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Ciao Trump! Fattibilità geopolitica, giuridica e macroeconomica allineamento dell'Italia a BRICS
Di Alex (del 01/01/2026 @ 18:12:03, in Geopolitica e tecnologia, letto 79 volte)
Italia al bivio tra riarmo, energia e malcontento sociale
Se il centrodestra cadesse e il campo largo vincesse, quanto sarebbe fattibile fermare l'invio di armi a Kiev, dimezzare la spesa militare e puntare sulla tecnologia cinese? Mentre i camionisti bloccano il Sud e gli studenti occupano le scuole, un'analisi di vincoli, numeri e rischi. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.
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Il tuo browser non supporta il tag video.Il Sud si ferma: gasolio a 2,30 euro e scaffali vuoti
Il 6 ottobre 2026 l'Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del Made in Italy rilevava un prezzo medio del gasolio self service di 2,244 euro al litro, e nel giro di pochi giorni la media sulla rete autostradale si è avvicinata ai 2,30 euro: 2,296 sulle autostrade e 2,257 sulla rete ordinaria nelle rilevazioni diffuse il 17 ottobre. Per capire che cosa significhi per chi lavora al volante bisogna fare i conti. Un autoarticolato monta in genere un serbatoio da circa 600 litri, quindi un pieno costa intorno ai 1.350 euro, quanto uno stipendio medio, e ogni dieci centesimi in più al litro valgono 60 euro a ogni rifornimento. Un autotrasportatore di Lucera, in provincia di Foggia, ha raccontato di spendere 1.400 euro in più alla settimana, circa 6.400 euro al mese, con un rincaro che stima fra i 65 e i 70 centesimi al litro. Sul gasolio pesa un'accisa di circa 63 centesimi al litro, a cui si aggiunge l'Iva al 22%, calcolata anche sull'accisa stessa: su 2,25 euro di prezzo alla pompa circa 1,04 euro vanno allo Stato. Le imprese di autotrasporto con mezzi pesanti recuperano ogni trimestre una parte dell'accisa, poco più di 21 centesimi al litro, ma il rimborso arriva mesi dopo il pagamento, e per piccole aziende con margini sottili anticipare quella liquidità può diventare insostenibile.
A far risalire i prezzi è stata anche la fine di una misura temporanea: il decreto-legge del 17 settembre 2026, n. 162, prevedeva una riduzione dell'accisa sul gasolio fino al 5 ottobre, e il taglio non è stato prorogato. Il rincaro si innesta su un mercato energetico già teso per la guerra in Medio Oriente, un tema che l'analisi affronta più avanti. La protesta è partita dai presidi nel Foggiano e in Calabria nei primi giorni di ottobre. Da venerdì 16 ottobre si sono fermati gli autotrasportatori siciliani e quelli aderenti a Fedralog in Calabria, con fermi regionali proclamati fino al 20 ottobre. Poi la mobilitazione si è estesa a Basilicata, Molise e Campania, e ha coinvolto agricoltori con i trattori e pescatori. Il 16 ottobre ci sono stati disagi ai caselli di Nola, Caianello e Caserta Sud, e il 19 ottobre sono stati bloccati diversi accessi alla A1 Milano-Napoli e alla A30 Caserta-Salerno, con code di 6 chilometri sulla prima e di 3 sulla seconda. Sono stati presidiati anche un varco del porto di Napoli e gli scali siciliani, mentre sulla Salerno-Reggio Calabria i presìdi sono proseguiti per giorni. Sugli striscioni comparivano slogan come "Anche il Sud è Italia", "Il lavoro che muove l'Italia" e "Agricoltura è vita".
Gli effetti sulla vita quotidiana sono arrivati in fretta, perchè l'alimentare fresco viaggia su gomma e si conserva per poco tempo. Domenica 18 ottobre sono stati documentati scaffali vuoti a Palermo, in un punto vendita Eurospin di via Tasca Lanza, e segnalazioni di carenze sono arrivate da Messina e da Bari. Il 19 ottobre le immagini sono arrivate da Napoli e da Caserta, con frutta e verdura quasi introvabili, e le catene della grande distribuzione hanno parlato di scaffali pieni solo al 50%. A peggiorare le cose è stata la corsa alle scorte: alcuni negozianti hanno riferito di spese superiori ai 200 euro a cliente e di frigoriferi spenti per mancanza di merce. Alcune stazioni di servizio hanno esaurito il carburante, il settore edile ha subìto ritardi per la mancata consegna di materiali e le carenze hanno raggiunto Molise, Lazio e i mercati di Roma. Il 21 ottobre frutta e verdura sono mancate anche in Veneto, a conferma di quanto sia lunga e fragile la catena logistica che collega i campi del Sud ai banchi del Nord. Confagricoltura Campania ha avvertito che migliaia di prodotti rischiano di restare bloccati nelle aziende e di andare perduti, e Confcommercio ha lanciato l'allarme sui rifornimenti dei supermercati.
La risposta politica è arrivata a più riprese. Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha anticipato al 20 ottobre, nella Prefettura di Milano, il tavolo con le associazioni di categoria inizialmente fissato al 27 ottobre a Roma, e ha aperto a un incontro con le delegazioni di Puglia, Calabria e Sicilia, mentre l'associazione Unatras chiedeva che al tavolo sedessero soltanto le organizzazioni iscritte all'Albo. Il viceministro Edoardo Rixi ha dichiarato di aver sbloccato circa un miliardo di euro: 480 milioni per tutte le domande presentate fino ad agosto, risorse aggiuntive per settembre e ottobre, con un credito d'imposta che però sarà utilizzabile nel 2027, oltre ai 590 milioni già stanziati per il rinnovo dei veicoli. Secondo uno dei partecipanti al tavolo, fra le ipotesi emerse c'è anche quella di fissare il prezzo di riferimento a febbraio, poco sotto 1,70 euro al litro, e di rimborsare come credito d'imposta il 70% del sovrapprezzo fino a fine ottobre. Un nuovo incontro è previsto per il 27 ottobre a Roma. Le richieste dei manifestanti restano più alte: il Comitato Trasportatori Siciliani ha chiesto una riduzione di 30-40 centesimi al litro, e l'Unione Nazionale Consumatori ha sollecitato un taglio di almeno 20 centesimi sulle accise del gasolio e di 5 su quelle della benzina. Al 21 ottobre le proteste continuano in Puglia, Calabria e Campania, mentre la Regione Puglia, guidata da Antonio Decaro, ha aperto un tavolo con le altre Regioni del Mezzogiorno.
Scuole occupate: da Parigi a Torino, passando per Atene
L'ondata di proteste studentesche è partita dalla Francia, dove a fine settembre alcune scuole della banlieue parigina sono entrate in mobilitazione con il dichiarato appoggio di La France Insoumise. In pochi giorni il movimento è cresciuto fino a coinvolgere oltre 200 scuole della sola regione di Parigi, di cui una cinquantina sono state teatro di violenze, scontri e danneggiamenti, e una trentina di campus universitari. Le cronache parlano di scuole date alle fiamme, come il liceo Mandela di Nantes, di due presidi feriti a Rouen e di quasi duemila persone fermate. La giornata più imponente è stata quella nazionale del 6 ottobre, con i sindacati e gli insegnanti accanto agli studenti, seguita da un'altra mobilitazione il 13 ottobre. I motivi sono scuole sottofinanziate, caro vita e affitti, e il tutto avviene a sette mesi dalle elezioni presidenziali del 2027, per questo la vicenda è diventata subito una questione politica nazionale.
In Italia le occupazioni sono cominciate il 5 ottobre a Torino, al liceo Regina Margherita e all'istituto Carlo Ignazio Giulio, seguiti il giorno dopo dal Sella Aalto Lagrange, mentre al Gobetti è partita l'autogestione. Lo slogan era "facciamo come in Francia", e la protesta si è estesa a Roma, Napoli, Bologna, Trento e Genova, dove sono state occupate tre scuole superiori. Il 15 ottobre a Torino una ventina di istituti erano in agitazione, e all'istituto professionale Colombatto studenti favorevoli e contrari all'occupazione si sono fronteggiati davanti all'ingresso, con fumogeni ed estintori; un diciassettenne è stato fermato, e secondo quanto riportato da Open e dalla Tecnica della Scuola una quarantina di giovani con il passamontagna sono entrati in una scuola primaria, costringendo docenti e alunni alla fuga. Il 16 ottobre è stata la giornata del cosiddetto "No Meloni Day", con lo sciopero nazionale indetto da Opposizione studentesca di alternativa: a Torino sono stati lanciati sassi contro le forze dell'ordine e tre minorenni sono stati arrestati, quindici giovani a volto coperto sono stati identificati in piazza XVIII Dicembre, a Bologna molte scuole sono state chiuse in via preventiva per impedire le occupazioni, a Verona sono stati incendiati dei cassonetti, e a Bari un corteo ha sfilato "contro guerra, carovita e Dl scuola".
Le rivendicazioni sono più ampie delle immagini degli scontri: edifici scolastici che cadono a pezzi, affitti insostenibili per gli universitari, fondi destinati all'industria bellica a scapito dell'istruzione, e il decreto scuola del settembre 2026 che prevede un tetto agli alunni stranieri nelle classi. Per questo uno degli slogan più ripetuti è "più soldi per la scuola e meno per le armi", un'espressione che si ricollega direttamente al tema della spesa militare analizzato in questo articolo. Le dimensioni restano molto inferiori a quelle francesi, dove sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone, e le posizioni divergono: molti osservatori e voci del mondo scolastico ricordano che nessuna rivendicazione giustifica devastazioni e aggressioni, mentre altri lamentano che i media parlino più degli scontri che dei motivi della protesta. Per il 30 ottobre è già previsto uno sciopero generale dei lavoratori pubblici e privati indetto da USI-CIT, che coinvolge anche la scuola.
In Grecia la situazione ha un tono diverso da quello francese. Il 20 e il 21 ottobre migliaia di studenti e insegnanti sono scesi in piazza in tutto il Paese, a sostegno di una maggiore spesa pubblica per l'istruzione, di edifici più sicuri, di classi meno affollate e di alloggi universitari accessibili. Alcuni studenti hanno passato la notte in tenda in piazza Syntagma, davanti al Parlamento, in solidarietà con i coetanei francesi e spagnoli, con lo slogan "dalla Grecia alla Francia vogliamo un'istruzione pubblica e gratuita". Secondo la polizia a manifestare ad Atene erano circa 10.000 persone, almeno 5.000 secondo l'agenzia AFP, e l'agenzia Reuters ha riferito che il corteo è stato pacifico, ricordando che le proteste in Grecia sono state in gran parte pacifiche negli ultimi mesi, mentre scontri e gravi danni materiali si sono registrati in Francia e in Albania. La federazione degli insegnanti elementari ha proclamato uno sciopero di 24 ore per il 21 ottobre, la confederazione del pubblico impiego ADEDY ha sostenuto la mobilitazione, circa 3.000 agenti hanno presidiato il centro di Atene e la fermata della metropolitana Panepistimio è stata chiusa su ordine della polizia. Il governo conservatore ha cercato di evitare ogni parallelo con la Francia.
