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Di seguito gli articoli e le fotografie pubblicati nella giornata richiesta.
Articoli del 17/02/2026
Di Alex (pubblicato @ 13:00:00 in Storia delle scoperte mediche, letto 16 volte)
Fiala di insulina e siringa, la scoperta di Banting e Best nel 1921 che trasformò il diabete di tipo 1 da condanna a morte a malattia gestibile
Prima del 1921 il diabete di tipo 1 era una condanna a morte. Frederick Banting e Charles Best a Toronto isolarono l'insulina, trasformando una malattia fatale in una patologia gestibile e aprendo la strada all'endocrinologia moderna. Una delle più grandi scoperte della medicina. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Prima dell'insulina: il diabete come condanna a morte
Prima del 1921, una diagnosi di diabete mellito di tipo 1 era, in quasi tutti i casi, una sentenza di morte. I pazienti, prevalentemente bambini e giovani adulti, sviluppavano una progressiva perdita di peso, sete intensa, poliuria, debolezza estrema e infine chetoacidosi, il processo biochimico in cui il corpo, privato del glucosio intracellulare, inizia a metabolizzare i grassi producendo corpi chetonici tossici. In assenza di insulina le cellule non riescono ad assorbire il glucosio dal sangue anche quando la glicemia è altissima: è un paradosso metabolico devastante, l'abbondanza intorno a una fame cellulare assoluta. I medici dell'epoca sapevano che il pancreas era coinvolto nel meccanismo: la correlazione tra danni pancreatici e diabete era nota dal 1889 grazie agli esperimenti di von Mering e Minkowski sui cani. Ma isolare il principio attivo prodotto dal pancreas, senza che venisse distrutto dagli enzimi digestivi dello stesso organo durante l'estrazione, era un problema tecnico che aveva resistito a decenni di tentativi falliti.
Banting, Best e Collip: l'estate che cambiò la medicina
Frederick Grant Banting era un giovane chirurgo canadese di 29 anni, senza esperienza nella ricerca scientifica, quando nel 1920 lesse un articolo sul pancreas e gli venne l'idea che avrebbe cambiato la storia della medicina. La sua intuizione era semplice: legare il dotto pancreatico dei cani con un filo chirurgico per far degenerare le cellule acinose che producevano gli enzimi digestivi, risparmiando le isole di Langerhans che producevano il principio ipoglicemizzante. Presentò l'idea al professor John Macleod dell'Università di Toronto, che gli concesse un laboratorio, 10 cani e un assistente: Charles Herbert Best, studente di 22 anni. Tra maggio e ottobre del 1921, Banting e Best effettuarono gli esperimenti, legando i dotti pancreatici, attendendo la degenerazione degli acini, estraendo il pancreas e preparando un estratto acquoso che iniettarono in cani resi diabetici con la pancreasectomia. I risultati furono eclatanti: la glicemia dei cani crollava dopo l'iniezione. Il biochimico James Collip purificò successivamente l'estratto per renderlo idoneo all'uso umano.
Leonard Thompson: il primo paziente della storia
Il 11 gennaio 1922 Leonard Thompson, un ragazzo di 14 anni di Toronto ricoverato in ospedale in stato di grave chetoacidosi e con pochi giorni di vita stimati dai medici, ricevette la prima iniezione di insulina nella storia umana. La prima dose, ancora impura, produsse una reazione allergica che obbligò Collip a ripurificare l'estratto per una settimana. Il 23 gennaio Thompson ricevette la seconda iniezione dell'insulina purificata da Collip: i risultati furono straordinari. La glicemia si normalizzò, i chetoni scomparvero dalle urine, il ragazzo riprese a mangiare e a recuperare forza. Thompson sarebbe vissuto fino ai 27 anni, fino al 1935, morendo per cause non legate al diabete: la scoperta dell'insulina gli aveva regalato 13 anni di vita. Le notizie dalla clinica di Toronto si diffusero rapidamente nella comunità medica internazionale. Medici da tutto il Nord America portarono a Toronto i loro pazienti morenti. La scena descritta dai cronisti dell'epoca era quasi miracolistica: bambini e giovani in stato di coma diabetico che si risvegliavano dopo l'iniezione e chiedevano da mangiare.
Il meccanismo biologico: come l'insulina regola il metabolismo
L'insulina è un ormone polipeptidico prodotto dalle cellule beta delle isole di Langerhans nel pancreas, in risposta all'aumento della glicemia dopo un pasto. La sua funzione centrale è quella di segnalare alle cellule del corpo, specialmente quelle muscolari, adipose e epatiche, di aprire i loro trasportatori del glucosio (GLUT4) e di assorbire il glucosio circolante nel sangue. Questo processo abbassa la glicemia e fornisce energia alle cellule. In assenza di insulina, come accade nel diabete di tipo 1, le cellule beta vengono distrutte da un processo autoimmune, i trasportatori GLUT4 rimangono inattivi e il glucosio non può entrare nelle cellule nonostante sia abbondante nel sangue. Il fegato, interpretando la situazione come uno stato di digiuno, inizia a produrre ulteriore glucosio (gluconeogenesi) e corpi chetonici, aggravando la chetoacidosi. L'insulina regola anche il metabolismo dei grassi e delle proteine, inibendo la lipolisi e favorendo la sintesi proteica: è un ormone anabolico di importanza sistemica, non semplicemente un regolatore della glicemia.
Il Nobel e le controversie: un premio con ombre
Il Premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina del 1923 fu assegnato a Frederick Banting e a John Macleod. La scelta generò immediatamente polemiche: Banting era furioso per l'esclusione di Charles Best e per l'inclusione di Macleod, che aveva avuto a suo avviso un ruolo marginale nella scoperta effettiva. Banting divise pubblicamente il suo premio in denaro con Best; Macleod fece altrettanto con Collip. La controversia sulla paternità della scoperta ha accompagnato la storia dell'insulina per decenni e continua a essere dibattuta dagli storici della medicina. Best non ricevette mai il Nobel nonostante la sua fondamentale partecipazione agli esperimenti del 1921. La purificazione di Collip fu essenziale per rendere il farmaco sicuro per l'uso umano, e anche il suo contributo è stato storicamente sottovalutato. La vicenda è un esempio classico di come la macchina dei premi e dei riconoscimenti scientifici spesso semplifichi e distorca storie di scoperte che sono inevitabilmente collettive.
