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22/02/2026 @ 11:15:14
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Di seguito gli articoli e le fotografie pubblicati nella giornata richiesta.
 
 
Articoli del 22/02/2026

Di Alex (pubblicato @ 11:00:00 in Impero Romano, letto 7 volte)
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Mosaici policromi e fontane della villa romana di Conímbriga, Portogallo
Mosaici policromi e fontane della villa romana di Conímbriga, Portogallo

Conímbriga è il sito romano meglio conservato del Portogallo. La Casa delle Fontane custodisce mosaici policromi straordinari e un sistema idraulico complesso, restaurato e ancora funzionante. Le ville residenziali narrano il lusso lusitano e il dramma delle invasioni barbariche che ne causarono la contrazione urbana. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Una città romana nel cuore della Lusitania
Conímbriga sorge a pochi chilometri da Condeixa-a-Nova, nell'attuale Portogallo centrale, e rappresenta il più importante insediamento romano conservato dell'intera penisola iberica occidentale. Fondata su un preesistente oppidum celtico, la città raggiunse il suo massimo splendore tra il I e il III secolo dopo Cristo, quando le élite locali gareggiavano nell'ostentare ricchezze attraverso ville decorate con straordinaria raffinatezza.

La Casa delle Fontane: ingegneria e bellezza
Il gioiello del sito è la Casa dos Repuxos, la Casa delle Fontane, una residenza signorile che occupa quasi tremila metri quadrati. Al suo interno, un sistema idraulico di canali, vasche e giochi d'acqua, parzialmente restaurato e funzionante, alimentava fontane disposte al centro di eleganti peristili. I pavimenti sono ricoperti da mosaici policromi tra i più belli della penisola iberica: scene di caccia, di pesca, di stagioni personificate e motivi geometrici intrecciati si susseguono in composizioni di virtuosismo eccezionale, realizzate con tessere di marmo, calcare e ceramica.

Il dramma delle invasioni barbariche
Attorno al 465 dopo Cristo, le tribù dei Suebi devastarono Conímbriga in una delle incursioni più distruttive della tarda antichità peninsulare. Le testimonianze fisiche di quella catastrofe sono ancora leggibili nella muratura: una cinta difensiva d'emergenza fu eretta tagliando letteralmente in due le case del quartiere settentrionale, sacrificando porticati e giardini per guadagnare tempo. Alcune ville mostrano strati di cenere e distruzione improvvisa, con oggetti d'uso quotidiano abbandonati in fretta tra le macerie.

Contrazione urbana e memoria pietrificata
Dopo il saccheggio, la popolazione sopravvissuta si concentrò nell'area meridionale del sito, dando vita a una città ridotta e più difendibile. L'abbandono progressivo dei quartieri lussuosi conservò paradossalmente i mosaici sotto strati di detriti per secoli, proteggendoli dai guastatori. Oggi il Museu Monográfico de Conimbriga, adiacente agli scavi, raccoglie i reperti più fragili — utensili, gioielli, ceramiche sigillate — ricostruendo la vita quotidiana di una comunità che passò dal lusso imperiale alla sopravvivenza post-romana in meno di due generazioni.

Conímbriga non è soltanto un museo a cielo aperto: è un promemoria di quanto velocemente una civiltà possa sgretolarsi, e di quanto ostinatamente la bellezza sappia resistere anche sotto le macerie.

 
 
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Fiala di clorpromazina Largactil su tavolo di laboratorio farmaceutico anni Cinquanta, rivoluzione psichiatrica
Fiala di clorpromazina Largactil su tavolo di laboratorio farmaceutico anni Cinquanta, rivoluzione psichiatrica

Sintetizzata da Paul Charpentier come potenziatore anestetico, la clorpromazina fu usata da Delay e Deniker nel 1952 per trattare la schizofrenia. Primo antipsicotico della storia, aprì la rivoluzione psicofarmacologica e la chiusura graduale dei grandi manicomi europei. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Da antistaminico a farmaco psichiatrico
Nel dicembre del 1950, il chimico Paul Charpentier, lavorando nei laboratori della Rhône-Poulenc a Parigi, sintetizzò il composto RP-4560, che sarebbe diventato noto come clorpromazina. L'obiettivo iniziale era tutt'altro che psichiatrico: la molecola veniva studiata come potenziatore dell'anestesia e come agente antiistaminico. Fu il chirurgo Henri Laborit a notare per primo, durante interventi chirurgici, che la sostanza induceva nei pazienti una peculiare indifferenza emotiva senza perdita di coscienza — uno stato che definì "ibernazione artificiale" — e a suggerire che potesse avere applicazioni in psichiatria.