Un malessere europeo: che cosa unisce camionisti e studenti
Camionisti, agricoltori e studenti hanno rivendicazioni diverse, ma tutte nascono da un'unica pressione: il costo della vita. Il carburante pesa sul bilancio di chi trasporta e di chi coltiva, gli affitti pesano su chi studia, e le scuole fatiscenti pesano su famiglie che non possono permettersi alternative private. Un'emittente universitaria ha ricordato che nei primi tre mesi del 2026 i giorni di sciopero nei Paesi europei erano stati 234 in Portogallo, 190 in Italia, 108 in Spagna e 105 in Francia, a testimonianza di un'agitazione sociale che non nasce in autunno. Gli osservatori leggono il fenomeno in modi diversi: c'è chi lo considera il sintomo di un malessere diffuso, chi vi vede la mano di forze politiche che cavalcano la protesta in vista delle elezioni, chi lo considera un problema di ordine pubblico. Nessuna di queste letture esclude le altre, e nessuna è dimostrata dai fatti disponibili.
Per chi vuole valutare la fattibilità di una svolta politica, questo contesto conta almeno in tre modi. Il primo riguarda i soldi: ogni miliardo destinato alla difesa, al carburante o alla scuola è sottratto a un altro capitolo, e le proteste di ottobre mostrano che le scelte di bilancio si trasformano rapidamente in conflitto sociale. Il secondo riguarda l'energia: la protesta dei tir è un test concreto su che cosa succede quando il prezzo dei carburanti sale e lo Stato deve decidere se rinunciare al gettito delle accise. Il terzo riguarda il consenso: qualunque governo, di qualunque colore, dovrebbe ottenere il sostegno di cittadini che già oggi sono chiamati a scegliere tra riarmo, welfare, bollette e carburanti. L'analisi che segue parte da questo quadro per esaminare, sul piano politico, giuridico, strategico e macroeconomico, che cosa sarebbe davvero realizzabile.
L'ipotesi di una svolta: il quadro dell'analisi
L'ipotesi di un avvicendamento politico alla guida dell'esecutivo italiano, determinato dalla caduta della coalizione di centrodestra di orientamento filotrumpiano e dall'affermazione del cosiddetto campo largo progressista ed ecologista, impone una valutazione rigorosa delle condizioni di fattibilità di un cambio di paradigma nella postura internazionale, energetica e industriale della Repubblica. L'analisi esamina sul piano politologico, giuridico-internazionale, strategico-militare e macroeconomico la realizzabilità di una dottrina fondata su cinque pilastri: la cessazione delle forniture militari a Kiev, la riduzione strutturale della spesa per armamenti dal 2% all'1% del Prodotto Interno Lordo (PIL), la denuncia del Trattato Nord Atlantico con contestuale avvicinamento alla sfera dei Paesi BRICS, la disconnessione commerciale ed energetica dagli Stati Uniti a favore di idrocarburi russi e iraniani, e la riconversione ecologica dei poli industriali in crisi, a partire dall'area siderurgica di Taranto, mediante l'acquisizione di tecnologie e licenze manifatturiere cinesi.
Architettura politica del campo largo e fratture sulla postura internazionale
La premessa politica di una svolta radicalmente antimilitarista ed ecologista poggia sulla coesione programmatica di una coalizione eterogenea composta da Partito Democratico (Elly Schlein), Movimento 5 Stelle (Giuseppe Conte), Alleanza Verdi e Sinistra (Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli) e Italia Viva (Matteo Renzi). L'osservazione delle dinamiche parlamentari e interpartitiche registrate fino all'autunno del 2026 evidenzia una marcata dicotomia tra l'agenda socioeconomica interna e la proiezione geopolitica esterna della coalizione. Sul fronte domestico, i cinque leader hanno consolidato nel corso di un quadriennio d'opposizione una piattaforma condivisa che include la riforma progressiva del fisco, l'introduzione del salario minimo legale, la tutela del potere d'acquisto del ceto medio, le politiche di transizione industriale ed ecologica e una generale convergenza sul "no al riarmo", inteso come rifiuto delle derive belliciste europee. Tuttavia, la traduzione di tale convergenza in un programma di governo unitario sconta una frattura strutturale sulla politica estera, sulla collocazione euro-atlantica e, nello specifico, sul sostegno militare all'Ucraina.
Nel settembre 2026 il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha posto condizioni pregiudiziali stringenti per la sottoscrizione del patto di coalizione, esigendo l'inserimento esplicito nel programma di governo dello stop definitivo all'invio di armi a Kiev, anche nell'eventualità di una premiership affidata a Elly Schlein, e minacciando il rifiuto di firmare l'intesa programmatica in assenza di garanzie scritte. La posizione pentastellata, supportata sul piano parlamentare da Alleanza Verdi e Sinistra, muove dall'assunto che, dopo oltre quattro anni e mezzo di conflitto, il protrarsi delle forniture belliche allontani la prospettiva negoziale, rendendo prioritaria un'iniziativa esclusivamente diplomatica. Tale orientamento intercetta peraltro un sentimento diffuso anche nell'elettorato e nella base militante del Partito Democratico, che, come emerso nel settembre 2026 durante i dibattiti alla festa de Il Fatto Quotidiano, manifesta una crescente insofferenza verso il riarmo e chiede di sciogliere preventivamente il nodo ucraino.
Di contro, la segreteria del Partito Democratico e, con toni ancor più netti, la componente riformista dem, rappresentata da esponenti come il senatore Filippo Sensi, e l'area centrista di Matteo Renzi rivendicano la continuità del supporto militare per l'autodifesa di Kiev fino al raggiungimento di un cessate il fuoco e di un negoziato equo, considerando gli aiuti un presidio irrinunciabile di credibilità internazionale e di difesa dei valori democratici europei. La presenza stessa di Matteo Renzi costituisce un fattore di instabilità interna: sebbene Giuseppe Conte spinga per l'esclusione di Italia Viva dal perimetro dell'alleanza, la leadership di Elly Schlein, pur respingendo l'ipotesi di un candidato premier moderato nella convinzione che non si vinca al centro, ritiene aritmeticamente indispensabile l'apporto elettorale centrista per battere la coalizione di centrodestra.
| Forza politica / componente | Leader di riferimento | Posizione su armi a Kiev | Posizione su spesa militare e riarmo |
| Movimento 5 Stelle (M5S) | Giuseppe Conte | Stop immediato e vincolante nel programma di governo; priorità assoluta alla diplomazia. | Contrarietà netta al piano di riarmo europeo e all'aumento dei bilanci della difesa. |
| Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) | Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli | Contrarietà all'invio di armamenti; convergenza con le risoluzioni M5S per il disarmo. | Riduzione strutturale delle spese militari e riconversione ecologica e sociale della spesa pubblica. |
| Partito Democratico (segreteria e base) | Elly Schlein | Difesa del diritto all'autodifesa ucraina, ma ricerca di mediazione politica; base militante ostile a nuovi invii di armi. | Contrarietà alla corsa al riarmo indiscriminato; favorevole a una difesa comune europea razionalizzata. |
| PD (area riformista) e Italia Viva | Filippo Sensi (area dem), Matteo Renzi | Prosecuzione e potenziamento del supporto militare a Kiev fino a un negoziato equo. | Sostegno agli impegni di spesa NATO e al rafforzamento della capacità di deterrenza europea. |
La fragile tregua parlamentare raggiunta alla Camera dei Deputati il 15 ottobre 2026, alla vigilia del Consiglio europeo, concretizzatasi attraverso il meccanismo delle astensioni reciproche tra PD, M5S e AVS ma con il mantenimento di cinque risoluzioni distinte, dimostra che le forze del campo largo hanno trovato un modus vivendi tattico per evitare la rottura frontale, ma non dispongono ancora di una dottrina di politica estera unificata. Mentre la cessazione delle forniture di armi all'Ucraina e il congelamento delle spese per il riarmo rappresentano obiettivi politicamente negoziabili qualora i rapporti di forza interni premiassero l'asse M5S-AVS-sinistra dem, un'uscita unilaterale dalla NATO o un passaggio formale al blocco BRICS provocherebbero l'immediata implosione della coalizione, per la defezione dell'ala riformista del PD e di Italia Viva.
Valutazione del rischio di attacco russo e paradigma della deterrenza
Un pilastro analitico fondamentale riguarda la valutazione del rischio concreto che la Federazione Russa possa sferrare un attacco militare contro l'Italia qualora Roma rinunciasse al riarmo e interrompesse il supporto bellico a Kiev. L'esame comparato della letteratura geopolitica realista, rappresentata in Italia dalla rivista Limes e dal suo direttore Lucio Caracciolo, delle analisi critiche di Marco Travaglio e del sociologo Alessandro Orsini, nonchè dei rapporti tecnici delle organizzazioni per il disarmo (Rete Italiana Pace e Disarmo, PeaceLink, Archivio Disarmo, Greenpeace), converge, secondo questa lettura, nel considerare privo di fondamento strategico lo scenario di un'invasione convenzionale russa dell'Europa occidentale o della penisola italiana. Si tratta di una scuola di pensiero autorevole ma non unica, e le obiezioni dell'altra parte sono riportate più avanti.
L'insostenibilità dell'invasione convenzionale e la trappola dell'escalation nucleare
Nella narrativa politica di diversi esecutivi europei e della Commissione guidata da Ursula von der Leyen, esemplificata dalle dichiarazioni del ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius circa una presunta minaccia di invasione russa entro il 2029, il riarmo massiccio viene presentato come l'unico argine a un'avanzata terrestre di Mosca verso l'Europa occidentale. Come argomentato da Lucio Caracciolo nel luglio e nel settembre 2026, tale scenario non apparterrebbe alla razionalità geopolitica o militare, bensì a una sfera psicologica e politico-culturale volta a giustificare la ristrutturazione bellica continentale.
Dopo oltre quattro anni e mezzo di guerra d'attrito ad altissima intensità nei quadranti orientali dell'Ucraina, le forze armate convenzionali russe avrebbero palesato limiti demografici, logistici e industriali strutturali che renderebbero materialmente impossibile proiettare truppe d'occupazione fino a Berlino, Parigi o Roma. La stessa dottrina strategica del Cremlino mira storicamente alla ricostituzione di una fascia di sicurezza imperiale nello spazio post-sovietico (Ucraina, Georgia, Transnistria, Bielorussia) e all'interferenza ibrida o cognitiva nei processi elettorali dei Paesi limitrofi, non alla conquista territoriale di Stati dell'Europa mediterranea privi di continuità geografica con la massa eurasiatica russa.