L'insulina oggi: dalla scoperta alle biotecnologie
Nei cento anni trascorsi dalla scoperta di Banting e Best, l'insulina ha subito trasformazioni tecnologiche radicali. Fino agli anni Ottanta del Novecento, l'insulina utilizzata in terapia era estratta dal pancreas di bovini e suini, con le limitazioni immunologiche e produttive legate a questa origine animale. Nel 1982 fu approvata dall'FDA americana la prima insulina umana ricombinante prodotta con tecnologia del DNA ricombinante: il gene dell'insulina umana fu inserito in batteri Escherichia coli, che iniziarono a produrre la molecola identica a quella umana in quantità illimitate. Oggi le insuline disponibili includono formulazioni a rapida azione (analoghi dell'insulina), a lunga durata (basali) e premiscelate, consentendo regimi terapeutici sempre più personalizzati. I sistemi di somministrazione si sono evoluti dai semplici iniettori alle penne per insulina, fino ai microinfusori sottocutanei e ai sistemi a circuito chiuso (pancreas artificiale) che integrano il monitoraggio continuo della glicemia con la somministrazione automatica dell'insulina.
La storia dell'insulina è la storia di una delle più grandi vittorie della medicina sperimentale del XX secolo: un'intuizione di un giovane chirurgo senza esperienza, un laboratorio preso in prestito, dieci cani e un assistente ventunenne. Da quella piccola stanza di Toronto nel 1921 è partita una rivoluzione terapeutica che ha salvato centinaia di milioni di vite e trasformato per sempre la nostra comprensione del metabolismo umano. Un promemoria che la scienza più importante non nasce sempre nei grandi laboratori con i grandi budget, ma a volte nella mente di chi si fa la domanda giusta al momento giusto.
Di Alex (pubblicato @ 12:00:00 in Meraviglie Naturali Recondite, letto 29 volte)
Il Cerro San Lorenzo in Patagonia Argentina, pareti di granito verticali e ghiacciai sospesi nella cima più imponente della regione
Il Cerro San Lorenzo è la montagna più imponente della Patagonia argentina. Pur non raggiungendo i 4.000 metri, le sue pareti di granito verticali e i ghiacciai sospesi le hanno guadagnato il soprannome di "cima himalayana" del Sud America. Un gigante selvaggio e poco esplorato. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Un gigante nell'ombra del Fitz Roy
Il Cerro San Lorenzo si trova nella Patagonia argentina, nel dipartimento di Lago Buenos Aires della provincia di Santa Cruz, a poca distanza dal confine cileno. Con i suoi 3.706 metri di quota, è la vetta più alta della regione patagonicca settentrionale e la seconda montagna più alta della Patagonia dopo il Monte San Valentín in Cile. La sua fama è stata a lungo eclissata dalla notorietà del Cerro Fitz Roy e delle Torri del Paine, destinazioni iconiche del turismo alpinistico internazionale. Eppure tra gli alpinisti esperti il San Lorenzo gode di una reputazione diversa: non è una montagna bella e fotogenica come il Fitz Roy, è una montagna vera, massiccia, imprevedibile, circondata da un sistema glaciale complesso e tormentata da condizioni atmosferiche tra le più severe dell'emisfero australe. Proprio questa durezza la rende affascinante per chi cerca l'avventura alpinistica vera, lontana dalle rotte battute.
La geologia: granito, ghiaccio e sollevamento tettonico
Il Cerro San Lorenzo è un plutone granitico intrusivo, formatosi durante il Cretaceo per intrusione di magma nelle rocce sedimentarie della Cordigliera Patagonica. Il raffreddamento lento del magma in profondità ha prodotto un granito a grana grossa, molto compatto e resistente all'erosione, che costituisce il materiale delle pareti verticali che rendono la montagna così imponente. Nel corso dei milioni di anni successivi, il sollevamento tettonico delle Ande ha portato queste rocce profonde in superficie. L'azione erosiva dei ghiacciai quaternari, molto più estesi di quelli attuali, ha scolpito le pareti in archi, circhi e canaloni che danno alla montagna il suo profilo drammatico. Il sistema glaciale attuale è ancora significativo: il San Lorenzo è circondato da diversi ghiacciai, tra cui il Ghiacciaio Cochrane-San Lorenzo, uno dei più grandi della Patagonia extra-andina. Come tutti i ghiacciai patagonici, sta subendo un ritiro accelerato a causa del cambiamento climatico, con conseguenze sul regime idrico dei fiumi e dei laghi della regione.
Il paragone himalaiano: perché i numeri ingannano
Il soprannome di "cima himalaiana" della Patagonia attribuito al San Lorenzo non è retorica turistica: ha una base tecnica precisa. La difficoltà alpinistica di una montagna non dipende dalla quota assoluta ma dal dislivello del versante più difficile, dalla qualità della roccia e del ghiaccio, dall'esposizione alle condizioni atmosferiche e dalla logistica dell'avvicinamento. Il Cerro San Lorenzo presenta una parete nord di circa 2.000 metri di dislivello quasi continuo, con sezioni di roccia verticale e ghiaccio appeso che richiedono tecniche di arrampicata in alta montagna di elevato livello tecnico. I venti patagonici, che possono superare i 150 chilometri orari con raffiche improvvise, rendono le finestre di bel tempo rarissime e imprevedibili. La combinazione di questi fattori fa sì che molte spedizioni debbano rinunciare prima di aver tentato la cima per settimane di attesa senza una giornata favorevole. La quota di 3.706 metri è fuorviante: in termini di impegno fisico e tecnico, scalare il San Lorenzo equivale ad affrontare una montagna himalaiana di 6.000 metri.
