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Articoli del 12/01/2026
Di Alex (pubblicato @ 09:00:00 in Tecnologia, letto 52 volte)
Enzimi che decompongono plastica PET e biopolimeri estratti da colture di alghe marine
L'inquinamento da plastica è una delle crisi ambientali più urgenti del nostro tempo. Due innovazioni rivoluzionarie stanno cambiando radicalmente il panorama: enzimi ingegnerizzati capaci di degradare completamente la plastica in pochi giorni e biopolimeri derivati da alghe che non competono con l'agricoltura alimentare, offrendo soluzioni concrete al problema globale dei rifiuti plastici. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
La crisi globale della plastica
Ogni anno, l'umanità produce oltre 400 milioni di tonnellate di plastica, di cui circa il 40% è destinato a utilizzi monouso. Solo il 9% della plastica prodotta viene effettivamente riciclata, mentre la maggior parte finisce in discariche, inceneritori o dispersa nell'ambiente. Gli oceani contengono già circa 150 milioni di tonnellate di plastica, con 8 milioni di tonnellate che si aggiungono annualmente.
Il problema non riguarda solo il volume. La plastica convenzionale derivata dal petrolio persiste nell'ambiente per centinaia di anni, frammentandosi in microplastiche che contaminano ecosistemi, catene alimentari e persino il corpo umano. Studi recenti hanno rilevato microplastiche nel sangue umano, nella placenta e in organi vitali, sollevando preoccupazioni sanitarie crescenti. Le conseguenze ecologiche includono morte di fauna marina, alterazione di habitat e rilascio di sostanze chimiche tossiche.
Enzimi mangia-plastica: la scoperta e l'evoluzione
La svolta è arrivata nel 2016 con la scoperta accidentale di un batterio, Ideonella sakaiensis, in un impianto di riciclaggio giapponese. Questo microrganismo aveva evoluto naturalmente la capacità di degradare il PET, uno dei polimeri plastici più comuni utilizzato in bottiglie e imballaggi. Il batterio produce due enzimi, PETase e MHETase, che lavorano in sequenza per scomporre il PET nei suoi componenti molecolari base.
La PETase naturale, tuttavia, agisce molto lentamente, richiedendo settimane o mesi per degradare quantità significative di plastica. I ricercatori hanno quindi applicato tecniche di ingegneria proteica per ottimizzare l'enzima. Attraverso modifiche mirate della struttura molecolare, hanno creato varianti con attività enzimatica enormemente potenziata.
La versione più avanzata, sviluppata da ricercatori dell'Università di Portsmouth e del National Renewable Energy Laboratory statunitense, può degradare completamente il PET in appena 24-48 ore a temperature moderate. Questa velocità rappresenta un miglioramento di diversi ordini di grandezza rispetto all'enzima naturale. Ancora più significativo, il processo produce monomeri puri che possono essere ripolimerizzati in plastica vergine di qualità identica all'originale.
Il processo di riciclo enzimatico
Il riciclo enzimatico opera in modo radicalmente diverso dal riciclo meccanico tradizionale. Nel riciclo meccanico, la plastica viene tritata, fusa e riformata, processo che degrada la qualità del polimero e limita il numero di cicli possibili. Il riciclo enzimatico, invece, decostruisce il polimero a livello molecolare.
Il processo inizia con la preparazione della plastica di scarto. Bottiglie e contenitori vengono puliti, macinati in scaglie e miscelati con una soluzione contenente gli enzimi ingegnerizzati. La reazione avviene a temperature relativamente basse, tipicamente tra 50-70°C, significativamente inferiori ai 250-300°C richiesti per fondere il PET. Questa differenza si traduce in risparmi energetici sostanziali.
Gli enzimi attaccano specificamente i legami esteri che tengono insieme le molecole di PET, spezzandoli in modo controllato. Nel giro di ore, il polimero si decompone completamente in acido tereftalico e glicole etilenico, i due componenti chimici originali del PET. Questi monomeri vengono separati, purificati e possono essere utilizzati per sintetizzare nuovamente PET vergine, creando un ciclo chiuso perfetto.