Tuttavia, l'assenza di un pericolo di invasione terrestre non equivale all'assenza di rischio bellico. Come sintetizzato da Caracciolo, i russi non arriverebbero a Parigi con i soldati che non hanno, ma con l'atomica, in una guerra nucleare che durerebbe mezz'ora e si concluderebbe con la distruzione reciproca di Russia e NATO. Su questa diagnosi convergono anche le analisi di Alessandro Orsini e Marco Travaglio: secondo questa scuola di pensiero, il conflitto ucraino è scaturito dall'espansione della NATO fino ai confini russi e dal fallimento delle trattative diplomatiche, come i negoziati di Istanbul della primavera 2022, mentre la strategia europea di dissanguare economicamente e militarmente Mosca ha finito per esporre il continente al rischio di uno scontro frontale in cui la Russia, inferiore sul piano convenzionale aggregato rispetto all'Alleanza Atlantica, ricorrerebbe inevitabilmente al proprio arsenale termonucleare. Proprio la consapevolezza dell'annientamento mutuo spiega perchè tra Washington e Mosca restino attivi canali di comunicazione permanenti e perchè gli Stati Uniti abbiano ormai chiarito agli alleati europei che non sbarcheranno mai più in Normandia per combattere una guerra terrestre continentale.
Le obiezioni dell'altra scuola di pensiero
Chi sostiene la linea atlantista e il riarmo europeo respinge questa lettura su più punti. Il primo è che la deterrenza funziona perchè è credibile: secondo questa tesi, ridurre le capacità convenzionali o l'appoggio a Kiev non farebbe diminuire il rischio, ma lo aumenterebbe, perchè inviterebbe Mosca a verificare fino a dove può spingersi, soprattutto nei Paesi più vicini ai suoi confini, come quelli baltici e la Polonia. Il secondo è che la minaccia russa non si misura soltanto con la possibilità di un'invasione fino a Roma: comprende sabotaggi, attacchi informatici, campagne di disinformazione e violazioni dello spazio aereo, strumenti che l'Italia stessa subisce e che richiedono capacità di difesa civili e militari. Il terzo è che l'Italia, anche se i suoi confini non sono contigui alla Russia, è parte di un sistema di alleanze in cui la credibilità dell'articolo 5 del Trattato Nord Atlantico dipende dalla coerenza dei singoli membri, e che un'uscita o un disimpegno italiano indebolirebbe tutti gli altri. Testate di analisi geopolitica ed economica, tra cui Startmag, hanno pubblicato articoli critici nei confronti delle tesi di Caracciolo sull'Italia fuori dalla NATO, e le stime dei governi europei sui tempi di una possibile minaccia, come quelle citate dal ministro Pistorius, si basano su valutazioni dei servizi di intelligence che i critici non possono verificare dall'esterno. Il dibattito, insomma, non è chiuso, e la scelta tra le due letture è una scelta politica oltre che tecnica.
Il paradosso del Nuclear Sharing: le basi italiane come bersagli primari
Le associazioni culturali e scientifiche contro la guerra, in particolare Rete Italiana Pace e Disarmo (coordinata da Francesco Vignarca), PeaceLink e Greenpeace, ribaltano radicalmente il paradigma della sicurezza nazionale: il rischio concreto che l'Italia venga colpita da vettori missilistici russi non deriva da una carenza di riarmo convenzionale italiano, bensì dalla partecipazione del Paese al programma NATO di condivisione nucleare (Nuclear Sharing) e dalla presenza di infrastrutture operative statunitensi sul territorio nazionale.
In Europa sono allocate circa 100 bombe termonucleari tattiche statunitensi della famiglia B61, distribuite in cinque Paesi membri della NATO (Italia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Turchia), ma l'Italia rappresenta l'unico Stato europeo a ospitare sul proprio territorio due basi nucleari distinte. Secondo le stime convergenti della Federation of American Scientists (Hans M. Kristensen), del Nuclear Weapons Ban Monitor e di PeaceLink, sul suolo italiano sono custoditi tra i 30 e i 40 ordigni nucleari statunitensi, recentemente aggiornati alla versione a guida di precisione B61-12, inviata tra il 2023 e il marzo 2025 e destinata in futuro a essere seguita dalla variante B61-13, con costi di programma superiori ai 15 miliardi di dollari. Il primo sito di stoccaggio è la Base Aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, sede del 31st Fighter Wing dell'USAF, dove sono custodite tra le 20 e le 30 testate nucleari destinate ai cacciabombardieri statunitensi. Il secondo nodo strategico è l'Aeroporto Militare di Ghedi, in provincia di Brescia, sede del 6° Stormo dell'Aeronautica Militare Italiana, che conserva nei propri depositi sotterranei tra le 10 e le 20 bombe nucleari, con una capacità storica fino a 20-40 ordigni dei modelli B61-3, B61-4, B61-7 e ora B61-12, di potenza variabile e selezionabile fino a un massimo di 340 chilotoni nelle versioni precedenti. A Ghedi gli ordigni sono affidati a piloti italiani a bordo di cacciabombardieri Tornado IDS e, progressivamente, dei nuovi caccia di quinta generazione F-35A, in grado di trasportare due bombe B61-12 nella stiva interna mantenendo intatte le caratteristiche di invisibilità radar (stealth).
Come evidenziato dalle cronache tecniche di PeaceLink relative all'esercitazione nucleare NATO Steadfast Noon, svoltasi nell'ottobre 2026 e che ha visto l'impiego sinergico di cinque basi italiane (Ghedi e Aviano per la componente d'attacco nucleare, Amendola con il 32° Stormo di F-35A, Gioia del Colle con il 36° Stormo di Eurofighter Typhoon per la scorta e la soppressione delle difese aeree, e Trapani Birgi con il 37° Stormo per il supporto strategico mediterraneo), l'Italia simula attivamente scenari completi di guerra termonucleare. Dal punto di vista giuridico, gli studiosi del disarmo sottolineano come tale assetto aggiri la sostanza del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), i cui articoli 1 e 2 vietano rispettivamente agli Stati nucleari (USA) di trasferire il controllo di ordigni atomici e agli Stati non nucleari (Italia) di riceverli. L'architettura NATO giustifica tale prassi mediante il meccanismo della "doppia chiave" (possesso statunitense in tempo di pace e attivazione bellica subordinata al consenso congiunto USA-Italia) e sulla base dell'interpretazione secondo cui il TNP cesserebbe di applicarsi allo scoppio di un conflitto generale.
Pertanto, secondo questa analisi, la rinuncia al riarmo convenzionale e la cessazione dell'invio di armi a Kiev non aumenterebbero il pericolo di un attacco russo all'Italia; al contrario, come documentato dallo studio di Greenpeace sul Nuclear Sharing, che stima fino a dieci milioni di potenziali vittime in caso di attacco o grave incidente nucleare nelle basi del densamente popolato Nord-Est italiano, è proprio la presenza delle testate B61-12 a Ghedi e Aviano, unita ai voli dei droni strategici USAF Global Hawk RQ-4B che decollano da Sigonella per sorvegliare con missioni riservate il teatro operativo ucraino, a iscrivere il territorio italiano nella lista dei bersagli prioritari di una ritorsione missilistica russa. Una politica di denuclearizzazione territoriale, sul modello già adottato in tempo di pace da altri membri NATO come Spagna, Danimarca e Norvegia, e di neutralità operativa ridurrebbe drasticamente l'esposizione bellica della penisola.
Fattibilità giuridica e diplomatica: recesso dalla NATO, basi USA e sfera BRICS
La valutazione della fattibilità di una risoluzione del Patto Atlantico e di un contestuale passaggio dell'Italia all'area d'influenza dei Paesi BRICS richiede di scindere l'analisi in tre livelli normativi distinti: il diritto dei trattati dell'Alleanza Atlantica, il regime giuridico degli accordi bilaterali italo-statunitensi sulle basi militari e i vincoli derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea.
Denuncia del Trattato Nord Atlantico e smantellamento degli accordi bilaterali USA
Sul piano strettamente formale del diritto internazionale, l'uscita dalla NATO è una facoltà sovrana pienamente legittima: l'articolo 13 del Trattato Nord Atlantico, stipulato a Washington il 4 aprile 1949, consente a ciascuno Stato parte, decorsi vent'anni dall'entrata in vigore del trattato, di cessare di esserne membro un anno dopo la notifica della denuncia depositata presso il governo degli Stati Uniti. Tuttavia, un'eventuale uscita dell'Italia dalla NATO non comporterebbe l'automatica chiusura delle basi militari statunitensi presenti nella penisola. Con circa 120 installazioni di varia natura e otto complessi principali, dove stazionano circa 13.000 militari americani nelle basi terrestri (Aviano, Camp Ederle a Vicenza, Camp Darby tra Pisa e Livorno, Sigonella) e circa 21.000 effettivi assegnati alla Sesta Flotta della US Navy tra Gaeta e Napoli Capodichino, dotata di circa 40 unità navali e 175 velivoli da combattimento e trasporto, la presenza militare di Washington è blindata da una stratificazione autonoma di accordi bilaterali Italia-Stati Uniti stipulati a partire dal dopoguerra.
