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Articoli del 19/02/2026

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Teatro Romano di Mérida Emerita Augusta Spagna con colonnato della scena e anfiteatro adiacente UNESCO
Teatro Romano di Mérida Emerita Augusta Spagna con colonnato della scena e anfiteatro adiacente UNESCO

Mérida, fondata da Augusto per i veterani della Legione V e X, presenta il complesso di intrattenimento più grandioso della Spagna romana: teatro e anfiteatro adiacenti. Il Ponte Romano sul Guadiana, lungo 790 metri, è uno dei più lunghi dell'antichità. Patrimonio UNESCO. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Emerita Augusta: la capitale della Lusitania
Mérida, l'antica Emerita Augusta, fu fondata nel 25 avanti Cristo dall'imperatore Augusto come colonia per i veterani congedati (emeriti) della Legione V Alaudae e della Legione X Gemina, reduci dalle campagne cantabriche. La posizione strategica sul fiume Guadiana, nel cuore della provincia della Lusitania (l'attuale Portogallo e l'Estremadura spagnola), ne fece rapidamente la capitale provinciale e uno dei centri urbani più importanti della Hispania romana. Emerita Augusta prosperò per secoli come centro amministrativo, militare e commerciale, arricchendosi di monumenti che rivaleggiavano con quelli di Roma stessa. Il sito archeologico di Mérida è stato dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1993 e conserva uno degli insiemi di architettura romana più completi e meglio preservati della penisola iberica.

Il teatro: il colonnato della scena ancora integro
Il Teatro Romano di Mérida fu inaugurato tra il 16 e il 15 avanti Cristo sotto il patrocinio di Marco Vipsanio Agrippa, genero e braccio destro di Augusto. Con una capienza di circa 6.000 spettatori, il teatro presenta una cavea semicircolare scavata parzialmente nel fianco di una collina naturale, tecnica tipicamente romana che riduceva i costi di costruzione e migliorava la stabilità strutturale. Ma l'elemento che rende il teatro di Mérida straordinario è la conservazione quasi integra del colonnato della scena, la frons scaenae, articolato su due livelli di colonne corinzie in marmo con nicchie che ospitavano statue di divinità e personaggi mitologici. Questa struttura architettonica, alta circa 30 metri, fungeva da fondale scenico monumentale e da amplificatore acustico naturale. Il teatro subì modifiche e restauri nel corso dei secoli imperiali, documentati dalle iscrizioni ancora visibili. Oggi è sede del Festival Internacional de Teatro Clásico de Mérida, fondato nel 1933, che ogni estate porta in scena tragedie e commedie classiche nello stesso luogo dove venivano rappresentate duemila anni fa.

L'anfiteatro adiacente: spettacoli di sangue e politica
A pochi metri dal teatro, collegato da un percorso sotterraneo che permetteva agli spettatori di spostarsi da un edificio all'altro, si trova l'Anfiteatro di Mérida, inaugurato nell'8 avanti Cristo. Con una capienza di circa 15.000 spettatori, l'anfiteatro ospitava i giochi gladiatori, le venationes (cacce di animali esotici) e le esecuzioni pubbliche, spettacoli di massa che servivano a consolidare il consenso politico e a celebrare le vittorie militari imperiali. L'arena, di forma ellittica (circa 60 per 40 metri), era dotata di un complesso sistema di sotterranei dove venivano custoditi gli animali e i gladiatori prima del loro ingresso in scena attraverso botole e montacarichi. La prossimità tra teatro e anfiteatro non è casuale: rappresenta la concezione romana dell'intrattenimento pubblico come strumento politico integrato. Il teatro educava alla cultura greca e romana attraverso i classici; l'anfiteatro celebrava il dominio di Roma attraverso la violenza ritualizzata. Entrambi erano doni dell'imperatore al popolo, entrambi richiedevano la presenza fisica del cittadino in uno spazio dove la gerarchia sociale era fisicamente visibile nella distribuzione dei posti.

