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Il razzo SLS con la càpsula orìon al lanciopàd 39B del Kennedy Space Center, primo aprìle 2026
Il razzo SLS con la càpsula orìon al lanciopàd 39B del Kennedy Space Center, primo aprìle 2026

Questa notte il primo aprìle 2026 la nàssa spara nello spazio profondo quattro astronauti a bordo della càpsula orìon: è àrtemis due, il primo volo umano intorno alla Luna dal 1972. Rìid uàizman, vìctor glòver, cristìna còc e gèremi hànsen riscrivono la stòria. LEGGI TUTTO L'ARTÌCOLO

🎧 Ascolta questo artìcolo

Il rientro dell'umanità nello spàzio profondo: il contesto storico
Il primo aprìle 2026 è una data destinata a entrare nei libri di stòria dell'esplorazione spaziale con la stessa forza dell'undici luglio 1969, il giorno in cui nìil àrmstrong posò per la prima volta il piede sul suolo lunare. Cinquantaquàttro anni dopo l'ultima missione apollònica con equipaggio, l'apòllo diciassette del dicembre 1972, quattro esseri umani tornano a volare oltre l'orbita bassa terrestre, quella zona di spàzio compresa tra i duecento e i duemila chilometri di quota in cui orbitano la Stazione Spaziale Internazionale e i satelliti artificiali, e si avventurano verso la Luna a bordo della càpsula orìon. La missione àrtemis due non è solo un evento tecnico di grande complessità: è la riapertura di una frontiera che il genere umano aveva abbandonato per più di mezzo secolo, travolta dai tagli di bilancio, dalla fine della rivalità con l'Unione Soviética e da una sorta di collettiva perdita di ambizione cosmica. L'impresa di questa notte matura in un contesto geopolitico radicalmente diverso da quello dell'era apòllo: oggi gli Stati Uniti non competono più con l'Unione Soviética ma con la Cina, che ha dichiarato l'intenzione di portare i propri taikonauti sulla Luna entro il 2030, creando una nuova corsa allo spàzio che ha contribuito in modo determinante a sbloccare i finanziamenti necessari al programma àrtemis. Il programma, articolato in una serie di missioni progressive che partono dal semplice sorvolo lunare di àrtemis due e culmineranno nell'allunaggio di àrtemis tre e nella creazione di una presenza umana permanente sul satellite terrestre grazie al Gateway, la stazione spaziale lunare internazionale in costruzione, rappresenta il progetto scientifico e ingegneristico più ambizioso che la nàssa abbia intrapreso dai tempi dell'apòllo, con un investimento totale che supera i novanta miliardi di dollari stanziati dal Congresso degli Stati Uniti nel corso degli ultimi dieci anni.

Il razzo SLS e la càpsula orìon: l'ingegneria del ritorno alla Luna
Il sistema di lancio che porta àrtemis due verso la Luna è composto da due elementi principali di straordinaria complessità tecnica: lo Space Launch System, in italiano Sistema di Lancio Spaziale, abbreviato in esse elle esse, e la càpsula orìon. Lo Space Launch System è il razzo più potente mai costruito dalla nàssa, alto novantotto metri, l'equivalente di un palazzo di circa trenta piani, e capace di generare una spinta al decollo di oltre quattro milioni di chilogrammi. Brucia una combinazione di idrogeno liquido e ossìgeno liquido nello stadio principale, i cui quattro motori RS-25 sono motori riutilizzati dalle ex missioni dello Shuttle spaziale, affiancati da due razzi a propellente solido laterali che forniscono la spinta aggiuntiva necessaria nella fase più critica del lancio, quella dei primi due minuti di volo quando il razzo deve vincere la gravità terrestre partendo da fermo. La càpsula orìon, progettata per ospitare fino a quattro astronauti in missioni di lunga durata verso la Luna e oltre, ha un diametro di cinque metri ed è composta dal modulo equipaggio vero e proprio, dove gli astronauti vivono e lavorano, e dal Modulo di Servizio Europeo, costruito dall'Agenzia Spaziale Europea e che fornisce propulsione, energia elettrica attraverso quattro pannelli solari dalla superficie totale di oltre quaranta metri quadrati, e i sistemi di gestione termica. Lo scudo termico di orìon, realizzato con il materiale ablativo àvcoat in blocchi esagonali che si vaporizzano durante il rientro nell'atmosfera assorbendo il calore, è uno degli elementi più critici della missione: durante àrtemis uno del novembre 2022, il primo volo senza equipaggio, lo scudo mostrò un degrado anomalo delle sue piastrelle che richiese mesi di analisi e modifiche prima di poter dichiarare orìon pronto per portare esseri umani. Il rientro nell'atmosfera di questa notte, alla velocità di circa quarantamila chilometri orari pari a circa trentotto volte la velocità del suono, sarà il vero e decisivo banco di prova per la tecnologia di protezione termica della càpsula.