Le fondamenta politico-militari di questo sistema risalgono all'Accordo bilaterale di Washington del 27 gennaio 1950 sull'assistenza difensiva reciproca e all'Accordo di Roma del 7 gennaio 1952 sulla sicurezza reciproca, affiancati sul piano multilaterale dalla Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 (NATO SOFA, ratificata con legge n. 1335 del 1955), dalla Convenzione di Ottawa del 1951 e dal Protocollo di Parigi del 1952, che disciplinano lo status giuridico dei quartieri generali e la giurisdizione penale sul personale alleato. Su questa cornice si innestano gli accordi operativi bilaterali: l'Air Technical Agreement del 30 giugno 1954, che definisce i limiti delle attività di volo americane nello spazio aereo nazionale, e soprattutto il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) del 20 ottobre 1954. Noto come "Accordo Ombrello", il BIA fu stipulato a Roma in forma semplificata, ossia per via meramente governativa senza legge di autorizzazione alla ratifica parlamentare ex articolo 80 della Costituzione, e mantenuto per decenni coperto da classifica di segretezza. Esso concede in uso le infrastrutture alle forze statunitensi e fissa i tetti massimi di personale stanziale. Infine, il Memorandum d'Intesa del 2 febbraio 1995, denominato Shell Agreement e reso pubblico nel 1999 dall'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema in seguito alla strage della funivia del Cermis, ha riformato la gestione quotidiana delle singole installazioni, riaffermando la sovranità formale italiana tramite la presenza di un Comandante nazionale accanto al Comandante statunitense, il quale conserva però il controllo sostanziale su personale, equipaggiamenti e operazioni militari.
| Strumento giuridico internazionale | Data di stipula e natura | Oggetto e funzione operativa | Implicazioni per un esecutivo orientato al disarmo |
| Trattato Nord Atlantico (Patto Atlantico) | 4 aprile 1949, trattato multilaterale ratificato | Alleanza difensiva collettiva (articolo 5) e cornice politica euro-atlantica. | Denunciabile ex articolo 13 con preavviso di un anno; non estingue automaticamente i patti bilaterali con gli USA. |
| Convenzione di Londra (NATO SOFA) | 19 giugno 1951, ratificata con legge n. 1335 del 1955 | Disciplina lo status giuridico e i privilegi del personale militare e civile nello Stato ospitante. | L'articolo II impone alle forze straniere il rispetto rigoroso delle leggi dello Stato italiano. |
| Air Technical Agreement Italia-USA | 30 giugno 1954, accordo tecnico bilaterale | Regola i limiti delle attività operative, addestrative e logistiche dei velivoli USA in Italia. | Consente alle autorità aeronautiche nazionali di restringere quote, orari e corridoi di volo. |
| Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) | 20 ottobre 1954, accordo in forma semplificata segretato | "Accordo Ombrello" che concede le basi in uso agli USA e fissa il tetto massimo di truppe. | Stipulato senza ratifica parlamentare; revocabile tramite legge ordinaria di verifica dei trattati. |
| Memorandum d'Intesa (Shell Agreement) | 2 febbraio 1995, accordo quadro Ministero della Difesa e Dipartimento della Difesa USA | Regola gli accordi tecnici per ogni base; istituisce il doppio comando (formale italiano, operativo USA). | Impone il coordinamento preventivo con l'autorità nazionale per ogni attività non ordinaria. |
Poichè il BIA del 1954 è stato stipulato formalmente in attuazione del Trattato del Nord Atlantico, il recesso dell'Italia dalla NATO farebbe cadere la causa foederis multilaterale dell'accordo ombrello; cionondimeno, per ottenere il ritiro effettivo delle truppe statunitensi e l'estinzione delle servitù militari sul demanio nazionale, un governo del campo largo dovrebbe procedere alla denuncia formale di tutti i trattati bilaterali italo-americani o far approvare dal Parlamento una legge ordinaria, sul modello delle proposte normative già depositate in passate legislature, che sottoponga a verifica parlamentare entro un anno tutti gli accordi militari stipulati in forma semplificata, disponendo la revoca automatica di quelli non autorizzati alla ratifica dalle Camere.
Il precedente Sigonella del 31 marzo 2026: sovranità operativa senza rottura dei trattati
L'analisi dei fatti recenti dimostra peraltro che un esecutivo italiano orientato al pacifismo e alla non belligeranza non ha bisogno di attendere i tempi tecnici di una complessa denuncia del Trattato NATO per inibire l'uso offensivo del territorio nazionale da parte di Washington. Un precedente dirimente si è verificato nel marzo 2026, reso noto il 31 marzo: l'Italia ha negato agli Stati Uniti l'atterraggio nella base aerea di Sigonella a bombardieri impegnati nelle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l'Iran in Medio Oriente. È un dettaglio importante, però, che questa decisione sia stata presa dal governo di centrodestra in carica, e non da un esecutivo di opposizione: secondo le ricostruzioni giornalistiche, il piano di volo non prevedeva un voto del Parlamento e nessuna richiesta di autorizzazione era stata presentata, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dato mandato di negare l'atterraggio e ha poi precisato che le basi restano attive, che nulla è cambiato e che non c'è alcuna tensione con Washington, e Palazzo Chigi ha ribadito che l'Italia agisce nel pieno rispetto degli accordi vigenti.
Come chiarito nella nota di Palazzo Chigi e nelle dichiarazioni del ministro, il diniego si è fondato sul rigoroso rispetto degli accordi vigenti del 1954 e del 1995 e dell'articolo II del NATO SOFA. In base a tale cornice normativa, le installazioni militari sul suolo italiano sono concesse esclusivamente per attività ordinarie di natura logistica, di rifornimento, addestrativa o di difesa collettiva approvate dal Consiglio Atlantico. Qualsiasi utilizzo non ordinario, ed espressamente ogni operazione bellica bilaterale statunitense estranea al perimetro difensivo dell'Alleanza e alla quale l'Italia non partecipi, come i raid contro l'Iran, impone al comando americano l'obbligo di notifica e giustificazione preventiva al Comandante italiano della base; quest'ultimo riferisce allo Stato Maggiore della Difesa e al Ministero, rendendo indispensabile l'autorizzazione politica del Governo e il voto del Parlamento.
Questo meccanismo dimostra che un governo progressista, applicando alla lettera l'articolo 11 della Costituzione e le clausole restrittive dello Shell Agreement del 1995, potrebbe fin dal primo giorno d'insediamento bloccare i voli operativi, le missioni di ricognizione bellica, inclusi i droni Global Hawk schierati a Sigonella, e il transito di armamenti statunitensi verso i teatri di guerra in Europa orientale o nel Vicino Oriente, esercitando una sovranità interdittiva immediata senza violare il diritto internazionale. La stessa vicenda mostra però anche il limite politico di questa strada: il governo di centrodestra ha scelto di presentare la decisione come un'applicazione ordinaria delle regole, non come una svolta, perchè ogni rottura visibile con Washington ha costi diplomatici, commerciali e interni che un esecutivo di qualunque colore deve mettere in conto.
L'incompatibilità giuridica tra sfera BRICS e ordinamento dell'Unione Europea
Diversa e assai più complessa è la fattibilità di un passaggio dell'Italia all'influenza BRICS. Sul piano del diritto internazionale pubblico, il raggruppamento BRICS, e la sua configurazione allargata BRICS+, non costituisce un'organizzazione internazionale dotata di personalità giuridica propria, di un trattato istitutivo, di uno statuto vincolante o di organi giurisdizionali e burocratici sovraordinati agli Stati. Esso opera invece come una piattaforma diplomatica intergovernativa informale, retta dal principio del consenso volontaristico, dalla difesa della sovranità statale classica contro le ingerenze esterne e dal rifiuto delle misure protezionistiche unilaterali in favore di un ordine economico-finanziario multipolare.
Proprio questa natura strutturale genera un'incompatibilità radicale con l'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea. Mentre il formato BRICS rifiuta qualsiasi cessione di sovranità a istituzioni sovranazionali, l'ordinamento comunitario europeo (sistema TUE e TFUE, oltre alla CEDU) si fonda sull'integrazione giuridica multilivello e sul trasferimento di competenze sovrane. Sul versante economico-commerciale, l'Italia fa parte dell'Unione Doganale europea, nella quale la politica commerciale comune e la stipula di accordi tariffari con Paesi terzi, come Cina, Russia o Iran, rientrano nella competenza esclusiva dell'Unione. Roma non può legalmente sottoscrivere accordi di libero scambio bilaterali nè uscire unilateralmente dai regimi sanzionatori deliberati dal Consiglio dell'UE senza violare i Trattati comunitari. Analogamente, sul versante della sicurezza, anche nell'ipotesi in cui l'Italia denunciasse il Trattato NATO, essa resterebbe vincolata dalla clausola di mutua difesa introdotta dal Trattato di Lisbona (articolo 42, comma 7 del Trattato sull'Unione Europea), la quale stabilisce che, qualora uno Stato membro dell'UE subisca un'aggressione armata sul proprio territorio, gli altri Stati membri hanno l'obbligo di prestargli assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, pur nel rispetto del carattere specifico della politica di sicurezza degli Stati neutrali.
Ne consegue che l'Italia può certamente adottare una postura diplomatica "ponte", ispirata alla storica tradizione nazionale di dialogo energetico e geopolitico mediterraneo, e intensificare le relazioni economiche con le potenze BRICS+ nei settori non sottoposti a embargo, ma una formale integrazione nel blocco BRICS in funzione anti-occidentale richiederebbe la preventiva uscita dell'Italia dall'Unione Europea e dall'Eurozona, un'opzione estranea al programma di tutte le forze del campo largo.
Riduzione della spesa militare dal 2% all'1% del PIL e riconversione della difesa
La proposta di ridurre progressivamente la spesa per gli armamenti dal 2% all'1% del PIL, reindirizzando le risorse verso il welfare, la sanità e la riconversione ecologica, si scontra con le recenti trasformazioni contabili dei bilanci della difesa e con la struttura rigida della spesa militare italiana. È la stessa richiesta che gli studenti scesi in piazza in ottobre riassumono con lo slogan "più soldi per la scuola e meno per le armi", e che il campo largo dovrebbe tradurre in numeri sostenibili.
Anatomia contabile del bilancio della difesa 2025-2026 e artifici di riclassificazione
Per comprendere come ridurre la spesa militare dal 2% all'1% del PIL occorre anzitutto decodificare la natura dell'impennata registrata dai conti pubblici italiani nel biennio 2025-2026. Fino al 2024 la spesa militare dell'Italia, calcolata secondo i criteri NATO, si attestava a 32,7 miliardi di euro, pari all'1,50-1,52% del PIL, in crescita rispetto all'1,13% del PIL del 2014, quando valeva circa 23,7 miliardi di dollari. Nel 2025, per ottemperare agli impegni di burden sharing dell'Alleanza Atlantica (il parametro del 2% del PIL in spesa corrente, unito al 20% destinato a investimenti in capacità), l'Italia ha dichiarato alla NATO una spesa complessiva di 45,3 miliardi di euro, pari al 2,01-2,09% del PIL, segnando un incremento nominale del 38,5%, cioè 12,6 miliardi di euro, in un solo anno. Per il 2026 i dossier del Servizio Studi della Camera dei Deputati su dati NATO stimano un ulteriore consolidamento della spesa italiana a 48,31 miliardi di euro a prezzi correnti, pari al 2,10% del PIL, mentre il rapporto SIPRI 2025, analizzato da PeaceLink nell'aprile 2026, colloca l'Italia al dodicesimo posto mondiale con 48,1 miliardi di dollari, circa 44,3 miliardi di euro, registrando un balzo del 20% annuo e del 57% sul decennio.
