritta nella lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO, riconoscendone l'eccezionale valore universale come testimonianza della civiltà romana e della cristianizzazione dell'Europa. Il mosaico della basilica rappresenta uno dei motivi principali di questo riconoscimento.

La conservazione del pavimento musivo presenta sfide tecniche complesse. L'umidità del terreno, le variazioni termiche e il carico dei visitatori minacciano l'integrità delle tessere. Interventi di restauro utilizzano tecnologie avanzate di monitoraggio strutturale e controllo climatico per preservare questo patrimonio fragile. Passerelle sopraelevate permettono ai visitatori di ammirare il mosaico minimizzando il contatto diretto, mentre sistemi di illuminazione LED riducono l'esposizione a fonti di calore dannose.

Aquileia rappresenta una finestra privilegiata sulla complessità culturale del mondo tardo-antico, dove la transizione dal paganesimo al cristianesimo non fu un processo lineare ma un intreccio di influenze reciproche. Il suo mosaico paleocristiano non è solo un capolavoro artistico, ma un documento storico che testimonia il fermento intellettuale e spirituale di una città cosmopolita che fungeva da ponte tra Occidente e Oriente, tra tradizione classica e nuova fede cristiana.

 
 
Ecosistemi remoti che rappresentano laboratori evolutivi nell'Antropocene
Ecosistemi remoti che rappresentano laboratori evolutivi nell'Antropocene

I territori più inaccessibili del pianeta custodiscono ecosistemi che operano secondo dinamiche evolutive pre-antropoceniche, fungendo da rifugi critici per la biodiversità. Questi sistemi naturali remoti rappresentano archivi viventi della storia terrestre, dove l'isolamento biogeografico ha favorito processi di speciazione unici. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Il concetto di remoto nell'era della connettività globale
La definizione contemporanea di "luogo remoto" non si basa più esclusivamente sulla distanza geografica dai centri abitati, ma sulla complessità logistica dell'accesso e sulla capacità di mantenere ecosistemi che seguono ritmi evolutivi non influenzati dall'intervento antropico. In un'epoca di connettività globale pervasiva, questi territori agiscono come baluardi contro l'omogeneizzazione biologica, preservando forme di vita e processi ecologici che altrove sono stati alterati irreversibilmente.

La presente analisi esamina venti sistemi naturali di eccezionale valore, classificati per tipologia geomorfologica, investigando le forze geologiche che li hanno plasmati e le sfide contemporanee che ne minacciano l'integrità. L'approccio metodologico integra dati biogeografici, analisi geodinamiche e valutazioni della resilienza climatica.

Sistemi insulari: laboratori dell'evoluzione divergente
Gli ambienti insulari remoti costituiscono i contesti più puri per lo studio dell'evoluzione biologica. La separazione dalle masse continentali agisce come filtro selettivo, permettendo la speciazione divergente e lo sviluppo di endemismi senza paralleli. L'isolamento riproduttivo prolungato genera comunità biologiche altamente specializzate, vulnerabili alle perturbazioni esterne.

L'arcipelago di Socotra: la Galapagos dell'Oceano Indiano
Situato strategicamente tra il Corno d'Africa e la penisola arabica, l'arcipelago di Socotra rappresenta un frammento crostale di origine gondwaniana, separatosi dal continente africano circa venti milioni di anni fa. Questa separazione prolungata ha prodotto un ecosistema con tassi di endemismo straordinari: il trentasette percento delle ottocentoventicinque specie vegetali, il novanta percento dei rettili e il novantacinque percento dei gasteropodi terrestri sono esclusivi dell'arcipelago.

La specie più emblematica, la Dracaena cinnabari o Albero del Sangue di Drago, presenta una morfologia a ombrello densamente ramificato, un adattamento xerofitico progettato per intercettare l'umidità delle nebbie montane e minimizzare l'evapotraspirazione. La geodinamica dell'isola è dominata dalle aspre vette granitiche dei Monti Haggeher, che raggiungono i millecinquecentotre metri, e da vasti altopiani calcarei profondamente incisi da canyon.

La biodiversità marina è altrettanto rilevante, con duecentocinquantatré specie di coralli e oltre settecentotrenta specie di pesci costieri. Tuttavia, l'integrità di questo sito UNESCO è sotto pressione. I dati di monitoraggio indicano un deterioramento delle zone boschive dovuto al pascolo eccessivo di capre ferali e a una gestione idrica resa complessa dai cambiamenti climatici. L'accesso all'arcipelago rimane tra i più difficili al mondo, con collegamenti sporadici che richiedono permessi speciali, partendo spesso da hub remoti come Abu Dhabi o via mare dall'Oman, ulteriormente complicati dall'instabilità geopolitica dello Yemen.

Sfide della conservazione nell'Antropocene
La conservazione dei sistemi naturali remoti nell'Antropocene richiede strategie integrate che bilancino protezione ambientale, sviluppo sostenibile delle comunità locali e gestione adattativa dei cambiamenti climatici. Le pressioni antropogeniche indirette, come l'introduzione di specie invasive attraverso le rotte marittime e i cambiamenti nei pattern di precipitazione, rappresentano minacce crescenti anche per territori geograficamente isolati.

Il monitoraggio satellitare ad alta risoluzione e le tecnologie di telerilevamento stanno rivoluzionando la capacità di tracciare i cambiamenti ecologici in tempo reale, permettendo interventi tempestivi. Tuttavia, la limitata accessibilità fisica di questi territori complica l'implementazione di programmi di conservazione attiva, rendendo essenziale il coinvolgimento delle popolazioni indigene come custodi primari della biodiversità.

La preservazione dei sistemi naturali remoti rappresenta una priorità scientifica e etica fondamentale. Questi territori non sono semplici curiosità biogeografiche, ma archivi insostituibili di informazioni evolutive e serbatoi genetici che potrebbero rivelarsi cruciali per l'adattamento della biosfera ai cambiamenti futuri. La loro protezione richiede un impegno internazionale coordinato che riconosca il valore intrinseco della biodiversità come patrimonio comune dell'umanità.

 
 

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