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La storia di Israele, tutte le crisi passate e focus su Netanyahu
Di Alex (del 23/04/2026 @ 16:00:00, in Storia Contemporanea, letto 50 volte)
🔍 Israele, Netanyahu, proteste e simboli delle lobby ebraiche negli Stati Uniti
Israele, Netanyahu, proteste e simboli delle lobby ebraiche negli Stati Uniti

Dal 1948 a oggi, Israele ha attraversato crisi politiche e guerre continue. Benjamin Netanyahu, leader divisivo, è sotto condanne internazionali. Le lobby ebraiche influenzano l’agenda di Trump. Perché Cina e Russia restano fuori dai conflitti in Libano, Palestina e Stretto di Ormuz? LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

Le origini di israele e le crisi storiche
La nascita di Israele nel 1948 fu un evento spartiacque per il Medio Oriente, segnato dalla guerra arabo-israeliana e dall’esodo palestinese noto come Nakba. Da allora, il piccolo Stato ebraico ha dovuto affrontare numerosi conflitti: la guerra dei Sei Giorni nel 1967, la guerra dello Yom Kippur nel 1973, le due intifade palestinesi e le guerre a Gaza del 2008-2009, 2014 e 2021. Ogni crisi ha lasciato cicatrici profonde nella società israeliana, divisa tra laici e religiosi, tra chi cerca la pace a ogni costo e chi punta sulla sicurezza militare. La mancata soluzione dei due Stati, il continuo insediamento nei territori occupati della Cisgiordania e il blocco di Gaza hanno creato una tensione permanente. A ciò si aggiungono le crisi politiche interne: dal 2019 al 2022 Israele ha vissuto quattro elezioni anticipate, paralizzando il parlamento (Knesset) e alimentando la sfiducia popolare. Le spaccature riguardano anche il sistema giudiziario, con massicce proteste contro le riforme volute dal governo Netanyahu nel 2023, percepite come un attacco alla democrazia. In questo quadro instabile, il paese ha dovuto gestire anche rapporti complicati con gli Stati Uniti, l’Europa e i vicini arabi, culminati negli Accordi di Abramo del 2020 con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco. Tuttavia, la normalizzazione con alcune nazioni arabe non ha risolto il conflitto con i palestinesi, anzi ha spesso inasprito le posizioni dei movimenti islamisti come Hamas e Hezbollah. Ogni crisi passata ha mostrato la vulnerabilità israeliana, ma anche la sua straordinaria capacità di resilienza tecnologica e militare, sostenuta da un forte apparato di intelligence e da una difesa civile avanzata come il sistema Iron Dome. Nonostante i progressi, la mancanza di una soluzione politica duratura continua a generare cicli di violenza che esplodono periodicamente, coinvolgendo attori esterni come l’Iran, la Siria e le milizie sciite in Libano.

Benjamin netanyahu: ascesa, condanne internazionali e lobby ebraiche
Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo di Israele (1996-1999 e 2009-2021, poi di nuovo dal 2022), è una figura controversa. Da un lato, è celebrato per la crescita economica e gli Accordi di Abramo; dall’altro, è accusato di corruzione, frode e abuso di fiducia in tre diversi casi giudiziari (Caso 1000, 2000 e 4000). Nel 2020 è diventato il primo premier israeliano a essere processato mentre era in carica. A livello internazionale, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha avviato un’indagine nel 2021 su presunti crimini di guerra nei territori palestinesi, inclusi gli insediamenti illegali e l’uso sproporzionato della forza contro i civili a Gaza. Sebbene Israele non riconosca la giurisdizione della CPI, molti stati membri dell’Onu hanno chiesto azioni concrete. Nel 2024, la CPI ha richiesto un mandato di arresto per Netanyahu insieme al leader di Hamas, suscitando indignazione in Israele e sostegno critico in Europa. Oltre alle accuse penali, Netanyahu ha sempre fatto leva sul sostegno delle lobby filoisraeliane negli Stati Uniti, in particolare l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e il Christian United for Israel (CUFI). Queste organizzazioni esercitano una pressione immensa sul Congresso americano, promuovendo leggi contro il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) e garantendo pacchetti di aiuti militari record, come il memorandum da 38 miliardi di dollari firmato nel 2016. Durante la presidenza Trump, l’influenza di queste lobby è culminata nel trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, nel riconoscimento delle alture del Golan come territorio israeliano e nel silenzio sugli insediamenti. Molti critici sostengono che le lobby ebraiche, attraverso donazioni elettorali e gruppi di pensiero come il Washington Institute for Near East Policy, dettino l’agenda mediorientale americana, limitando la libertà d’azione dei presidenti democratici e repubblicani. Questo controllo percepito alimenta teorie antisemite e antisioniste, ma è innegabile che senza tale rete di potere, la posizione degli Stati Uniti sarebbe meno sbilanciata a favore di Israele. Netanyahu ha saputo coltivare personalmente questi legami, stringendo amicizie con miliardari come Sheldon Adelson e intervenendo direttamente al Congresso nel 2015 contro l’accordo nucleare iraniano voluto da Obama, dimostrando fino a che punto possa spingersi l’ingerenza israeliana nella politica estera americana.