Come dimostrato dallo studio dell'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani curato da Carlo Cottarelli e Gianmaria Olmastroni, il balzo di 12,6 miliardi di euro tra il 2024 e il 2025 non è derivato interamente da nuovi stanziamenti del Ministero della Difesa, il cui Bilancio Integrato della Difesa nazionale, comprensivo di personale, esercizio, armamenti e fondi MIMIT e PNRR, è salito più moderatamente a 35,5 miliardi di euro, con un aumento del 9,8%, ovvero 3,2 miliardi in più rispetto al 2024. Il resto è derivato da una massiccia operazione di riclassificazione contabile comunicata alla NATO. Nello specifico, ben 7,8 miliardi di euro, lo 0,3% del PIL, di tale incremento sono confluiti nella categoria residuale denominata "Altro", attraverso l'inclusione di voci precedentemente escluse o parzialmente conteggiate, quali infrastrutture duali, trattamenti pensionistici e spese per corpi a ordinamento militare. Altri 4,6 miliardi di euro, lo 0,2% del PIL, sono stati imputati alla voce "Armamenti", includendo nel perimetro NATO anche mezzi navali e veicoli in dotazione alle Capitanerie di Porto e alla Guardia di Finanza, mentre le restanti variazioni hanno riguardato il personale, con 300 milioni di euro in più, e le infrastrutture, con 100 milioni in meno.
Nel frattempo i vertici dell'Alleanza hanno già superato il parametro del 2%, fissando per il 2035 un nuovo obiettivo del 5% del PIL complessivo, suddiviso in almeno il 3,5% del PIL per la spesa militare principale e fino all'1,5% del PIL per infrastrutture critiche, resilienza civile e base industriale, un traguardo che, secondo le proiezioni dell'Osservatorio Mil€x e della Rete Italiana Pace e Disarmo, drenerebbe dalle casse pubbliche italiane quasi 500 miliardi di euro aggiuntivi entro il 2035. Inoltre, con il Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP) presentato nell'ottobre 2026, in un quadro macroeconomico di crescita del PIL reale stimata all'1,0% nel 2026 e allo 0,8% nel 2027, con un rapporto debito/PIL in salita dal 136,7% del 2025 al 138,1% nel 2026 e al 138,5% nel 2027, il governo di centrodestra ha chiesto alla Commissione Europea l'attivazione della Clausola di Salvaguardia Nazionale (NEC) per espandere la spesa netta in deficit fino a 0,6 punti di PIL nel 2027 e nel 2028, fino allo 0,3% del PIL per la difesa e allo 0,3% per l'energia, facendo risalire il rapporto deficit/PIL dal 2,9% del 2026 al 3,4% nel 2027 e al 3,2% nel 2028. Contestualmente l'esecutivo ha pianificato il ricorso fino a 14,9 miliardi di euro di prestiti europei tramite lo strumento SAFE per finanziare programmi militari, di cui otto programmi principali valgono già 2,94 miliardi nella programmazione 2027 e oltre 12 miliardi nel triennio successivo.
Fattibilità tecnica del taglio all'1% del PIL e gestione delle rigidità strutturali
Con un PIL nominale italiano attestato intorno ai 2.265-2.300 miliardi di euro nel biennio 2025-2026, portare la spesa militare dal 2,10%, pari a 48,31 miliardi di euro, all'1,00% del PIL significa fissare un tetto massimo di spesa intorno ai 23 miliardi di euro, operando una riduzione nominale di circa 25,3 miliardi di euro rispetto al parametro NATO, ovvero di circa 12,5 miliardi di euro rispetto ai 35,5 miliardi del Bilancio Integrato nazionale. L'ostacolo tecnico principale a una riduzione immediata risiede nella composizione interna della spesa italiana per la difesa, che nel 2026 presenta una struttura fortemente sbilanciata rispetto alla mediana degli alleati NATO.
| Categoria di spesa (criterio NATO 2026) | Quota percentuale sulla spesa italiana | Valore stimato 2026 (miliardi di euro) | Incidenza stimata sul PIL italiano |
| Personale (stipendi e pensioni) | 57,10% | circa 27,58 | circa 1,20% del PIL |
| Equipaggiamenti e investimenti (armamenti e ricerca e sviluppo) | 24,45% | circa 11,81 | circa 0,51% del PIL |
| Altre spese (esercizio, manutenzione, operazioni) | 11,61% | circa 5,61 | circa 0,24% del PIL |
| Infrastrutture militari | 6,85% | circa 3,31 | circa 0,14% del PIL |
| Totale spesa italiana 2026 | 100,00% | 48,31 | 2,10% del PIL |
Poichè la sola voce dedicata al Personale, il 57,10% pari a circa 27,58 miliardi di euro, supera già da sola l'1,20% del PIL nazionale, un taglio istantaneo all'1% del PIL nell'arco di un singolo esercizio finanziario risulterebbe tecnicamente impraticabile senza licenziare dipendenti pubblici o decurtare trattamenti pensionistici in essere. Tuttavia, una riduzione progressiva nell'arco di una legislatura, quattro o cinque anni, dal 2,10% all'1,00% del PIL è considerata realizzabile attraverso una manovra sequenziale in tre fasi. La prima fase consiste nella de-riclassificazione contabile immediata, con una riduzione nominale tra 7,8 e 10 miliardi di euro, abrogando l'artificio contabile del 2025 per riportare Guardia di Finanza, Capitanerie di Porto, pensioni e infrastrutture civili fuori dal perimetro militare NATO, e rinunciando formalmente all'attivazione della Clausola di Salvaguardia Nazionale per la difesa e ai 14,9 miliardi di indebitamento europeo SAFE previsti per il biennio 2027-2028; questo intervento riporterebbe istantaneamente la spesa effettiva intorno all'1,50% del PIL, cioè 35,5 miliardi di euro. La seconda fase prevede il taglio strutturale dell'acquisto di armamenti, con un risparmio a regime di 5-7 miliardi di euro annui, applicando le proposte formulate nella Controfinanziaria di Sbilanciamoci e Rete Italiana Pace e Disarmo, che indicano una riduzione immediata di almeno 2,5 miliardi di euro annui sulle acquisizioni di nuovi sistemi d'arma terrestri e aeronautici e la cancellazione degli otto programmi d'arma pluriennali da oltre 12 miliardi previsti nel triennio 2027-2030, dimezzando così la voce Equipaggiamenti dagli attuali 11,8 miliardi a circa 5 miliardi destinati esclusivamente alla difesa territoriale e alla protezione civile duale. La terza fase articola una contrazione organica della spesa per esercizio e personale, circa 5 miliardi in cinque anni, mediante il blocco parziale del turnover militare a favore di assunzioni nei corpi civili dello Stato e la chiusura delle missioni militari all'estero non poste sotto mandato diretto dell'ONU, portando l'incidenza complessiva del bilancio della Difesa alla soglia programmatica dell'1,0% del PIL, circa 23 miliardi di euro.
Il dividendo sociale sanitario e la riconversione civile di Leonardo e Fincantieri
I benefici macroeconomici e sociali di questa riallocazione di bilancio sono stati quantificati da PeaceLink, FIASO e Fondazione Gimbe sulla base dei dati SIPRI 2025-2026. Sottraendo anche solo gli 8,8 miliardi di euro corrispondenti all'incremento annuo della spesa militare italiana, lo Stato disporrebbe immediatamente delle risorse strutturali per affrontare l'emergenza del Servizio Sanitario Nazionale, il cui Fondo Sanitario Nazionale si attesta a 132,7 miliardi di euro. Nello specifico, uno stanziamento compreso tra 3,0 e 3,3 miliardi di euro all'anno permetterebbe l'assunzione a tempo indeterminato di 30.000 nuovi medici, calcolando un costo aziendale lordo medio di 110.000 euro annui per ciascun professionista secondo i parametri del Contratto Nazionale, mentre un ulteriore impegno tra 3,0 e 5,0 miliardi di euro all'anno, pari a circa il 3% del Fondo Sanitario Nazionale, consentirebbe la riduzione strutturale o il totale azzeramento delle liste d'attesa per esami diagnostici e interventi chirurgici su tutto il territorio nazionale.
Un'analisi economica rigorosa non può tuttavia trascurare le ricadute industriali di secondo e terzo ordine che un taglio di 6-7 miliardi annui sulla voce Equipaggiamenti produrrebbe sul tessuto produttivo nazionale. Secondo l'indagine dell'Ufficio Studi Mediobanca, il comparto industriale della difesa genera un valore aggiunto diretto pari allo 0,3% del PIL italiano, articolato attorno a due campioni nazionali a controllo pubblico: Leonardo, il cui fatturato dipende per l'80% dal settore militare, con una capitalizzazione di borsa salita a 28,4 miliardi di euro, e Fincantieri, che realizza circa il 25% dei propri ricavi nel comparto militare, con una capitalizzazione di 6,1 miliardi e commesse strategiche quali il contratto da 3,7 miliardi di euro firmato il 25 settembre 2026 tramite la joint venture Orizzonte Sistemi Navali per due nuovi cacciatorpediniere della Marina Militare. A questi due poli si affiancano 56 medie imprese familiari italiane con vendite per 6,3 miliardi di euro, il 15,6% del totale di comparto, e margini medi di redditività operativa del 12,2%, con punte del 54,0% in DEAS, Difesa e Analisi Sistemi, e del 44,5% in GEM Elettronica, e una crescita occupazionale del 21,9% nelle aziende di elettronica, oltre a 36 operatori a controllo estero che generano 10,2 miliardi di ricavi.
Per evitare che il disarmo si traduca in una crisi occupazionale nell'industria aerospaziale, elettronica e cantieristica, il governo del campo largo dovrebbe vincolare per legge i risparmi sugli armamenti a un Piano Nazionale di Riconversione Civile Duale. Per quanto concerne Leonardo, tale piano implicherebbe lo spostamento delle commesse pubbliche dai sistemi d'arma offensivi verso la costellazione satellitare europea di osservazione ambientale e climatica, in piena sinergia con il nuovo quadro normativo dell'Unione Europea volto a creare un mercato unico dello spazio, la cyber-sicurezza delle infrastrutture critiche civili, la robotica medicale e i velivoli antincendio per la Protezione Civile. Analogamente, per Fincantieri la contrazione del naviglio militare verrebbe compensata mediante commesse statali per la realizzazione di grandi piattaforme galleggianti destinate all'eolico offshore nel Mediterraneo, navi posacavi per gli elettrodotti sottomarini e flotte di traghetti a zero emissioni per la continuità territoriale.
Geoeconomia commerciale: dazi di Trump e conseguenze della rottura con gli USA
Il quarto asse strategico delineato nello scenario ipotizza la negazione dei dazi di Trump e la contestuale rinuncia alle risorse e alle relazioni economiche statunitensi, sostituendole con accordi commerciali orientati verso i Paesi BRICS (Cina, Russia) e l'Iran. L'analisi rigorosa delle statistiche sul commercio estero dell'Istat e degli studi d'impatto del Centro Studi Confindustria rivela che questo punto rappresenta l'elemento di maggiore vulnerabilità macroeconomica dell'intero programma.