Il vantaggio cruciale è l'assenza di degradazione qualitativa. La plastica riciclata enzimaticamente è chimicamente identica alla plastica vergine prodotta dal petrolio, eliminando il downcycling tipico del riciclo meccanico. Questo significa che lo stesso materiale può essere riciclato infinite volte senza perdita di proprietà, realizzando un'economia circolare autentica per la plastica.
Bioplastiche da alghe: un'alternativa sostenibile
Parallelamente agli enzimi, le bioplastiche derivate da alghe stanno emergendo come soluzione complementare. Le alghe presentano vantaggi unici rispetto ad altre fonti di biopolimeri. Crescono rapidamente, non richiedono terreni agricoli, non competono con colture alimentari e possono essere coltivate in acqua salata o sistemi di acquacoltura integrati con trattamento acque reflue.
Le microalghe e le macroalghe producono naturalmente polisaccaridi e biopolimeri utilizzabili per creare plastiche. L'acido alginico, estratto dalle alghe brune, forma gel e film biodegradabili. I poliidrossialcanoati, prodotti da alcuni ceppi di microalghe ingegnerizzate, possono sostituire plastiche convenzionali in numerose applicazioni. Questi materiali sono completamente biodegradabili in ambiente marino, caratteristica cruciale dato che molti rifiuti plastici finiscono negli oceani.
La coltivazione di alghe per bioplastiche offre benefici ambientali multipli. Durante la crescita, le alghe assorbono CO2 dall'atmosfera o da fonti industriali, fungendo da carbon sink. Un ettaro di coltura di microalghe può catturare fino a 100 tonnellate di CO2 annualmente, significativamente più di foreste terrestri. Le alghe producono anche ossigeno e possono rimuovere nutrienti in eccesso da acque contaminate, contribuendo alla depurazione.
Processi produttivi e proprietà dei biopolimeri algali
La produzione di bioplastiche da alghe coinvolge diverse fasi ottimizzate. Le alghe vengono coltivate in fotobioreattori chiusi o vasche aperte, con controllo di luce, nutrienti e CO2. Alcune implementazioni utilizzano CO2 da emissioni industriali, trasformando un gas serra in materia prima utile. I tempi di crescita sono rapidi, con alcune specie che raddoppiano la biomassa in 24 ore.
Dopo la raccolta, le alghe vengono processate per estrarre i biopolimeri. Metodi includono estrazione meccanica, trattamenti enzimatici o fermentazione batterica di estratti algali. I polimeri estratti vengono purificati, modificati chimicamente se necessario, e trasformati in granuli o film utilizzando tecnologie simili a quelle per plastiche convenzionali. Questa compatibilità con macchinari esistenti facilita l'adozione industriale.
Le proprietà dei biopolimeri algali sono versatili. Gli alginati formano film flessibili adatti per imballaggi alimentari o capsule farmaceutiche. I poliidrossialcanoati possono essere rigidi o elastici a seconda della formulazione, sostituendo polipropilene o polietilene in applicazioni specifiche. Le bioplastiche algali sono tipicamente biodegradabili in 3-6 mesi in condizioni di compostaggio, e alcune varianti si degradano anche in ambiente marino.
Additivi naturali derivati dalle alghe stesse possono migliorare le proprietà. Pigmenti come ficoeritrina conferiscono colorazione senza coloranti sintetici. Polisaccaridi specifici aumentano resistenza meccanica o creano barriere all'umidità. Questa possibilità di modulare caratteristiche attraverso selezione di specie algali e formulazioni apre infinite varianti applicative.
Applicazioni commerciali emergenti
Le applicazioni pratiche stanno rapidamente espandendosi. Nel settore degli imballaggi, bioplastiche algali sostituiscono film plastici per alimenti, sacchetti e contenitori monouso. Aziende come Notpla nel Regno Unito producono capsule commestibili da alghe per bevande, eliminando bottiglie monouso. Queste capsule si degradano in settimane se disperse, contro i secoli delle bottiglie PET.
L'industria alimentare sta adottando imballaggi in alginato per prodotti freschi. Questi film biodegradabili estendono la shelf-life creando barriere all'ossigeno, riducendo sprechi alimentari. Alcuni rivestimenti algali sono commestibili, consentendo di consumare direttamente l'imballaggio insieme al prodotto. Questa innovazione elimina completamente il rifiuto in specifiche applicazioni.