Il Ponte Romano sul Guadiana: 790 metri di ingegneria imperiale
Il Ponte Romano di Mérida, che attraversa il fiume Guadiana, è una delle opere di ingegneria civile romana più impressionanti ancora in uso. Con i suoi 790 metri di lunghezza e 60 arcate originali (di cui molte ancora visibili), è uno dei ponti romani più lunghi mai costruiti, paragonabile solo al Ponte di Traiano sul Danubio (che però non esiste più) e al Ponte di Alcántara sul Tago. La costruzione del ponte, iniziata contemporaneamente alla fondazione della colonia nel 25 avanti Cristo, richiedeva piloni fondati sul letto del fiume utilizzando cassoni impermeabili (caixones in legno riempiti di calcestruzzo romano, l'opus caementicium). La Via de la Plata, la strada strategica che collegava Emerita Augusta a Asturica Augusta (l'attuale Astorga) attraversando tutta la Spagna occidentale, passava attraverso questo ponte, rendendolo un nodo cruciale della viabilità imperiale. Il ponte è ancora percorribile a piedi (il traffico veicolare è stato deviato su un ponte moderno adiacente) e rappresenta la continuità fisica tra l'impero romano e la città contemporanea.

Gli altri monumenti: acquedotto, tempio e circo
Oltre al complesso teatro-anfiteatro e al ponte, Mérida conserva numerosi altri monumenti di grande interesse. L'Acquedotto dei Miracoli (Acueducto de los Milagros), lungo circa 830 metri nella parte ancora visibile, portava acqua alla città da un lago artificiale situato a 5 chilometri di distanza: la struttura, con archi alti fino a 25 metri costruiti alternando mattoni e blocchi di granito, è uno degli acquedotti romani più fotogenici del mondo. Il Tempio di Diana, erroneamente attribuito alla dea della caccia ma probabilmente dedicato al culto imperiale, conserva parte del colonnato perimetrale e fu parzialmente inglobato in un palazzo rinascimentale, salvandolo dalla distruzione. Il Circo Romano, uno dei meglio conservati dell'impero con i suoi 400 metri di lunghezza, poteva ospitare circa 30.000 spettatori per le corse dei carri. L'insieme di questi monumenti fa di Mérida un museo a cielo aperto dell'urbanistica e dell'architettura romana, dove è ancora possibile camminare letteralmente sulle strade lastricate dell'impero.

Mérida oggi: città moderna e memoria antica
Mérida moderna, capitale della comunità autonoma dell'Estremadura, ha una popolazione di circa 60.000 abitanti e convive quotidianamente con la sua eredità romana. Il Museo Nacional de Arte Romano, progettato dall'architetto Rafael Moneo e inaugurato nel 1986, custodisce una delle collezioni di arte romana più importanti della Spagna, con mosaici, sculture, iscrizioni e oggetti della vita quotidiana provenienti dagli scavi della città. Gli scavi archeologici continuano: nel 2003 è stato scoperto un criptoportico (galleria sotterranea) di epoca augustea perfettamente conservato, e nel 2007 sono emerse tracce di una domus con mosaici policromi sotto un edificio moderno. La sfida di Mérida è gestire la coesistenza tra sviluppo urbano contemporaneo e tutela del patrimonio archeologico: ogni costruzione richiede indagini preventive per evitare di danneggiare strutture romane sepolte, rallentando lo sviluppo ma garantendo la conservazione di una memoria storica unica.

Mérida è la dimostrazione che un impero scomparso può continuare a vivere nella pietra e nella memoria di chi cammina sulle sue strade. Il teatro dove ancora si rappresenta Seneca, l'anfiteatro dove ancora si immagina il ruggito della folla, il ponte dove ancora passano i cittadini: sono tutti ponti temporali che collegano il XXI secolo al I secolo avanti Cristo senza soluzione di continuità. Roma non è caduta: è semplicemente diventata il substrato invisibile su cui l'Europa ha continuato a costruire.

