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Articoli del 19/02/2026

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Dead Vlei nel deserto del Namib Namibia bacino argilla bianca alberi scheletrici acacia morti dune rosse fuoco 300 metri
Dead Vlei nel deserto del Namib Namibia bacino argilla bianca alberi scheletrici acacia morti dune rosse fuoco 300 metri

Il Namib è il deserto più antico del mondo, arido da 55 milioni di anni. Le dune di Sossusvlei superano i 300 metri, rosse per l'ossidazione del ferro. Il Dead Vlei conserva alberi di acacia morti secoli fa, scheletri immobili nell'argilla bianca. Fairy circles misteriose. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Il Namib: il deserto più antico della Terra
Il deserto del Namib, che si estende per circa 2.000 chilometri lungo la costa atlantica della Namibia, dell'Angola meridionale e del Sudafrica settentrionale, è considerato il deserto più antico del mondo. Studi geologici indicano che condizioni aride persistono nella regione da almeno 55 milioni di anni, dall'Eocene al presente, un intervallo temporale che copre quasi l'intera era Cenozoica. Questo significa che il Namib era già un deserto quando i primi primati antropomorfi si evolsero in Africa, quando l'Himalaya iniziò a sollevarsi, e quando l'Antartide si congelò definitivamente. La longevità del Namib è dovuta alla corrente fredda di Benguela che scorre lungo la costa atlantica, raffreddando l'aria oceanica e impedendo la formazione di nubi di pioggia: l'aria fredda e secca si sposta poi verso l'interno creando condizioni di iperaridità permanenti. Il risultato è un paesaggio che non ha conosciuto periodi umidi significativi per decine di milioni di anni, creando ecosistemi e adattamenti biologici unici al mondo.

Le dune di Sossusvlei: sabbia rossa fuoco alta 300 metri
Sossusvlei è una depressione di argilla bianca circondata da alcune delle dune di sabbia più alte del mondo, situata nel Namib-Naukluft National Park nella Namibia centrale. Le dune che circondano Sossusvlei raggiungono altezze di oltre 300 metri, con la Duna 7 (chiamata così perché è la settima duna dopo il fiume Tsauchab) che arriva a circa 383 metri, una delle più alte dune di sabbia del pianeta. Il colore delle dune è rosso fuoco intenso, dovuto all'ossidazione del ferro contenuto nella sabbia: più antica è la sabbia, più intenso è il rosso, perché l'esposizione prolungata all'ossigeno ha trasformato gli ossidi di ferro in ematite. Le dune più giovani, vicine alla costa, sono gialle o beige; quelle di Sossusvlei, tra le più antiche, sono di un rosso profondo quasi arancione che sotto la luce del tramonto diventa incandescente. Scalare le dune è un'esperienza fisicamente impegnativa ma visivamente mozzafiato: dalla sommità si vedono onde di sabbia rossa estendersi all'orizzonte come un oceano pietrificato.

Il Dead Vlei: cimitero di alberi e argilla bianca
Dead Vlei, letteralmente "palude morta", è un bacino di argilla bianca situato vicino a Sossusvlei, circondato da dune altissime che bloccano il passaggio dell'acqua. Circa 900 anni fa, il fiume Tsauchab scorreva periodicamente in questa zona durante le rare piogge, permettendo la crescita di acacie (Vachellia erioloba, comunemente chiamate acacia della giraffa). Poi le dune si spostarono, bloccando definitivamente il corso del fiume e privando gli alberi di qualsiasi fonte d'acqua. Gli alberi morirono, ma l'estrema secchezza dell'aria del Namib impedì la decomposizione: i tronchi e i rami si sono mummificati, rimanendo in piedi per secoli come scheletri neri carbonizzati contro lo sfondo dell'argilla bianca e delle dune rosse. Il contrasto visivo è surreale: alberi morti da 600-900 anni, perfettamente preservati, con le ombre lunghe proiettate sull'argilla che cambiano colore e forma durante il giorno. Dead Vlei è uno dei paesaggi più fotografati del mondo, un simbolo della bellezza desolata del deserto.

L'ecologia del Namib: vita dove non dovrebbe esistere
Nonostante l'aridità estrema, il Namib ospita una biodiversità sorprendente, basata su adattamenti straordinari. La principale fonte di umidità non è la pioggia (che può non cadere per anni) ma la nebbia costiera dell'Atlantico che penetra nell'entroterra fino a 60 chilometri dalla costa. Lo scarabeo del deserto (Onymacris unguicularis) ha sviluppato una tecnica di raccolta dell'acqua unica al mondo: al mattino si posiziona in cima alle dune con il corpo inclinato, permettendo alla nebbia di condensarsi sul suo esoscheletro idrofobo e scorrere fino alla bocca. La Welwitschia mirabilis, pianta endemica del Namib, può vivere oltre 1.500 anni producendo solo due foglie che crescono continuamente per tutta la vita, diventando lunghe metri e sfibrandosi col vento. Le radici penetrano fino a 100 metri di profondità per accedere alle falde sotterranee. Elefanti del deserto, orici, springbok e iene si sono adattati a percorrere decine di chilometri al giorno per trovare acqua e cibo.

