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Eurypharynx pelecanoides, il pesce pellicano degli abissi oceanici
Di Alex (del 10/06/2026 @ 12:00:00, in Amici animali, letto 64 volte)
[🔍 CLICCA PER INGRANDIRE]
Eurypharynx pelecanoides con la bocca dilatata nelle profondità scure
Eurypharynx pelecanoides con la bocca dilatata nelle profondità scure
Nelle oscurità oceaniche oltre i duemila metri vive un predatore dall'aspetto quasi alieno: l'Eurypharynx pelecanoides, noto come pesce pellicano, un'anguilliforme abissale dotato di mascelle enormi collegate a un sacco gulare dilatabile capace di inghiottire prede più grandi del suo stesso corpo. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.


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Anatomia estrema e meccanismi di predazione
I primi esemplari di Eurypharynx pelecanoides vennero raccolti durante la spedizione Challenger del 1872-1876, ma le reti a strascico dell'epoca restituirono soltanto brandelli di tessuto gelatinoso che resero quasi impossibile ricostruirne la morfologia completa. Soltanto con l'avvento dei sommergibili a controllo remoto e delle telecamere ad alta sensibilità si è potuto osservare dal vivo questo abitante degli abissi, che vive tra i 500 e i 3000 metri di profondità, benché gli avvistamenti più frequenti si concentrino nella zona batipelagica, oltre i 2000 metri, dove la pressione supera le duecento atmosfere e la temperatura dell'acqua oscilla tra i due e i quattro gradi centigradi. L'elemento anatomico più vistoso è la bocca, che in proporzione al corpo è la più grande dell'intero regno animale: le mascelle, lunghe e sottili, sono collegate a una sacca gulare estensibile formata da una membrana di collagene e fibre elastiche, capace di espandersi fino a contenere un volume d'acqua pari a quattro o cinque volte il volume corporeo dell'animale. Quando il pesce pellicano individua una preda, spesso crostacei planctonici, piccoli cefalopodi o altri pesci abissali di dimensioni anche superiori alle sue, nuota in direzione del bersaglio e spalanca la bocca come una rete a strascico vivente, inghiottendo la preda insieme a una grande quantità d'acqua. Una volta richiusa la bocca, l'acqua viene espulsa lentamente attraverso le branchie, mentre la preda rimane intrappolata nel sacco gulare e viene gradualmente spinta verso lo stomaco, che è a sua volta altamente elastico e capace di distendersi per accogliere organismi di taglia considerevole. L'intero processo, dalla rilevazione della preda all'ingestione completa, può durare meno di due secondi, un tempo straordinariamente breve per un predatore che si muove in un ambiente dove la scarsità di cibo impone di non lasciarsi sfuggire alcuna occasione.

La struttura scheletrica è ridotta al minimo: la colonna vertebrale è flessibile e le pinne pettorali sono minuscole, mentre la pinna dorsale si estende per quasi tutta la lunghezza del corpo, conferendo all'animale un movimento ondulatorio elegante ma poco efficiente in termini di velocità pura. Per compensare, il pesce pellicano ha sviluppato un sistema sensoriale basato su neuromasti della linea laterale ipertrofizzati, che gli consentono di percepire le vibrazioni prodotte dalle prede anche a distanza di diversi metri in un ambiente privo di luce. La bocca, quando è chiusa, appare sproporzionata ma non mostruosa: le mascelle si ripiegano su sé stesse e la sacca gulare si comprime contro il ventre, dando all'animale un profilo affusolato che riduce la resistenza idrodinamica. Durante le rare osservazioni dirette, i biologi hanno notato che il pesce pellicano è in grado di emettere una debole bioluminescenza bluastra dalla punta della coda, probabilmente utilizzata come esca per attirare le prede verso la bocca, un comportamento comune a molti predatori abissali come il melanoceto. La riproduzione rimane avvolta nel mistero: non sono mai stati osservati accoppiamenti né uova fecondate, e si ipotizza che le larve attraversino uno stadio leptocefalo simile a quello delle anguille, durante il quale migrano verso strati d'acqua meno profondi per nutrirsi di plancton prima di ridiscendere negli abissi.

Adattamenti metabolici e ruolo ecologico nell'ecosistema profondo
Vivere a duemila metri di profondità significa fare i conti con una disponibilità di cibo che dipende quasi esclusivamente dalla neve marina, cioè la pioggia continua di particelle organiche provenienti dagli strati superficiali illuminati dal sole. In questo contesto, l'Eurypharynx pelecanoides ha adottato una strategia metabolica estrema: il suo tasso metabolico basale è tra i più bassi mai misurati in un vertebrato, inferiore a 0,05 millilitri di ossigeno per grammo di peso corporeo all'ora, il che gli consente di sopravvivere per settimane o mesi con un singolo pasto abbondante. I tessuti muscolari sono ricchi di lipidi a catena lunga e poveri di mitocondri, un adattamento che privilegia la riserva energetica a discapito della potenza muscolare immediata. Le proteine enzimatiche presentano modifiche strutturali che le rendono resistenti alla denaturazione da pressione, grazie a un maggior numero di legami idrogeno e ponti salini tra i domini proteici, un meccanismo comune a molti pesci abissali. Il ruolo ecologico del pesce pellicano è quello di un predatore opportunista di medio livello trofico, che trasferisce energia dal plancton e dal micronekton verso i grandi predatori abissali come gli squali di profondità e i capodogli, i cui stomaci talvolta restituiscono esemplari parzialmente digeriti di Eurypharynx. La sua presenza, seppur rara, è un indicatore della salute delle catene alimentari profonde, minacciate dall'acidificazione oceanica e dall'accumulo di microplastiche che oggi raggiungono anche le fosse oceaniche più remote.

L'Eurypharynx pelecanoides dimostra come l'evoluzione sappia plasmare soluzioni anatomiche estreme per sopravvivere in uno degli ambienti più ostili del pianeta, ricordandoci quanto poco conosciamo ancora degli abissi.

 
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