Il meccanismo economico dei dazi e l'asimmetria del surplus italiano
Sul piano tecnico-doganale, uno Stato esportatore non può negare unilateralmente i dazi imposti da un Paese terzo: una tariffa doganale statunitense, come il dazio del 15% introdotto nell'intesa tra Ursula von der Leyen e Donald Trump, o le strette tariffarie fino al 30% applicate dal 1° agosto su specifiche filiere europee, viene riscossa direttamente dalle autorità doganali americane sugli importatori statunitensi al momento dello sdoganamento delle merci nei porti d'oltreoceano. Come documentato dall'analisi econometrica di Confindustria, i dazi operano come una tassa regressiva che si scarica su famiglie e imprese americane, con un pass-through quasi completo sui prezzi al consumo negli USA e una riduzione stimata del PIL statunitense dello 0,2%, ma al contempo contraggono sensibilmente i volumi esportati dai partner commerciali. L'impatto complessivo dei dazi di Trump sull'economia italiana è stimato da Confindustria in una perdita di vendite negli Stati Uniti compresa tra 16,5 miliardi di euro, il 2,7% dell'export nazionale rispetto a uno scenario senza tariffe, e 20-22,6 miliardi di euro, mettendo direttamente a rischio circa 118.000 posti di lavoro nelle filiere della meccanica strumentale, della moda, del legno-arredo, dell'agroalimentare e della farmaceutica. Nei primi mesi del 2026, dopo l'accumulo precauzionale di scorte registrato nel 2025, le esportazioni verso gli USA hanno già accusato flessioni congiunturali marcate, guidando il calo con un -38,9% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Tuttavia, se i dazi al 15-30% costano all'Italia tra i 16,5 e i 22,6 miliardi di euro di mancato export, una rottura strategica totale con gli Stati Uniti, rinunciando al mercato e alle risorse USA, produrrebbe un danno macroeconomico più che triplo. La ragione risiede nella struttura profondamente asimmetrica della bilancia commerciale italiana a favore di Roma. Nel 2024 l'Italia ha esportato nel mondo beni per 623,5 miliardi di euro, con l'export che rappresenta circa il 40% del PIL nazionale ed è sostenuto da 133.437 imprese esportatrici, di cui 305,3 miliardi verso Paesi extra-UE, a fronte di importazioni globali per 568,7 miliardi di euro, generando un avanzo commerciale complessivo di 54,8 miliardi di euro (56,1 miliardi l'avanzo extra-UE nel 2025, e 104,3 miliardi al netto del deficit energetico di 49,6 miliardi). All'interno di questo quadro gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato di sbocco extra-UE, assorbendo il 19,7% delle vendite estere dell'Unione Europea, con Germania, Irlanda e Italia quali principali propulsori, e la fonte primaria di liquidità netta per la manifattura italiana. Nel 2024 l'Italia ha infatti esportato negli Stati Uniti merci per 76.344,3 milioni di euro, cioè 76,34 miliardi, in crescita storica rispetto ai 42,47 miliardi del 2020, ai 49,44 miliardi del 2021 e ai 65,11 miliardi del 2022, a fronte di importazioni dagli USA per soli 32.357,3 milioni di euro, cioè 32,36 miliardi, incassando un surplus commerciale attivo di 43.987,0 milioni di euro, quasi 44 miliardi, che raggiungono i 45 miliardi considerando il solo settore manifatturiero. Nei primi quattro mesi del 2025 tale dinamica si è confermata con 26.104,7 milioni di euro di esportazioni italiane contro 11.015,8 milioni di importazioni dagli USA, generando un saldo attivo per l'Italia di 15.088,9 milioni di euro in un solo quadrimestre.
| Parametro / categoria merceologica di export negli USA | Valore registrato | Dinamica e dati di contesto | Implicazione strategica per l'economia italiana |
| Interscambio totale Italia-USA (anno 2024) | Export: 76.344,3 milioni di euro. Import: 32.357,3 milioni di euro | Saldo attivo Italia: 43.987,0 milioni di euro (45 miliardi nella manifattura) | Circa l'80% dell'intero surplus commerciale italiano (54,8 miliardi) dipende dagli USA. |
| 1. Macchinari e apparecchiature (verso USA) | 11.130,67 milioni di euro (2022) | In crescita rispetto ai 9.310,80 milioni del 2021 | Primo pilastro dell'export meccanico strumentale italiano; insostituibile nel breve periodo. |
| 2. Prodotti farmaceutici e preparati | 7.240,38 milioni di euro (2022) | Balzo da 4.674,14 milioni del 2021; circa 5,8 miliardi nelle rilevazioni successive | Settore ad altissimo valore aggiunto, fortemente integrato nelle catene del valore atlantiche. |
| 3. Mezzi di trasporto (autoveicoli e altri mezzi) | 10.657,94 milioni di euro (2022) | Scomposto in 5.895,23 milioni (altri mezzi) e 4.762,71 milioni (autoveicoli) | Include cantieristica, aerospazio e automotive, esposto direttamente alle tariffe USA. |
| 4. Agroalimentare e bevande (food and wine) | 6.537,23 milioni di euro (2022) | Scomposto in 3.995,49 milioni (alimentari) e 2.541,74 milioni (bevande e vini) | Settore simbolo del Made in Italy, ad alta intensità occupazionale territoriale. |
| 5. Sistema moda (pelle, abbigliamento, tessile) | 5.920,82 milioni di euro (2022) | Pelle: 2.824,56 milioni; abbigliamento: 2.505,26 milioni; tessile: 591,00 milioni | Confindustria Moda segnala grave vulnerabilità ai dazi del 15-30%. |
| 6. Altre manifatture, chimica, raffinazione e mobili | 11.099,64 milioni di euro (2022) | Altre manifatture: 3.781,31; raffinazione: 2.818,95; chimica: 2.735,55; mobili: 1.773,83 milioni | Seguono apparecchiature elettriche (2.399,99 milioni), metallurgia (2.181,54) e metalli (2.106,91). |
| Impatto dazi Trump rispetto all'alternativa Mercosur | Dazi USA: da -16,5 a -22,6 miliardi di euro | Accordo Mercosur: da +4,5 a +7,0 miliardi di euro di export potenziale | L'intesa con Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay copre meno di un terzo del danno dei dazi USA. |
I dati settoriali dimostrano che una guerra commerciale totale con Washington o un embargo reciproco non penalizzerebbero gli Stati Uniti, ma distruggerebbero il principale motore dell'attivo estero italiano, circa 44 miliardi di euro l'anno, colpendo regioni fortemente esportatrici come la Toscana (3,8 miliardi di export USA), il Piemonte (3,7 miliardi), il Lazio (2,8 miliardi) e il Friuli-Venezia Giulia (2,3 miliardi). Inoltre i mercati BRICS non offrono una sostituzione simmetrica per i beni di consumo ad alto valore aggiunto del Made in Italy: mentre gli USA assorbono enormi volumi di macchinari, farmaci, autoveicoli, vini e alta moda, con la Cina e l'India l'Italia registra una forte crescita delle importazioni, il 32,3% dalla Cina e il 28,6% dall'India su base annua a fine 2025, spinta anche dagli acquisti di e-commerce di valore inferiore a 150 euro tracciati dai messaggi doganali H7, a fronte di una contrazione delle proprie esportazioni verso Pechino, pari al 10,6%. Persino l'apertura di nuovi mercati promettenti nell'area sudamericana tramite l'accordo UE-Mercosur può generare, secondo le stime di Confindustria, tra i 4,5 e i 7 miliardi di euro di export aggiuntivo: un contributo prezioso, ma pari a meno di un sesto dell'attuale surplus con gli Stati Uniti. La strategia ottimale per un esecutivo progressista non è dunque l'abbandono autolesionistico del mercato americano, bensì la diversificazione commerciale verso Mercosur, India e ASEAN, combinata con una negoziazione ferma in sede UE per neutralizzare le tariffe trumpiane.
Approvvigionamento energetico: fattibilità del passaggio da GNL USA a Russia e Iran
L'ipotesi di azzerare le importazioni energetiche dagli Stati Uniti per tornare ad approvvigionarsi di petrolio e gas naturale dalla Federazione Russa e dalla Repubblica Islamica dell'Iran si scontra con trasformazioni infrastrutturali profonde avvenute tra il 2021 e il 2026 e con il quadro bellico mediorientale. Le giornate di ottobre, con il gasolio vicino ai 2,30 euro al litro e i camion fermi al Sud, mostrano quanto il tema energetico sia diventato anche un problema di ordine sociale.
La mutazione strutturale del mix energetico italiano (2021-2026)
L'Italia soffre di una vulnerabilità energetica strutturale: oltre tre quarti del fabbisogno energetico primario nazionale dipendono dall'importazione di combustibili fossili, con un mix composto per il 39% da gas naturale, per il 35% da petrolio, per il 19% da fonti rinnovabili, per il 5% da carbone, importato storicamente da Russia e USA, e per il 2% da importazioni di elettricità. Nel comparto petrolifero la produzione estrattiva nazionale copre appena il 7% dei consumi, lasciando il restante 93% dipendente dall'estero, con due terzi dell'import concentrati in cinque Paesi: Azerbaigian, Libia, Russia, Iraq e Arabia Saudita, mentre a livello UE gli Stati Uniti sono saliti al primo posto come fornitori di greggio con una quota del 15%. Nel settore cruciale del gas naturale, che nel 2025 ha assorbito 21,9 miliardi di metri cubi per la generazione termoelettrica, pari al 34,7% dei consumi annui e in aumento dell'1,8% sul 2024, circa 27 miliardi di metri cubi per le reti di distribuzione civile, in calo dello 0,3%, e 11,8 miliardi di metri cubi per l'industria, in aumento dello 0,2%, la produzione domestica italiana, dopo il picco storico di 19,2 miliardi di metri cubi del 1997, è scesa nel 2025 a soli 3,4 miliardi di metri cubi, pari al 5,4% della richiesta nazionale, rendendo il Paese dipendente dalle forniture estere per circa il 95-96%.