L'Hôpital Sainte-Anne, 1952: una svolta silenziosa
Nel gennaio del 1952, gli psichiatri Jean Delay e Pierre Deniker dell'Hôpital Sainte-Anne di Parigi somministrarono la clorpromazina a pazienti affetti da schizofrenia acuta. I risultati furono straordinari e, per l'epoca, quasi incredibili: i deliri si attenuavano, le allucinazioni si riducevano, l'agitazione psicomotoria cedeva, senza che i pazienti cadessero in un semplice stato di stupore. Delay e Deniker presentarono i loro risultati in maggio allo stesso anno, coniando il termine "neurolettici" per descrivere questa nuova classe di farmaci capaci di modulare selettivamente l'attività mentale patologica.

Il meccanismo dopaminergico e la neurobiologia della psicosi
La comprensione del meccanismo d'azione della clorpromazina giunse anni dopo la sua introduzione clinica. La molecola agisce principalmente bloccando i recettori dopaminergici D2 nel sistema mesolimbico, riducendo la trasmissione dopaminergica iperattiva che caratterizza gli stati psicotici acuti. Questa scoperta fu fondamentale per formulare l'ipotesi dopaminergica della schizofrenia, pietra angolare della neurobiologia psichiatrica del XX secolo, e aprì la strada alla sintesi di centinaia di composti antipsicotici di seconda e terza generazione con profili di tollerabilità progressivamente migliori.

La deistituzionalizzazione: dai manicomi alla comunità
L'impatto sociale della clorpromazina fu paragonabile, in ambito psichiatrico, a quello degli antibiotici in medicina generale. Per la prima volta nella storia, i grandi ospedali psichiatrici videro ridursi il numero dei ricoveri cronici: pazienti che avevano trascorso decenni internati potevano, con un supporto farmacologico adeguato, riprendere una vita parzialmente autonoma. In Italia, questo processo culminò nella legge 180 del 1978, la cosiddetta Legge Basaglia, che sancì la chiusura dei manicomi e il trasferimento della cura psichiatrica a strutture territoriali. La follia cessò di essere confinamento e divenne, finalmente, cura.

La clorpromazina non guarì la schizofrenia, ma cambiò per sempre il modo in cui la civiltà occidentale guarda alla malattia mentale: non più disordine morale da segregare, ma squilibrio neurochimico da trattare con la stessa dignità di qualsiasi altra condizione medica.

 
 
Di Alex (pubblicato @ 09:00:00 in Scienza e Tecnologia, letto 41 volte)
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Visualizzazione scientifica delle cinque fasi di sviluppo cerebrale nell'arco della vita umana
Visualizzazione scientifica delle cinque fasi di sviluppo cerebrale nell'arco della vita umana

La ricerca moderna ha smentito il mito del picco cognitivo a 20 anni, identificando cinque fasi distinte di riorganizzazione neurale lungo l'arco della vita. Transizioni chiave avvengono intorno ai 9, 32, 66 e 83 anni, aprendo nuove frontiere per l'allenamento cognitivo personalizzato. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Il mito del picco a vent'anni
Per decenni la neuroscienza popolare ha sostenuto che il cervello umano raggiunge il suo apice intorno ai vent'anni, per poi intraprendere un lento e inesorabile declino. Questa visione è stata ampiamente ridimensionata dalla ricerca contemporanea: studi longitudinali condotti su decine di migliaia di soggetti hanno dimostrato che capacità cognitive diverse raggiungono il loro massimo in momenti molto diversi della vita, e che la riorganizzazione delle reti neurali non si arresta mai davvero.

Le cinque finestre di transizione
I dati emergenti dalla neuroimaging e dagli studi comportamentali indicano cinque fasi principali. La prima, intorno ai 9 anni, segna la maturazione delle reti attentive e il consolidamento della memoria procedurale. La seconda, attorno ai 32 anni, coincide con il picco della cosiddetta intelligenza cristallizzata e della capacità di integrazione semantica. La terza soglia, verso i 66 anni, vede emergere pattern di connettività a lungo raggio che favoriscono il pensiero analogico e la sintesi narrativa. La quarta transizione, intorno agli 83 anni, riguarda l'adattamento compensatorio delle reti prefrontali. La quinta fase, che si apre oltre quella soglia, è caratterizzata da una progressiva selettività cognitiva: il cervello riduce la propria larghezza di banda elaborativa concentrandosi sulle reti emotive e relazionali di maggiore rilevanza biografica, un meccanismo che alcuni ricercatori interpretano come una forma adattativa di saggezza neurobiologica.

Plasticità a tutte le età
Uno dei contributi più rilevanti della ricerca recente è la dimostrazione che la plasticità sinaptica — la capacità del cervello di modificare le proprie connessioni in risposta all'esperienza — non scompare con l'invecchiamento, ma cambia forma. Nei bambini è massimamente diffusa; negli adulti si concentra in aree specializzate; negli anziani si manifesta soprattutto come riorganizzazione compensatoria. In tutte le fasi, stimoli adeguati — apprendimento di nuove lingue, musica, attività fisiche complesse — inducono cambiamenti strutturali misurabili.