Storia alpinistica: le prime ascensioni e le vie moderne
La prima ascensione del Cerro San Lorenzo fu compiuta nel 1943 da una spedizione argentina guidata da Demetrio Iturbe, con i compagni Maximo Mena e Pablo Skvarca, che raggiunsero la vetta principale per il versante sud-est. Per decenni la montagna rimase raramente frequentata, a causa della sua posizione remota e delle difficoltà logistiche di avvicinamento. Le vie di accesso erano percorribili solo a cavallo attraverso estancias isolate o con lunghe marce su terreno impervio. Negli anni Ottanta e Novanta del Novecento, alpinisti argentini e cileni iniziarono a esplorare sistematicamente i versanti più difficili, aprendo nuove vie sulla parete nord e sull'imponente pilastro sud-ovest. La via normale per la cresta sud-est richiede oggi circa 3-4 giorni dal campo base. Le vie più difficili sulla parete nord, ancora in gran parte vergine, rappresentano alcune delle sfide alpinistiche più ambiziose disponibili in Patagonia. La montagna rimane relativamente poco frequentata: poche decine di spedizioni all'anno, concentrate nella breve finestra di condizioni migliori tra novembre e febbraio.
L'ecosistema: tra steppa patagonicca e foresta valdiviana
La regione del Cerro San Lorenzo è una zona di transizione ecologica tra due biomi completamente diversi. A est della montagna si estende la steppa patagonicca, un paesaggio aperto e ventoso dominato da graminacee, arbusti spinosi e ñandu (l'emu sudamericano), adattati all'aridità e ai venti costanti. A ovest, nel versante cileno, la montagna riceve le perturbazioni atlantiche cariche di umidità che alimentano una foresta pluviale temperata (foresta valdiviana) con alberi di coihue (Nothofagus dombeyi), alerce (cipresso patagonico) e arrayán. Il confine tra questi due biomi cambia bruscamente in pochi chilometri, creando un'eterogeneità ambientale eccezionale. La fauna include il puma, il guanaco, l'aquila andina, il cervo australe (huemul) e diverse specie di uccelli acquatici legati ai laghi e ai fiumi alimentati dai ghiacciai. Il San Lorenzo si trova ai margini del Parco Nacional Perito Moreno, area protetta che tutela una porzione significativa di questo ecosistema di transizione.
Come raggiungere il Cerro San Lorenzo
L'accesso al Cerro San Lorenzo è ancora oggi una delle sfide logistiche più impegnative della Patagonia argentina. Il punto di partenza standard è la cittadina di Cochrane, in Cile, raggiungibile in autobus da Coyhaique lungo la Carretera Austral. Dal lato argentino, il punto di accesso è Gobernador Gregores, raggiungibile da Calafate. Dall'insediamento più vicino, la Estancia La Oriental, si raggiunge il campo base in 2-3 giorni a piedi o a cavallo. Non esistono rifugi attrezzati e la logistica richiede tende da spedizione, cibo per almeno 3 settimane e attrezzatura tecnica completa per ghiaccio e roccia. La guida alpina patagonicca Rolando Garibotti, tra i maggiori conoscitori delle montagne della regione, ha documentato le principali vie sul San Lorenzo nel database Patagonia Vertical, riferimento indispensabile per chi intende cimentarsi con questa montagna. La stagione migliore è da novembre a febbraio, ma anche in questo periodo le finestre di bel tempo sono brevi e imprevedibili.
Il Cerro San Lorenzo non è una montagna per il turismo di massa né per gli alpinisti in cerca di esperienze guidate su vie attrezzate. È una montagna per chi ama l'avventura nella sua forma più pura: remota, imprevedibile, senza reti di sicurezza logistiche, dove ogni decisione conta e il rispetto per la natura non è una formula retorica ma una necessità di sopravvivenza. In questo senso è l'essenza stessa della Patagonia: grandiosa, severa e indifferente alla presenza umana, più bella proprio perché nessuno l'ha ancora addomesticata.
Di Alex (pubblicato @ 11:00:00 in Capolavori dell'Antichità, letto 30 volte)
La Grande Piramide di Cholula in Messico, ricoperta di vegetazione con la chiesa coloniale spagnola sulla sommità
La Grande Piramide di Cholula in Messico è la più grande struttura mai costruita dall'uomo per volume: 4,45 milioni di metri cubi. Coperta di vegetazione da secoli, appare come una collina naturale con una chiesa spagnola in cima. Un gigante nascosto. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Il record mondiale nascosto sotto la vegetazione
Quando si parla delle piramidi più grandi del mondo, il pensiero corre immediatamente a Giza. Eppure a Cholula, nello stato messicano di Puebla, esiste una struttura che supera la Grande Piramide di Cheope non per altezza ma per dimensioni assolute. La Tlachihualtepetl, che in lingua nahuatl significa letteralmente "montagna artificiale", ha una base di 450 per 450 metri e un volume di circa 4,45 milioni di metri cubi, quasi il doppio dei 2,5 milioni di Giza. Si estende su una superficie di circa 160.000 metri quadrati. È la struttura di maggior volume mai costruita dall'umanità nella sua intera storia. Il paradosso è che per secoli nessuno la vide come tale: coperta di humus, erba e alberi, la piramide era considerata una collina naturale. Solo nel XIX secolo gli archeologi compresero che quella collina aveva una geometria troppo regolare per essere opera della natura.
Costruzione a cipolla: millenni di culture sovrapposte
La Grande Piramide di Cholula non fu edificata da un'unica civiltà in un unico momento storico: è il risultato di una costruzione "a cipolla" che si sviluppò su un arco di quasi 1.000 anni, dal III secolo avanti Cristo fino al IX secolo dopo Cristo. Almeno quattro fasi costruttive principali sono state identificate dagli archeologi tramite le gallerie di esplorazione. Ogni fase prevedeva la costruzione di una nuova piramide sopra e attorno alla precedente, inglobandola completamente. Questo sistema è documentato in molti siti mesoamericani e rispondeva a motivazioni cosmologiche: ampliare e rinnovare un centro sacro senza profanare ciò che era già stato consacrato. Le culture che si succedettero nella costruzione appartengono a diverse tradizioni mesoamericane, e alcune fasi mostrano influenze dello stile teotihuacano, il che conferma i contatti commerciali e religiosi tra Cholula e la metropoli del bacino del Messico. La costruzione in adobe, mattoni di fango crudo essiccato al sole, ha consentito alla piramide di sopravvivere millenni pur essendo tecnicamente meno duratura della pietra tagliata.