Il settore agricolo utilizza bioplastiche algali per film pacciamanti biodegradabili. Tradizionalmente, i film plastici utilizzati per controllare erbacce e ritenzione idrica devono essere rimossi e smaltiti. I film algali si integrano nel terreno dopo il raccolto, decomponendosi e arricchendo il suolo di nutrienti. Questo elimina costi di smaltimento e inquinamento da microplastiche agricole.
Nel riciclo enzimatico, diverse aziende stanno costruendo impianti pilota e industriali. Carbios in Francia ha sviluppato un processo enzimatico su scala commerciale, con partnership che includono grandi marchi di bevande e abbigliamento. L'obiettivo è riciclare milioni di tonnellate di PET annualmente entro il 2030, dimostrando la scalabilità della tecnologia.
Sfide economiche e tecnologiche
Nonostante il potenziale, persistono ostacoli. La produzione di enzimi ingegnerizzati a scala industriale richiede fermentazione microbica controllata, con costi ancora superiori al riciclo meccanico tradizionale. Ottimizzazioni di processo e economie di scala sono essenziali per competitività. La stabilità degli enzimi durante stoccaggio e utilizzo richiede formulazioni protettive o liofilizzazione, aggiungendo complessità.
La raccolta e selezione della plastica di scarto rimane critica. Gli enzimi sono specifici per determinati polimeri, principalmente PET. Plastiche miste o contaminate richiedono separazione preliminare. Sviluppare enzimi per altri polimeri comuni come polietilene e polipropilene è priorità di ricerca, ma questi materiali presentano strutture chimiche più resistenti alla degradazione enzimatica.
Per le bioplastiche algali, la scalabilità della coltivazione presenta sfide. Impianti su larga scala richiedono investimenti significativi in fotobioreattori, sistemi di raccolta e infrastrutture di processamento. La variabilità delle condizioni ambientali può influenzare rese e qualità. Contaminazioni da altre specie o patogeni richiedono controlli rigorosi, aumentando complessità operativa.
I costi rimangono superiori alle plastiche convenzionali. Il petrolio sovvenzionato e le economie di scala dell'industria petrolchimica creano vantaggi economici difficili da competere. Politiche ambientali come tasse sulla plastica vergine, crediti per materiali riciclati e sostegno alla bio-economia sono necessarie per livellare il campo competitivo e accelerare adozione.
Impatti ambientali e benefici sistemici
I benefici ambientali vanno oltre la riduzione dei rifiuti plastici. Il riciclo enzimatico consuma significativamente meno energia rispetto alla produzione di plastica vergine da petrolio, riducendo emissioni di gas serra. Studi di ciclo di vita suggeriscono riduzioni di emissioni del 30-50% rispetto alla produzione vergine, e fino al 70% rispetto all'incenerimento dei rifiuti plastici.
Le bioplastiche algali offrono bilanci carbonici favorevoli. La CO2 assorbita durante la crescita delle alghe compensa le emissioni della processazione, risultando in prodotti carbon-neutral o addirittura carbon-negative. Questo contrasta drasticamente con plastiche convenzionali che rilasciano carbonio fossile sequestrato da milioni di anni.
La riduzione dell'inquinamento marino è forse l'impatto più visibile. Plastiche biodegradabili che si decompongono in ambiente marino in mesi invece di secoli potrebbero trasformare il problema dell'inquinamento oceanico. Sebbene prevenire dispersione rimanga prioritario, materiali che non persistono indefinitamente offrono una rete di sicurezza per rifiuti inevitabilmente dispersi.
La diminuzione della dipendenza da combustibili fossili rafforza la sicurezza energetica. Circa il 4-6% del petrolio globale è destinato alla produzione di plastica. Sostituire questa domanda con biomateriali rinnovabili riduce pressioni geopolitiche e vulnerabilità a fluttuazioni di prezzo del petrolio.
