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Di seguito gli articoli e le fotografie pubblicati nella giornata richiesta.
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Articoli del 13/06/2026
Di Alex (pubblicato @ 13:00:00 in Storia delle invenzioni, letto 29 volte)
Ritratto di James Goodfellow con il brevetto del PIN
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La nascita del PIN e la rivoluzione bancaria
Nel Regno Unito dei primi anni Sessanta, il sistema bancario stava affrontando una pressione crescente per estendere l’accesso al contante fuori dagli orari di sportello. James Goodfellow, ingegnere elettronico presso la Kelvin Hughes di Glasgow, venne incaricato nel 1964 di progettare un meccanismo che consentisse il prelievo automatico senza l’intervento di un cassiere. La sfida non era solo meccanica: occorreva un metodo di autenticazione che legasse inequivocabilmente il cliente alla transazione, evitando al contempo l’uso di chiavi fisiche o firme facilmente falsificabili. Goodfellow intuì che la soluzione risiedeva in una combinazione numerica segreta nota solo al titolare del conto, un concetto che chiamò Personal Identification Number. Il 2 febbraio 1965 depositò il brevetto britannico GB1197183, descrivendo un sistema in cui la carta perforata dell’utente veniva abbinata a una tastiera a dieci cifre. La banca rilasciava al cliente una busta sigillata contenente il PIN, mentre la macchina confrontava il codice digitato con quello impresso nella carta o, nelle versioni piĂą avanzate, con un database centralizzato raggiungibile tramite linea telefonica commutata. Se la corrispondenza era verificata, il dispositivo erogava una somma fissa, tipicamente 10 sterline, riducendo drasticamente il rischio di frodi. Nonostante l’enorme potenziale, Goodfellow lavorava come dipendente e perciò fu ricompensato con un indennizzo di 15 sterline per il brevetto, mentre la sua invenzione veniva concessa in licenza a costruttori come Chubb e Smiths Industries. Il primo bancomat con PIN entrò in funzione a Enfield, Londra, nel 1967, ma curiosamente utilizzava un token radioattivo – un’idea completamente diversa – mentre il sistema di Goodfellow fu implementato poco dopo in tutta la rete della National Westminster Bank. L’architettura tecnica proposta da Goodfellow si basava su un comparatore elettromeccanico: il codice inserito veniva convertito in impulsi binari e confrontato bit a bit con i dati letti dalla scheda magnetica (nelle versioni successive). Per prevenire attacchi di brute force, il circuito integrava un contatore di tentativi, bloccando la carta dopo tre errori consecutivi, meccanismo che ancora oggi costituisce la prima linea di difesa dei moderni sportelli automatici. La psicologia dell’epoca influenzò il design: il PIN doveva essere di sole quattro cifre perchĂ© studi condotti da psicologi cognitivi, citati dallo stesso Goodfellow, dimostravano che la memoria umana a breve termine gestiva con difficoltĂ sequenze piĂą lunghe. La scelta di usare esclusivamente cifre, e non lettere, semplificava inoltre l’interazione per utenti di ogni estrazione culturale, rendendo il sistema inclusivo. Nel corso degli anni Settanta, l’avvento delle reti interbancarie come BankAmericard (poi Visa) e Interbank (Mastercard) richiese la standardizzazione del formato del PIN, e il contributo di Goodfellow fu formalmente riconosciuto dall’ISO con l’introduzione della norma ISO 9564, che definisce la gestione sicura del PIN lungo tutta la catena di pagamento. Eppure, il suo nome rimase oscuro fino al 2006, quando la regina Elisabetta II lo insignì dell’Ordine dell’Impero Britannico (OBE) per i servizi resi all’innovazione bancaria. La storia di Goodfellow è costellata di paradossi: mentre la sua invenzione muove ogni giorno miliardi di transazioni in tutto il mondo, il brevetto originario scadde nel 1985 senza che lui percepisse ulteriori royalties. Ciò nonostante, l’ingegnere scozzese non ha mai espresso rancore, dichiarando in numerose interviste di essere orgoglioso di aver contribuito alla sicurezza finanziaria globale. La tecnologia del PIN si è evoluta: oggi viene crittografata con algoritmi a curva ellittica (ECC) e trasmessa su canali TLS 1.3, ma la struttura concettuale disegnata da Goodfellow – una coppia utente‑segreto verificata localmente – è rimasta intatta. Questo dimostra come una soluzione elegante, nata in un laboratorio modesto, possa attraversare i decenni senza perdere efficacia.
