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La clorpromazina e la rivoluzione psichiatrica (1952)
Di Alex (del 22/02/2026 @ 10:00:00, in Storia delle scoperte mediche, letto 23 volte)
Fiala di clorpromazina Largactil su tavolo di laboratorio farmaceutico anni Cinquanta, rivoluzione psichiatrica
Sintetizzata da Paul Charpentier come potenziatore anestetico, la clorpromazina fu usata da Delay e Deniker nel 1952 per trattare la schizofrenia. Primo antipsicotico della storia, aprì la rivoluzione psicofarmacologica e la chiusura graduale dei grandi manicomi europei. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Da antistaminico a farmaco psichiatrico
Nel dicembre del 1950, il chimico Paul Charpentier, lavorando nei laboratori della Rhône-Poulenc a Parigi, sintetizzò il composto RP-4560, che sarebbe diventato noto come clorpromazina. L'obiettivo iniziale era tutt'altro che psichiatrico: la molecola veniva studiata come potenziatore dell'anestesia e come agente antiistaminico. Fu il chirurgo Henri Laborit a notare per primo, durante interventi chirurgici, che la sostanza induceva nei pazienti una peculiare indifferenza emotiva senza perdita di coscienza — uno stato che definì "ibernazione artificiale" — e a suggerire che potesse avere applicazioni in psichiatria.
L'Hôpital Sainte-Anne, 1952: una svolta silenziosa
Nel gennaio del 1952, gli psichiatri Jean Delay e Pierre Deniker dell'Hôpital Sainte-Anne di Parigi somministrarono la clorpromazina a pazienti affetti da schizofrenia acuta. I risultati furono straordinari e, per l'epoca, quasi incredibili: i deliri si attenuavano, le allucinazioni si riducevano, l'agitazione psicomotoria cedeva, senza che i pazienti cadessero in un semplice stato di stupore. Delay e Deniker presentarono i loro risultati in maggio allo stesso anno, coniando il termine "neurolettici" per descrivere questa nuova classe di farmaci capaci di modulare selettivamente l'attività mentale patologica.
Il meccanismo dopaminergico e la neurobiologia della psicosi
La comprensione del meccanismo d'azione della clorpromazina giunse anni dopo la sua introduzione clinica. La molecola agisce principalmente bloccando i recettori dopaminergici D2 nel sistema mesolimbico, riducendo la trasmissione dopaminergica iperattiva che caratterizza gli stati psicotici acuti. Questa scoperta fu fondamentale per formulare l'ipotesi dopaminergica della schizofrenia, pietra angolare della neurobiologia psichiatrica del XX secolo, e aprì la strada alla sintesi di centinaia di composti antipsicotici di seconda e terza generazione con profili di tollerabilità progressivamente migliori.
La deistituzionalizzazione: dai manicomi alla comunità
L'impatto sociale della clorpromazina fu paragonabile, in ambito psichiatrico, a quello degli antibiotici in medicina generale. Per la prima volta nella storia, i grandi ospedali psichiatrici videro ridursi il numero dei ricoveri cronici: pazienti che avevano trascorso decenni internati potevano, con un supporto farmacologico adeguato, riprendere una vita parzialmente autonoma. In Italia, questo processo culminò nella legge 180 del 1978, la cosiddetta Legge Basaglia, che sancì la chiusura dei manicomi e il trasferimento della cura psichiatrica a strutture territoriali. La follia cessò di essere confinamento e divenne, finalmente, cura.
La clorpromazina non guarì la schizofrenia, ma cambiò per sempre il modo in cui la civiltà occidentale guarda alla malattia mentale: non più disordine morale da segregare, ma squilibrio neurochimico da trattare con la stessa dignità di qualsiasi altra condizione medica.
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