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Articoli del 09/02/2026

Di Alex (pubblicato @ 08:00:00 in Notizie, letto 6 volte)
Il drago meccanico Fafnir lungo 60 piedi del film Die Nibelungen di Fritz Lang con scenografie espressioniste geometriche
Il drago meccanico Fafnir lungo 60 piedi del film Die Nibelungen di Fritz Lang con scenografie espressioniste geometriche

Nel 1924 Fritz Lang realizzò il dittico Die Nibelungen con un drago meccanico animatronico lungo 60 piedi, foreste di cemento stilizzato e castelli geometrici espressionisti che trasformavano il mito germanico in destino visivo e architettonico, anticipando l'estetica del cinema fantasy monumentale. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Il mito germanico secondo Fritz Lang
Die Nibelungen, diviso nei due film Siegfried e La vendetta di Crimilde, rappresenta la risposta tedesca al cinema epico italiano di Cabiria e al kolossal americano di Griffith. Fritz Lang, regista con formazione in architettura, trasformò il poema epico medievale Nibelungenlied in un'opera visiva dove ogni elemento scenografico esprimeva il peso ineluttabile del destino eroico e della tragedia germanica.

Mentre il cinema italiano utilizzava scenografie monumentali per celebrare la grandezza storica e il realismo epico, Lang scelse un approccio radicalmente diverso: geometrico, astratto, espressionista. Le foreste non erano vegetazione naturale ma strutture di cemento stilizzato, i castelli erano forme architettoniche pure che enfatizzavano linee verticali e orizzontali, ogni inquadratura era composta come un quadro simbolista dove nulla era casuale.

Fafnir: il primo drago animatronico del cinema
Il drago Fafnir rappresenta una pietra miliare nella storia degli effetti speciali cinematografici, considerato il primo animatronico progettato per un film. La creatura meccanica, lunga circa 60 piedi, era animata da operatori nascosti al suo interno che coordinavano i movimenti di testa, zampe e coda. Poteva ingerire acqua ed espellerla come se respirasse fiamme, e quando Sigfrido lo trafigge, era in grado di simulare il sanguinamento attraverso tubi interni.

A differenza dei draghi successivi del cinema, che privilegiavano agilità e velocità, il Fafnir di Lang era deliberatamente lento e pesante, conferendo alla creatura una solennità quasi wagnerian. La sua monumentalità meccanica non cercava il realismo naturalistico, ma esprimeva la maestosità archetipica del drago come simbolo mitologico del caos primordiale e della prova eroica che Sigfrido deve superare per conquistare l'invincibilità.

Scenografia espressionista e composizione geometrica
Lang costruì foreste di cemento in cui gli alberi erano colonne stilizzate disposte secondo pattern geometrici rigorosi, creando un ambiente che negava completamente la natura organica per enfatizzare l'artificialità simbolica del mito. I castelli erano assemblaggi di forme geometriche pure, torri quadrate, mura a linee rette, scalinate monumentali che richiamavano l'architettura medievale solo attraverso proporzioni e verticalità, non attraverso dettagli storici realistici.

Ogni inquadratura era composta come una tavola illustrata, con simmetrie bilanciate, linee di fuga marcate e masse di figuranti disposti secondo pattern coreografici. Questa astrazione visiva trasformava il racconto epico in una meditazione sul destino: i personaggi si muovevano in spazi che esprimevano visivamente la rigidità delle leggi eroiche, l'inevitabilità del tradimento e della vendetta, la geometria inflessibile del fato nordico.

Il bagno nel sangue del drago e l'invulnerabilità
Dopo aver ucciso Fafnir, Sigfrido si bagna nel suo sangue, acquisendo l'invulnerabilità su tutto il corpo eccetto un punto sulla schiena dove una foglia caduta impedì al sangue di toccare la pelle. Questa sequenza fu realizzata con liquidi scuri versati sull'attore Paul Richter, creando un effetto visivamente impressionante per gli standard del cinema muto. La scena rappresenta l'apice della trasformazione dell'eroe da mortale a semidio, ma anche il momento in cui si inserisce il germe della sua futura morte.

Lang utilizzò la simbologia del sangue del drago per esplorare il tema dell'hybris eroica: l'invincibilità di Sigfrido lo rende arrogante e lo porta a compiere azioni che scatenano gelosie e vendette. Il punto vulnerabile sulla schiena diventa metafora della debolezza insita in ogni eroe, il tallone d'Achille che dimostra come nessuna potenza possa sottrarsi al destino tragico previsto dal mito germanico.

Influenza sul cinema fantasy e sull'estetica nazista
Die Nibelungen stabilì l'archetipo visivo del film fantasy monumentale, influenzando generazioni di registi da John Boorman a Peter Jackson. L'uso di effetti pratici meccanici su larga scala, la coreografia di massa, la composizione pittorica delle inquadrature e la scenografia non-realistica divennero elementi fondamentali del genere. Il drago animatronico ispirò direttamente i creatori di effetti speciali successivi fino all'avvento della CGI.

Sfortunatamente, il film fu successivamente appropriato dalla propaganda nazista come celebrazione del mito germanico e dell'eroe nordico, uso che Lang, ebreo per parte materna e antinazista, rifiutò esplicitamente fuggendo dalla Germania nel 1933. Nonostante questa strumentalizzazione postuma, Die Nibelungen rimane un capolavoro tecnico e visivo del cinema muto, testimonianza della capacità dell'espressionismo tedesco di trasformare il mito in architettura visiva pura.

Con il suo approccio geometrico, il drago meccanico monumentale e le scenografie astratte, Fritz Lang trasformò il mito germanico in un'opera totale dove ogni elemento visivo esprimeva il peso del destino tragico, stabilendo l'estetica del cinema fantasy epico e anticipando tecniche di effetti speciali che sarebbero rimaste standard per decenni.