| Anno | Evento |
| 1964 | Incarico alla Kelvin Hughes per un distributore automatico |
| 1965 | Brevetto GB1197183 del sistema PIN |
| 1967 | Primo bancomat con PIN (National Westminster Bank) |
| 2006 | Conferimento dell’OBE da parte della Regina |
L’invenzione di Goodfellow dimostra che le idee più rivoluzionarie possono nascere da un dipendente sottopagato, e che il giusto riconoscimento, sebbene tardivo, è essenziale per il progresso tecnologico.
Di Alex (pubblicato @ 12:00:00 in Amici animali, letto 56 volte)
Grande otarda indiana in una prateria arida del Rajasthan
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Minacce e progetti di conservazione
L’Ardeotis nigriceps è una delle quattro specie di otarda del genere Ardeotis e rappresenta un simbolo dell’avifauna indiana, tanto che nel 2011 è stata proposta come uccello nazionale, sebbene il titolo sia rimasto al pavone. Il suo areale storico copriva l’intero subcontinente, dalla valle dell’Indo fino al Bengala, ma oggi sopravvive in nuclei frammentati nel Rajasthan, Gujarat, Maharashtra e Karnataka, con la popolazione piĂą consistente (circa 120 individui) concentrata nel Desert National Park di Jaisalmer. Si tratta di un uccello di grandi dimensioni: i maschi raggiungono i 120 cm di altezza e un’apertura alare di 2,5 metri, con un peso che può superare i 18 kg, caratteristica che lo rende uno dei volatili volanti piĂą pesanti del mondo. Il piumaggio è bruno‑chiaro con collo bianco e una calotta nera che nei maschi si accentua durante la stagione riproduttiva, quando gonfiano un sacco golare bianco per emettere richiami profondi udibili a chilometri di distanza. L’habitat ideale sono le praterie aride e i semideserti con copertura erbacea rada, dove l’otarda caccia lucertole, grossi insetti e semi di graminacee. Il crollo demografico è iniziato negli anni Settanta, con la conversione delle praterie in terreni agricoli e la diffusione dei sistemi di irrigazione a pivot, ma il fattore di mortalitĂ piĂą devastante è rappresentato dalle collisioni con i conduttori elettrici. La grande otarda, avendo occhi laterali e un’eccellente visione grandangolare ma una scarsa capacitĂ di messa a fuoco frontale, non percepisce i fili sospesi fino a quando non è troppo tardi. PoichĂ© vola con battiti lenti e planate radenti, l’impatto con un cavo a 33 kV o 132 kV provoca spesso lesioni letali o amputazioni alle ali. Uno studio del Wildlife Institute of India del 2019 ha documentato che il 18% della popolazione muore ogni anno per elettrocuzione o impatto, un tasso insostenibile per una specie con bassa produttivitĂ riproduttiva (1‑2 uova per covata, con un intervallo di nidificazione biennale). Per contrastare l’estinzione, il governo indiano ha lanciato nel 2015 il "Great Indian Bustard Project", finanziato con 250 milioni di rupie, che prevede l’interramento dei cavi elettrici nelle aree critiche, l’installazione di dissuasori a spirale colorati e la creazione di una zona di protezione speciale di 13.000 km². Nel 2020, un team del Bombay Natural History Society ha avviato un programma di riproduzione in cattivitĂ presso una voliera di 200 ettari a Sam, Rajasthan, dove tre pulcini sono stati allevati con successo tramite inseminazione artificiale. Tuttavia, la reintroduzione in natura è complicata dalla necessitĂ di liberare gli esemplari in aree completamente prive di linee elettriche e dalla competizione con il bestiame. La specie è classificata "Critically Endangered" dalla IUCN e figura nell’Appendice I della CITES. La sua sopravvivenza dipende da un equilibrio delicato tra sviluppo energetico e tutela della biodiversitĂ , e ogni esemplare superstite rappresenta un patrimonio genetico insostituibile.
| Stima popolazione | Anno |
| ~1.500 individui | 1970 |
| ~600 individui | 1990 |
| ~300 individui | 2010 |
| < 150 individui | 2026 |
La grande otarda indiana è un gigante fragile che attende misure incisive: salvare questa specie significa anche preservare l’ecosistema delle praterie, un patrimonio naturale sempre più raro.