Il futuro integrato delle soluzioni plastiche
Il futuro ottimale probabilmente combina entrambe le tecnologie in modo complementare. Il riciclo enzimatico eccelle nel gestire plastica esistente, trasformando rifiuti accumulati in risorse. Le bioplastiche algali prevengono nuova produzione di plastica fossile, fornendo alternative per applicazioni dove il riciclo è impraticabile.
Sistemi integrati stanno emergendo. Impianti potrebbero coltivare alghe utilizzando CO2 da processi industriali, produrre bioplastiche per imballaggi, e riciclare enzimaticamente plastiche convenzionali esistenti. Questa integrazione massimizza efficienza e sostenibilità, creando hub di economia circolare.
La ricerca continua ad accelerare. Nuovi enzimi ingegnerizzati degradano plastiche precedentemente recalcitranti. Ceppi algali modificati geneticamente producono rese maggiori di biopolimeri con proprietà migliorate. Processi ibridi combinano degradazione enzimatica con fermentazione microbica per convertire rifiuti plastici direttamente in nuovi biopolimeri, saltando passaggi intermedi.
Prospettive applicative includono:
- Impianti mobili di riciclo enzimatico per comunità remote o eventi temporanei
- Packaging intelligente in bioplastica algale con sensori biodegradabili integrati
- Tessuti sintetici biodegradabili per abbigliamento e arredamento
- Materiali edili temporanei completamente compostabili per cantieri
- Dispositivi medici monouso in bioplastica sicura per incenerimento
- Componenti elettronici biodegradabili riducendo rifiuti elettronici
La combinazione di enzimi mangia-plastica e bioplastiche da alghe rappresenta una rivoluzione nell'approccio ai materiali polimerici. Queste tecnologie non sono semplici miglioramenti incrementali, ma trasformazioni fondamentali che ridefiniscono il ciclo di vita della plastica. Dall'economia lineare di estrazione-produzione-smaltimento, ci muoviamo verso cicli chiusi dove rifiuti diventano risorse e nuovi materiali crescono da fonti rinnovabili che non competono con alimentazione umana. Sebbene sfide economiche e tecniche richiedano ulteriore innovazione, la direzione è inequivocabile: un futuro dove la plastica serve l'umanità senza devastare il pianeta è finalmente a portata di mano.
Ibn al-Haytham, lo scienziato islamico che inventò il metodo scientifico sei secoli prima di Galileo
Di Alex (pubblicato @ 07:00:00 in Scienziati geniali dimenticati, letto 73 volte)
Ibn al-Haytham al lavoro nella sua camera oscura al Cairo con strumenti ottici e manoscritti del Kitab al-Manazir
Abū ʿAlī al-Ḥasan ibn al-Haytham, conosciuto in Occidente come Alhazen, rivoluzionò lo studio della luce e della visione tra il 965 e il 1040 al Cairo. Il suo "Kitab al-Manazir" introdusse l'uso sistematico dell'esperimento per verificare le ipotesi, anticipando di sei secoli il metodo scientifico attribuito a Galileo e confutando duemila anni di teorie greche sulla visione. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
Dalla Mesopotamia al Cairo, la formazione di un genio
Ibn al-Haytham nacque a Bassora, nell'attuale Iraq, intorno al 965 durante l'Età dell'Oro islamica, un periodo di straordinaria fioritura scientifica e culturale nel mondo arabo. Cresciuto studiando religione presso i maestri locali tra Bassora e Baghdad, sviluppò presto un interesse per la matematica e le scienze naturali che lo portò a mettere in discussione le diverse interpretazioni religiose del suo tempo. La sua fama di matematico e scienziato giunse alle orecchie del califfo fatimide Al-Hakim bi-Amr Allah al Cairo, noto per essere un grande mecenate delle scienze ma anche un tiranno eccentrico e crudele. Il califfo invitò Ibn al-Haytham in Egitto proponendogli un progetto ambizioso: regolare le inondazioni del Nilo costruendo una diga. Giunto sul posto e valutate le reali dimensioni del fiume, lo scienziato comprese che il progetto era tecnicamente impossibile con i mezzi dell'epoca. Temendo l'ira del califfo, finse la pazzia e fu posto agli arresti domiciliari per oltre dieci anni, fino alla morte violenta di Al-Hakim nel 1021.