I tunnel interni: un labirinto di oltre 8 chilometri
Tra gli anni Trenta e gli anni Settanta del Novecento, gli archeologi messicani scavarono oltre 8 chilometri di gallerie all'interno della piramide per studiarne la struttura interna senza smantellare l'enorme massa della costruzione. Questi tunnel sono oggi parzialmente aperti al pubblico e permettono di camminare letteralmente all'interno del monumento, attraversando le diverse fasi costruttive come sezioni di una storia stratificata. Nei tunnel sono stati rinvenuti altari, offerte votive, pitture murali e sistemi di drenaggio che testimoniano la complessità dell'organizzazione interna della struttura. Alcune camere mostrano affreschi di qualità straordinaria, con rappresentazioni di divinità e scene rituali che richiamano la tradizione iconografica di Teotihuacan. I tunnel hanno anche rivelato che la piramide non è un solido compatto ma una struttura articolata, con vuoti intenzionali e spazi destinati a funzioni specifiche.
La conquista spagnola e la chiesa sulla cima
Quando Hernán Cortés e i suoi conquistadores giunsero a Cholula nel 1519, la città era uno dei principali centri religiosi del Mesoamerica, con fama di ospitare 365 templi, uno per ogni giorno dell'anno. Il 18 ottobre 1519 si consumò il massacro di Cholula: Cortés, temendo una congiura, ordinò l'uccisione di migliaia di abitanti. La città fu saccheggiata e i suoi templi distrutti sistematicamente. Gli spagnoli costruirono chiese sopra i siti sacri aztechi come atto esplicito di sostituzione religiosa. La Iglesia de Nuestra Señora de los Remedios, costruita nel 1594 direttamente sulla sommità della Grande Piramide di Cholula, è il simbolo più potente di questa politica di sostituzione: una chiesa cristiana che domina la struttura sacra più grande del mondo precolombiano. Oggi la chiesa, ancora attiva, è raggiungibile tramite una scalinata esterna e offre una vista straordinaria sulla pianura di Puebla, con il vulcano Popocatépetl sullo sfondo.
Cholula oggi: archeologia e vita quotidiana
Il sito archeologico di Cholula è uno dei più particolari del Messico: a differenza di Teotihuacan, che è una città morta visitabile in isolamento, Cholula è una città viva che continua a esistere intorno e sopra ai suoi monumenti. La zona archeologica comprende il perimetro scavato della base della piramide e le gallerie interne, mentre il resto del sito è integrato nel tessuto urbano della moderna San Andrés Cholula, con 80.000 abitanti. Ogni anno migliaia di turisti salgono sulla collina-piramide senza rendersi conto di camminare sulla struttura più grande mai costruita dall'uomo. Il sito è inserito nella zona di protezione che comprende anche la conurbazione di Puebla, città coloniale iscritta nell'elenco UNESCO. La piramide di Cholula è anche uno straordinario indicatore climatico: le analisi dei sedimenti e delle fasi costruttive hanno permesso agli storici di collegare i cicli di ampliamento della piramide con i periodi di prosperità agricola della regione.
La Grande Piramide di Cholula è una metafora potente della storia del Mesoamerica: il monumento più grande del mondo, nascosto per secoli sotto l'apparenza di una collina e coronato dalla bandiera di una religione straniera. Eppure sopravvive, silenziosa e immensa, a tutte le conquiste. Il suo segreto non è la magnificenza visibile ma la profondità invisibile: secoli di fede stratificata che nessun conquistatore ha potuto davvero cancellare.
Di Alex (pubblicato @ 10:00:00 in Intelligenza Artificiale, letto 32 volte)
Intelligenza artificiale generativa multimodale 2026, interazione uomo-macchina con testo immagini audio e video in tempo reale
L'IA generativa del 2026 è multimodale totale: vede, ascolta e risponde con video sintetici in tempo reale. Sistemi integrati di testo, immagini, audio e dati sensoriali stanno rendendo l'interazione uomo-macchina indistinguibile da quella naturale. Una rivoluzione silenziosa. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
La prima generazione: testo e poi immagini
La prima ondata di IA generativa, esplosa tra il 2022 e il 2024, era essenzialmente monomodale: i grandi modelli linguistici come GPT-3, GPT-4 e i modelli della famiglia Claude operavano principalmente su testo. La generazione di immagini con sistemi come DALL-E, Midjourney e Stable Diffusion era un dominio separato, governato da architetture diverse (reti di diffusione) e accessibile tramite interfacce distinte. Il passaggio alla multimodalità iniziò con modelli capaci di ricevere sia testo che immagini come input, come GPT-4 Vision, ma l'integrazione era ancora parziale: il modello vedeva le immagini ma non generava video, capiva il parlato ma non sintetizzava voci in tempo reale. La vera multimodalità totale, con flussi integrati di tutti i tipi di dati elaborati simultaneamente, è diventata disponibile a scala commerciale solo nella seconda metà degli anni Venti del Duemila.
L'architettura della multimodalità: come i sistemi integrano i sensi
Un sistema di IA generativa multimodale di nuova generazione è costruito attorno a un'architettura transformer unificata che riceve e produce token di diversa natura: token testuali, token visivi (regioni di immagini o fotogrammi video), token acustici (segmenti di segnale audio) e token semantici (embedding di dati strutturati). Questa unificazione della rappresentazione è il salto qualitativo fondamentale rispetto alle architetture precedenti, dove i diversi modelli erano addestrati separatamente e poi collegati tramite interfacce di traduzione. In un sistema multimodale vero, la comprensione visiva e quella testuale avvengono nello stesso spazio latente: il modello non traduce un'immagine in una descrizione testuale e poi elabora il testo, ma elabora direttamente la rappresentazione unificata immagine-testo-audio. Questo consente risposte molto più coerenti e contestualmente appropriate: il sistema capisce che il tono di voce dell'utente è teso, che l'espressione del volto inquadrato è preoccupata e che il testo scritto esprime una domanda urgente, elaborando tutte e tre le informazioni simultaneamente.