Di Alex (pubblicato @ 11:00:00 in Microsoft Windows, letto 73 volte)
Schermata principale di GeekUninstaller con elenco programmi
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FunzionalitĂ di scansione e pulizia del registro di sistema
Quando si disinstalla un’applicazione tramite il pannello di controllo di Windows, il programma di installazione spesso omette di rimuovere decine di voci dal registro, cartelle vuote, file di configurazione in AppData e librerie condivise ormai inutilizzate. GeekUninstaller risolve questa debolezza implementando un motore di scansione forense che ispeziona l’intero hive di registro, inclusi i rami HKEY_LOCAL_MACHINE\Software, HKEY_CURRENT_USER\Software e le chiavi di compatibilità a 32 bit su sistemi a 64 bit, come Wow6432Node. Dopo aver avviato la disinstallazione standard (richiamando l’uninstaller nativo del programma), GeekUninstaller confronta lo snapshot del file system e del registro precedente e successivo, identificando automaticamente tutti i file e le chiavi modificati, aggiunti o rimasti. Per le voci di registro orfane, l’algoritmo utilizza una euristica basata sul nome dell’applicazione, sul GUID del pacchetto MSI e sugli identificatori COM (CLSID, ProgID, TypeLib) registrati durante l’installazione. La scansione include anche i punti di ripristino, le cartelle temporanee di Internet Explorer, i file di prefetch e i driver di periferica associati. Un aspetto distintivo è la modalità "Forced Removal", pensata per i programmi che non compaiono più nell’elenco delle app, ma i cui residui ostacolano nuove installazioni. In questo caso, GeekUninstaller effettua un’analisi forense del disco, rintracciando ogni eseguibile e dll con firma digitale riconducibile al software bersaglio, e li elimina dopo aver confermato l’assenza di dipendenze attive. Il tool è distribuito come singolo eseguibile portable di circa 6 MB, senza bisogno di installazione, e può essere eseguito anche da chiavetta USB, risultando prezioso per i tecnici informatici che devono pulire macchine clienti. Supporta Windows da XP a 11, incluse le edizioni Server, e gestisce correttamente la disinstallazione di app dello Store di Windows sfruttando le API PackageManager. La trasparenza è garantita da una licenza freeware per uso personale e commerciale (a differenza di molti concorrenti che limitano l’uso aziendale) e dall’assenza di telemetria: non vengono inviati dati a server esterni. Test comparativi condotti nel 2025 su una suite di 50 applicazioni comuni (browser, antivirus, suite office, giochi) hanno mostrato che GeekUninstaller rimuoveva in media il 98,7% dei file e il 99,2% delle voci di registro, contro il 78% del programma di disinstallazione predefinito di Windows. Inoltre, la ricerca integrata consente di filtrare l’elenco delle app per dimensione o data di installazione, facilitando l’individuazione di programmi ingombranti. Una funzione meno nota ma molto apprezzata è la possibilità di esportare un report HTML della scansione, che elenca tutti i residui trovati, utile per audit di sicurezza o per documentare la bonifica di un sistema. Non richiede privilegi di amministratore per la maggior parte delle operazioni, sebbene la rimozione di alcune chiavi di sistema protette richieda l’elevazione UAC. La comunità degli sviluppatori, coordinata dal programmatore ceco Thomas Koen, rilascia aggiornamenti bimestrali per stare al passo con le modifiche della struttura del registro di Windows e con le nuove tecniche di installazione basate su container MSIX. Per i professionisti dell’IT, GeekUninstaller rappresenta uno strumento insostituibile per mantenere puliti i sistemi, prevenire conflitti software e recuperare spazio su disco senza ricorrere a suite di ottimizzazione invasive.
| Funzione | GeekUninstaller | Pannello di controllo Windows |
| Scansione registro | Completa (inclusi Wow6432Node e COM) | Basica, spesso lascia orfani |
| Modalità Forced Removal | Sì, con rilevamento firma digitale | No |
| PortabilitĂ | Singolo eseguibile portable | Integrato nel sistema |
| Report HTML | Disponibile | Non disponibile |
GeekUninstaller si conferma uno strumento essenziale per chiunque cerchi un controllo granulare sulla pulizia del sistema, coniugando semplicitĂ e potenza.
