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Articoli del 20/03/2024
Di Alex (pubblicato @ 10:27:37 in Fantascienza e rigore scientifico, letto 69 volte)
La DeLorean DMC-12, l'auto del tempo della saga di Ritorno al futuro
Tre film, una DeLorean e un'idea semplice: cosa succederebbe se potessimo incontrare i nostri genitori da adolescenti? Dal 1985 al 1990 la saga di Zemeckis ha mescolato commedia, fantascienza e western, diventando un classico che ancora oggi insegna come si costruisce una storia perfetta. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.
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Una scommessa da diciannove milioni di dollari
Il budget di Ritorno al futuro, uscito nelle sale statunitensi il 3 luglio 1985, si fermò a circa diciannove milioni di dollari, ai quali vanno sommati circa quattro milioni spesi per rigirare le scene già girate con l'attore sbagliato. Fu una scommessa ripagata oltre ogni previsione: il film incassò circa trecentottanta milioni di dollari nel mondo, dei quali oltre duecento soltanto negli Stati Uniti, e fu il maggiore successo commerciale dell'anno. Eppure l'idea era nata tra molti dubbi. Nel 1980 lo sceneggiatore Bob Gale, sfogliando l'annuario scolastico del padre, scoprì che il genitore era stato rappresentante di classe e si chiese se, conoscendolo da coetaneo, sarebbe mai diventato suo amico. Da quella domanda, sviluppata insieme al regista Robert Zemeckis, nacque la storia di Marty McFly, un adolescente californiano del 1985 che si ritrova nel 1955 e rischia di impedire l'incontro dei propri genitori. Secondo il racconto degli autori, diversi studi cinematografici giudicarono il soggetto troppo audace, soprattutto per l'attrazione che la giovane madre prova per il figlio senza saperlo. Anche Zemeckis, reduce da due insuccessi al botteghino realizzati con Steven Spielberg come produttore esecutivo, esitava a chiedere di nuovo il suo aiuto. Fu il successo di All'inseguimento della pietra verde, nel 1984, a dargli la credibilità necessaria, e Spielberg, dopo aver letto la sceneggiatura, entrò nel progetto con la sua società Amblin, in collaborazione con la Universal. Il casting riservò però la sorpresa più grossa. Il primo candidato per il ruolo di Marty era Michael J. Fox, ma l'attore era impegnato con la serie televisiva Casa Keaton e non fu lasciato libero. Venne scelto Eric Stoltz, e le riprese cominciarono nel novembre 1984. Dopo circa cinque settimane Zemeckis e Gale si convinsero che il tono intenso e drammatico dell'attore soffocava la comicità del film, e fecero le concessioni necessarie per ottenere Fox. Da quel momento Fox lavorò sul set del film la sera, dopo aver girato Casa Keaton durante il giorno, concedendosi pochissime ore di sonno. Il film arrivò nelle sale appena nove settimane dopo la fine delle riprese, e dopo proiezioni di prova molto positive la data di uscita fu anticipata proprio al 3 luglio, per dare al titolo più tempo di rimanere in programmazione durante l'estate.