Prima del conflitto ucraino (dati 2021), su 76 miliardi di metri cubi di gas consumati, di cui 72,7 miliardi importati, la Russia era il primo fornitore assoluto dell'Italia con il 38,1-40% del totale, pari a circa 29 miliardi di metri cubi trasportati via gasdotto, mentre il Gas Naturale Liquefatto (GNL), trasportato via mare, rappresentava appena il 13% delle importazioni nazionali. Tra il 2022 e il 2026, attraverso l'installazione di nuovi rigassificatori galleggianti e il piano europeo REPowerEU, che prevede l'azzeramento del gas russo entro il 2027, la geografia degli approvvigionamenti è stata completamente ribaltata. A livello dell'Unione Europea, la quota russa di gas via tubo è crollata dal 40% del 2021 al 6% circa nel 2025, il 12,5% includendo il GNL, per un totale di 36,0 miliardi di metri cubi, mentre la Norvegia si è attestata al 30,9%, cioè 89,3 miliardi di metri cubi, e gli Stati Uniti sono divenuti il secondo fornitore complessivo di gas dell'UE, con il 26,2%, pari a 75,6 miliardi di metri cubi, triplicando i volumi tra il 2021 e il 2025, e il dominatore del mercato europeo del GNL, con una quota del 56-58%, destinata secondo le proiezioni a raggiungere l'80% delle importazioni di GNL dell'Unione entro il 2028. In Italia, nel 2025, le importazioni di GNL nei terminali nazionali hanno superato per la prima volta nella storia le forniture via gasdotto dall'Algeria, mentre i flussi dalla Libia sono crollati del 31,8% sotto il miliardo di metri cubi, pari all'1,5% della domanda. Su 221 carichi di navi metaniere approdati nei terminali italiani nel 2025, il 90% del GNL è provenuto da tre soli Paesi: gli Stati Uniti al primo posto con il 44,3%, oltre 9 miliardi di metri cubi, seguiti dal Qatar al 24,4% e dall'Algeria al 21,3%.
Gli ostacoli fisici, bellici e normativi al ritorno al gas russo e iraniano
Alla luce di questa configurazione infrastrutturale, l'ipotesi che un governo del campo largo possa rinunciare ai 9 miliardi di metri cubi di GNL statunitense per sostituirli con idrocarburi russi e iraniani incontra tre barriere tecniche insormontabili nel breve e medio periodo. Il primo ostacolo è rappresentato dalla paralisi bellica e infrastrutturale del canale iraniano. Nel corso del 2026, l'esplosione del conflitto militare tra Stati Uniti e Israele da un lato e Iran dall'altro e l'instabilità nell'area mediorientale allargata, una macroregione da cui transita il 40,7% dell'import energetico italiano, hanno innescato una severa turbolenza sui mercati, facendo balzare le quotazioni del gas naturale al punto di scambio europeo TTF del 65% da inizio 2026, fino a 46,60 euro al megawattora nel maggio 2026, e costringendo l'esecutivo italiano a stanziare 2,8 miliardi di euro nel 2026 in riduzioni di accise, 2,27 miliardi, e crediti d'imposta, 0,56 miliardi, per mitigare i rincari. Oltre al rischio bellico diretto sui terminali persiani, l'Iran non possiede alcun gasdotto collegato al bacino del Mediterraneo o all'Europa, nè dispone di impianti di liquefazione GNL operativi per l'esportazione marittima. Pertanto, importare gas naturale dall'Iran in Italia è fisicamente impossibile per assenza di infrastrutture di trasporto, mentre l'acquisto di greggio iraniano esporrebbe le raffinerie e gli istituti di credito italiani alle sanzioni secondarie statunitensi.
Il secondo ostacolo riguarda il blocco geografico dei gasdotti russi. Ripristinare i 29 miliardi di metri cubi annui di metano russo che giungevano in Italia prima del 2022 non dipende esclusivamente da una volontà diplomatica bilaterale tra Roma e Mosca, poichè tale infrastruttura attraversa fisicamente il territorio dell'Ucraina prima di immettersi nella rete slovacca e austriaca fino al confine italiano. Finchè perdura lo stato di belligeranza o di ostilità politico-militare tra Kiev e Mosca, il transito su vasta scala via tubo resta interdetto. L'unica alternativa tecnicamente praticabile sarebbe l'acquisto via mare di GNL russo, opzione a cui i Paesi dell'Unione Europea hanno effettivamente fatto ricorso nel primo trimestre del 2026 toccando livelli record d'importazione, dopo aver versato a Mosca 6,7 miliardi di euro per il GNL e 5,9 miliardi per il gas via gasdotto nel 2025, ma tale canale resta contingentato dalla capacità dei terminali di liquefazione russi e dai vincoli comunitari fissati al 2027.
Di conseguenza, come evidenziato dagli analisti energetici di QualEnergia, che hanno criticato come massicci acquisti senza giustificazione l'eccessiva dipendenza dal costoso GNL statunitense, e dai piani tecnici di Confindustria e Italy for Climate, la vera alternativa sovrana ed ecologica per sganciarsi dalle forniture fossili americane non consiste nel legarsi nuovamente a idrocarburi russi o mediorientali esposti a conflitti armati, bensì nell'abbattimento strutturale della domanda nazionale di gas. Sostituendo i 21,9 miliardi di metri cubi di metano bruciati ogni anno nelle centrali termoelettriche mediante l'accelerazione delle installazioni di eolico, con 40 gigawatt potenziali, e di fotovoltaico, l'espansione del biometano nazionale, che garantisce un risparmio stimato da 2,2 fino a 3,5 miliardi di metri cubi nel breve termine e 35 miliardi di metri cubi negli obiettivi europei al 2030, il potenziamento dell'estrazione nazionale compatibile, con 2,2 miliardi di metri cubi in più, e le politiche di efficientamento energetico, con 14 miliardi di metri cubi in meno, l'Italia può azzerare l'intero fabbisogno di GNL statunitense, 9 miliardi di metri cubi, mantenendo in piena sicurezza i propri stoccaggi nazionali, che già a metà febbraio 2026 registravano un tasso di riempimento del 50,1% contro il 32,5% della media dell'Unione Europea.
Il caro gasolio, le accise e il nodo dei trasporti
La protesta dei camionisti ricorda che il carburante per i trasporti è un problema diverso dal gas. Il gas serve soprattutto per produrre elettricità e per il riscaldamento, il gasolio per i camion, i trattori, le navi e i generatori, e segue un mercato globale, quello del petrolio, dove il prezzo dipende dal greggio, dai margini di raffinazione e, in Italia, da una fiscalità che incide per quasi la metà del prezzo alla pompa. Sostituire un fornitore con un altro non basta ad abbassare in modo automatico il prezzo, perchè il greggio si compra e si rivende su un mercato mondiale, e acquistare petrolio russo o iraniano esporrebbe comunque le imprese italiane a sanzioni e a rischi legali. La leva più immediata è quindi fiscale, non geopolitica: ridurre le accise, come ha fatto il decreto di settembre con effetto fino al 5 ottobre, costa miliardi di gettito, e va finanziata con tagli o con più debito. Questo collega la protesta al resto dell'analisi, perchè nel settembre 2026 il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica ha dimezzato i fondi per l'hub eolico di Taranto proprio per coprire il provvedimento sul taglio delle accise sui carburanti, come si vedrà nella sezione successiva. Per una politica di lungo periodo, la risposta strutturale passa dalla riduzione della domanda di gasolio, con elettrificazione del trasporto pubblico e merci su ferro e mare, ma questa trasformazione richiede anni, mentre una filiera alimentare che si ferma richiede risposte in poche ore, e il governo, di qualunque colore, deve gestire entrambi i tempi.
Politica industriale verde: tecnologia cinese, automotive elettrico e riconversione di Taranto
A differenza dello spostamento energetico fossile verso Russia e Iran, la strategia di acquisire tecnologia, componentistica e licenze industriali dalla Cina nei settori dell'elettronica, della robotica, dell'automotive elettrico e delle energie rinnovabili, eolico e solare, per reindustrializzare i poli italiani in crisi, con priorità assoluta per Taranto e il bacino dell'ex Ilva, presenta un'elevata fattibilità tecnico-economica e si innesta su processi industriali già in fase di incubazione nel 2026.
Il nodo ex Ilva nell'ottobre 2026 e il taglio dei fondi all'hub eolico offshore di Taranto
Nell'autunno del 2026 il polo siderurgico e portuale di Taranto rappresenta l'epicentro della crisi industriale italiana. A metà ottobre 2026, mentre la Corte di Cassazione è chiamata a pronunciarsi sul futuro giudiziario degli impianti e le sigle metalmeccaniche (Fim, Fiom, Uilm) guidano scioperi e mobilitazioni cittadine, è scattata la procedura di cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS) per un numero imponente di 8.622 lavoratori dell'ex Ilva. Per tamponare l'emergenza sociale, il 13 ottobre 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto-legge, poi convertito dalla Camera, che proroga la CIGS fino al 2027 per i lavoratori dell'indotto, sbloccando 40,5 milioni di euro e introducendo sgravi contributivi al 100% per le imprese che assumono gli operai in esubero nell'ambito di piani di reindustrializzazione.
Parallelamente alla crisi siderurgica, Taranto, insieme allo scalo siciliano di Augusta, è stata formalmente designata come uno dei due hub strategici nazionali per lo sviluppo della filiera dell'eolico offshore galleggiante nel Mediterraneo. Il progetto prevede l'adeguamento strutturale delle banchine e delle aree retroportuali dello scalo ionico per ospitare le attività pesanti di produzione, assemblaggio, stoccaggio, movimentazione e varo delle componenti per gli impianti eolici marini galleggianti. Tuttavia, il 23 settembre 2026, una rimodulazione finanziaria del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica ha dimezzato le risorse destinate al porto di Taranto, riducendo il finanziamento da 28,50 milioni a 13,94 milioni di euro: una decurtazione netta di oltre 14,56 milioni di euro utilizzata dal governo per coprire finanziariamente il provvedimento sul taglio delle accise dei carburanti. Solo in seguito alla dura presa di posizione congiunta della Regione Puglia, guidata dal presidente Antonio Decaro, del Comune di Taranto, dell'Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio, dell'associazione di settore Aero, della CGIL e di Confindustria, il Ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e il Viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi hanno assicurato che i 14,5-15 milioni tagliati sul bilancio 2026 verranno reintegrati nella dotazione del 2027, lasciando però nell'ottobre 2026 l'effettiva apertura dei cantieri subordinata all'emanazione del decreto attuativo ministeriale.
Partnership tecnologiche con la Cina: da Dongfeng e BYD alla cantieristica verde
In questo scenario un governo del campo largo che reindirizzasse una frazione dei risparmi ottenuti dal taglio della spesa militare, anche solo 2-3 miliardi di euro sui 12-25 miliardi liberati, verso un fondo sovrano per la riconversione industriale di Taranto e degli altri siti italiani in difficoltà potrebbe valorizzare la leadership tecnologica cinese nell'elettrificazione. Sul mercato automobilistico italiano i tre costruttori cinesi leader, BYD, MG e Geely, stanno già registrando una rapida espansione commerciale puntando sulla propria tecnologia proprietaria e su modelli a prezzi competitivi. Inoltre, a livello governativo sono già state avviate interlocuzioni avanzate con il colosso automobilistico cinese Dongfeng Motors per la realizzazione in Italia di uno stabilimento produttivo che funga da hub manifatturiero per l'intera Europa.