L'equipaggio: quattro stòrie di primati storici
I quattro astronauti di àrtemis due non sono soltanto i primi esseri umani a volare verso la Luna da cinquantaquàttro anni: ciascuno di loro porta con sé un primato storico che fa di questa missione un momento di svolta nella storia dell'esplorazione spaziale, non solo per quello che fanno ma per chi sono. rìid uàizman, comandante della missione, è un ex pilota collaudatore della Marina degli Stati Uniti con oltre trecento ore di volo nello spàzio accumulate in due missioni a bordo della Stazione Spaziale Internazionale: il suo ruolo è di guidare la càpsula orìon nelle fasi più delicate del volo, in particolare nel riavvicinamento al terzo stadio del razzo nello spàzio per esercitarsi nelle manovre di docking che saranno essenziali nelle missioni future. vìctor glòver, pilota, è la figura di maggiore impatto simbolico dell'intero equipaggio: afroamericano, classe 1976, diventa la prima persona di colore nella storia dell'umanità a volare oltre l'orbita bassa terrestre, portando nella scia della sua traiettoria lunare il peso e la promessa di un'intera generazione che si è vista esclusa per decenni dai vertici più alti dell'esplorazione spaziale. cristìna còc, specialista di missione, è la prima donna a compiere un viaggio oltre l'orbita bassa: fisicista, ingegnera e oceanografa, ha già al suo attivo un'esperienza spaziale eccezionale con trecentoventotto giorni consecutivi sulla Stazione Spaziale Internazionale, primato assoluto femminile. gèremi hànsen, astronauta dell'Agenzia Spaziale Canadese, è il primo cittadino non americano nella storia dello spàzio a viaggiare verso la Luna, un risultato reso possibile dall'accordo di partnership internazionale che ha fatto del Canada uno dei contributori principali del programma àrtemis attraverso la fornitura del braccio robotico canadàrm per la futura stazione Gateway.

La traiettòria: il sorvolo della Luna e il ritorno libero
La missione àrtemis due non è un allunaggio e non entrerà in orbita lunare: seguirà una traiettòria di ritorno libero, in inglese frii return tràiectori, un tipo di percorso che sfrutta la gravità della Luna per deflettere la càpsula orìon e rimandarla verso la Terra senza necessità di una manovra propulsiva attorno al satellite, riducendo la dipendenza dai motori e quindi il rischio di guasto in un punto critico e lontano dalla Terra. La traiettòria è analoga a quella percorsa dall'apòllo tredici nel 1970, la missione che subì la celebre esplosione del serbatoio dell'ossìgeno e che riuscì a riportare a casa i suoi tre astronauti proprio grazie alla traiettòria di ritorno libero che non richiedeva l'accensione del motore principale danneggiato. La càpsula orìon partirà dal kènnedi Space Center in Flòrida, entrerà in orbita alta terrestre grazie allo stadio propulsivo criogenico intermedio, poi effettuerà la manovra di iniezione trans-lunare che la proietterà verso la Luna, sorvelerà il satellite a una distanza di circa settemilacinquecento chilometri dalla superficie, raggiungendo un punto massimo di circa settantatremila chilometri oltre la Luna, il punto più lontano dalla Terra che un essere umano abbia mai raggiunto nella storia dell'esplorazione spaziale, superando il record stabilito dall'apòllo tredici nel 1970. Dopo il sorvolo, la gravità lunare curverà la traiettòria di orìon rimandandola verso la Terra, con un rientro atmosferico previsto nell'Oceano Pacìfico al largo delle coste dell'Hawài dopo circa dieci giorni di viaggio. Una fase particolarmente importante della missione, nelle prime ore dopo il lancio, è la manovra di test di separazione e riavvicinamento al terzo stadio del razzo che l'equipaggio dovrà eseguire manualmente per circa un'ora, esercitandosi nelle tecniche di aggancio che saranno essenziali per il docking con il Gateway nelle missioni future.