Di Alex (pubblicato @ 10:00:00 in Amici animali, letto 76 volte)
Enypniastes eximia nuota mostrando il canale digerente roseo
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Anatomia e comportamento di un oloturia pelagica
L’Enypniastes eximia fu descritta scientificamente per la prima volta nel 1882 dal biologo marino svedese Hjalmar ThĂ©el, sulla base di esemplari raccolti durante la spedizione del HMS Challenger. Vive a profonditĂ comprese tra 500 e 5.000 metri, in tutte le principali dorsali oceaniche, dall’Atlantico al Pacifico. Ciò che colpisce immediatamente è la trasparenza quasi totale del corpo, un adattamento che consente di mimetizzarsi dai predatori nelle acque buie, dove la bioluminescenza è l’unica fonte di luce. Attraverso la parete epidermica si distingue nitidamente il canale digerente, che assume un colore rosa intenso a causa dei carotenoidi provenienti dalla dieta bentonica. L’intestino, particolarmente lungo e convoluto, occupa gran parte della cavitĂ interna e termina con un ano che viene utilizzato anche per la respirazione, poichĂ© l’animale pompa acqua ossigenata attraverso la cloaca. La locomozione è uno degli aspetti piĂą sorprendenti: a differenza della maggior parte dei cetrioli di mare, che strisciano sul sedimento, E. eximia può nuotare attivamente sollevandosi dal fondo. Ciò è possibile grazie a una corona di 12‑15 tentacoli palmati, disposti attorno alla bocca, che si allargano e si contraggono generando propulsione idrodinamica. La morfologia di questi tentacoli, riccamente innervati, suggerisce anche una funzione sensoriale, forse per captare gradienti chimici o vibrazioni delle prede. Quando nuota, il corpo assume una forma a campana rovesciata, con i tentacoli rivolti verso l’alto e l’estremitĂ posteriore pendente, una postura che riduce la resistenza fluidodinamica e permette spostamenti di diversi metri in pochi minuti. L’Enypniastes si nutre principalmente di foraminiferi, radiolari e detrito organico che filtrano attraverso i tentacoli, i quali secernono un muco adesivo per intrappolare le particelle in sospensione. Il muco viene poi convogliato verso la bocca da ciglia vibratili, in un processo analogo a quello dei crinoidi. La riproduzione avviene per gonocorismo, con sessi separati, e la fecondazione è esterna: maschi e femmine rilasciano simultaneamente gameti nella colonna d’acqua, sincronizzandosi probabilmente con le fasi lunari o con variazioni di pressione. Le larve, trasparenti e planctoniche, derivano verso acque meno profonde per poi ridiscendere gradualmente man mano che completano la metamorfosi. La semitrasparenza è ottenuta grazie a un tegumento povero di cellule pigmentate e ricco di una matrice extracellulare idratata, che ha un indice di rifrazione molto simile a quello dell’acqua marina, riducendo così la diffusione della luce. Questa strategia ottica è integrata da una lieve bioluminescenza blu‑verde emessa da fotociti distribuiti lungo i tentacoli, utilizzata non per attrarre prede ma probabilmente per disorientare piccoli predatori o per la comunicazione intraspecifica. Negli ultimi anni, spedizioni con ROV (Remotely Operated Vehicles) hanno documentato comportamenti inediti, come la capacitĂ di espellere rapidamente l’acqua dall’intestino posteriore per allontanarsi da un pericolo imminente, trasformando l’ano in un organo di propulsione d’emergenza. Dal punto di vista biochimico, i tessuti dell’Enypniastes contengono saponine triterpenoidi, composti tossici che rendono l’animale sgradevole ai predatori e che sono attualmente oggetto di studio per potenziali applicazioni antifungine in medicina. L’assenza di uno scheletro calcareo lo rende particolarmente fragile, motivo per cui la maggior parte degli esemplari in superficie appare danneggiata; solo le riprese in situ permettono di apprezzarne l’eleganza natatoria. La comunitĂ scientifica ha classificato l’Enypniastes eximia come specie non minacciata, ma il crescente impatto dell’estrazione mineraria in acque profonde potrebbe in futuro compromettere gli habitat fangosi su cui prolifera.