La generazione video in tempo reale: la frontiera del 2025-2026
La generazione di video sintetici di alta qualità in tempo reale è la frontiera più recente e forse più dirompente dell'IA generativa. I modelli di diffusione video di nuova generazione, come Sora di OpenAI, Veo di Google e i sistemi equivalenti di altre aziende, sono in grado di generare video di qualità cinematografica da descrizioni testuali o da frame di riferimento. La novità del 2025-2026 è la riduzione della latenza a livelli compatibili con l'interazione in tempo reale: un assistente digitale può ora rispondere a una domanda generando un video esplicativo in pochi secondi, con una voce sintetizzata che corrisponde alle espressioni facciali del parlante virtuale, i movimenti labiali sincronizzati e lo sguardo che si sposta naturalmente. Questa convergenza di sintesi vocale, generazione di espressioni facciali e generazione video sta rendendo praticamente impossibile distinguere a occhio nudo un video sintetico di breve durata da uno autentico.
Applicazioni reali: dalla medicina all'istruzione
La multimodalità totale sta aprendo applicazioni prima impossibili in numerosi settori. In medicina, sistemi diagnostici multimodali integrano referti testuali, immagini radiologiche, dati biometrici wearable e registrazioni vocali del paziente per costruire un quadro clinico che nessun singolo specialista potrebbe elaborare con la stessa completezza e velocità. In educazione, gli assistenti digitali multimodali possono vedere il foglio su cui lo studente sta lavorando, ascoltare le sue spiegazioni orali, analizzare la curva di attenzione (rilevata dalla webcam) e adattare in tempo reale il livello e lo stile dell'insegnamento. Nel campo dell'accessibilità, sistemi che vedono l'ambiente circostante e descrivono in tempo reale ciò che accade stanno trasformando la qualità di vita delle persone non vedenti. Nel settore creativo, la collaborazione uomo-macchina multimodale permette di generare sceneggiature, illustrarle, animarle e sonorizzarle in un flusso di lavoro continuo che abbrevia i tempi di produzione da mesi a ore.
I rischi: deepfake, consenso e percezione della realtà
La multimodalità totale porta con sé rischi proporzionali alle sue capacità. Il deepfake video, già problematico nella versione precedente della tecnologia, diventa con la generazione in tempo reale uno strumento potenzialmente devastante per la disinformazione politica: non più solo video preregistrati ma interazioni live con avatar sintetici indistinguibili da persone reali. La difficoltà di distinguere il reale dal sintetico erode quella che i ricercatori chiamano la "fiducia epistemica" nella realtà documentata: se qualsiasi video può essere falsificato perfettamente, la testimonianza visiva perde il suo valore come prova. Organizzazioni come il Content Authenticity Initiative (CAI) di Adobe e il Coalition for Content Provenance and Authenticity (C2PA) stanno lavorando a sistemi di provenienza crittografica dei contenuti, watermarking invisibile e certificati di autenticità per i contenuti generati da esseri umani. L'efficacia di questi strumenti in un ecosistema informativo già saturo di contenuti sintetici rimane però tutta da verificare nella pratica.
Il rapporto con gli umani: la nuova normalità dell'interazione
La generazione che sta crescendo oggi è la prima a considerare l'interazione con sistemi di IA multimodali una normalità quotidiana, esattamente come le generazioni precedenti hanno cresciuto con i motori di ricerca o gli smartphone. Psicologi e sociologi stanno studiando come la facilità di accesso a interlocutori artificiali empatici, disponibili 24 ore su 24 e capaci di rispondere in qualsiasi lingua con qualsiasi tono, stia modificando le aspettative nelle relazioni umane, le capacità di tollerare la frustrazione della comunicazione imperfetta tra esseri umani e i processi di apprendimento delle competenze sociali nei bambini. Non esistono ancora risposte definitive: la tecnologia si è diffusa troppo rapidamente per permettere studi longitudinali di lungo periodo. Ciò che è certo è che la multimodalità totale non è una funzionalità aggiuntiva dell'IA: è un cambio di paradigma che ridefinisce il rapporto tra intelligenza naturale e artificiale.
La Generative AI 2.0 non è un miglioramento quantitativo dell'IA del 2022: è un salto qualitativo che avvicina la macchina alla complessità sensoriale dell'esperienza umana. Il fatto che un sistema artificiale possa ora vedere, ascoltare, sentire il contesto e rispondere in modo integrato non è solo una meraviglia tecnologica: è una sfida profonda alla nostra comprensione di cosa significhi pensare, comunicare e, in ultima analisi, essere presenti nel mondo.
Di Alex (pubblicato @ 09:00:00 in Impero Romano, letto 33 volte)
L'anfiteatro romano di Arles, la piccola Roma gallica con i suoi monumenti antichi in Provenza
Arles, l'antica Arelate romana, è la piccola Roma della Gallia. Anfiteatro ancora vivo, teatro antico e i misteriosi criptoportici sotterranei del Foro la rendono un museo a cielo aperto che racconta duemila anni di storia mediterranea. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Arelate: la città che Roma costruì sul Rodano
Arles, l'antica Arelate, fu fondata come colonia romana nel 46 avanti Cristo da Giulio Cesare dopo la vittoria su Marsiglia, che aveva appoggiato Pompeo nella guerra civile. La città sorse in un punto strategico del delta del Rodano, crocevia di traffici commerciali tra l'Italia, la Gallia e la Penisola Iberica. Sotto Costantino I, nei primi decenni del IV secolo dopo Cristo, Arles divenne una delle capitali di fatto dell'impero romano d'Occidente, residenza preferita dell'imperatore e sede di importanti concili cristiani. La sua prosperità era legata al porto fluviale, che la rendeva il principale nodo di redistribuzione delle merci tra il Mediterraneo e l'entroterra gallico. Ancora oggi il centro storico di Arles è Patrimonio dell'Umanità UNESCO, riconoscimento ricevuto nel 1981 per la straordinaria densità di monumenti romani conservati entro le sue mura.