La reclusione che cambiò la storia della scienza
Durante il periodo di confinamento forzato, Ibn al-Haytham trasformò quella che avrebbe potuto essere una tragedia personale in una delle stagioni più produttive della storia della scienza. Osservando la luce che entrava nella sua stanza oscura attraverso una piccola apertura, notò come i raggi luminosi proiettassero sulla parete opposta un'immagine capovolta dell'esterno. Questa osservazione apparentemente semplice lo portò a sviluppare il primo studio sistematico della camera oscura, descrivendone con grande precisione il meccanismo di formazione delle immagini. Fu proprio in questo periodo che scrisse la sua opera monumentale, il "Kitab al-Manazir", il Libro dell'Ottica, composto da sette volumi che avrebbero rivoluzionato la comprensione della luce, della visione e del metodo di indagine scientifica. L'opera fu completata tra il 1011 e il 1021 e conteneva descrizioni dettagliate di esperimenti, apparati sperimentali, misurazioni precise e conclusioni basate rigorosamente sull'osservazione empirica.
La rivoluzione della teoria della visione
Il contributo più rivoluzionario di Ibn al-Haytham fu la confutazione definitiva della teoria della visione che aveva dominato il pensiero occidentale per oltre duemila anni. Filosofi greci come Platone, Euclide e Tolomeo sostenevano che la visione avvenisse attraverso raggi emanati dagli occhi verso gli oggetti, una sorta di "raggi visuali" attivi che permettevano di vedere. Ibn al-Haytham dimostrò sperimentalmente che questa teoria era completamente sbagliata: non sono gli occhi a emettere raggi, ma sono gli oggetti illuminati a riflettere la luce che poi entra negli occhi. Introdusse il concetto rivoluzionario di "lumen", un agente esterno costituito da un flusso di particelle materiali emesse dagli oggetti che, penetrando nell'occhio attraverso la pupilla, formano un'immagine capovolta sulla retina. Studiò approfonditamente il processo di visione, distinguendo tra percezione visiva operata dal nervo ottico e il successivo discernimento e riconoscimento delle immagini operato dall'intelletto in base all'esperienza, alla memoria e all'apprendimento. Si occupò persino delle illusioni ottiche, analizzando l'influenza della psiche umana nella formazione dell'errore percettivo.
Il metodo scientifico sei secoli prima di Galileo
Ciò che rende Ibn al-Haytham veramente straordinario non è solo l'insieme delle sue scoperte, ma il metodo con cui le raggiunse. Nel suo approccio alla ricerca scientifica troviamo tutti gli elementi che secoli dopo sarebbero stati formalizzati come metodo scientifico moderno: formulazione di ipotesi testabili, progettazione di esperimenti specifici per verificarle, osservazione sistematica dei fenomeni, misurazione precisa dei dati, analisi matematica dei risultati e formulazione di conclusioni basate esclusivamente sull'evidenza empirica. Nell'introduzione del suo trattato sull'ottica scrisse esplicitamente che anche le autorità scientifiche riconosciute come Tolomeo possono aver commesso errori e che la critica delle teorie esistenti ha un ruolo fondamentale nel progresso della conoscenza. Affermò con chiarezza che la verità scientifica deve essere dimostrata attraverso l'esperimento e non può basarsi sull'autorità o sulla tradizione. Questo approccio rigorosamente empirico, unito all'uso della matematica per descrivere i fenomeni fisici, lo ha fatto definire da molti storici della scienza come il primo vero scienziato della storia.
Matematica, astronomia e il problema di Alhazen
Oltre all'ottica, Ibn al-Haytham diede contributi fondamentali in molti altri campi. In matematica lavorò sulla geometria euclidea, sulla teoria dei numeri e sulle sezioni coniche, sviluppando quello che oggi è noto come "problema di Alhazen": dato uno specchio sferico e una sorgente luminosa puntiforme, determinare il punto dello specchio in cui si riflette il raggio che perviene all'occhio dell'osservatore. Questo problema, che coinvolge equazioni di quarto grado e sezioni coniche, mostra il livello straordinario di sofisticazione matematica raggiunto dallo scienziato. In astronomia scrisse diverse opere importanti, tra cui il "Modello del moto di ciascuno dei sette pianeti", in cui cercò di costruire un modello geocentrico più coerente di quello tolemaico, e soprattutto il trattato "Dubbi su Tolomeo", in cui criticava sistematicamente gli errori e le contraddizioni presenti nell'Almagesto. Studiò anche il crepuscolo e l'altezza delle nuvole, calcolando con notevole precisione l'altezza dell'atmosfera terrestre.