La DeLorean e la scienza del viaggio nel tempo
La macchina del tempo del film è un'automobile vera, la DeLorean DMC-12, costruita dalla casa fondata da John DeLorean in uno stabilimento nell'Irlanda del Nord e rimasta in produzione per pochissimo tempo, tra il 1981 e il 1982. La sua carrozzeria in acciaio inossidabile non verniciato e le portiere ad ali di gabbiano la rendevano inconfondibile, e il suo aspetto da astronave su ruote fu scelto dagli autori proprio per questo. Nelle prime versioni del copione il veicolo era in realtà un frigorifero, trasportato nel tempo dall'esplosione di una prova nucleare, ma gli autori preferirono un'automobile, più mobile e più scenografica, e anche meno pericolosa da imitare per i ragazzini che avrebbero potuto chiudersi negli elettrodomestici. La scelta ebbe conseguenze narrative decisive: per innescare il salto la vettura deve raggiungere le ottantotto miglia orarie, circa centoquarantadue chilometri orari, e questo obbliga i protagonisti a cercare rettilinei, rincorse e soluzioni sempre più ingegnose, trasformando la fisica in un motore dell'azione. Il dispositivo che rende possibile il viaggio, il flusso canalizzatore, richiede una potenza di 1,21 gigawatt, paragonabile a quella di un grande reattore nucleare. Nel primo film il carburante è il plutonio, e quando Marty rimane senza nel 1955 l'unica fonte capace di fornire tanta energia in un colpo solo è un fulmine. La scelta è meno assurda di quanto sembri: un fulmine sviluppa potenze di picco enormi per frazioni di millisecondo, e l'energia totale è dell'ordine di un miliardo di joule, all'incirca il consumo mensile di elettricità di una famiglia. Per questo la trovata dell'orologio colpito dal fulmine funziona così bene: l'orario è preciso, l'energia è plausibile, e il cavo steso tra i lampioni diventa un cronometro dell'ansia. Dal punto di vista della fisica reale, il viaggio nel tempo non è escluso in modo assoluto dalla teoria della relatività. Nel 1949 il matematico Kurt Gödel trovò soluzioni delle equazioni di Einstein con curve temporali chiuse in un universo in rotazione, e nel 1988 Kip Thorne e i suoi collaboratori discussero i cunicoli spaziotemporali attraversabili come possibili macchine del tempo. Il fisico russo Igor Novikov propose il principio di autoconsistenza, secondo cui il passato non può essere modificato in modo contraddittorio, mentre David Deutsch immaginò che ogni viaggio generi una linea temporale alternativa. Nel 1992 Stephen Hawking formulò infine la congettura della protezione cronologica, secondo cui le leggi della natura impedirebbero i paradossi. Il film non sceglie una teoria e non pretende di essere un trattato: usa una logica a geometria variabile, con la celebre fotografia di famiglia che sbiadisce per mostrare visivamente che il futuro di Marty è in pericolo, e questa elasticità è parte del suo fascino.
Il primo film: un meccanismo narrativo perfetto
Dal punto di vista della scrittura, Ritorno al futuro è un modello di economia narrativa: quasi ogni dettaglio mostrato nei primi venti minuti viene ripreso più avanti con un effetto diverso. Il volantino di una volontaria che raccoglie fondi per salvare la torre dell'orologio, con l'ora esatta del fulmine, le 22.04 di sabato 12 novembre 1955, è il bersaglio verso cui corre tutta la trama. Il centro commerciale Twin Pines, che nel 1985 si chiama Lone Pine Mall perché Marty nel 1955 investe un pino, mostra con una battuta come anche i piccoli gesti cambino il futuro. Il difetto di Marty, che non sopporta di essere chiamato codardo (nell'originale chicken) e si lancia in scelte avventate, sembra una trovata comica ma diventa l'ostacolo morale che dovrà superare. L'altra grande intuizione è il rovesciamento dei ruoli: Marty scopre che il padre George, timido e sottomesso al prepotente Biff, e la madre Lorraine, che da adulta è una donna disillusa, erano molto diversi da come li ricordava, e che il suo compito non è tornare a casa ma dare al padre il coraggio di diventare l'uomo che avrebbe potuto essere. Il pugno con cui George colpisce Biff al ballo scolastico, nella celebre serata dell'Incanto sotto il mare, è il vero finale emotivo del film. La commedia più audace nasce dal fatto che Lorraine si innamora del figlio: Zemeckis la gestisce con leggerezza, senza mai oltrepassare il limite, e trasforma un tabù in un motore comico. La scena in cui Marty suona Johnny B. Goode davanti a un pubblico del 1955 è invece un piccolo capolavoro di paradosso: il chitarrista Marvin Berry telefona al cugino Chuck, che incide il brano nel 1958, ma Marty lo ha imparato proprio da Chuck Berry, che lo ha inciso nel 1958, ma lo ha sentito da Marty. È una versione musicale del paradosso dell'autoconsistenza, detto anche paradosso dell'origine, e funziona perché viene presentata come una battuta. La colonna sonora di Alan Silvestri e la canzone The Power of Love di Huey Lewis and the News, che nell'estate 1985 raggiunse la prima posizione nella classifica americana, contribuirono a fissare nella memoria collettiva il ritmo del film. Gli Oscar confermarono l'accoglienza: una statuetta per il montaggio degli effetti sonori e candidature per sceneggiatura originale, canzone originale e sonoro. Una recensione onesta deve però ricordare anche i limiti: Jennifer, la fidanzata di Marty, è poco più di un'idea, e la scena in cui Biff aggredisce Lorraine nell'auto, risolta con un colpo comico di George, oggi viene letta con maggiore disagio rispetto al 1985. Sono segni del tempo che, in un film sul tempo, non sorprendono.
