La Cina sta schierando robot quadrupedi armati, sciami di droni autonomi e veicoli corazzati senza pilota, accelerando una rivoluzione militare che ridisegna gli equilibri globali. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.
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Dai robot quadrupedi ai carri armati autonomi
Nel corso del 2025 e del 2026, le immagini diffuse dalle agenzie stampa ufficiali cinesi hanno mostrato plotoni di robot quadrupedi armati di fucili mitragliatori e lanciagranate mentre affiancano truppe in addestramento nelle regioni montuose del Tibet e nei deserti del Xinjiang. Queste macchine, derivate da modelli civili come lo Unitree B2 e sviluppate da aziende come Norinco e il gruppo statale CETC, sono dotate di sensori a infrarossi, telecamere a 360 gradi e sistemi di visione notturna, e possono muoversi su terreni accidentati a velocità superiori ai quindici chilometri orari. La loro autonomia energetica, garantita da batterie al litio-ferro-fosfato di ultima generazione, supera le quattro ore di pattugliamento attivo, e i moduli di intelligenza artificiale installati a bordo consentono il riconoscimento automatico di bersagli e la navigazione senza GPS, utilizzando algoritmi di deep learning addestrati su milioni di scenari simulati. Accanto ai quadrupedi, l’Esercito popolare di liberazione ha testato carri armati senza equipaggio derivati dal Type 59, dotati di intelligenza artificiale in grado di coordinarsi in branchi, scambiando dati attraverso una rete mesh crittografata. Durante le esercitazioni congiunte con le forze di terra, questi mezzi hanno dimostrato di poter eseguire manovre complesse come l’accerchiamento di un obiettivo e la copertura reciproca con il fuoco delle mitragliatrici pesanti, il tutto senza intervento umano diretto. La strategia di Pechino si basa sulla cosiddetta “guerra intelligente” (zhìnéng zhànzhēng), un concetto elaborato dalle accademie militari cinesi che punta a integrare robotica, intelligenza artificiale, big data e cloud computing in un unico sistema di comando e controllo. L’obiettivo non è solo ridurre le perdite umane, ma accelerare il ciclo OODA (osservare, orientare, decidere, agire) a velocità tali da sopraffare qualsiasi avversario convenzionale. L’industria della difesa cinese ha investito massicciamente in questa direzione, con un budget che, secondo stime del Pentagono, ha superato i 240 miliardi di dollari nel 2025, una cifra che include anche lo sviluppo di droni subacquei, navi senza equipaggio e sciami di micro-droni kamikaze in grado di saturare le difese nemiche. I robot quadrupedi sono già stati impiegati operativamente in missioni di ricognizione lungo il confine con l’India, dove le condizioni climatiche estreme e il terreno impervio rendono difficile l’impiego di mezzi ruotati. I test nei deserti hanno verificato la resistenza alla sabbia e alle temperature elevate, mentre nelle foreste tropicali del sud sono state sperimentate le capacità di occultamento e di combattimento nella giungla. La diffusione di queste macchine pone interrogativi giuridici e morali: l’attuale Convenzione su certe armi convenzionali non ha ancora prodotto un protocollo vincolante sui sistemi d’arma autonomi letali, e la Cina, insieme a Stati Uniti e Russia, ha finora bloccato i negoziati internazionali che vorrebbero vietarli. Pechino sostiene pubblicamente che il controllo umano rimane al centro del processo decisionale, ma i progressi nell’autonomia decisionale lasciano intendere che la delega alle macchine sia già in corso.
Sciami di droni e scenari futuri
L’altro pilastro dell’automazione militare cinese è rappresentato dagli sciami di droni, capaci di coordinarsi in formazioni di centinaia o migliaia di unità per eseguire attacchi distribuiti o missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Nel corso della fiera aerospaziale di Zhuhai del 2025, sono stati presentati droni a decollo verticale con intelligenza artificiale in grado di identificare e ingaggiare bersagli mobili in modalità completamente autonoma, condividendo in tempo reale le informazioni di puntamento con altri velivoli e con centri di comando a terra. La marina cinese ha testato piattaforme navi-madre che rilasciano decine di droni anfibi o aerei, creando uno schermo difensivo o offensivo difficile da neutralizzare con i sistemi tradizionali. L’accademia delle scienze militari di Pechino ha pubblicato studi in cui si ipotizza l’impiego di robot armati nelle future missioni di peacekeeping, con il compito di presidiare zone demilitarizzate e rispondere automaticamente a violazioni del cessate il fuoco, sollevando dubbi sulla proporzionalità e sulla responsabilità in caso di errori. Le grandi aziende tecnologiche cinesi, da Baidu a Tencent, collaborano attivamente con le forze armate per lo sviluppo di chip specifici e di architetture di rete resilienti, mentre le università formano migliaia di ingegneri specializzati in intelligenza artificiale e robotica. L’obiettivo dichiarato dalla Commissione militare centrale è di avere entro il 2035 un esercito completamente integrato con l’intelligenza artificiale, in cui ogni soldato umano sarà supportato da una costellazione di macchine intelligenti, in grado di combattere, rifornire e curare i feriti. Questa prospettiva ha innescato una corsa agli armamenti analoga a quella nucleare del secolo scorso, spingendo Stati Uniti, India, Giappone e paesi europei ad accelerare i propri programmi di robotica militare. La NATO ha avviato esercitazioni specifiche per testare contromisure contro sciami di droni, mentre le Nazioni Unite hanno convocato riunioni straordinarie per discutere la minaccia di una corsa agli armamenti senza regole. In Cina, la propaganda ufficiale enfatizza i benefici dei robot in termini di riduzione del sacrificio umano, ma i critici interni, per quanto rari, mettono in guardia contro il rischio di un abbassamento della soglia di conflitto, poiché l’assenza di perdite umane immediate potrebbe rendere più facile per i governi ricorrere alla forza. La storia della tecnologia militare insegna che ogni nuovo strumento bellico, dalla polvere da sparo ai bombardieri strategici, ha inizialmente suscitato reazioni di panico per poi essere normalizzato: ciò che distingue i robot autonomi è la velocità con cui possono prendere decisioni di vita o di morte, una velocità che supera la capacità di supervisione umana e che potrebbe generare escalation fuori controllo per effetto di un semplice bug informatico o di un attacco informatico ai sistemi di comando. Per ora, l’esercito di robot cinesi è una realtà in espansione, che combina capacità industriali formidabili, ambizioni geopolitiche e un’etica militare ancora in via di definizione, e il mondo osserva con un misto di ammirazione e inquietudine questa silenziosa marcia verso il futuro della guerra.
L’automazione militare cinese non è più fantascienza ma un processo in atto, che solleva interrogativi profondi sulla natura della guerra e sul ruolo dell’uomo in un campo di battaglia sempre più dominato dalle macchine.