I Fairy Circles: cerchi misteriosi ancora inspiegati
Una delle caratteristiche più enigmatiche del Namib sono i Fairy Circles (cerchi delle fate), macchie circolari prive di vegetazione che costellano il deserto per migliaia di chilometri quadrati, particolarmente evidenti nella fascia delle praterie aride tra il deserto sabbioso e le zone semi-aride. I cerchi variano in diametro da 2 a 15 metri, sono disposti in pattern regolari quasi geometrici e persistono per decenni prima di scomparire e riformarsi altrove. Per decenni nessuno è riuscito a spiegare la loro origine. Le teorie proposte includono: l'attività delle termiti sabbiose che distruggerebbero le radici delle piante per raccogliere acqua, competizione idrica tra le piante che creerebbe pattern di auto-organizzazione attraverso feedback chimici del suolo, emissioni di gas dal sottosuolo, e persino radioattività residua. Studi recenti suggeriscono che potrebbe trattarsi di una combinazione di più fattori: l'attività delle termiti inizierebbe il cerchio, e la competizione per l'acqua lo manterrebbe. I Fairy Circles esistono solo nel Namib e in una piccola area dell'Australia occidentale, rendendoli uno dei fenomeni ecologici più rari del pianeta.

Visitare il Namib: accesso, clima e sicurezza
Il modo principale per visitare le dune di Sossusvlei e il Dead Vlei è attraverso il Namib-Naukluft National Park, accessibile dalla città di Sesriem, a circa 350 chilometri da Windhoek, capitale della Namibia. L'ingresso al parco richiede un permesso e l'accesso è limitato alle ore diurne (apertura all'alba, chiusura al tramonto). Per raggiungere Sossusvlei dalla Sesriem Gate è necessario percorrere circa 65 chilometri su strada asfaltata, seguiti da 5 chilometri finali su sabbia che richiedono un veicolo 4x4 o un servizio navetta. Il periodo migliore per visitare il Namib è tra aprile e ottobre (inverno australe), quando le temperature diurne sono tollerabili (20-30 gradi Celsius) e le notti sono fresche. In estate (novembre-marzo) le temperature diurne possono superare i 45 gradi, rendendo pericolosa qualsiasi escursione prolungata. L'alba e il tramonto sono i momenti più spettacolari: le dune rosse si accendono di colori che variano dal rosa all'arancione al viola scuro, e le ombre lunghe rivelano la texture della sabbia con dettagli straordinari.

Il deserto del Namib è un luogo che sfida le categorie estetiche convenzionali. Non è bello nel senso rassicurante: è sublime nel senso kantiano, un paesaggio che travolge la percezione con la sua scala, la sua aridità, la sua indifferenza assoluta alla vita umana. Gli alberi morti del Dead Vlei non sono tristi: sono monumenti naturali alla resilienza e alla fragilità, testimoni muti di 900 anni di cambiamenti climatici microscopici. Camminare sulle dune di Sossusvlei è come camminare sulla superficie di un pianeta alieno che per caso si trova sulla Terra. Un'esperienza che non si dimentica, perché ci ricorda che il nostro pianeta ospita mondi radicalmente diversi da quello in cui viviamo quotidianamente.

 
 
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La Medusa serpentina di Clash of the Titans 1981 creata da Ray Harryhausen con la tecnica stop-motion nelle ombre del tempio
La Medusa serpentina di Clash of the Titans 1981 creata da Ray Harryhausen con la tecnica stop-motion nelle ombre del tempio

Clash of the Titans (1981) è il testamento artistico di Ray Harryhausen, maestro dello stop-motion. La Medusa non è donna ma mostro serpentino che striscia nell'oscurità. Una scena costruita su luce, ombre e tensione: pura magia artigianale prima del digitale. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Ray Harryhausen: il maestro dello stop-motion
Ray Harryhausen è universalmente riconosciuto come il più grande artista di effetti visivi nella storia del cinema pre-digitale. La sua tecnica, che chiamò Dynamation, consisteva nel fotografare un modello in miniatura un fotogramma alla volta, modificandone la posizione tra uno scatto e l'altro, combinando poi il risultato con le riprese degli attori tramite retroproiezione. Ogni secondo di animazione richiedeva 24 fotogrammi: pochi minuti di mostro in movimento significavano settimane di lavoro manuale. Allievo di Willis O'Brien (creatore del King Kong del 1933), Harryhausen sviluppò uno stile personalissimo fatto di movimento organico, peso visivo e vitalità quasi biologica. Clash of the Titans, uscito nel 1981, fu il suo ultimo film: un commiato alla grande tradizione artigianale degli effetti speciali analogici, proprio mentre il digitale si affacciava all'orizzonte.