Sul piano dell'economia industriale, l'obiettivo di comprare le licenze per far costruire auto e mezzi di trasporto elettrici agli operai italiani trova la sua configurazione ottimale nella costituzione di joint venture industriali paritetiche, partecipate dallo Stato italiano attraverso bracci finanziari pubblici, accompagnate da accordi di licenza tecnologica e vincoli stringenti di localizzazione della componentistica in Italia. I gruppi cinesi dell'automotive e delle energie rinnovabili hanno infatti un interesse strategico diretto a trasferire linee produttive e licenze di assemblaggio all'interno del territorio italiano per acquisire lo status di produzione comunitaria e superare le barriere tariffarie europee, mentre l'Italia acquisirebbe immediatamente il know-how nell'elettronica di potenza, nella robotica di linea e nella chimica delle batterie.
Il piano integrato di assorbimento occupazionale per gli 8.622 operai di Taranto
Per garantire la piena ricollocazione degli 8.622 lavoratori dell'ex Ilva posti in cassa integrazione nell'ottobre 2026 e salvaguardare l'indotto ionico, un singolo impianto automobilistico non sarebbe sufficiente a causa dell'elevata automazione robotica delle linee di montaggio moderne; occorre pertanto integrare a Taranto quattro filiere industriali verdi complementari, sfruttando la leva degli sgravi contributivi al 100% introdotti dal decreto-legge dell'ottobre 2026.
Il primo pilastro occupazionale risiede nel Polo Nazionale della Carpenteria Pesante per l'Eolico Offshore Galleggiante: ripristinando immediatamente i 28,5 milioni di euro per l'hub portuale di Taranto e sbloccando i cantieri per le banchine di produzione, stoccaggio e varo, i carpentieri, i saldatori e i tecnici metalmeccanici dell'ex Ilva possiedono le qualifiche esatte per costruire le imponenti piattaforme galleggianti in acciaio e assemblare le torri eoliche marine su licenza tecnologica per tutto il bacino del Mediterraneo. Il secondo pilastro consiste nel mantenimento di un comparto di siderurgia verde e decarbonizzata, basato su forni elettrici alimentati da fonti rinnovabili anzichè sul carbone fossile importato, dimensionato per fornire le lamiere navali destinate alle fondazioni eoliche offshore e gli acciai speciali per i telai automobilistici e ferroviari. Il terzo pilastro si concretizza nell'insediamento nell'area retroportuale di Taranto, e in sinergia con gli altri poli industriali del Mezzogiorno e del Nord in crisi, dello stabilimento di produzione di autoveicoli elettrici, autobus per il trasporto pubblico locale e veicoli commerciali leggeri su piattaforma e licenza cinese (Dongfeng o BYD), vincolando l'erogazione dei sussidi pubblici e degli sgravi contributivi al 100% all'assunzione diretta dei lavoratori provenienti dal bacino della cassa integrazione siderurgica. Infine, il quarto pilastro integra la manifattura di componentistica per impianti solari fotovoltaici, inverter elettronici e sistemi di accumulo a batteria, completata dall'impiego delle maestranze nelle opere pluriennali di bonifica ambientale e riconversione ecologica dell'area industriale tarantina.
Conclusioni e matrice di fattibilità strategica
Lo studio dimostra che un eventuale esecutivo guidato dal campo largo disporrebbe di ampi margini costituzionali, giuridici e finanziari per attuare una svolta antimilitarista ed ecologica, a condizione di separare le misure immediatamente esecutive e ad alto rendimento socio-economico dalle ipotesi di rottura geoeconomica che danneggerebbero la struttura produttiva nazionale. In primo luogo, la valutazione del rischio strategico conferma, secondo questa lettura, che la rinuncia al riarmo e lo stop all'invio di armi a Kiev non espongono l'Italia ad alcun pericolo di invasione convenzionale da parte della Russia, mentre l'unico rischio esistenziale di attacco missilistico russo contro il territorio italiano deriverebbe dalla presenza delle 30-40 testate termonucleari statunitensi B61-12 ad Aviano e Ghedi e dall'uso operativo delle basi aeronavali. Applicando il precedente giuridico di fine marzo 2026, con il diniego della base di Sigonella per i bombardieri USA diretti in Medio Oriente, un nuovo governo può bloccare immediatamente qualsiasi utilizzo bellico extra-alleanza delle 120 installazioni USA in Italia e avviare il negoziato per il ritiro delle testate nucleari B61-12, senza dover attendere il complesso iter di denuncia del Trattato NATO e del BIA del 1954. Chi sostiene la linea opposta ricorda però che il rischio di una politica di deterrenza indebolita non può essere escluso, e che una scelta di questo tipo dovrebbe passare dal voto degli elettori e del Parlamento.
In secondo luogo, la riduzione della spesa militare dal 2,10% (48,31 miliardi di euro nel 2026) all'1,0% del PIL, circa 23 miliardi, è pienamente realizzabile su un orizzonte pluriennale: cancellando l'artificio contabile di 7,8-12,6 miliardi introdotto nel 2025, rinunciando alla Clausola di Salvaguardia Nazionale e ai 14,9 miliardi di prestiti militari SAFE, e tagliando i programmi di acquisizione d'arma, lo Stato può liberare gli 8,8 miliardi di euro annui necessari per assumere 30.000 medici, azzerare le liste d'attesa sanitarie e finanziare la riconversione civile e verde di Leonardo, Fincantieri e del polo di Taranto. Infine, sul piano geoeconomico ed energetico, l'analisi sconsiglia categoricamente sia la rottura unilaterale con il mercato statunitense, che priverebbe l'Italia di un surplus commerciale manifatturiero di 44-45 miliardi di euro l'anno e di 118.000 posti di lavoro, sia il tentativo impraticabile di acquistare gas e petrolio da un Iran immerso nel conflitto mediorientale del 2026 o da gasdotti russi bloccati dal transito ucraino. La vera sovranità energetica e industriale si realizza invece abbattendo le importazioni del costoso GNL americano, il 44,3% dell'import GNL italiano, attraverso l'espansione accelerata di eolico e solare, e siglando joint venture tecnologiche con i colossi cinesi (Dongfeng, BYD, filiera eolica) per trasformare gli 8.622 operai in cassa integrazione dell'ex Ilva di Taranto nei costruttori delle piattaforme eoliche offshore del Mediterraneo e della nuova mobilità elettrica europea.
| Asse programmatico ipotizzato | Grado di fattibilità | Orizzonte temporale | Vincoli critici (giuridici, politici, economici) | Indicazione dell'analisi |
| Stop armi a Kiev e iniziativa diplomatica | Alto (con accordo politico interno) | Immediato (1-3 mesi) | Resistenza dell'ala riformista PD e di Italia Viva; necessità di superare l'impasse delle cinque risoluzioni parlamentari. | Negoziare un testo unico nel programma di coalizione. |
| Neutralizzazione basi USA e ritiro bombe B61-12 (Ghedi e Aviano) | Medio-alto (uso operativo); basso (chiusura totale) | Immediato per il veto operativo; 2-5 anni per la revisione del BIA | Le 120 installazioni USA sono protette dal BIA (1954) e dallo Shell Agreement (1995), non solo dal Trattato NATO. | Applicare le clausole vigenti e avviare la revisione dei trattati bilaterali. |
| Uscita dalla NATO e passaggio formale al blocco BRICS | Molto basso | Non attuabile a Trattati UE invariati | L'articolo 13 NATO richiede un anno di preavviso; l'appartenenza UE vincola l'Italia all'Unione Doganale, alla PESC e alla mutua difesa ex articolo 42.7 TUE. | Escludere dal programma; privilegiare una postura diplomatica "ponte". |
| Taglio spesa militare dal 2,10% (48,31 miliardi) all'1,0% del PIL | Alto (su base pluriennale) | 1 anno per scendere all'1,5%; 4-5 anni per l'1,0% | Il personale assorbe il 57,10% della spesa (circa 1,20% del PIL); rischio di contraccolpo su Leonardo (80% militare) e Fincantieri (25%). | Procedere in tre fasi con un piano di riconversione civile duale. |
| Rottura commerciale con gli USA e negazione dei dazi di Trump | Nullo / autolesionistico | Non applicabile | I dazi sono riscossi dalle dogane USA; l'Italia ha un attivo netto di circa 44 miliardi con gli USA e 118.000 posti legati a quell'export. | Diversificare verso Mercosur, India e ASEAN e negoziare in sede UE. |
| Switch energetico da GNL USA a petrolio e gas di Russia e Iran | Molto basso | Non applicabile nel breve e medio periodo | Gasdotti russi bloccati dal transito in Ucraina; Iran coinvolto nella guerra del 2026 (TTF +65%) e privo di gasdotti o terminali GNL verso l'Italia. | Ridurre la domanda di gas con eolico, solare, biometano e efficienza. |
| Tecnologia cinese (EV, eolico, solare) per riconvertire Taranto (ex Ilva) | Molto alto | Cantierabile in 6-24 mesi | Necessità di sbloccare i 14,56 milioni tagliati all'hub eolico di Taranto nel settembre 2026 e di strutturare joint venture paritetiche con i gruppi cinesi. | Priorità immediata, con vincoli di assunzione per i lavoratori in cassa integrazione. |
Camionisti fermi sulle autostrade, scaffali vuoti al Sud, scuole occupate da Torino a Parigi e piazze piene ad Atene raccontano la stessa urgenza: i costi di una politica estera, di una difesa e di una transizione energetica si pagano alla pompa di benzina, nelle aule e al supermercato. Qualunque governo dovrà dire quale prezzo è disposto a far pagare e a chi, e le scelte più realistiche sembrano essere quelle graduali, verificabili e votate dal Parlamento, non le rotture improvvise.
| Ambito / Area Tematica | Fonti e Documentazione Ufficiale |
|---|---|
| Quadro Politico & Posizioni | Il Fatto Quotidiano, Editoriale Domani, Fanpage, La Gazzetta del Mezzogiorno |
| Basi Militari & Nuclear Sharing | Archivio Camera (Disciplina Basi), Camera (Accordo Quadro BIA 1954), Avvenire (Ingaggio e Sigonella), Analisi Difesa, FAS (Report B61-12), Greenpeace Italia |
| Spesa Militare & Bilancio | Studi Camera (Spese NATO), Osservatorio CPI (Bilancio Difesa), UPB (DPFP), Osservatorio Mil€x, PeaceLink (Dati SIPRI/SSN), Rete Pace e Disarmo |
| Geoeconomia & Surplus USA | ISTAT (Commercio Estero), Centro Studi Confindustria, Milano Finanza, ExportUSA (Bilancia Commerciale) |
| Matrice Energetica & GNL | QualEnergia, Italy for Climate, Consiglio UE (Eurostat Gas), Studi Confartigianato |
| Crisi Industriale & Taranto | Open (Decreto Ex Ilva), Buonasera 24 (CIGS & Porto), Cronache Tarantine (Fondi MASE), Motor1 Italia |
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