 
 
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Piastra di coltura batterica con zona di inibizione della muffa Penicillium notatum la scoperta di Alexander Fleming nel 1928 St Mary's Hospital Londra
Piastra di coltura batterica con zona di inibizione della muffa Penicillium notatum la scoperta di Alexander Fleming nel 1928 St Mary's Hospital Londra

Nel 1928 Alexander Fleming scoprì casualmente che una muffa uccideva batteri. Ma fu solo negli anni Quaranta che Florey e Chain purificarono la penicillina su scala industriale, trasformando una condanna a morte in una malattia curabile e cambiando per sempre la storia umana. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Il mondo prima degli antibiotici: la mortalità come norma
Prima della penicillina, infezioni oggi banali erano frequentemente letali. Una ferita infetta causava setticemia e morte in pochi giorni; una polmonite batterica aveva mortalità del 30%; la scarlattina uccideva i bambini; la sifilide e la gonorrea erano croniche e devastanti; le operazioni chirurgiche si concludevano spesso con morte per infezione post-operatoria. Partorire in ospedale alla fine del XIX secolo era rischioso per la febbre puerperale. Ignaz Semmelweis aveva dimostrato nel 1847 che lavarsi le mani riduceva drasticamente la mortalità materna, ma la comunità medica impiegò decenni ad accettare questa verità. L'era pre-antibiotica è un periodo in cui la medicina poteva fare poco contro la principale causa di morte nella storia umana: l'infezione batterica.

Alexander Fleming e la piastra dimenticata
Alexander Fleming, batteriologo scozzese del St. Mary's Hospital di Londra, tornò dalle vacanze nell'agosto 1928 e trovò una piastra di coltura di stafilococchi contaminata da una muffa azzurro-verde. Era una contaminazione comune, fonte di frustrazione per qualsiasi ricercatore. Ma Fleming notò qualcosa di insolito: intorno alla colonia fungina si era formata una zona di inibizione batterica, un alone trasparente in cui i batteri erano morti. La muffa produceva qualcosa che uccideva i batteri. Identificò l'organismo come Penicillium notatum e chiamò la sostanza penicillina. Fleming pubblicò le osservazioni nel 1929 sul British Journal of Experimental Pathology, documentando l'attività su una serie di specie patogene. Tuttavia non riuscì a isolare e purificare la penicillina in forma stabile: la molecola si degradava rapidamente e sembrava impossibile da produrre in quantità utili. Nei dieci anni successivi la scoperta rimase ignorata.

Florey, Chain e la purificazione industriale
La svolta arrivò nel 1939 quando il patologo australiano Howard Florey e il biochimico tedesco-britannico Ernst Chain, all'Università di Oxford, decisero di riprendere sistematicamente le ricerche sulle sostanze antibatteriche. Con strumentazione più avanzata, Florey e Chain riuscirono a purificare la penicillina, stabilizzarla e testarla su topi infettati con streptococchi. I risultati furono drammatici: i topi trattati sopravvivevano, quelli non trattati morivano. Il primo paziente umano a ricevere penicillina fu Albert Alexander, un poliziotto britannico con grave setticemia, nel febbraio 1941. Il miglioramento fu spettacolare ma la produzione era limitata e quando le scorte si esaurirono la malattia riprese e Alexander morì. La priorità divenne la produzione su scala industriale.

La Seconda Guerra Mondiale come acceleratore
La Seconda Guerra Mondiale trasformò la penicillina da ricerca accademica a priorità strategica militare. Le ferite da combattimento si infettavano: durante la Prima Guerra Mondiale il tasso di mortalità per ferite infette aveva raggiunto il 18%. Florey si recò negli Stati Uniti nel 1941 per trasferire il know-how alle grandi aziende farmaceutiche, con il sostegno dell'Office of Scientific Research and Development. Aziende come Pfizer, Merck, Squibb e Eli Lilly moltiplicarono la produzione su scala industriale in pochi anni, passando da milligrammi prodotti in laboratorio a tonnellate prodotte per fermentazione in grandi bioreattori. Al momento dello sbarco in Normandia nel giugno 1944, la penicillina era disponibile in quantità sufficiente per trattare tutte le ferite infette degli Alleati. La differenza nella mortalità tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale è in gran parte attribuibile alla penicillina.