La Medusa serpentina: ripensare il mito per il cinema
La scelta più radicale di Harryhausen per Clash of the Titans fu la reinterpretazione della Medusa. Nella tradizione iconografica classica, la Gorgone è una donna con capelli di serpente: Harryhausen la trasformò in un essere che ha abbandonato completamente la forma umana. La sua Medusa ha una coda serpentina al posto delle gambe, le braccia ancora umane ma la posa animalesca di un rettile che si trascina con il peso del proprio corpo. Questa scelta non fu solo estetica: il movimento carponi di un serpente gigante è biomeccanicamente diverso da quello bipede umano e permetteva a Harryhausen di sfruttare al massimo la fluidità del suo stop-motion, creando un'ondulazione continua lungo tutto il corpo. L'arco e le frecce nella mani della Medusa, il suo sguardo pietrificante, la coda che striscia tra le colonne: ogni elemento fu costruito per creare tensione visiva prima ancora che narrativa.

Luce, ombre e regia: costruire il terrore con le fiaccole
Ciò che distingue la sequenza della Medusa da qualsiasi altro momento di effetti speciali dell'epoca è la gestione della luce. Il tempio dove Perseo affronta la Gorgone è illuminato esclusivamente da fiaccole che proiettano luci tremolanti e ombre lunghe sulle pareti. Non era solo scenografia: le ombre moventi rendevano molto più difficile notare le eventuali imperfezioni della composizione tra il modello animato e il set reale. Il regista Desmond Davis e Harryhausen costruirono la scena sulla tensione crescente: l'uso degli specchi del pavimento (Perseo evita il contatto visivo diretto riflettendo la Medusa nello scudo), le uccisioni progressivamente ravvicinate dei compagni di Perseo, il silenzio rotto solo dal sibilo dei serpenti-capelli. La Medusa non urla, non carica: striscia nell'ombra, e la sua lentezza è più terrificante di qualsiasi rincorsa. È una costruzione drammatica di pura matrice teatrale, usata per amplificare l'impatto della creatura invece di esibirla banalmente.

Il cast mitologico e il budget della produzione
Clash of the Titans fu prodotto da Charles H. Schneer con un budget di circa 15 milioni di dollari, somma considerevole per un film fantastico del 1981. Il cast includeva Laurence Olivier come Zeus, Claire Bloom come Era, Maggie Smith come Teti e Harry Hamlin come Perseo: una combinazione di attori shakespeariani e giovani volti hollywoodiani che conferì al film un tono ibrido tra dramma classico e avventura popolare. Ma il vero protagonista rimaneva l'animazione: oltre alla Medusa, Harryhausen creò il Kraken, Pegaso il cavallo alato, il gufo meccanico Bubo e il mostro a due teste Dioskilos. I modelli richiesero due anni di preparazione prima che le riprese con gli attori potessero iniziare. Harryhausen lavorava solo, senza assistenti nell'animazione, con una meticolosità artigianale che rendeva ogni creatura un oggetto di straordinaria qualità costruttiva. Il film incassò circa 41 milioni di dollari solo negli Stati Uniti, un successo commerciale solido.

L'eredità: da Spielberg a Jackson, tutti devono qualcosa ad Harryhausen
L'influenza di Ray Harryhausen sul cinema fantasy e di avventura è immensa e documentata. Steven Spielberg, George Lucas, Tim Burton, Peter Jackson e Phil Tippett (supervisore degli effetti per Jurassic Park) hanno tutti citato Harryhausen come ispirazione primaria. Le creature di Clash of the Titans hanno una qualità che il digitale impiegò decenni a raggiungere: il peso. Un modello fisico riflette la luce in modo reale, proietta ombre reali, interagisce fisicamente con gli elementi del set. Questo dà alle creature di Harryhausen una presenza materiale che molti effetti digitali degli anni Novanta non riuscivano a eguagliare. La saga fu rivisitata in due remake nel 2010 e 2012, entrambi ricchi di computer grafica e poveri della poesia artigianale dell'originale. Harryhausen si ritirò dopo Clash of the Titans: con lui si chiuse un capitolo irripetibile del cinema fantastico.

Clash of the Titans (1981) è molto più di un film di mostri: è il testamento di un artigiano che dedicò la vita a dare vita alla materia inanimata, un fotogramma alla volta. La Medusa che striscia nelle ombre del tempio non è solo un effetto speciale: è un pezzo di anima trasferita nella creta, nel caucciù e nel filo metallico. Una magia che i computer non hanno ancora imparato a replicare completamente, e forse non impareranno mai.

 
 

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