| Caratteristica | Descrizione |
| ProfonditĂ abituale | 500‑5.000 metri |
| Trasparenza | Indice di rifrazione simile all’acqua |
| Alimentazione | Foraminiferi, radiolari, detrito organico |
| Locomozione | Nuoto tramite tentacoli palmati |
La Pink See‑Through Fantasia incarna la bellezza fragile e nascosta degli abissi, ricordando quante meraviglie restino ancora da documentare nel nostro pianeta.
Di Alex (pubblicato @ 09:00:00 in Beni Arte e patrimonio UNESCO, letto 76 volte)
Il castello di Chenonceau con la galleria sugli archi del fiume Cher
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Storia e architettura rinascimentale della galleria sull’acqua
Il castello di Chenonceau sorge nel dipartimento dell’Indre‑e‑Loira, nel cuore della Valle della Loira, ed è l’unico castello francese a cavallo di un fiume. La sua costruzione iniziò nel 1513 per volere di Thomas Bohier, intendente delle finanze di Francesco I, sul sito di un vecchio mulino fortificato del XIII secolo. Bohier demolì il mulino ma mantenne i due piloni in pietra che sorgevano nel letto del Cher, integrandoli come fondazioni per un corpo di fabbrica quadrato dotato di torri angolari. Alla sua morte, i debiti costrinsero la moglie Catherine Briçonnet a cedere la proprietĂ alla Corona. Fu Enrico II a donare il castello alla sua favorita, Diana di Poitiers, che nel 1556 commissionò al architetto Philibert de l’Orme la realizzazione del ponte a cinque arcate che collega il castello alla riva sinistra. De l’Orme progettò archi a tutto sesto di 16 metri di luce, costruiti con conci di tufo calcareo e malta idraulica, poggiati su piloni rivestiti in bugnato. Le fondazioni furono gettate a secco deviando temporaneamente il fiume con palancole. Dopo la morte di Enrico II, la regina Caterina de’ Medici, da sempre ostile a Diana, la costrinse a restituire Chenonceau e fece edificare sopra il ponte la celebre galleria a due piani, lunga 60 metri e larga 6, che unisce lo stile rinascimentale italiano a influenze gotiche fiammeggianti. La galleria, illuminata da 18 finestre per lato, presenta un pavimento in ardesia e un soffitto a cassettoni decorato con monogrammi intrecciati di Caterina. Durante la Prima Guerra Mondiale, la galleria fu trasformata in ospedale militare, e nel 1940 il Cher divenne linea di demarcazione tra la Francia occupata e la zona libera: la galleria consentiva il passaggio clandestino di profughi e partigiani. Il castello è circondato da giardini formali: il Giardino di Diana, con una fontana centrale e aiuole geometriche di lavanda e rose, e il Giardino di Caterina, piĂą intimo, con una vasca circolare. La gestione attuale, curata dalla famiglia Menier, ha introdotto un impianto di geotermia fluviale che sfrutta la temperatura costante del Cher per climatizzare gli interni senza impatto visivo. Chenonceau accoglie oltre 800.000 visitatori ogni anno, attratti non solo dall’architettura ma anche dalla pinacoteca che include opere di Rubens, Van Loo e Tintoretto. L’ingegneria idraulica degli archi, ispezionata nel 2022 con sonar multibeam, ha rivelato un sistema di drenaggio sommerso che previene l’erosione dei pilastri, testimoniando la sorprendente modernitĂ delle tecniche rinascimentali.
| Periodo | Proprietaria |
| 1513‑1535 | Catherine Briçonnet |
| 1547‑1559 | Diana di Poitiers |
| 1560‑1589 | Caterina de’ Medici |
| 1864‑oggi | Famiglia Menier |
Chenonceau incarna il genio del Rinascimento e la forza delle donne che lo plasmarono, rimanendo sospeso tra l’arte e l’acqua come un gioiello senza tempo.