L'anfiteatro: gladiatori ieri, corride oggi
L'anfiteatro di Arles, costruito intorno al 90 dopo Cristo, è uno dei più grandi e meglio conservati della Gallia romana. Con una capienza originaria di circa 20.000 spettatori, le sue dimensioni esterne di 136 metri per 107 ne fanno una struttura imponente, paragonabile per concezione al Colosseo di Roma. L'ellisse è sorretta da due ordini di 60 arcate ciascuno, con colonne corinzie al primo livello e colonne ioniche al secondo, in una progressione stilistica tipica dell'architettura romana del I secolo dopo Cristo. Nel Medioevo l'anfiteatro fu trasformato in fortezza: al suo interno sorsero oltre 200 abitazioni, due chiese e una piccola piazza, creando un quartiere autosufficiente che sopravvisse fino al XIX secolo. Solo le demolizioni ottocentesche restituirono al monumento la sua leggibilità architettonica. Oggi l'anfiteatro ospita corride tradizionali durante la Feria di Arles e spettacoli estivi, mantenendo la sua vocazione di spazio pubblico vivo come ai tempi di Roma.
Il teatro antico e il mistero delle Venere di Arles
Il teatro romano di Arles, costruito durante il regno di Augusto intorno al 12 avanti Cristo, fu uno dei primi teatri in pietra della Gallia. Con una cavea di circa 102 metri di diametro, poteva contenere tra i 7.000 e i 10.000 spettatori disposti sulle gradinate semicircolari. Il palcoscenico era decorato con statue di marmo di straordinaria qualità: nel 1651 fu scoperta nelle fondamenta del teatro la celebre Venere di Arles, un capolavoro della scultura ellenistica di influenza prassitelica, oggi esposta al Louvre di Parigi. La statua fu donata da Luigi XIV per il museo reale, privando la città della sua opera più preziosa e alimentando un rimpianto che ad Arles è ancora vivo. Nel corso del Medioevo il teatro fu smantellato progressivamente per ricavarne materiale da costruzione: sopravvivono due colonne corinzie del palcoscenico, che emergono dal terreno del sito come testimonial solitari di un passato glorioso.
I criptoportici: il ventre segreto del Foro romano
La scoperta più affascinante di Arles sono i criptoportici, un sistema di gallerie sotterranee a ferro di cavallo costruite tra il 30 e il 20 avanti Cristo direttamente sotto il Foro romano. Il complesso misura circa 100 per 60 metri e comprende tre gallerie parallele, ognuna alta quasi 5 metri, sostenute da archi a tutto sesto in pietra locale. Lo scopo originario dei criptoportici è ancora dibattuto dagli archeologi: l'ipotesi più accreditata li identifica come granai pubblici dell'annona militare, sfruttando la temperatura costante delle gallerie per la conservazione delle derrate. Altre interpretazioni li vedono come fondamenta artificiali necessarie per pareggiare il terreno su cui sorgeva il Foro, o come passaggi di servizio per le cerimonie religiose. Nel corso del Medioevo le gallerie furono usate come prigione e come rifugio durante le invasioni. Ancora oggi i criptoportici sono visitabili e conservano un'atmosfera di suggestione straordinaria, con le arcate che si perdono nell'oscurità e la pietra che trasuda l'umidità delle stagioni.
Arles e Van Gogh: la città che ispirò un genio
La storia moderna di Arles è indissolubilmente legata a Vincent van Gogh, che vi soggiornò dal febbraio 1888 al maggio 1889, producendo in quindici mesi oltre 200 dipinti e 100 disegni. Arles offrì al pittore olandese la luce del sud, i colori della Provenza e paesaggi che nessun altro pittore aveva ancora saputo vedere. Fu ad Arles che Van Gogh dipinse La camera da letto ad Arles, La notte stellata sul Rodano, il Caffè notturno e innumerevoli paesaggi dei dintorni. Fu anche ad Arles che avvenne la famosa lite con Paul Gauguin, ospite nella Casa Gialla, e che Van Gogh si recise il lobo dell'orecchio. La città di Arles ha saputo valorizzare questa eredità con la Fondazione Vincent van Gogh, aperta nel 2014 nel palazzo Reattu, che ospita mostre temporanee di arte contemporanea ispirate all'opera del pittore. Il dialogo tra la Arles romana e la Arles di Van Gogh rende questa città uno dei luoghi culturalmente più densi della Francia meridionale.
Les Alyscamps e la città dei morti romani
A poche centinaia di metri dalle mura della città si estendono i Campi Elisi di Arles, in latino Alyscamps (da Elysii Campi), una delle necropoli paleocristiane più importanti del mondo romano. L'area funeraria fu in uso dal III secolo avanti Cristo fino al XII secolo dopo Cristo, accumulando migliaia di sarcofagi in pietra lungo il percorso della via Aurelia. La posizione privilegiata sulla strada romana che portava in Spagna rendeva questo luogo ambito per la sepoltura: essere inumati lungo una grande via consentiva di ricevere le preghiere dei viandanti in transito. Nell'alto Medioevo gli Alyscamps divennero meta di pellegrinaggio cristiano, con la leggenda che i guerrieri caduti nella battaglia di Roncisvalle vi fossero stati trasportati miracolosamente per ricevere degna sepoltura. Nel XIX secolo, i sarcofagi più belli furono trasferiti ai musei cittadini o venduti a collezionisti europei: oggi il sito conserva un'atmosfera malinconica e grandiosa tra cipressi secolari e tombe aperte.
Arles è una città che vive in più epoche simultaneamente. Camminarvi significa muoversi tra il Foro romano e il café che ispirò Van Gogh, tra i gladiatori dell'anfiteatro e i toreri contemporanei, tra le gallerie sotterranee dei criptoportici e le sale della Fondazione d'Arte Moderna. Pochissimi luoghi al mondo riescono a tenere insieme con tanta grazia duemila anni di storia senza che nessuna epoca schiacchi le altre.
