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Articoli del 16/01/2026

Dettaglio di opus caementicium romano con stratificazione di aggregati e pozzolana vulcanica visibile nelle rovine del Pantheon
Dettaglio di opus caementicium romano con stratificazione di aggregati e pozzolana vulcanica visibile nelle rovine del Pantheon

Il Colosseo e la Basilica di Massenzio testimoniano una rivoluzione tecnologica: l'opus caementicium. Questa miscela geniale di calce, pozzolana vulcanica e aggregati ha permesso ai romani di costruire strutture che, duemila anni dopo, sfidano ancora terremoti e intemperie con una durabilità superiore al cemento moderno. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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La formula segreta dell'opus caementicium
Il calcestruzzo romano nasceva dall'unione di tre componenti fondamentali: la calce viva ottenuta dalla cottura del calcare a 900 gradi Celsius, aggregati inerti come pietrisco, scaglie di tufo e cocci di terracotta, e un ingrediente magico che i romani chiamavano pulvis puteolanus, la pozzolana dei Campi Flegrei. Questa cenere vulcanica, ricca di silicati di alluminio, reagiva chimicamente con la calce creando legami molecolari straordinariamente resistenti.

La ricetta variava secondo le necessità: per le fondazioni sottomarine, come quelle del porto di Cesarea Marittima, i romani utilizzavano una miscela particolare con pozzolana e calce che, a contatto con l'acqua di mare, generava cristalli di tobermorite alluminosa. Questi cristalli continuano a crescere nel tempo, rafforzando progressivamente la struttura, ecco perché molte opere portuali romane sono oggi più solide di quando furono costruite.

La tecnica costruttiva e il caementa
La posa in opera avveniva attraverso casseforme lignee, entro cui si versava il materiale a strati successivi. Ogni strato veniva compattato con pestelli, espellendo l'aria e garantendo omogeneità. Nel Pantheon, la cupola da 43 metri di diametro, ancora oggi la più grande in calcestruzzo non armato, fu realizzata variando la composizione: alla base aggregati pesanti di travertino e tufo, verso l'apice pomice leggera che riduceva il peso strutturale.

Un aspetto geniale era l'uso del caementa, grossi blocchi irregolari di pietra che fungevano da scheletro interno, riducendo il materiale legante necessario e migliorando la coesione strutturale. Questi venivano letteralmente annegati nella malta fresca.

Il paramento, l'abito della struttura
Se il calcestruzzo era il corpo dell'edificio, il paramento ne era la pelle. I romani svilupparono diverse tecniche di rivestimento che permettevano di riconoscere l'epoca di costruzione.


  • Opus incertum del terzo e secondo secolo avanti Cristo: pietre irregolari disposte senza schema preciso
  • Opus reticulatum del primo secolo avanti Cristo e primo secolo dopo Cristo: cubilia di tufo disposti a formare un reticolo diagonale, visibile ancora oggi sulle sostruzioni del Palatino
  • Opus latericium di età imperiale: paramenti in mattoni cotti, come quelli degli ipogei del Colosseo
  • Opus mixtum: alternanza di filari di mattoni e blocchetti di tufo, tipico del terzo e quarto secolo


Questi paramenti non erano puramente decorativi: proteggevano il calcestruzzo dagli agenti atmosferici e distribuivano uniformemente i carichi.

Scoperte moderne e autorigenerazione
Gli studi moderni hanno rivelato dettagli sorprendenti. La malta romana contiene tracce di acqua di mare, usata intenzionalmente per accelerare la presa chimica. Nei mercati di Traiano, analisi chimiche hanno mostrato che i romani regolavano il rapporto calce pozzolana con precisione quasi industriale.

Un'altra scoperta affascinante riguarda i cristalli di autorigenerazione: quando appaiono microfratture nel calcestruzzo romano esposto all'umidità, la calce residua reagisce con l'anidride carbonica formando nuova calcite che sigilla le crepe. È un calcestruzzo che si autoripara.

La perdita di questa tecnologia nel Medioevo rappresentò un regresso tecnico significativo. Solo nel diciottesimo secolo, con la scoperta del cemento Portland, l'umanità avrebbe ritrovato capacità costruttive paragonabili, ma anche il cemento moderno, dopo 50-100 anni, si degrada più rapidamente del suo antenato romano.