Parte II: il futuro, il paradosso e la linea temporale spezzata
Ritorno al futuro, Parte II arrivò nelle sale statunitensi il 22 novembre 1989 e riprende esattamente dove si chiudeva il primo film: Doc compare nel 1985 a bordo della DeLorean volante e trascina Marty e la fidanzata Jennifer al 21 ottobre 2015, per salvare il futuro figlio di Marty da un destino da carcerato. Nel ruolo di Jennifer, Elisabeth Shue prese il posto di Claudia Wells. Il futuro immaginato è un trionfo di invenzione visiva: skateboard volanti che si chiamano hoverboard, scarpe che si allacciano da sole, giacche che si asciugano da sole, videochiamate su schermi giganteschi, fax in ogni casa e un improbabile Squalo 19 olografico. Con il passare degli anni gli spettatori si sono divertiti a controllare le previsioni: il film aveva visto bene le videochiamate e gli schermi piatti, ma aveva sbagliato sulle auto volanti e sul destino della squadra di baseball dei Cubs, che nella finzione vincono le World Series del 2015, mentre nella realtà dovettero aspettare l'anno dopo. Il cuore del film è però la macchina narrativa costruita intorno a Biff. Il Biff anziano ruba la DeLorean e consegna a se stesso del 1955 un almanacco sportivo che copre gli anni dal 1950 al 2000, trasformando un bullo in un miliardario. Quando Marty e Doc tornano nel 1985 trovano una Hill Valley alternativa, dominata da un casinò di proprietà di Biff, con George morto nel 1973 e Lorraine costretta a sposare il nuovo padrone della città. La lavagna con cui Doc spiega la nascita di una linea temporale deviata è una delle scene più celebri della saga, e il resto del film è un'impresa quasi acrobatica: tornare ancora una volta nel 1955, durante il ballo del primo film, e recuperare l'almanacco evitando di incontrare se stessi. Le scene sono rigirate con gli stessi attori e le stesse inquadrature, usando telecamere a controllo di movimento che permisero a Michael J. Fox di interpretare anche più personaggi nella stessa scena, come nella cena familiare del 2015 in cui è Marty, il figlio Marty Junior e la figlia Marlene. Non tutto andò liscio: Crispin Glover, interprete di George, non tornò, e la produzione usò protesi su un altro attore e immagini di repertorio. Ne nacque una causa legale conclusa con un accordo, che spinse il sindacato degli attori a introdurre norme più severe sull'uso dell'immagine. Il film incassò circa trecentotrenta milioni di dollari, meno del primo, e fu giudicato più freddo e complicato. Con il tempo è stato rivalutato per l'audacia: è un film in cui il paradosso non è un trucco, ma il tema.
Parte III: il Vecchio West e la chiusura del cerchio
Ritorno al futuro, Parte III uscì il 25 maggio 1990, a pochi mesi dal secondo capitolo, perché le due pellicole furono girate una dietro l'altra. Prima della sua uscita, i primi due film avevano già incassato complessivamente quasi settecento milioni di dollari. Il terzo capitolo cambia completamente scenografia: Doc, scagliato dal fulmine nel 1885, vive nel Vecchio West come fabbro, e Marty deve riportarlo a casa prima che un pistolero di nome Buford Tannen, detto Mad Dog, lo uccida. Zemeckis e Gale trasformano il western in una cornice per riflettere sul destino: Marty, per non farsi riconoscere, si presenta con il nome di Clint Eastwood, e il film è pieno di omaggi al cinema western, compresa la scena in cui il protagonista usa il coperchio di un bidone per proteggersi dai colpi. Doc incontra Clara Clayton, un'insegnante interpretata da Mary Steenburgen, e si innamora: per la prima volta lo scienziato che aveva sempre inseguito il futuro si trova davanti un presente che vuole vivere. Il finale è una sequenza d'azione memorabile, girata anche con una vera locomotiva a vapore in una ferrovia storica della California: la DeLorean, priva di carburante, deve essere spinta dal treno fino a raggiungere le ottantotto miglia orarie prima che il binario finisca in un burrone. Il tema morale del film è semplice e potente: il futuro non è scritto, e ciascuno lo costruisce con le proprie scelte. Marty, che per tutta la saga ha reagito con rabbia alla parola codardo, nella scena finale sceglie di ignorare la provocazione, e così rompe il filo che lo avrebbe portato a un incidente nel futuro. Il lieto fine si chiude con una trovata gentile: Doc torna con una locomotiva volante, con la moglie Clara e i figli Jules e Verne, nomi che omaggiano lo scrittore Jules Verne, e saluta Marty con un messaggio rivolto a tutti gli spettatori. Il terzo film incassò circa duecentoquarantacinque milioni di dollari, il meno dei tre, ma oggi molti lo considerano il più dolce e il più coerente con il cuore umano della storia.