La storia travagliata del programma: ritardi, guasti e perseveranza
Che àrtemis due decollasse questa notte non era affatto scontato fino a poche settimane fa. Il programma àrtemis nella sua interezza ha subìto un'odissea di ritardi, revisioni e problemi tecnici che hanno messo a dura prova la pazienza del Congresso americano, l'entusiasmo dell'opinione pubblica e la credibilità stessa della nàssa come organizzazione capace di mantenere le promesse sui tempi di realizzazione dei propri programmi di punta. La finestra di lancio originale era stata fissata per il settembre 2024, poi spostata a febbraio 2026, poi a marzo e infine all'aprìle 2026. I problemi che hanno causato questi slittamenti sono stati di natura tecnica e operativa. Il più persistente e insidioso ha riguardato l'idrogeno liquido, il propellente del secondo stadio del razzo: l'idrogeno, l'elemento più leggero dell'universo, tende a fuoriuscire da qualsiasi sistema che tenti di contenerlo, e le ripetute perdite rilevate durante le prove generali del conto alla rovescia in febbraio hanno costretto la nàssa a sostituire guarnizioni, ritestare i sistemi e rimandare il razzo nella Grande Sala di Assemblaggio. Il venticinque febbraio 2026, il razzo tornava lentamente verso l'edificio di assemblaggio su un carrello trasportatore cingolato della stessa tipologia usata nell'era apòllo, un'immagine di sconforto per migliaia di ingegneri e tecnici che avevano lavorato per mesi a preparare il lancio. Ma il problema dell'idrogeno era stato finalmente risolto con la sostituzione di guarnizioni critiche e una nuova procedura di caricamento del propellente, e la seconda prova generale del diciannove febbraio era stata coronata dal successo. Nel mese di marzo il razzo era tornato sul lanciopàd, i controlli finali avevano dato esito positivo, e il conto alla rovescia di questa notte è partito con condizioni meteorologiche favorevoli e sistemi tutti nominali.

La scienza a bordo: ricerca medica nello spàzio profondo
Oltre alla dimensione simbolica e ingegneristica, àrtemis due trasporta a bordo di orìon un programma di ricerca scientifica di notevole importanza per la preparazione delle future missioni di lunga durata verso la Luna e verso Marte. La distanza dalla Terra durante àrtemis due esporrà gli astronauti a un ambiente di radiazione cosmica significativamente più intenso rispetto a quello della Stazione Spaziale Internazionale, che è protetta in parte dal campo magnetico terrestre. Questa esposizione acuta a radiazioni di alta energia, provenienti da raggi cosmici galattici e da potenziali brillamenti solari, è uno dei principali rischi biologici per la salute degli astronauti nelle missioni di esplorazione profonda e uno degli ostacoli più seri per un futuro viaggio verso Marte, che durerebbe non dieci giorni ma dai sei ai nove mesi solo per il transito di andata. A bordo di orìon verrà condotta l'indagine scientifica denominata AVATAR, acronimo dell'espressione inglese A Virtual Astronaut Tissue Analog Response, che utilizza dispositivi biochip chiamati organ-on-a-chip, in italiano organi su chip, per studiare gli effetti combinati delle radiazioni aumentate e della microgravità sui tessuti umani a livello cellulare senza coinvolgere direttamente il corpo degli astronauti. Questi microdevices replicano le funzioni biologiche di organi specifici come i polmoni, il cuore e l'intestino in miniatura, permettendo ai ricercatori di osservare in tempo reale come le cellule umane reagiscano all'ambiente dello spàzio profondo con una fedeltà biologica che i modelli computazionali non possono ancora raggiungere. I dati raccolti durante i dieci giorni di missione alimenteranno i modelli di rischio sanitario per le future missioni lunari prolungate e per la progettazione dei sistemi di protezione dalle radiazioni per le capsule marziane.