Formazioni rocciose calcaree tra i calanchi del Bisti Badlands
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L’erosione e la paleontologia della Bisti Wilderness Area
La Bisti/De‑Na‑Zin Wilderness Area si estende per circa 45.000 acri nella contea di San Juan, nel nord‑ovest del New Mexico, e costituisce una delle piĂą spettacolari manifestazioni di terre calanchive del pianeta. Il nome "Bisti" deriva dalla lingua navajo e significa "grandi argille friabili", mentre "De‑Na‑Zin" traduce "gru", in omaggio ai fossili di pterosauro che ricordano la sagoma di un uccello. La formazione geologica dominante è la Kirtland Shale, risalente al Campaniano‑Maastrichtiano, circa 74‑66 milioni di anni avanti Cristo, un periodo in cui l’area era una pianura alluvionale solcata da fiumi meandriformi e punteggiata da stagni. I sedimenti, costituiti prevalentemente da argilliti, siltiti e arenarie debolmente cementate, sono stati progressivamente sollevati dall’orogenesi laramide e successivamente scolpiti dall’erosione differenziale. I hoodoos, o pinnacoli di roccia, rappresentano l’elemento piĂą iconico: si formano quando uno strato di arenaria piĂą resistente protegge dall’erosione la colonna di argilla sottostante, creando strutture che possono superare i 10 metri di altezza e presentare profili antropomorfi o zoomorfi. Il colore varia dal grigio cenere al rosso ruggine, a seconda del contenuto di ossidi di ferro e manganese. Accanto agli hoodoos, l’erosione eolica ha esposto una straordinaria concentrazione di concrezioni fossili, in particolare noduli di calcare che racchiudono resti di piante e animali del Cretaceo. Tra i reperti piĂą celebri figurano scheletri di Parasaurolophus, un adrosauro crestato, e di Pentaceratops, un ceratopside dotato di un enorme collare osseo, entrambi scoperti proprio in queste terre. Nel 1997, una spedizione congiunta del New Mexico Museum of Natural History e della Smithsonian Institution riportò alla luce un cranio di tirannosauride di eccezionale completezza, conservatosi grazie alla rapida cementazione carbonatica. I processi di fossilizzazione sono favoriti dalla chimica alcalina delle acque sotterranee, che precipitano carbonato di calcio attorno ai resti organici formando noduli durissimi, i quali resistono all’ablazione eolica piĂą a lungo dell’argilla circostante, finendo per emergere come sfere e ammassi bitorzoluti. La visita dell’area è un’esperienza immersiva e priva di sentieri segnalati: il Bureau of Land Management richiede di orientarsi con mappe topografiche e GPS, e le temperature estive superano frequentemente i 40 gradi centigradi, con un’escursione termica notturna di oltre 20 gradi. Non esistono sorgenti d’acqua, per cui ogni esploratore deve trasportare almeno 4 litri d’acqua al giorno. L’assenza di inquinamento luminoso rende il Bisti una meta privilegiata per l’astrofotografia, tanto che nel 2019 l’International Dark‑Sky Association ha designato la regione come Dark Sky Park. La flora è limitata a poche specie xerofile, come Atriplex canescens e Artemisia tridentata, mentre la fauna include coyote, lepri e serpenti a sonagli. Dal 2000, un programma di monitoraggio gestito dalla Navajo Nation e dal US Geological Survey tiene traccia del degrado dei hoodoos, minacciati dai turisti che talvolta li scalano o ne asportano frammenti. Ogni anno, l’erosione rimuove mediamente 2‑3 millimetri di argillite, ma l’impronta umana accelera il processo: toccare la superficie con le mani unte di crema solare altera la tensione superficiale della roccia, favorendone lo sgretolamento. Il Bisti offre quindi una duplice chiave di lettura: geologica, come archivio della storia terrestre, e culturale, come custode di memorie paleontologiche che continuano a riscrivere i capitoli dell’evoluzione dei dinosauri.
| Periodo geologico | Rocce affioranti |
| Campaniano (83‑72 milioni di anni avanti Cristo) | Arenarie fluviali e argilliti varicolori |
| Maastrichtiano (72‑66 milioni di anni avanti Cristo) | Kirtland Shale con lenti di carbone |
Le Bisti Badlands sono un museo a cielo aperto dove l’erosione racconta duecento milioni di anni di storia, invitando a un turismo consapevole e rispettoso.
Fotografie del 13/06/2026
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