I tre film a confronto
Ogni capitolo ha un'idea del tempo diversa: nel primo il passato va riparato, nel secondo il futuro può essere corrotto, nel terzo il destino si scrive da soli. La tabella riassume le tre tappe della saga; gli incassi sono valori arrotondati e variano leggermente a seconda delle fonti.
| Film | Anno di uscita | Epoca visitata | Idea del tempo | Incasso mondiale |
| Ritorno al futuro | 1985 | 1955 | Il passato da riparare | circa 380 milioni di dollari |
| Ritorno al futuro, Parte II | 1989 | 2015 e 1985 alternativo | Il futuro che si corrompe | circa 330 milioni di dollari |
| Ritorno al futuro, Parte III | 1990 | 1885 | Il destino che si scrive da soli | circa 245 milioni di dollari |
Un'eredità che attraversa il tempo
L'influenza della saga è andata ben oltre il cinema. Nel gennaio 1986 il presidente Ronald Reagan citò la frase del film sulle strade che dove si va non servono nel discorso sullo stato dell'Unione, dimostrando quanto la battuta fosse entrata nel linguaggio comune. Nel 2007 il primo film è stato scelto per la conservazione nel Registro nazionale dei film della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, un riconoscimento riservato alle opere considerate culturalmente significative. Il marchio si è esteso in una serie animata trasmessa dalla rete CBS tra il 1991 e il 1992, in un'attrazione nei parchi Universal rimasta aperta dal 1991 al 2007 e in un musical teatrale debuttato nel 2020. Ogni anno il 21 ottobre i fan celebrano il Back to the Future Day, la data in cui nel secondo film arrivano i protagonisti dal 1985. C'è però una ragione più profonda per cui la saga continua a funzionare: unisce una struttura narrativa quasi matematica a una domanda intima, universale, che ciascuno di noi si è posto almeno una volta. Come erano i miei genitori prima di diventare i miei genitori? E se potessi parlare con loro da coetaneo, li capirei meglio? Le risposte del film sono quelle di una commedia, ma proprio per questo toccano nel segno: i genitori di Marty non sono eroi, sono persone fragili che hanno bisogno di coraggio, e Marty impara che il tempo non si cambia con una macchina ma con le scelte. Visto oggi, il film racconta anche un'altra distanza: gli anni ottanta guardano gli anni cinquanta con nostalgia, e noi guardiamo gli anni ottanta con la stessa nostalgia, così che la saga è diventata essa stessa una macchina del tempo. Le sue debolezze, dai personaggi femminili sottosviluppati alle incongruenze della linea temporale, sono reali ma non intaccano il risultato complessivo: tre film molto diversi tra loro, uniti da una fiducia contagiosa nella possibilità di cambiare le cose.
Ritorno al futuro funziona perché non pretende di spiegare il tempo, ma lo usa per parlare di noi: di quanto siamo condizionati dalle storie dei nostri genitori, di quanto il coraggio sia una scelta quotidiana e di quanto il futuro, come dice Doc nel finale, non sia ancora stato scritto. Resta una delle poche saghe capaci di far ridere, commuovere e riflettere nello stesso momento, e di invecchiare con grazia, diventando con gli anni più bella e più malinconica, come tutte le cose che parlano del passato.
Fotografie del 20/03/2024
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