 
 
Il Capitolium di Brescia con le tre celle e la statua bronzea della Vittoria Alata esposta nel tempio romano
Il Capitolium di Brescia con le tre celle e la statua bronzea della Vittoria Alata esposta nel tempio romano

Costruito nel 73 dopo Cristo per volere di Vespasiano, il Capitolium di Brescia è il più grande tempio romano del Nord Italia, dedicato alla Triade Capitolina. Al suo interno fu rinvenuta nel 1826 la Vittoria Alata bronzea, simbolo della città e capolavoro della statuaria imperiale. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Brixia e la romanizzazione della Gallia Cisalpina
Brescia, l'antica Brixia, divenne colonia romana nel primo secolo avanti Cristo, dopo essere stata un importante insediamento cenomane. La città si sviluppò rapidamente come centro amministrativo e commerciale della Gallia Cisalpina, beneficiando della posizione strategica tra la pianura padana e le vallate alpine. La romanizzazione comportò la costruzione di un foro, un teatro, terme e soprattutto il Capitolium, tempio principale che simboleggiava l'adozione del pantheon e dei valori politici di Roma.

Il processo di monumentalizzazione urbana delle città galliche romanizzate seguiva un modello standardizzato: forum centrale con basilica, capitolium dedicato alla Triade Capitolina di Giove, Giunone e Minerva, teatro per spettacoli pubblici e anfiteatro per i giochi. Brescia conserva uno degli esempi più completi di questo schema urbanistico nel Nord Italia, con il Capitolium perfettamente integrato nel complesso del foro.

Il Capitolium di Vespasiano del 73 dopo Cristo
Il Capitolium di Brescia fu costruito nel 73 dopo Cristo durante il regno dell'imperatore Vespasiano, come testimonia un'iscrizione dedicatoria ancora leggibile. Il tempio sostituì un precedente santuario repubblicano composto da quattro edifici distinti risalenti al 75-90 avanti Cristo, già ristrutturato sotto Augusto. La nuova struttura unificata rappresentava il consolidamento del culto imperiale e della lealtà di Brixia a Roma dopo le guerre civili.

L'edificio, costruito su un alto podio secondo la tradizione etrusco-italica, presenta tre celle affiancate dedicate rispettivamente a Giove, Giunone e Minerva, la triade divina che proteggeva l'eternità di Roma e il suo dominio sul mondo. Le celle conservano pavimenti originali in marmi policromi di eccezionale qualità, con intarsi geometrici che dimostrano l'elevato livello artigianale raggiunto nelle province settentrionali durante l'età flavia.

La Vittoria Alata: capolavoro bronzeo del primo secolo
Nel 1826, durante scavi archeologici nelle celle del Capitolium, fu rinvenuta una statua bronzea raffigurante una Vittoria alata, alta circa un metro e novanta centimetri. La scultura, databile al primo secolo dopo Cristo, rappresenta la personificazione della Vittoria in volo, con le ali spiegate e il panneggio mosso dal vento in modo così realistico che la statua sembra sul punto di prendere il volo. La tecnica fusoria e la qualità del modellato ne fanno uno dei bronzi romani più raffinati conservati.

La statua probabilmente decorava il frontone del tempio o uno degli spazi interni, celebrando le vittorie militari imperiali. Durante il Rinascimento e l'età moderna, era stata sepolta per proteggerla da saccheggi e fusioni, pratica comune per preservare opere preziose durante invasioni e guerre. La scoperta ottocentesca restituì a Brescia uno dei suoi simboli più potenti, diventato logo ufficiale della città.

Il restauro e il nuovo allestimento
Tra il 2020 e il 2022, la Vittoria Alata è stata sottoposta a un accurato restauro presso l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che ha rimosso ossidazioni, consolidato la struttura e restituito leggibilità ai dettagli del panneggio e delle ali. Il restauro ha rivelato tracce di doratura originale e ha permesso di studiare le tecniche fusorie antiche utilizzate per creare una statua così grande e complessa in un'unica fusione.

Al termine del restauro, la statua è stata ricollocata nella cella orientale del Capitolium in un allestimento progettato dall'architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg, che combina illuminazione controllata e superfici riflettenti per esaltare la tridimensionalità della scultura. Il nuovo allestimento permette ai visitatori di apprezzare la Vittoria da ogni angolazione, evidenziando il dinamismo e la leggerezza che gli scultori romani riuscirono a imprimere al bronzo.

Il Parco Archeologico di Brescia Romana
Il Capitolium fa parte del Parco Archeologico di Brescia Romana, che include anche il teatro romano adiacente, porzioni del foro e domus con pavimenti musivi. L'intero complesso è stato iscritto nel 2011 nella lista del Patrimonio UNESCO come parte del sito seriale "I Longobardi in Italia: i luoghi del potere", per la stratificazione storica che documenta la transizione dal mondo romano a quello altomedievale.

La conservazione eccezionale delle strutture romane, comprese le celle del Capitolium con affreschi e pavimenti originali, rende Brescia uno dei siti archeologici urbani più importanti del Nord Italia. Il sito offre una testimonianza diretta della monumentalizzazione delle città galliche sotto l'Impero e della continuità d'uso di edifici pubblici attraverso i secoli, dal primo secolo dopo Cristo fino all'epoca longobarda e oltre.

Il Capitolium di Brescia, con le sue tre celle dedicate alla Triade Capitolina e la straordinaria Vittoria Alata bronzea, rappresenta il più importante tempio romano conservato nel Nord Italia, testimonianza della capacità di Roma di trasformare città galliche in centri urbani monumentali che celebravano il potere imperiale e garantivano la lealtà delle province.

 
 

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