 
 
Di Alex (pubblicato @ 11:00:00 in Tecnologia, letto 9 volte)
Il Pantheon: la teologia del calcestruzzo
Il Pantheon di Roma con la sua maestosa cupola in calcestruzzo non armato e l'oculo centrale che illumina l'interno
Il Pantheon di Roma con la sua maestosa cupola in calcestruzzo non armato e l'oculo centrale che illumina l'interno

Ricostruito da Adriano tra il 118 e il 125 d.C., il Pantheon rappresenta il capolavoro dell'ingegneria romana. La sua cupola, ancora oggi la più grande al mondo in calcestruzzo non armato, simboleggia la volta celeste e dimostra una maestria costruttiva senza eguali nella storia dell'architettura. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Un manifesto di superiorità ingegneristica
Il Pantheon non è semplicemente un tempio dedicato a tutti gli dei del pantheon romano, ma rappresenta il manifesto della superiorità tecnologica e ingegneristica dell'Impero. Adriano, imperatore filosofo e grande costruttore, volle ricostruire completamente l'edificio originario augusteo per creare qualcosa di assolutamente rivoluzionario.

La cupola del Pantheon raggiunge un diametro di 43,3 metri e rimane tuttora il più grande esempio di cupola in calcestruzzo non armato mai realizzato. Questa straordinaria struttura rappresenta la volta celeste, con l'oculo al centro che simboleggia il sole e permette alla luce di penetrare nell'edificio creando effetti luminosi di straordinaria suggestione.

La tecnica costruttiva rivoluzionaria
Ciò che rende il Pantheon un capolavoro assoluto è la tecnica costruttiva impiegata dai romani. Gli ingegneri variarono strategicamente la densità degli inerti nel calcestruzzo in base all'altezza della struttura. Nelle fondamenta venne utilizzato il travertino pesante, che garantisce solidità e stabilità alla base.

Man mano che la struttura si innalza, gli inerti diventano progressivamente più leggeri. Nella parte superiore della cupola, in prossimità dell'oculo, venne impiegata la pietra pomice leggerissima. Questa soluzione ingegneristica permise di alleggerire enormemente il peso complessivo della struttura, distribuendo le tensioni in modo ottimale e garantendo la stabilità millenaria dell'edificio.

Un tempio alla stabilità cosmica
Il Pantheon non è solo un tempio dedicato a tutti gli dei, ma rappresenta un vero e proprio tempio alla stabilità cosmica garantita dall'Imperatore. La forma perfettamente sferica dello spazio interno, dove la distanza dal pavimento all'oculo è esattamente uguale al diametro della cupola, crea una sfera perfetta che simboleggia l'universo.

L'edificio incarna l'ordine cosmico che l'imperatore romano garantiva sulla terra, un messaggio politico e religioso di straordinaria potenza. La luce che penetra dall'oculo si muove nel corso della giornata, creando un vero e proprio orologio solare che connette il tempo terreno con quello divino.

La salvezza attraverso la conversione
La straordinaria conservazione del Pantheon è dovuta a un evento fondamentale: la conversione in chiesa cristiana nel 609 d.C., quando l'imperatore bizantino Foca donò l'edificio a papa Bonifacio IV. Il tempio divenne Santa Maria ad Martyres, dedicato alla Vergine e a tutti i martiri cristiani.

Questa conversione rappresenta uno dei primi e più significativi esempi di riuso adattivo nella storia dell'architettura. Trasformando il tempio pagano in chiesa, si salvò dalla distruzione un capolavoro che altrimenti sarebbe stato spogliato dei suoi marmi e ridotto a cava di materiali, destino toccato a innumerevoli altri edifici romani.

 
 
La Piramide di Meidum con il suo caratteristico profilo a torre dovuto al crollo parziale del rivestimento esterno
La Piramide di Meidum con il suo caratteristico profilo a torre dovuto al crollo parziale del rivestimento esterno

Nel deserto egiziano, a circa 100 chilometri a sud del Cairo, si trova uno dei monumenti più enigmatici dell'antico Egitto: la Piramide di Meidum. La sua forma insolita, simile a una torre che emerge da un cumulo di detriti, racconta la storia di un ambizioso progetto architettonico e di un crollo che ha rivelato segreti costruttivi rimasti nascosti per millenni. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Una trasformazione architettonica audace
La Piramide di Meidum fu inizialmente costruita come piramide a gradoni durante il regno del faraone Huni, ultimo sovrano della III dinastia, intorno al 2600 a.C. Successivamente, il faraone Snefru decise di trasformarla nella prima piramide a facce lisce, riempiendo i gradoni e aggiungendo un rivestimento esterno di calcare bianco di Tura.