Di Alex (pubblicato @ 08:00:00 in Patrimonio mondiale UNESCO, letto 35 volte)
Stromatoliti di Hamelin Pool a Shark Bay Australia, le forme di vita più antiche della Terra ancora viventi
Galapagos, Lord Howe e Shark Bay: tre siti UNESCO che custodiscono la memoria biologica e geologica della Terra. Laboratori viventi dell'evoluzione e delle origini della vita, leggono il passato del pianeta nei suoi strati rocciosi e nei suoi ecosistemi unici. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Le Isole Galapagos: museo vivente dell'evoluzione
Le Isole Galapagos, arcipelago ecuadoriano nell'Oceano Pacifico a circa 1.000 chilometri dalla costa sudamericana, sono universalmente riconosciute come il luogo dove Charles Darwin elaborò i principi fondamentali della teoria della selezione naturale, durante il suo viaggio a bordo del Beagle nel 1835. L'arcipelago è composto da 19 isole principali e decine di isolotti, di origine interamente vulcanica: si trovano su un punto caldo della crosta terrestre, una zona di attività magmatica intensa e persistente che ha creato le isole in fasi successive nel corso di milioni di anni. Le isole più giovani, a est, sono le più basse e le più recenti; quelle a ovest sono le più attive geologicamente. Questa struttura temporale geologica è anche una struttura temporale biologica: le specie migrano da un'isola all'altra e si adattano alle condizioni locali su scale di tempo che i biologi possono studiare quasi in diretta. Le tartarughe giganti delle Galapagos, che possono vivere oltre 150 anni, le iguane marine (le uniche lucertole al mondo capaci di nuotare e alimentarsi in mare) e i fringuelli di Darwin sono i simboli più noti di una biodiversità endemica straordinaria. Il sito è stato iscritto nella lista UNESCO nel 1978.
L'Isola di Lord Howe: evoluzione nell'isolamento assoluto
L'Isola di Lord Howe, territorio australiano nell'Oceano Pacifico a circa 600 chilometri dalla costa del Nuovo Galles del Sud, è uno dei luoghi più remoti e intatti del Pacifico. È il residuo eroso di un vulcano sottomarino formatosi circa 7 milioni di anni fa, che si innalza dal fondo oceanico a oltre 2.000 metri di profondità. La sua superficie emergente è di soli 14,5 chilometri quadrati, con due vette vulcaniche che superano i 700 metri. L'isolamento geografico assoluto, in assenza di connessioni terrestri con qualsiasi altro territorio per tutta la storia geologica dell'isola, ha creato condizioni uniche per l'evoluzione insulare: il 75% delle piante vascolari e il 100% dei rettili presenti sull'isola sono specie endemiche che non esistono altrove. L'isola ospita la barriera corallina più meridionale del mondo, a 31 gradi di latitudine sud, che rappresenta un indicatore critico per i cambiamenti climatici: le specie coralline di acque più fredde che sopravvivono a questa latitudine sono sottoposte a studi intensivi per comprendere i limiti di adattamento dei coralli all'aumento della temperatura oceanica. L'accesso all'isola è limitato a 400 turisti contemporanei per proteggere l'ecosistema.
Shark Bay e le stromatoliti: una finestra sulle origini della vita
La Baia degli Squali (Shark Bay), nella parte più occidentale dell'Australia, ospita la più grande colonia di stromatoliti viventi del pianeta nel bacino di Hamelin Pool. Le stromatoliti sono strutture carbonatiche stratificate prodotte da comunità microbiche di cianobatteri, gli stessi microrganismi che circa 2,7 miliardi di anni fa iniziarono a produrre ossigeno attraverso la fotosintesi, trasformando l'atmosfera terrestre da anossica a ossigenata e rendendo possibile l'evoluzione della vita complessa. Le stromatoliti di Hamelin Pool sono oggetti scientifici di valore inestimabile: permettono di osservare dal vivo i processi biologici e chimici che costruivano le strutture fossili più antiche conosciute sulla Terra. L'iperalività della baia, con una salinità quasi doppia rispetto all'oceano normale a causa dell'evaporazione intensa, impedisce agli organismi predatori di colonizzare il fondale, creando le condizioni che permettono ai cianobatteri di formare le stromatoliti senza essere brucati dai pascitori marini. Shark Bay è anche l'habitat dell'erba marina più estesa del mondo, circa 4.800 chilometri quadrati, ecosistema fondamentale per i dugong e le tartarughe marine.
Il significato scientifico dei siti naturali UNESCO
I siti naturali del Patrimonio Mondiale UNESCO non sono scelti soltanto per la loro bellezza visiva ma per il loro valore come "archivi" della storia della Terra. I criteri di selezione per il valore naturale eccezionale universale includono esplicitamente la rappresentazione di processi geologici o biologici in corso, la testimonianza di eventi della storia della Terra o dell'evoluzione della vita e la presenza di fenomeni naturali eccezionali. In questo senso i siti naturali UNESCO sono musei viventi, a differenza dei siti culturali che custodiscono testimonianze del passato fisso nel tempo. Le Galapagos mostrano l'evoluzione in corso; Lord Howe mostra l'isolamento come motore di speciazione; Shark Bay mostra il metabolismo del pianeta primitivo ancora attivo. Questa dimensione temporale profonda, che gli scienziati chiamano deep time (tempo profondo), è ciò che distingue questi luoghi da qualsiasi altro ecosistema: sono finestre sulla storia del pianeta che non hanno equivalenti nel mondo.
Le minacce: cambiamento climatico e pressione antropica
I siti naturali UNESCO che custodiscono gli archivi del tempo profondo sono anche tra i più vulnerabili al cambiamento climatico. Le Galapagos sono minacciate dal riscaldamento dell'oceano (fenomeno El Niño), che ha già causato eventi di mortalità di massa per le iguane marine e i leoni marini nelle crisi del 1982-1983 e del 1997-1998. La barriera corallina di Lord Howe è stata colpita da eventi di sbiancamento in coincidenza con le anomalie termiche oceaniche del 2019. Le stromatoliti di Hamelin Pool sono vulnerabili alle modificazioni della salinità della baia in caso di cambiamenti nel regime delle piogge. La pressione del turismo, per quanto regolamentata, produce impatti cumulativi che richiedono monitoraggio costante. Il paradosso dei siti naturali UNESCO è che la loro fama attira visitatori che, per quanta cura si metta nel loro governo, producono inevitabilmente un'impronta ecologica sul territorio che si cerca di proteggere.
Le Galapagos, Lord Howe e Shark Bay sono molto più di destinazioni turistiche straordinarie: sono gli ultimi punti di contatto diretto tra la nostra civiltà e le forze primordiali che hanno plasmato la vita sulla Terra. Ogni volta che un biologo studia una stromatolite di Hamelin Pool o osserva la radiazione adattativa di una specie delle Galapagos, sta leggendo un capitolo della storia che ci precede di miliardi di anni e che nessuna tecnologia umana potrebbe mai scrivere da capo.
