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Tre guerre di indipendenza italiane: un’indagine militare, diplomatica e politica (1848-1866)
Di Alex (del 19/04/2026 @ 10:00:00, in Storia Contemporanea, letto 259 volte)
Battaglia di Solferino del 1859 con cariche di cavalleria e fanteria nell’Italia risorgimentale
Il processo di unificazione nazionale italiana (Risorgimento) rappresenta una cesura fondamentale nella storia europea. Questo articolo analizza le tre guerre di indipendenza (1848-1849, 1859, 1866), sviscerando premesse politiche, svolgimenti tattico-strategici, ricadute geopolitiche e il dibattito storiografico che ha decostruito l’epopea risorgimentale. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
La prima guerra di indipendenza (1848-1849): l’illusione neoguelfa, il fallimento federale e la disfatta sabauda
La deflagrazione della Prima Guerra di Indipendenza fu il portato diretto dell’ondata rivoluzionaria che scosse l’Europa nel 1848, la “Primavera dei popoli”. L’ordine del Congresso di Vienna mostrò la sua obsolescenza di fronte alle rivendicazioni costituzionali e nazionaliste. Nella penisola italiana, il malcontento verso il dispotismo asburgico nel Regno Lombardo-Veneto trovò linfa nelle riforme di alcuni sovrani, in primis Papa Pio IX, che suscitò speranze negli ambienti del moderatismo neoguelfo. Il culmine della tensione esplose nel marzo 1848: il 17 marzo Venezia insorse con Daniele Manin, proclamando la rinascita della Repubblica di San Marco; tra il 18 e il 22 marzo, le “Cinque Giornate di Milano” costrinsero il feldmaresciallo Josef Radetzky ad abbandonare la capitale lombarda.
Di fronte al collasso del potere asburgico, il sovrano del Regno di Sardegna, Carlo Alberto di Savoia, dichiarò guerra all’Austria il 23 marzo 1848. Le motivazioni furono eterogenee: la pressione dei movimenti liberali e democratici, la secolare aspirazione sabauda ad allargare i confini verso la pianura padana, e il timore che il Lombardo-Veneto potesse trasformarsi in un epicentro di agitazione repubblicana mazziniana. Nelle fasi iniziali, il conflitto assunse i contorni di una guerra d’indipendenza nazionale e federale, con l’adesione di contingenti militari del Papa, del Granduca di Toscana e del Re delle Due Sicilie. Tuttavia, il 29 aprile 1848, Papa Pio IX con l’allocuzione Non semel ritirò le proprie truppe, seguito il 15 maggio da Ferdinando II di Borbone. Nonostante la disobbedienza di comandanti come Giovanni Durando e Guglielmo Pepe, l’esercito piemontese mostrò pesanti limiti logistici e tattici, permettendo a Radetzky di asserragliarsi nel Quadrilatero (Mantova, Peschiera, Verona, Legnago). La lentezza piemontese fu punita nella prima battaglia di Custoza (23-25 luglio 1848), che costrinse Carlo Alberto all’armistizio di Salasco (9 agosto 1848).
La ripresa delle ostilità il 20 marzo 1849 si risolse in un disastro: il 23 marzo l’esercito sabaudo fu annientato a Novara. Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, e la pace di Milano (10 agosto 1849) sancì la vittoria dell’Austria senza modifiche territoriali. Tuttavia, il fallimento lasciò in eredità un dato politico inequivocabile: il federalismo neoguelfo era un’utopia morta, e il Piemonte sabaudo, avendo mantenuto lo Statuto Albertino, si configurava come l’unico baluardo per le future aspirazioni unitarie.
La seconda guerra di indipendenza (1859): la diplomazia cavouriana, i trattati segreti e il prezzo del sangue
Il decennio di preparazione (1849-1859) fu dominato dall’ascesa di Camillo Benso, conte di Cavour. Egli comprese che la questione italiana doveva diventare un nodo cruciale del grande gioco diplomatico europeo, ricercando un alleato di prima grandezza. Cavour modernizzò l’economia piemontese, sviluppò le ferrovie, e consolidò il proprio potere attraverso il “connubio” con Urbano Rattazzi. Sul piano internazionale, partecipò alla Guerra di Crimea (1855), ottenendo un seggio al Congresso di Parigi del 1856, dove denunciò l’oppressione austriaca. Il capolavoro della Realpolitik cavouriana furono gli Accordi segreti di Plombières (21 luglio 1858) con Napoleone III: un’alleanza difensiva che prevedeva l’intervento francese in caso di aggressione austriaca, e in caso di vittoria la cessione della Savoia e di Nizza alla Francia.
Cavour mise in atto una campagna di provocazioni al confine, con mobilitazioni militari e il corpo di volontari dei “Cacciatori delle Alpi” di Giuseppe Garibaldi. L’Austria cadde nella trappola e inviò un ultimatum il 23 aprile 1859, respinto da Cavour. La guerra fu caratterizzata da battaglie feroci. Il 4 giugno 1859, la Battaglia di Magenta permise alle truppe franco-sarde di entrare a Milano. Il momento decisivo fu la Battaglia di Solferino e San Martino (24 giugno 1859), la più colossale del Risorgimento: su un fronte sterminato, Napoleone III e Vittorio Emanuele II sconfissero gli austriaci, ma con perdite apocalittiche (quasi 40.000 uomini tra morti e feriti). L’imprenditore svizzero Henry Dunant, scioccato dalla carneficina, pose le basi per la Croce Rossa e la Prima Convenzione di Ginevra (1864).