Questa trasformazione rappresentava un salto tecnologico ambizioso: passare da una struttura a gradoni, più stabile per sua natura, a una piramide vera con superfici lisce e continue. L'altezza finale raggiunta fu di circa 92 metri, con una base di 144 metri per lato e un angolo di inclinazione di circa 51 gradi.

Il crollo che svelò i segreti costruttivi
In un momento imprecisato della storia, probabilmente durante o poco dopo la costruzione, la piramide subì un crollo catastrofico del suo rivestimento esterno. Questa catastrofe, pur rappresentando un fallimento ingegneristico, si rivelò una benedizione per gli archeologi moderni, offrendo una visione senza precedenti delle tecniche costruttive egizie.

Il crollo mise in luce il nucleo interno della struttura, rivelando il sistema di stratificazione utilizzato. Gli egizi costruivano le piramidi attraverso strati inclinati verso l'interno, appoggiate a un nucleo centrale. Questa tecnica, visibile chiaramente a Meidum, mostra come i blocchi fossero disposti su piani inclinati di circa 75 gradi rispetto all'orizzontale.

Le lezioni di un fallimento
Il collasso parziale della Piramide di Meidum fornì lezioni cruciali agli ingegneri egizi. Il problema principale fu l'angolo troppo ripido combinato con la tecnica di stratificazione inclinata, che non offriva sufficiente supporto laterale. Inoltre, la conversione da piramide a gradoni a piramide liscia creò discontinuità strutturali che contribuirono all'instabilità.

Queste osservazioni portarono Snefru a modificare in corso d'opera l'angolo della sua successiva Piramide Romboide a Dahshur e, infine, a costruire la Piramide Rossa con un angolo più sicuro di 43 gradi. Ogni fallimento divenne un gradino verso la perfezione raggiunta con le piramidi di Giza.

Un patrimonio archeologico unico
Oggi la Piramide di Meidum offre ai visitatori un'esperienza unica. La possibilità di vedere il nucleo interno esposto permette di comprendere direttamente le tecniche costruttive antiche in un modo impossibile altrove. I detriti del crollo che circondano la struttura centrale forniscono ulteriori informazioni sui materiali e sui metodi utilizzati.

All'interno della piramide, le camere sepolcrali rimangono accessibili attraverso un passaggio discendente. Una caratteristica notevole è la camera funeraria con il suo soffitto a mensola, simile a quello che sarà perfezionato nella Grande Piramide di Cheope.

La Piramide di Meidum rappresenta molto più di un fallimento architettonico: è un documento prezioso che ha permesso agli studiosi di comprendere l'evoluzione delle tecniche costruttive egizie. Il suo crollo parziale, paradossalmente, l'ha resa uno dei monumenti più istruttivi dell'antico Egitto.

 
 
Di Alex (pubblicato @ 09:00:00 in Tecnologia, letto 9 volte)
I Fori Imperiali: la propaganda marmorea
Veduta aerea dei Fori Imperiali con la Colonna Traiana che si erge maestosa tra le rovine delle antiche piazze monumentali
Veduta aerea dei Fori Imperiali con la Colonna Traiana che si erge maestosa tra le rovine delle antiche piazze monumentali

Quando il Foro Romano divenne insufficiente per le esigenze della capitale dell'Impero, cinque imperatori costruirono nuove piazze monumentali. Questi spazi rappresentano il culmine della propaganda imperiale romana, dove architettura e politica si fondono in un messaggio di potere inciso nel marmo. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Quando il Foro Romano non bastò più
Con l'espansione dell'Impero e la crescita della popolazione di Roma, il Foro Romano originario divenne progressivamente inadeguato alle esigenze della capitale. A partire da Giulio Cesare, gli imperatori decisero di costruire nuove piazze monumentali adiacenti al vecchio Foro, creando un complesso urbanistico senza precedenti.

Cesare, Augusto, Nerva, Vespasiano e Traiano aggiunsero ciascuno il proprio foro, trasformando quest'area nel cuore pulsante della vita politica, religiosa, commerciale e giudiziaria dell'Impero. Ogni foro rifletteva la personalità e le ambizioni del suo costruttore, diventando uno strumento di propaganda imperiale scolpito nel marmo.