Di Alex (pubblicato @ 07:00:00 in E-commerce e Retail, letto 68 volte)
Screenshot del dashboard Amazon Associates con 467 clic, 0 articoli spediti e guadagni pari a zero euro
Cari lettori, oggi sono costretto a scrivere un articolo che non avrei mai voluto scrivere. Dopo aver generato 600 click con il programma di affiliazione Amazon senza ricevere un solo euro di commissioni, ho scoperto un sistema studiato per non pagare i creatori di contenuti. Ecco la mia esperienza e come mi sto spostando su Tiktok, Temu, AliExpress ed eBay. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
L'ennesima beffa: 600 click, zero commissioni
Lasciate che vi mostri i numeri dell'ultimo mese, che sono il simbolo di un sistema marcio. Lo screenshot qui sopra parla chiaro: 467 clic, un articolo ordinato, e guadagni totali pari a zero euro. L'unico ordine generato è stato dichiarato "non idoneo" dal sistema di Amazon. Nelle ultime settimane ho totalizzato 600 click e non un singolo ordine è stato ritenuto valido.
Non è sfortuna. È un sistema studiato a tavolino per non pagare gli affiliati. Ho approfondito la questione leggendo documenti complessi come l'"Architettura delle ineleggibilità e protocolli di conformità" e ho scoperto che Amazon ha costruito un labirinto normativo per trasformare il partner in un costo da azzerare.
L'architettura dell'inganno: come Amazon sistema gli affiliati
Il primo espediente è il concetto di "ricavo idoneo". La commissione non si calcola sul prezzo pagato dal cliente, ma su una base imponibile decurtata di IVA, spese di spedizione, resi e sconti. In pratica lavori per vendere un prodotto da 100 euro ma Amazon ti paga su 75 euro, e solo quando decide che è tutto regolare.
Poi c'è la caccia al legame familiare. Amazon vieta gli acquisti da parenti e amici, ma i loro algoritmi vanno oltre: tracciano indirizzi IP condivisi, cronologie di spedizioni e persino la prossimità fisica tramite reti come Amazon Sidewalk. Se tuo cugino acquista da casa tua la commissione salta.
Il cookie dura 24 ore ma è un'illusione. Basta che un cliente clicchi su un altro link di un altro affiliato o usi "1-Click" e la tua sessione viene uccisa. L'ultimo clic vince sempre, anche se la scoperta del prodotto è merito tuo.
Dal 2026 con le nuove "Creators API" Amazon ha dichiarato guerra ai contenuti generati dall'IA che non hanno valore aggiunto umano. I rifiuti degli appelli sono aumentati del 40 percento. Se il tuo sito non è un capolavoro di originalità certificata i tuoi ordini diventano ineleggibili.
Esistono persino estensioni del browser che rubano le commissioni. Quando un utente clicca sul tuo link l'estensione sovrascrive il codice con il proprio. Tu hai lavorato e loro hanno incassato. E Amazon lo permette.
E i venditori? Stritolati dalla stessa tenaglia
I venditori terzi vengono stritolati con commissioni alle stelle che nel 2025 sono diventate insostenibili, pubblicità obbligatoria per essere visibili e una politica di resi che favorisce il cliente a discapito del venditore onesto.
Il mercato tradizionale viene stravolto: i negozi fisici chiudono, i piccoli imprenditori lottano per sopravvivere e l'unico a vincere è il grande magazzino virtuale che decide le regole del gioco. Noi alla fine della catena ne pagheremo tutti le conseguenze: meno concorrenza, prezzi più alti e zero tutele.
L'alternativa esiste: Temu, AliExpress ed eBay
Di fronte a questo ho deciso di diversificare. Non posso permettermi di mettere tutto il mio lavoro nelle mani di un'azienda che mi considera un costo da azzerare. Da oggi sul mio blog monetizzerò anche con Temu, AliExpress ed eBay. Non vi prometto che siano migliori di Amazon ma il punto è un altro: non possiamo permetterci di dipendere da un unico gigantesco padrone iniquo.
AliExpress offre commissioni spesso più alte fino al 8-10 percento, cookie di durata lunghissima di 30 giorni e un programma multi-livello che ti premia anche se gli utenti da te portati fanno acquistare i loro amici. Il punto di forza è il prezzo: crea contenuti su idee regalo low-cost sotto i 10 euro o accessori tecnologici economici.
eBay ha un pubblico altamente intenzionato all'acquisto soprattutto per prodotti usati, rari o da collezione. Le commissioni possono essere variabili ma interessanti. È perfetto per i comparatori di prezzi e i contenuti sul risparmio come smartphone ricondizionati o oggetti da collezione.
Temu è il regno dei prodotti a prezzi stracciati e dei giochi virali. L'app è progettata per lo sharing e le commissioni possono essere molto alte per i nuovi utenti. Vive di trend e viralità: crea contenuti su haul, temu haul italia o cose da comprare su temu.
Consigli pratici per la transizione
Usa sempre la pagina ponte o bridge page. Non mettere mai un link diretto di Temu o AliExpress in una newsletter o in un messaggio privato. Crea sempre un articolo sul blog che parli del prodotto e da lì metti il link. Questo purifica il traffico agli occhi delle piattaforme.
Spiega ai tuoi lettori perché stai cambiando. Sii onesto. Dì loro che Amazon ti ha tagliato le gambe e che per sostenere il blog proponi alternative come Temu ed eBay. La tua community capirà e ti sosterrà.
Non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Alterna i link di Amazon con quelli delle nuove piattaforme e crea contenuti ad hoc per ognuna. Tieni d'occhio le statistiche e vedi cosa funziona meglio.
Amazon ha dichiarato guerra ai suoi partner e ci considera pedine sacrificabili. Di fronte a questo la nostra unica arma è la diversificazione. Temu, AliExpress ed eBay non saranno il paradiso ma rappresentano una valida alternativa per chi vive di contenuti online. Non permetteremo a un unico colosso di decidere il nostro destino. Il mercato sta cambiando e noi dobbiamo cambiare con lui. E voi, avete avuto esperienze simili con Amazon? Fatemelo sapere nei commenti.
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