Il meccanismo d'azione: come la penicillina uccide i batteri
La penicillina appartiene alla classe degli antibiotici beta-lattamici. Il suo meccanismo è elegante nella specificità: blocca le transpeptidasi batteriche, enzimi essenziali per la formazione dei legami trasversali del peptidoglicano, il polimero che costituisce la parete cellulare dei batteri Gram-positivi. Senza legami trasversali, la parete batterica non può essere riparata né sintetizzata durante la divisione cellulare. Il risultato è che il batterio in crescita, sottoposto alla pressione osmotica interna, si lisca: la membrana cede e il contenuto fuoriesce. Questo meccanismo è specifico per i batteri perché le cellule umane e animali non possiedono pareti di peptidoglicano: la penicillina è quasi innocua per le cellule eucariotiche dell'ospite, a meno di reazioni allergiche. Questa selettività rende la penicillina e i suoi derivati tra i farmaci più sicuri ed efficaci disponibili.

Il Nobel e la resistenza: la profezia di Fleming
Il Nobel per la Fisiologia del 1945 fu assegnato a Fleming, Florey e Chain. Nel discorso di accettazione, Fleming pronunciò una profezia: avvertì che l'uso irresponsabile della penicillina avrebbe selezionato batteri resistenti, rendendo il farmaco inutile. Aveva già osservato in laboratorio che batteri esposti a concentrazioni sub-letali sviluppavano resistenza. La resistenza agli antibiotici è oggi una delle più gravi minacce sanitarie globali: l'OMS stima che le infezioni da batteri multiresistenti causino oltre un milione di morti l'anno, con stime che indicano un possibile aumento a 10 milioni di morti annui entro il 2050 se la tendenza non viene invertita.

La storia della penicillina è la storia di come una distrazione, una piastra abbandonata sul bancone di un laboratorio, possa cambiare la storia dell'umanità. Ma è anche la storia di come la scoperta da sola non basti: ci vollero dieci anni, una guerra mondiale e l'impegno industriale di un continente per trasformare quella osservazione in un farmaco che salvava vite ogni giorno. E ci vollero la lungimiranza di Fleming per ricordarci che ogni arma diventa il seme del prossimo problema.

 
 
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Dead Vlei nel deserto del Namib Namibia bacino argilla bianca alberi scheletrici acacia morti dune rosse fuoco 300 metri
Dead Vlei nel deserto del Namib Namibia bacino argilla bianca alberi scheletrici acacia morti dune rosse fuoco 300 metri

Il Namib è il deserto più antico del mondo, arido da 55 milioni di anni. Le dune di Sossusvlei superano i 300 metri, rosse per l'ossidazione del ferro. Il Dead Vlei conserva alberi di acacia morti secoli fa, scheletri immobili nell'argilla bianca. Fairy circles misteriose. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Il Namib: il deserto più antico della Terra
Il deserto del Namib, che si estende per circa 2.000 chilometri lungo la costa atlantica della Namibia, dell'Angola meridionale e del Sudafrica settentrionale, è considerato il deserto più antico del mondo. Studi geologici indicano che condizioni aride persistono nella regione da almeno 55 milioni di anni, dall'Eocene al presente, un intervallo temporale che copre quasi l'intera era Cenozoica. Questo significa che il Namib era già un deserto quando i primi primati antropomorfi si evolsero in Africa, quando l'Himalaya iniziò a sollevarsi, e quando l'Antartide si congelò definitivamente. La longevità del Namib è dovuta alla corrente fredda di Benguela che scorre lungo la costa atlantica, raffreddando l'aria oceanica e impedendo la formazione di nubi di pioggia: l'aria fredda e secca si sposta poi verso l'interno creando condizioni di iperaridità permanenti. Il risultato è un paesaggio che non ha conosciuto periodi umidi significativi per decine di milioni di anni, creando ecosistemi e adattamenti biologici unici al mondo.