L'eredità europea e l'influenza sui giganti della scienza
Le opere di Ibn al-Haytham rimasero confinate al mondo arabo per diversi secoli a causa delle barriere linguistiche, culturali e religiose tra Oriente e Occidente. Fu solo nel 1270 che il monaco polacco Witelo tradusse in latino i suoi principali trattati sull'ottica con il titolo complessivo "De Aspectibus", che divenne noto come "Prospettiva di Alhazen". Questa traduzione, di cui si conoscono almeno diciannove copie manoscritte, circolò ampiamente nelle università medievali europee ed ebbe un'influenza enorme sullo sviluppo della scienza occidentale. Ruggero Bacone citò abbondantemente Alhazen nei suoi scritti sul metodo sperimentale. Lorenzo Ghiberti utilizzò una traduzione italiana per i suoi studi sulla prospettiva. Leonardo da Vinci studiò approfonditamente i suoi scritti sulla camera oscura, anche se inizialmente ipotizzò erroneamente che nell'occhio ci fosse un ulteriore capovolgimento dell'immagine. Giovanni Keplero nel Seicento riconobbe esplicitamente di essere stato ispirato da Alhazen e dal monaco siciliano Francesco Maurolico per sviluppare la teoria moderna della visione. Isaac Newton, Christiaan Huygens e Galileo Galilei citarono frequentemente le opere dello scienziato arabo come fondamento delle loro ricerche.
Il riconoscimento contemporaneo di un genio dimenticato
Per secoli Ibn al-Haytham è stato largamente dimenticato o oscurato nella storia della scienza occidentale, con i suoi contributi spesso attribuiti agli scienziati europei che ne avevano studiato le opere. Solo nella seconda metà del Ventesimo secolo gli storici della scienza hanno cominciato a riconoscere la portata straordinaria del suo lavoro e il suo ruolo di ponte fondamentale tra la scienza antica e quella moderna. Nel 2015, in occasione del millesimo anniversario dell'inizio della stesura del Libro dell'Ottica, l'UNESCO ha proclamato l'Anno Internazionale della Luce e delle Tecnologie Legate alla Luce, dedicando particolare attenzione alla figura di Ibn al-Haytham con mostre, conferenze e celebrazioni in tutto il mondo. In suo onore sono stati dedicati un cratere sulla Luna chiamato Alhazen e l'asteroide 59239 Alhazen. La sua immagine compare su francobolli, banconote e monumenti in diversi paesi del mondo islamico. Oggi è universalmente riconosciuto come il padre dell'ottica moderna e uno dei principali architetti del metodo scientifico sperimentale.
La storia di Ibn al-Haytham ci ricorda che il progresso scientifico è sempre stato un'impresa globale, che ha attraversato culture, lingue e religioni diverse. L'Età dell'Oro islamica, spesso ignorata nei programmi scolastici occidentali, fu un periodo di straordinaria fioritura intellettuale che preservò, tradusse e ampliò enormemente il sapere greco e romano, gettando le basi per il Rinascimento europeo. Senza il lavoro di Ibn al-Haytham e di centinaia di altri scienziati musulmani come Al-Khwarizmi, Al-Biruni, Ibn Sina e Al-Razi, probabilmente la rivoluzione scientifica europea sarebbe stata ritardata di secoli. Il fatto che questo scienziato abbia sviluppato il metodo sperimentale moderno già mille anni fa, in una prigione dorata al Cairo, mentre fingeva la pazzia per salvarsi la vita, rende la sua storia ancora più straordinaria. La prossima volta che scattiamo una fotografia, dovremmo ricordare che stiamo usando principi ottici scoperti da un genio dimenticato che trasformò la sua reclusione nella più grande rivoluzione scientifica del Medioevo.
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