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Il tramonto dell'Impero russo e la frattura del 1917
Di Alex (del 29/04/2026 @ 17:00:00, in Storia della Russia, letto 15 volte)
Domenica di Sangue a San Pietroburgo
L'Ottocento russo è un intreccio di riforme mancate e repressione. Dall'abolizione della servitù della gleba all'assassinio di Alessandro II, fino alla frattura insanabile della Domenica di Sangue e alla Rivoluzione d'Ottobre, l'impero zarista scivola in un baratro che annienta tre secoli di dinastia Romanov. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Le riforme e le contraddizioni di Alessandro II
L'alba del XIX secolo vide una Russia vittoriosa contro Napoleone, ma internamente afflitta da tare sistemiche insormontabili. Il modello economico basato sulla servitĂą della gleba era diventato un relitto anacronistico e inefficace, come divenne drammaticamente palese con la sconfitta nella guerra di Crimea. L'imperatore Alessandro II, consapevole che un cambiamento dovesse avvenire "dall'alto" prima di essere imposto "dal basso", assunse il ruolo di Zar Liberatore. Nel 1861, con un atto legislativo epocale, abolì formalmente la servitĂą della gleba, affrancando decine di milioni di contadini. Tuttavia, l'emancipazione si rivelò una riforma monca, studiata per non danneggiare eccessivamente i proprietari nobiliari. Le terre assegnate agli ex servi rimasero tecnicamente di proprietĂ nobiliare fino al pagamento di esorbitanti riscatti, i cui prezzi vennero spesso gonfiati dagli arbitri, anch'essi nobili. Questo processo generò una libertĂ puramente giuridica, lasciando i contadini gravati da debiti cronici e insoddisfatti. Sul fronte geopolitico, il regno di Alessandro II segnò l'apice dell'espansionismo in Asia Centrale, un'area che divenne il teatro del cosiddetto "Grande Gioco" (The Great Game) contro l'Impero Britannico. Le dinamiche macroeconomiche globali accelerarono questo processo: a causa dell'interruzione delle esportazioni di cotone provocata dalla Guerra di Secessione americana, la Russia volse le sue mire verso la regione del Kokand, strategicamente perfetta per le piantagioni cotoniere. I generali russi operavano con un grado di spregiudicatezza impressionante. Nel 1865, ignorando gli ordini ricevuti da San Pietroburgo, il generale Michail Černjaev sferrò un attacco a sorpresa e conquistò la cittĂ di Tashkent. Di fronte al fatto compiuto, lo Zar non punì l'insubordinazione, ma la celebrò come una "magnifica impresa", decorando il militare e inglobando immensi territori. Le mezze riforme di Alessandro II crearono aspettative non soddisfatte, alimentando la radicalizzazione dell'intelligenzia. Sorsero movimenti populisti e nichilisti dediti al terrorismo politico. Lo Zar sopravvisse a numerosi attentati, inclusi i colpi di pistola esplosi da Aleksandr Solov'Ă«v nel Giardino d'Estate nel 1879 e una devastante bomba fatta esplodere nel seminterrato del Palazzo d'Inverno da Stepan Chalturin nel 1880. L'epilogo giunse il 13 marzo 1881 a San Pietroburgo per mano dell'organizzazione Narodnaja volja (VolontĂ del Popolo). Un primo attentatore, Nikolaj Rysakov, danneggiò la carrozza dello Zar con una bomba; quando Alessandro II scese dal veicolo indenne per ispezionare i danni, un secondo terrorista, Ignatij Grinevickij, lanciò l'ordigno fatale che uccise entrambi. L'assassinio chiuse l'era delle riforme, lasciando il posto al pugno di ferro di Alessandro III e Nicola II.