Le dune di Sossusvlei: sabbia rossa fuoco alta 300 metri
Sossusvlei è una depressione di argilla bianca circondata da alcune delle dune di sabbia più alte del mondo, situata nel Namib-Naukluft National Park nella Namibia centrale. Le dune che circondano Sossusvlei raggiungono altezze di oltre 300 metri, con la Duna 7 (chiamata così perché è la settima duna dopo il fiume Tsauchab) che arriva a circa 383 metri, una delle più alte dune di sabbia del pianeta. Il colore delle dune è rosso fuoco intenso, dovuto all'ossidazione del ferro contenuto nella sabbia: più antica è la sabbia, più intenso è il rosso, perché l'esposizione prolungata all'ossigeno ha trasformato gli ossidi di ferro in ematite. Le dune più giovani, vicine alla costa, sono gialle o beige; quelle di Sossusvlei, tra le più antiche, sono di un rosso profondo quasi arancione che sotto la luce del tramonto diventa incandescente. Scalare le dune è un'esperienza fisicamente impegnativa ma visivamente mozzafiato: dalla sommità si vedono onde di sabbia rossa estendersi all'orizzonte come un oceano pietrificato.

Il Dead Vlei: cimitero di alberi e argilla bianca
Dead Vlei, letteralmente "palude morta", è un bacino di argilla bianca situato vicino a Sossusvlei, circondato da dune altissime che bloccano il passaggio dell'acqua. Circa 900 anni fa, il fiume Tsauchab scorreva periodicamente in questa zona durante le rare piogge, permettendo la crescita di acacie (Vachellia erioloba, comunemente chiamate acacia della giraffa). Poi le dune si spostarono, bloccando definitivamente il corso del fiume e privando gli alberi di qualsiasi fonte d'acqua. Gli alberi morirono, ma l'estrema secchezza dell'aria del Namib impedì la decomposizione: i tronchi e i rami si sono mummificati, rimanendo in piedi per secoli come scheletri neri carbonizzati contro lo sfondo dell'argilla bianca e delle dune rosse. Il contrasto visivo è surreale: alberi morti da 600-900 anni, perfettamente preservati, con le ombre lunghe proiettate sull'argilla che cambiano colore e forma durante il giorno. Dead Vlei è uno dei paesaggi più fotografati del mondo, un simbolo della bellezza desolata del deserto.

L'ecologia del Namib: vita dove non dovrebbe esistere
Nonostante l'aridità estrema, il Namib ospita una biodiversità sorprendente, basata su adattamenti straordinari. La principale fonte di umidità non è la pioggia (che può non cadere per anni) ma la nebbia costiera dell'Atlantico che penetra nell'entroterra fino a 60 chilometri dalla costa. Lo scarabeo del deserto (Onymacris unguicularis) ha sviluppato una tecnica di raccolta dell'acqua unica al mondo: al mattino si posiziona in cima alle dune con il corpo inclinato, permettendo alla nebbia di condensarsi sul suo esoscheletro idrofobo e scorrere fino alla bocca. La Welwitschia mirabilis, pianta endemica del Namib, può vivere oltre 1.500 anni producendo solo due foglie che crescono continuamente per tutta la vita, diventando lunghe metri e sfibrandosi col vento. Le radici penetrano fino a 100 metri di profondità per accedere alle falde sotterranee. Elefanti del deserto, orici, springbok e iene si sono adattati a percorrere decine di chilometri al giorno per trovare acqua e cibo.

I Fairy Circles: cerchi misteriosi ancora inspiegati
Una delle caratteristiche più enigmatiche del Namib sono i Fairy Circles (cerchi delle fate), macchie circolari prive di vegetazione che costellano il deserto per migliaia di chilometri quadrati, particolarmente evidenti nella fascia delle praterie aride tra il deserto sabbioso e le zone semi-aride. I cerchi variano in diametro da 2 a 15 metri, sono disposti in pattern regolari quasi geometrici e persistono per decenni prima di scomparire e riformarsi altrove. Per decenni nessuno è riuscito a spiegare la loro origine. Le teorie proposte includono: l'attività delle termiti sabbiose che distruggerebbero le radici delle piante per raccogliere acqua, competizione idrica tra le piante che creerebbe pattern di auto-organizzazione attraverso feedback chimici del suolo, emissioni di gas dal sottosuolo, e persino radioattività residua. Studi recenti suggeriscono che potrebbe trattarsi di una combinazione di più fattori: l'attività delle termiti inizierebbe il cerchio, e la competizione per l'acqua lo manterrebbe. I Fairy Circles esistono solo nel Namib e in una piccola area dell'Australia occidentale, rendendoli uno dei fenomeni ecologici più rari del pianeta.