Il Foro di Traiano: l'apogeo della grandiosità
Il Foro di Traiano rappresenta il più grandioso di tutti i fori imperiali. Costruito tra il 107 e il 113 d.C., fu finanziato con l'oro delle guerre daciche, le campagne militari che portarono alla conquista dell'attuale Romania e all'acquisizione delle ricchissime miniere d'oro della regione.

Il complesso comprendeva una piazza monumentale circondata da portici, la Basilica Ulpia, due biblioteche e il celebre Foro di Traiano con i suoi mercati. L'intera area occupava circa 300 metri di lunghezza e rappresentava un capolavoro di pianificazione urbanistica, realizzato scavando le pendici del Quirinale per ricavare lo spazio necessario.

La Colonna Traiana: un documento storico in marmo
Al centro del complesso si erge la Colonna Traiana, alta circa 40 metri, un vero e proprio documento storico avvolto a spirale. Il fregio che la decora si snoda per circa 200 metri e narra con straordinario dettaglio le campagne militari di Traiano contro i Daci.

Le scene sono descritte con precisione topografica ed etnografica impressionante, mostrando battaglie, attraversamenti di fiumi, costruzioni di ponti e fortificazioni. La colonna non è solo un'opera d'arte, ma un reportage visivo che documenta uniformi, armi, tattiche militari e persino i costumi dei popoli barbari. Gli studiosi hanno riconosciuto nella colonna una fonte storica di valore inestimabile per comprendere l'esercito romano e le sue campagne.

I Mercati di Traiano: l'architettura utilitaria sublime
Accanto al foro monumentale si trovano i Mercati di Traiano, un complesso polifunzionale in laterizio che ospitava circa 150 botteghe e uffici amministrativi. Questa struttura a più livelli, adagiata sul fianco del colle, rappresenta un'anticipazione dei moderni centri commerciali e direzionali.

I Mercati dimostrano che l'architettura utilitaria romana poteva raggiungere vette estetiche pari a quella sacra. La Grande Aula, coperta da volte a crociera, e la Via Biberatica, una strada coperta che attraversa il complesso, mostrano una maestria costruttiva e un senso estetico straordinari anche negli edifici funzionali.

Questi edifici fungevano da vero e proprio centro direzionale dell'antichità, coordinando le attività commerciali e amministrative dell'Impero. I Fori Imperiali rappresentano così non solo monumenti alla gloria degli imperatori, ma testimonianze concrete dell'organizzazione e della complessità della società romana al suo apice.

 
 
Di Alex (pubblicato @ 07:00:00 in Nuovi materiali, letto 31 volte)
Struttura atomica del borofene e degli MXeni con applicazioni in batterie
Struttura atomica del borofene e degli MXeni con applicazioni in batterie

Il grafene ha dominato la ricerca sui materiali bidimensionali per oltre vent'anni. Ma una nuova generazione di nanomateriali sta emergendo: il borofene e gli MXeni promettono proprietà elettriche e meccaniche superiori per batterie, supercondensatori e catalisi. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO



Oltre il grafene: la rivoluzione dei materiali 2D
Dal 2004, quando Andre Geim e Konstantin Novoselov isolarono per la prima volta il grafene, i materiali bidimensionali hanno rappresentato una frontiera della scienza dei materiali. Il grafene, un singolo strato di atomi di carbonio disposti in una struttura esagonale, possiede proprietà straordinarie: è 200 volte più resistente dell'acciaio, conduce elettricità meglio del rame e calore meglio del diamante.

Tuttavia, il grafene presenta anche limiti significativi. Non possiede un bandgap intrinseco, rendendolo inadatto per molte applicazioni elettroniche come transistor e diodi. La sua superficie chimica è relativamente inerte, limitando le applicazioni catalitiche. Inoltre, la produzione di grafene di alta qualità su larga scala rimane costosa e tecnicamente complessa.

Negli ultimi dieci anni, i ricercatori hanno sintetizzato centinaia di nuovi materiali bidimensionali, ciascuno con proprietà uniche. Tra questi, due classi emergono per le loro caratteristiche eccezionali: il borofene, un foglio monoatomico di boro, e gli MXeni, una famiglia di carburi e nitruri di metalli di transizione bidimensionali.

Borofene: proprietà e sintesi
Il borofene fu sintetizzato per la prima volta nel 2015 da ricercatori del Argonne National Laboratory mediante deposizione su substrati di argento in condizioni di ultra-alto vuoto. A differenza del grafene, il borofene può esistere in multiple configurazioni cristalline chiamate "polimorfi", ciascuna con proprietà diverse. Le più studiate sono le fasi alpha, beta e chi.