Verso il baratro: dalla Domenica di Sangue alla Rivoluzione d'Ottobre
Agli albori del XX secolo, la Russia era una polveriera. L'assolutismo anacronistico di Nicola II collise con un'industrializzazione forzata che aveva creato un proletariato urbano misero e politicizzato. Il disastro militare nella guerra russo-giapponese (1904) esacerbò le tensioni, culminando nella "Domenica di Sangue" del 9 gennaio 1905, quando le truppe imperiali aprirono il fuoco su una manifestazione pacifica di oltre 130.000 operai che intendevano presentare una supplica allo Zar davanti al Palazzo d'Inverno. La strage incrinò definitivamente il legame sacrale tra il popolo e la monarchia. Il catalizzatore definitivo per la disintegrazione dell'Impero fu la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale. L'arretratezza logistica e i continui rovesci militari causarono oltre sei milioni di perdite tra morti, feriti e prigionieri entro il 1917, portando l'economia al collasso e scatenando la fame nelle cittĂ . Le agitazioni esplosero a Pietrogrado (San Pietroburgo) a fine febbraio (calendario giuliano). Il punto di rottura giunse il 27 febbraio 1917, quando le guarnigioni si rifiutarono di reprimere la folla e si unirono alla rivolta. Pressato dallo stato maggiore dell'esercito e dalla Duma, lo Zar Nicola II abdicò il 2 marzo 1917, mentre i simboli del potere monarchico venivano abbattuti nelle piazze. Questa Rivoluzione di Febbraio instaurò una situazione di precario "doppio potere": da un lato il Governo Provvisorio liberale, e dall'altro i Soviet degli operai e dei soldati, veri detentori del controllo sul campo. La dinamica si radicalizzò ad aprile, quando Vladimir Lenin, leader della fazione bolscevica, rientrò in Russia dall'esilio svizzero a bordo di un "vagone piombato" fornito dall'alto comando tedesco, il quale sperava che un pacifista radicale come Lenin estromettesse la Russia dal conflitto. Con le "Tesi di Aprile", Lenin chiese il trasferimento di "tutto il potere ai soviet" e spinse affinchĂ© i contadini si appropriassero violentemente delle terre signorili. La decisione del leader del governo provvisorio, Aleksandr Kerenskij, di proseguire la disastrosa guerra portò a enormi insubordinazioni. Dopo le sommosse di luglio (in cui l'esercito sparò di nuovo sui manifestanti), ad agosto la minaccia di un colpo di stato di estrema destra da parte del generale Kornilov forzò Kerenskij a liberare e armare i bolscevichi per difendere Pietrogrado. La resistenza fu impressionante: i ferrovieri sabotarono i binari per bloccare le truppe, mentre gli operai delle officine Putilov prolungarono i turni a sedici ore, fabbricando in soli due giorni duecento cannoni per la difesa. Divenuti dominanti nei Soviet, il 25 ottobre (calendario giuliano) i bolscevichi, orchestrati strategicamente da Lev Trockij, diedero il via all'insurrezione. Un colpo sparato dall'incrociatore Aurora segnò l'inizio dell'assalto al Palazzo d'Inverno. I ministri del Governo Provvisorio furono rapidamente arrestati, mentre Kerenskij fu costretto a fuggire a bordo di un'automobile dell'ambasciata statunitense alla vana ricerca di truppe lealiste. Il Congresso dei Soviet istituì la Repubblica Socialista, affidata al Consiglio dei Commissari del Popolo guidato da Lenin. La presa del potere innescò una brutale Guerra Civile (1917-1921) tra l'Armata Rossa e l'Armata Bianca contro-rivoluzionaria. Fu in questo contesto di guerra totale che si decise il destino dei Romanov. Trasferiti prima in Siberia e poi alla Casa Ipatiev di Ekaterinburg (ribattezzata "Casa a Destinazione Speciale"), l'intera famiglia imperiale (Nicola, la moglie e i cinque figli) fu fucilata e trucidata la notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 da un plotone di esecuzione della Čeka supervisionato da Jakov Jurovskij, avvalendosi di prigionieri di guerra austro-ungarici per compiere il massacro, al fine di scongiurare che potessero essere liberati dall'avanzata delle truppe bianche. La loro esecuzione fisica certificò la cancellazione irreversibile del vecchio mondo.
Il crollo dell'Impero zarista non fu soltanto una rivoluzione politica: fu la fine di una concezione sacrale del potere. Le riforme tardive, la guerra e le tensioni sociali innescarono una catastrofe che avrebbe plasmato, nel sangue, l'ascesa del primo Stato socialista del mondo.
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