Nonostante la vittoria, Napoleone III firmò l’Armistizio di Villafranca (11-12 luglio 1859) a causa del timore di un intervento prussiano e dell’esaurimento delle truppe. L’Austria cedette solo la Lombardia alla Francia, che la “donò” al Piemonte. Il Veneto rimase all’Austria. Cavour, furioso, si dimise. Tuttavia, i moti popolari nei ducati e in Romagna portarono a plebisciti di annessione al Regno di Sardegna. Cavour, tornato al governo, barattò con Napoleone III l’annessione dell’Italia centrale in cambio della cessione di Nizza e Savoia, preparando le premesse per la Spedizione dei Mille e la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861.
La terza guerra di indipendenza (1866): la fallimentare campagna regia, i disastri militari e l’uso pragmatico della diplomazia
Con la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861), mancavano all’appello Roma (difesa dai francesi) e il Veneto, il Trentino e la Venezia Giulia (in mano all’Austria). L’occasione si manifestò con la politica di potenza del cancelliere prussiano Otto von Bismarck. Il Trattato di Berlino (aprile 1866) sancì l’alleanza italo-prussiana: l’Italia avrebbe attaccato l’Austria sul fronte meridionale mentre la Prussia attaccava a nord. In cambio, l’Italia avrebbe ottenuto il Veneto. Sul piano militare, l’esercito italiano era numericamente superiore (220.000 regolari più 38.000 garibaldini contro i 61.000 dell’armata austriaca al comando dell’Arciduca Alberto d’Asburgo). Tuttavia, il vantaggio fu vanificato da una struttura di comando disfunzionale e rivalità tra i generali La Marmora e Cialdini.
La campagna terrestre si aprì il 20 giugno 1866. Il 24 giugno, l’esercito di La Marmora fu sconfitto nella seconda Battaglia di Custoza. L’unico successo militare fu firmato da Giuseppe Garibaldi in Trentino, con la vittoria nella Battaglia di Bezzecca (21 luglio 1866). Sul mare, la Regia Marina, nonostante la superiorità navale, fu annientata dall’ammiraglio austriaco Wilhelm von Tegetthoff nella Battaglia di Lissa (20 luglio 1866), dove la corazzata Re d’Italia fu speronata e colata a picco. La Prussia sconfisse l’Austria a Sadowa (3 luglio 1866), costringendo l’impero alla resa. L’Italia dovette piegarsi: l’armistizio di Cormons (12 agosto 1866) e il Trattato di Vienna (3 ottobre 1866) sancirono la cessione del Veneto all’Italia, ma attraverso la mediazione di Napoleone III. Il Trentino, Trieste e l’Istria rimasero all’Austria. Garibaldi, ricevuto l’ordine di evacuare il Trentino, rispose con il celebre telegramma: “Obbedisco”.
L’epilogo: la breccia di porta pia e la questione romana
Roma e il Lazio rimanevano sotto il Papa, protetti da Napoleone III. Nel 1870, lo scoppio della guerra franco-prussiana costrinse la Francia a ritirare le sue truppe. Il 20 settembre 1870, l’esercito italiano al comando del generale Raffaele Cadorna aprì la breccia di Porta Pia ed entrò in Roma. Il Papa Pio IX si dichiarò prigioniero politico. Nel 1871, Roma fu proclamata capitale d’Italia. Il Papa emanò il decreto “Non Expedit” (1874), che vietava ai cattolici di partecipare alla vita politica del Regno d’Italia, un divieto che rimase in vigore fino ai Patti Lateranensi del 1929. La “questione romana” segnò per decenni il rapporto tra Stato e Chiesa, acuendo la frattura tra il nuovo Regno e le masse cattoliche.
Conclusioni analitiche e dibattito storiografico: l’anatomia di un’unificazione critica
La storiografia successiva ha decostruito il mito risorgimentale. L’ideologia mazziniana (repubblicana e democratica) si scontrò con il pragmatismo laico e realpolitik di Cavour, che utilizzò il “spauracchio rivoluzionario” per ottenere l’appoggio delle cancellerie europee. Antonio Gramsci, nei “Quaderni del carcere”, formulò il concetto di “rivoluzione passiva”: l’unificazione fu una “rivoluzione senza rivoluzione”, gestita dall’alto dalla classe dirigente piemontese, che neutralizzò il Partito d’Azione e non mobilitò le masse contadine, cristallizzando la “Questione Meridionale”. La storiografia liberale ha visto contrapposti Rosario Romeo (difensore del primato del progresso macro-economico borghese) e Denis Mack Smith (critico feroce dell’autoritarismo cavouriano e delle debolezze democratiche del nuovo Stato). L’unificazione italiana, completata nel sangue e nelle trincee della Prima Guerra Mondiale (la “Quarta Guerra d’Indipendenza”), rimane un evento complesso, segnato da eroismo, diplomazia spregiudicata, imperizia militare e profonde fratture sociali irrisolte.
Il tricolore bagnato nel fango dell’imperizia dei comandi e nei tradimenti delle classi dominanti è per lo storico contemporaneo lo spunto di perigliosi richiami alle fratture odierne del sistema: un successo geopolitico pagato dai vinti in un silenzio d’oblio secolare.
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