La struttura del borofene è caratterizzata dalla presenza di "vacanze esagonali" nella reticolo atomico, ossia posizioni dove mancano atomi di boro. La densità e distribuzione di queste vacanze determina le proprietà del materiale. Il borofene possiede anisotropia meccanica ed elettronica pronunciata: le sue proprietà variano significativamente a seconda della direzione cristallografica considerata.

Le caratteristiche più notevoli del borofene includono:


  • Conduttività elettrica superiore al grafene in specifiche direzioni cristalline, con densità di corrente che può superare i 10 milioni di ampere per centimetro quadrato
  • Flessibilità estrema con modulo elastico variabile da 170 a 398 GPa a seconda della fase cristallina
  • Alta capacità teorica di accumulo di litio, superiore a 1860 mAh/g, oltre il doppio del grafite convenzionale usato nelle batterie
  • Forte interazione con molecole di idrogeno, rendendolo promettente per l'accumulo di combustibile a idrogeno
  • Plasmoni ottici accordabili nell'infrarosso, utili per sensori e fotonica


MXeni: una famiglia versatile di materiali
Gli MXeni furono scoperti nel 2011 da Yury Gogotsi e colleghi alla Drexel University. Il nome deriva dalla formula generale Mn+1XnTx, dove M è un metallo di transizione come titanio, vanadio o molibdeno, X è carbonio o azoto, e Tx rappresenta i gruppi funzionali di superficie come ossigeno, idrossido o fluoro. Il numero n varia tipicamente da 1 a 3.

Gli MXeni vengono sintetizzati mediante attacco chimico selettivo di fasi MAX, che sono carburi o nitruri stratificati dove gli strati Mn+1Xn sono separati da atomi di elementi del gruppo A della tavola periodica, tipicamente alluminio. Trattando le fasi MAX con acido fluoridrico o sali di fluoruro, gli strati di alluminio vengono rimossi, lasciando i fogli bidimensionali di MXene.

La caratteristica distintiva degli MXeni è la presenza di gruppi terminali sulla superficie, che conferiscono proprietà chimiche modificabili. Cambiando i gruppi terminali, è possibile accordare la conducibilità elettrica, l'affinità chimica verso specifiche molecole, e persino il comportamento magnetico del materiale. Questa versatilità chimica è impossibile da ottenere con il grafene.

Applicazioni nelle batterie e supercondensatori
Il borofene e gli MXeni stanno rivoluzionando lo stoccaggio elettrochimico di energia. Nelle batterie agli ioni di litio, il materiale anodico convenzionale è la grafite, con capacità teorica di 372 mAh/g. Il borofene, grazie alla sua struttura corrugata e alle vacanze esagonali, può ospitare ioni di litio con densità molto superiori, raggiungendo capacità teoriche oltre 1860 mAh/g.

Studi computazionali hanno dimostrato che gli ioni di litio possono diffondere rapidamente sulla superficie del borofene, con barriere energetiche di migrazione inferiori a 0.1 eV. Questo si traduce in velocità di carica e scarica eccezionali. Inoltre, il borofene mantiene stabilità strutturale durante i cicli di litiazione e delitiazione, evitando il problema del rigonfiamento che affligge molti materiali anodici ad alta capacità.

Gli MXeni mostrano prestazioni ancora più impressionanti. Il Ti3C2Tx, il MXene più studiato, possiede conducibilità elettrica metallica superiore a 10000 S/cm, eliminando la necessità di additivi conduttivi nelle formulazioni degli elettrodi. La sua superficie idrofila permette un'eccellente dispersione in solventi acquosi, semplificando i processi di produzione degli elettrodi.

Nei supercondensatori, gli MXeni hanno dimostrato capacità volumetriche record di oltre 1500 F/cm³, superiori a quelle di qualsiasi altro materiale bidimensionale. La combinazione di conducibilità elevata, alta densità di siti attivi superficiali e spacing interstrato accordabile permette lo stoccaggio efficiente di carica sia attraverso meccanismi capacitivi che pseudocapacitivi.

Catalisi e conversione energetica
La catalisi è un'altra area dove borofene e MXeni eccellono. Il borofene possiede siti atomici di boro coordinativamente insaturi che possono adsorbire e attivare piccole molecole come ossigeno, azoto e anidride carbonica. Questa proprietà lo rende promettente per la riduzione elettrocatalitica della CO2 a combustibili utilizzabili come metanolo o metano.