Visitare il Namib: accesso, clima e sicurezza
Il modo principale per visitare le dune di Sossusvlei e il Dead Vlei è attraverso il Namib-Naukluft National Park, accessibile dalla città di Sesriem, a circa 350 chilometri da Windhoek, capitale della Namibia. L'ingresso al parco richiede un permesso e l'accesso è limitato alle ore diurne (apertura all'alba, chiusura al tramonto). Per raggiungere Sossusvlei dalla Sesriem Gate è necessario percorrere circa 65 chilometri su strada asfaltata, seguiti da 5 chilometri finali su sabbia che richiedono un veicolo 4x4 o un servizio navetta. Il periodo migliore per visitare il Namib è tra aprile e ottobre (inverno australe), quando le temperature diurne sono tollerabili (20-30 gradi Celsius) e le notti sono fresche. In estate (novembre-marzo) le temperature diurne possono superare i 45 gradi, rendendo pericolosa qualsiasi escursione prolungata. L'alba e il tramonto sono i momenti più spettacolari: le dune rosse si accendono di colori che variano dal rosa all'arancione al viola scuro, e le ombre lunghe rivelano la texture della sabbia con dettagli straordinari.

Il deserto del Namib è un luogo che sfida le categorie estetiche convenzionali. Non è bello nel senso rassicurante: è sublime nel senso kantiano, un paesaggio che travolge la percezione con la sua scala, la sua aridità, la sua indifferenza assoluta alla vita umana. Gli alberi morti del Dead Vlei non sono tristi: sono monumenti naturali alla resilienza e alla fragilità, testimoni muti di 900 anni di cambiamenti climatici microscopici. Camminare sulle dune di Sossusvlei è come camminare sulla superficie di un pianeta alieno che per caso si trova sulla Terra. Un'esperienza che non si dimentica, perché ci ricorda che il nostro pianeta ospita mondi radicalmente diversi da quello in cui viviamo quotidianamente.

 
 
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La Medusa serpentina di Clash of the Titans 1981 creata da Ray Harryhausen con la tecnica stop-motion nelle ombre del tempio
La Medusa serpentina di Clash of the Titans 1981 creata da Ray Harryhausen con la tecnica stop-motion nelle ombre del tempio

Clash of the Titans (1981) è il testamento artistico di Ray Harryhausen, maestro dello stop-motion. La Medusa non è donna ma mostro serpentino che striscia nell'oscurità. Una scena costruita su luce, ombre e tensione: pura magia artigianale prima del digitale. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Ray Harryhausen: il maestro dello stop-motion
Ray Harryhausen è universalmente riconosciuto come il più grande artista di effetti visivi nella storia del cinema pre-digitale. La sua tecnica, che chiamò Dynamation, consisteva nel fotografare un modello in miniatura un fotogramma alla volta, modificandone la posizione tra uno scatto e l'altro, combinando poi il risultato con le riprese degli attori tramite retroproiezione. Ogni secondo di animazione richiedeva 24 fotogrammi: pochi minuti di mostro in movimento significavano settimane di lavoro manuale. Allievo di Willis O'Brien (creatore del King Kong del 1933), Harryhausen sviluppò uno stile personalissimo fatto di movimento organico, peso visivo e vitalità quasi biologica. Clash of the Titans, uscito nel 1981, fu il suo ultimo film: un commiato alla grande tradizione artigianale degli effetti speciali analogici, proprio mentre il digitale si affacciava all'orizzonte.

La Medusa serpentina: ripensare il mito per il cinema
La scelta più radicale di Harryhausen per Clash of the Titans fu la reinterpretazione della Medusa. Nella tradizione iconografica classica, la Gorgone è una donna con capelli di serpente: Harryhausen la trasformò in un essere che ha abbandonato completamente la forma umana. La sua Medusa ha una coda serpentina al posto delle gambe, le braccia ancora umane ma la posa animalesca di un rettile che si trascina con il peso del proprio corpo. Questa scelta non fu solo estetica: il movimento carponi di un serpente gigante è biomeccanicamente diverso da quello bipede umano e permetteva a Harryhausen di sfruttare al massimo la fluidità del suo stop-motion, creando un'ondulazione continua lungo tutto il corpo. L'arco e le frecce nella mani della Medusa, il suo sguardo pietrificante, la coda che striscia tra le colonne: ogni elemento fu costruito per creare tensione visiva prima ancora che narrativa.