Perché cina e russia non intervengono in libano, palestina e stretto di ormuz?
A prima vista, Cina e Russia sembrano spettatori passivi dei conflitti in Medio Oriente, inclusa la guerra a Gaza, le tensioni tra Israele e Hezbollah in Libano, e la crisi dello Stretto di Ormuz, dove l’Iran minaccia il traffico petrolifero. In realtà, entrambe le potenze seguono strategie precise che evitano un intervento diretto. Per la Russia, la priorità è la guerra in Ucraina: qualsiasi dispiegamento militare in Medio Oriente indebolirebbe le sue risorse. Mosca ha ottimi rapporti con Israele (grazie alla comunità russofona in Israele e agli accordi di coordinamento in Siria) e con l’Iran (suo alleato contro gli Stati Uniti). Un intervento per fermare la guerra in Libano o Palestina la metterebbe in conflitto con una delle due parti, danneggiando la sua posizione di mediatrice. Inoltre, la Russia sfrutta il caos mediorientale per distrarre l’Occidente e aumentare il prezzo del petrolio, vantaggioso per la sua economia. Per quanto riguarda la Cina, il principio di non ingerenza negli affari interni è sacro: Pechino non invia mai truppe all’estero se non per missioni Onu di peacekeeping. La Cina dipende energeticamente dallo Stretto di Ormuz, da cui passa gran parte del petrolio saudita e iracheno, ma preferisce usare la diplomazia economica e la mediazione, come ha fatto tra Arabia Saudita e Iran nel marzo 2023. Una liberazione armata dello Stretto di Ormuz sarebbe una dichiarazione di guerra all’Iran, alleato economico di Pechino nell’ambito della Belt and Road Initiative. Inoltre, sia Cina che Russia ritengono che il caos in Medio Oriente indebolisca l’egemonia americana, costringendo Washington a disperdere le proprie forze tra Ucraina, Asia Pacifico e Medioriente. Perciò, il loro non intervento è funzionale a logiche geopolitiche di lungo termine. Nel caso dello Stretto di Ormuz, Teheran minaccia periodicamente di bloccarlo in risposta alle sanzioni occidentali, ma Cina e Russia preferiscono accordi bilaterali per garantire il passaggio delle loro navi, senza bisogno di interventi militari che innescherebbero una guerra regionale devastante. Così, mentre l’Occidente chiede azioni, Pechino e Mosca continuano a giocare su due tavoli: sostegno politico all’Iran e alla Palestina, ma nessuna mossa concreta che alteri gli equilibri di potere attuali.

In conclusione, la storia di Israele è un intreccio di crisi mai risolte, con Netanyahu figura centrale e controversa, sostenuto da potenti lobby negli Stati Uniti che condizionano l’agenda di Trump. Cina e Russia, lungi dall’essere neutrali, calcolano strategicamente il loro disimpegno militare per preservare i propri interessi economici e indebolire l’Occidente, lasciando il Medio Oriente in una perpetua instabilità che rischia di esplodere nuovamente in qualsiasi momento.

 
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