Calcoli di teoria del funzionale della densità hanno previsto che specifiche fasi del borofene possano catalizzare la reazione di evoluzione dell'idrogeno con sovrapotenziali inferiori a 50 mV, competitivi con i catalizzatori a base di platino ma a costo drasticamente ridotto. Il borofene mostra anche attività per la reazione di riduzione dell'ossigeno, cruciale nelle celle a combustibile.

Gli MXeni offrono vantaggi catalitici complementari. La presenza di gruppi terminali ossigeno e idrossido fornisce siti attivi per reazioni di trasferimento elettronico. Il Mo2CTx ha dimostrato eccellente attività per la fissazione elettrochimica dell'azoto, convertendo N2 atmosferico in ammoniaca a temperatura e pressione ambiente, un processo che potrebbe rivoluzionare la produzione di fertilizzanti.

Inoltre, gli MXeni fungono da eccellenti supporti per nanoparticelle catalitiche metalliche. La forte interazione metallo-supporto previene l'aggregazione delle nanoparticelle durante il funzionamento, mantenendo l'area superficiale attiva elevata. Catalizzatori ibridi MXene-metallo hanno mostrato stabilità operativa superiore a 1000 ore in celle a combustibile a membrana polimerica.

Elettronica flessibile e dispositivi indossabili
L'elettronica flessibile richiede materiali che combinino elevata conducibilità elettrica con proprietà meccaniche straordinarie. Gli MXeni soddisfano entrambi i requisiti. Film sottili di Ti3C2Tx possono essere piegati, attorcigliati e stirati senza perdita significativa di conducibilità, rendendoli ideali per elettrodi trasparenti flessibili, interconnessioni e antenne.

Gli MXeni sono stati integrati in tessuti e polimeri per creare sensori indossabili capaci di monitorare pressione, deformazione, temperatura e persino biomarcatori nel sudore. La loro biocompatibilità superiore al grafene li rende attraenti per applicazioni biomediche direttamente a contatto con la pelle o tessuti biologici.

Il borofene, sebbene meno studiato per elettronica flessibile a causa delle sfide di sintesi su larga scala, mostra promesse per transistor ad effetto di campo con frequenze di taglio superiori a 1 THz. La sua anisotropia elettrica potrebbe essere sfruttata per creare circuiti con proprietà direzionali programmate, una frontiera completamente nuova nell'ingegneria elettronica.

Sfide e prospettive future
Nonostante il potenziale straordinario, borofene e MXeni affrontano ostacoli significativi prima della commercializzazione su larga scala. La sintesi del borofene richiede ancora condizioni di ultra-alto vuoto e substrati metallici costosi, limitandone la producibilità. I ricercatori stanno esplorando metodi di sintesi in fase liquida e crescita assistita da plasma per superare queste limitazioni.

Gli MXeni soffrono di instabilità ossidativa quando esposti ad aria e umidità. I gruppi terminali ossigeno e idrossido reagiscono gradualmente con ossigeno atmosferico, degradando le proprietà elettriche nel tempo. Strategie di passivazione superficiale mediante rivestimenti polimerici ultrasottili o incapsulamento in atmosfera inerte sono in fase di sviluppo.

La standardizzazione dei processi di sintesi è un'altra sfida. Piccole variazioni nei parametri di sintesi producono materiali con proprietà diverse, complicando la riproducibilità e il controllo qualità. L'industria necessita di protocolli di produzione robusti e scalabili prima di investire massicciamente in queste tecnologie.

Infine, la comprensione fondamentale delle correlazioni struttura-proprietà in questi materiali è ancora incompleta. Modelli computazionali avanzati e tecniche di caratterizzazione in situ stanno contribuendo a colmare queste lacune conoscitive, guidando la progettazione razionale di materiali 2D con proprietà su misura per applicazioni specifiche.

Borofene e MXeni rappresentano la prossima generazione di materiali bidimensionali, con proprietà che in molti casi superano quelle del grafene. La loro versatilità chimica, conducibilità eccezionale e capacità di accumulo energetico promettono di trasformare settori che vanno dall'elettronica alla conversione energetica. Sebbene sfide significative rimangano da superare, il ritmo accelerato della ricerca suggerisce che questi materiali diventeranno protagonisti della tecnologia nei prossimi decenni.