Luce, ombre e regia: costruire il terrore con le fiaccole
Ciò che distingue la sequenza della Medusa da qualsiasi altro momento di effetti speciali dell'epoca è la gestione della luce. Il tempio dove Perseo affronta la Gorgone è illuminato esclusivamente da fiaccole che proiettano luci tremolanti e ombre lunghe sulle pareti. Non era solo scenografia: le ombre moventi rendevano molto più difficile notare le eventuali imperfezioni della composizione tra il modello animato e il set reale. Il regista Desmond Davis e Harryhausen costruirono la scena sulla tensione crescente: l'uso degli specchi del pavimento (Perseo evita il contatto visivo diretto riflettendo la Medusa nello scudo), le uccisioni progressivamente ravvicinate dei compagni di Perseo, il silenzio rotto solo dal sibilo dei serpenti-capelli. La Medusa non urla, non carica: striscia nell'ombra, e la sua lentezza è più terrificante di qualsiasi rincorsa. È una costruzione drammatica di pura matrice teatrale, usata per amplificare l'impatto della creatura invece di esibirla banalmente.

Il cast mitologico e il budget della produzione
Clash of the Titans fu prodotto da Charles H. Schneer con un budget di circa 15 milioni di dollari, somma considerevole per un film fantastico del 1981. Il cast includeva Laurence Olivier come Zeus, Claire Bloom come Era, Maggie Smith come Teti e Harry Hamlin come Perseo: una combinazione di attori shakespeariani e giovani volti hollywoodiani che conferì al film un tono ibrido tra dramma classico e avventura popolare. Ma il vero protagonista rimaneva l'animazione: oltre alla Medusa, Harryhausen creò il Kraken, Pegaso il cavallo alato, il gufo meccanico Bubo e il mostro a due teste Dioskilos. I modelli richiesero due anni di preparazione prima che le riprese con gli attori potessero iniziare. Harryhausen lavorava solo, senza assistenti nell'animazione, con una meticolosità artigianale che rendeva ogni creatura un oggetto di straordinaria qualità costruttiva. Il film incassò circa 41 milioni di dollari solo negli Stati Uniti, un successo commerciale solido.

L'eredità: da Spielberg a Jackson, tutti devono qualcosa ad Harryhausen
L'influenza di Ray Harryhausen sul cinema fantasy e di avventura è immensa e documentata. Steven Spielberg, George Lucas, Tim Burton, Peter Jackson e Phil Tippett (supervisore degli effetti per Jurassic Park) hanno tutti citato Harryhausen come ispirazione primaria. Le creature di Clash of the Titans hanno una qualità che il digitale impiegò decenni a raggiungere: il peso. Un modello fisico riflette la luce in modo reale, proietta ombre reali, interagisce fisicamente con gli elementi del set. Questo dà alle creature di Harryhausen una presenza materiale che molti effetti digitali degli anni Novanta non riuscivano a eguagliare. La saga fu rivisitata in due remake nel 2010 e 2012, entrambi ricchi di computer grafica e poveri della poesia artigianale dell'originale. Harryhausen si ritirò dopo Clash of the Titans: con lui si chiuse un capitolo irripetibile del cinema fantastico.

Clash of the Titans (1981) è molto più di un film di mostri: è il testamento di un artigiano che dedicò la vita a dare vita alla materia inanimata, un fotogramma alla volta. La Medusa che striscia nelle ombre del tempio non è solo un effetto speciale: è un pezzo di anima trasferita nella creta, nel caucciù e nel filo metallico. Una magia che i computer non hanno ancora imparato a replicare completamente, e forse non impareranno mai.

 
 

Fotografie del 19/02/2026

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