Allenamento cognitivo personalizzato per fase
La conoscenza di queste finestre temporali apre prospettive pratiche significative. Interventi educativi mirati intorno ai 9 anni possono potenziare le reti attentive nel periodo di massima ricettività. Programmi di prevenzione cognitiva avviati attorno ai 60 anni possono rallentare i marcatori precoci di neurodegenerazione, agendo prima delle transizioni critiche. Le applicazioni cliniche includono protocolli di riabilitazione post-ictus differenziati per fascia d'età e programmi di supporto cognitivo in geriatria calibrati sulle specifiche reti in riorganizzazione.

Il cervello non invecchia come un motore che si consuma: si trasforma, si adatta, sposta il suo centro di gravità cognitivo. Conoscere queste transizioni non serve solo alla medicina, ma a ciascuno di noi per abitare meglio ogni stagione della propria intelligenza.

 
 
Di Alex (pubblicato @ 08:00:00 in Meraviglie Naturali Recondite, letto 27 volte)
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Veduta panoramica aerea del Canyon del Colca in Perù con condor andino in volo e vulcano Sabancaya sullo sfondo
Veduta panoramica aerea del Canyon del Colca in Perù con condor andino in volo e vulcano Sabancaya sullo sfondo

Il Canyon del Colca, nel sud del Perù, supera i 3.200 metri di profondità, tra i più profondi della Terra. Vulcani attivi, condor andini in volo e terrazzamenti pre-incas ancora coltivati convivono con una geologia instabile, modellata da frane e terremoti frequenti. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Una ferita nella Terra: la geologia del Colca
Il Canyon del Colca si trova nella regione di Arequipa, nel Perù meridionale, scavato dal fiume omonimo nel corso di milioni di anni attraverso le rocce vulcaniche e sedimentarie delle Ande occidentali. Con una profondità massima misurata di circa 3.270 metri, è uno dei canyon più profondi del pianeta — significativamente più profondo del Grand Canyon statunitense, che raggiunge circa 1.857 metri di dislivello. Il paesaggio circostante è dominato da vulcani attivi: il Sabancaya, a oltre 5.900 metri di quota, ha ripreso la sua attività negli ultimi decenni, depositando cenere sulle pareti del canyon e sulle comunità rurali della vallata.

Il condor andino e le correnti termiche
Il Canyon del Colca è uno dei luoghi migliori al mondo per osservare il condor andino (Vultur gryphus), il più grande uccello volante del pianeta con un'apertura alare che può superare i tre metri. Il mirador Cruz del Cóndor, sulla sponda settentrionale del canyon, permette di osservare questi rapaci a distanza ravvicinata mentre sfruttano le correnti termiche ascensionali che si formano ogni mattina lungo le pareti rocciose. Il condor, invece di battere le ali, cavalca l'aria calda per risalire in quota con un consumo energetico minimo, librandosi per ore a quote che superano i 5.000 metri.

Terrazzamenti pre-incas: un'agricoltura millenaria
Le pareti del canyon sono costellate di terrazzamenti agricoli — gli andenes — costruiti dalle culture pre-incas e mantenuti in uso ininterrotto fino ad oggi dalle comunità Collagua e Cabana. Questi sistemi a gradoni, realizzati con murature a secco su pendii scoscesi, permettono di coltivare mais, patate e quinoa a quote che altrimenti sarebbero impraticabili, sfruttando i microclimi differenziati delle varie fasce altitudinali. Sono un esempio straordinario di ingegneria rurale adattativa, sviluppata senza strumenti metallici e tramandata attraverso i secoli con minime modifiche.

Parametri geografici comparati: deserti e canyon estremi
Per contestualizzare l'eccezionalità del Colca, è utile confrontarlo con altri ambienti geografici estremi. La Depressione della Dancalia in Etiopia raggiunge i 125 metri sotto il livello del mare con temperature superiori ai 50 gradi; il deserto del Namib si estende a quote tra 0 e 300 metri con rischio principale di disidratazione; l'altopiano dell'Ennedi nel Ciad si trova intorno ai 1.400 metri con il principale pericolo legato all'isolamento. Il Colca, a circa 3.300 metri di quota media, presenta invece come pericoli principali le frane improvvise e il mal di montagna, con accesso praticabile via trekking o mezzi pubblici locali.

Il Canyon del Colca non è un luogo dove la natura si è fermata: è un ecosistema in movimento permanente, dove la roccia cede, il vulcano respira e i contadini continuano a coltivare gli stessi gradoni che i loro antenati costruirono mille anni fa, come se il tempo non fosse mai passato davvero.

 
 

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