 
 
Di Alex (pubblicato @ 07:00:00 in Tecnologia, letto 9 volte)
L'Arco di Costantino: l'estetica del reimpiego
L'Arco di Costantino con i suoi rilievi misti provenienti da diversi monumenti imperiali e le nuove decorazioni del IV secolo
L'Arco di Costantino con i suoi rilievi misti provenienti da diversi monumenti imperiali e le nuove decorazioni del IV secolo

Eretto nel 315 d.C. per celebrare la vittoria di Costantino su Massenzio, questo arco segna un punto di svolta nella storia dell'arte. Decorato con rilievi sottratti ad antichi monumenti, rappresenta non una decadenza artistica ma una precisa strategia politica che prefigura il passaggio al Medioevo. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Un monumento che segna un'epoca
L'Arco di Costantino, eretto nel 315 d.C. accanto al Colosseo, rappresenta un punto di svolta cruciale nella storia dell'arte occidentale. Costruito per celebrare la vittoria di Costantino su Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C., questo monumento segna il passaggio dall'arte classica a quella tardoantica, preludio del Medioevo.

Alto circa 21 metri e largo 25, l'arco trionfale presenta tre fornici ed è decorato con un'insolita mescolanza di rilievi di epoche diverse. Questa particolarità ha a lungo fatto discutere gli studiosi, ma oggi comprendiamo che non si tratta di un sintomo di decadenza, bensì di una precisa scelta ideologica e artistica.

L'appropriazione fisica delle virtù imperiali
La caratteristica più straordinaria dell'Arco di Costantino è l'utilizzo massiccio di rilievi prelevati da monumenti di imperatori precedenti. Parti decorative furono prelevate da monumenti dedicati a Traiano, Adriano e Marco Aurelio, gli imperatori considerati i migliori della storia romana, gli optimi principes.

Questa pratica del reimpiego, chiamata spolia in latino, non denunciava affatto una incapacità artistica o una mancanza di risorse. Al contrario, rappresentava una scelta ideologica precisa: Costantino si appropriava fisicamente delle virtù e della legittimità dei grandi imperatori del passato. Inserendo nel suo arco pezzi dei loro monumenti, proclamava di essere il loro degno erede e successore.

I rilievi traianei mostrano scene di battaglia e sottomissione dei barbari, quelli adrianei rappresentano scene di caccia e sacrificio, mentre quelli di Marco Aurelio illustrano momenti di clemenza e giustizia imperiale. Costantino si presentava così come guerriero, pio e giusto, incarnando tutte le virtù dei migliori imperatori.

Il nuovo stile costantiniano
Accanto ai rilievi antichi, l'arco presenta anche decorazioni realizzate appositamente nel IV secolo, durante l'epoca di Costantino. Questi rilievi costantiniani mostrano uno stile radicalmente diverso da quello classico dei pezzi reimpiegati, e qui sta la vera rivoluzione artistica.

Le figure dei rilievi costantiniani appaiono tozze, statiche e gerarchiche. L'imperatore è rappresentato più grande degli altri personaggi, in posizione frontale e centrale, circondato da figure disposte simmetricamente. Si abbandona il naturalismo ellenistico, con le sue proporzioni corrette e la resa tridimensionale dello spazio, in favore di un simbolismo astratto.

Questa scelta stilistica riflette un cambiamento profondo nella concezione dell'arte e del potere. Non si cerca più di rappresentare la realtà in modo naturalistico, ma di comunicare gerarchie e significati simbolici. L'imperatore diventa un'icona sacra più che un uomo, anticipando l'arte bizantina e medievale.

Il preludio del Medioevo
I rilievi costantiniani, con la loro composizione simmetrica, la frontalità delle figure e l'abbandono della prospettiva, segnano l'abbandono definitivo dei canoni estetici del mondo classico. Questo nuovo linguaggio artistico privileggia il messaggio simbolico rispetto alla verosimiglianza naturalistica.

L'Arco di Costantino testimonia così un momento di trasformazione epocale. In un unico monumento convivono il passato classico, rappresentato dai rilievi reimpiegati, e il futuro medievale, incarnato dalle nuove sculture. È il manifesto visivo di un'epoca di passaggio, dove un mondo finisce e un altro comincia, anticipando le forme espressive che domineranno l'arte europea per i successivi mille anni.

 
 

Fotografie del 16/01/2026

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