Il futuro del programma àrtemis: dalla Luna a Marte
àrtemis due è il secondo passo di un programma le cui ambizioni si estendono ben oltre la Luna. Il primo passo è stato àrtemis uno del novembre 2022, il volo di prova senza equipaggio che ha dimostrato per la prima volta il funzionamento integrato dello Space Launch System e della càpsula orìon su una traiettòria lunare. àrtemis due è il secondo passo: dimostrare che quattro esseri umani possono sopravvivere e lavorare a bordo di orìon durante un viaggio verso la Luna e tornare sani e salvi. Se la missione di questa notte avrà successo, il passo successivo sarà àrtemis tre, la missione che per la prima volta nella storia farà posare esseri umani sulla superficie lunare nella regione del Polo Sud, un'area di grande interesse scientifico per la presenza di ghiaccio d'acqua nei crateri permanentemente in ombra che potrebbe essere estratto e utilizzato come fonte di acqua potabile, ossìgeno respirabile e idrogeno propellente per le missioni future. Il Polo Sud lunare è anche l'obiettivo dichiarato della missione cinese con equipaggio, rendendo la competizione tra le due superpotenze spaziali sempre più concreta e pressante. Oltre àrtemis tre, il programma prevede la costruzione del Gateway, una piccola stazione spaziale in orbita attorno alla Luna che fungerà da avamposto permanente per le operazioni di esplorazione della superficie lunare e da trampolino logistico per le future missioni verso Marte. Il Gateway è un progetto internazionale a cui partecipano l'Agenzia Spaziale Europea, l'Agenzia Spaziale Giapponese, l'Agenzia Spaziale Canadese e altre agenzie partner, con contributi fondamentali come il modulo di abitazione europeo e il braccio robotico canadàrm tre. L'orizzonte finale del programma àrtemis, così come dichiarato ripetutamente dagli amministratori della nàssa, è rendere possibile il primo viaggio umano su Marte nella decade del 2040, utilizzando le tecnologie, le procedure operative e la resilienza umana testati e perfezionati durante le missioni lunari come banco di prova per il passo più ambizioso nella storia dell'esplorazione spaziale.

Quando questa notte i quattro motori dello Space Launch System si accenderanno alle sei e ventiquàttro ora della costa est degli Stati Uniti, il cielo della Flòrida si illuminerà di una luce che non si vedeva dal 1972. Non è solo un razzo che decolla: è l'umanità che smette di guardarsi i piedi e torna a sollevare gli occhi verso la Luna, e oltre, verso quel punto rosso nel cielo notturno che si chiama Marte e che un giorno aspetta i nostri passi.

 
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La tigre bianca e il leone bianco al Parco Le Cornelle di Valbrembo, Bergamo
La tigre bianca e il leone bianco al Parco Le Cornelle di Valbrembo, Bergamo

Il Parco Le Cornelle di Valbrembo, in provincia di Bergamo, ospita due delle creature più rare e spettacolari del mondo animale: la tigre bianca e il leone bianco. Entrambi frutto di mutazioni genetiche rarissime, questi felini sono le star indiscusse di un parco zoologico lombardo di eccellenza. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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La tigre bianca: genetica, rarità e storia della specie
La tigre bianca non è una specie separata né una sottospecie della tigre del Bengala (Pantera tigris tigris), ma un individuo portatore di una mutazione genetica recessiva che interferisce con la produzione di feomelanina, il pigmento responsabile della colorazione arancio-rossastra tipica della tigre comune. Questa mutazione, nota come leucismo parziale o più precisamente come chinchilla albinism per il gene coinvolto, produce una livrea bianco-crema con strisce grigio-scure invece delle caratteristiche strisce nere su fondo arancio, occhi di colore azzurro ghiaccio invece del giallo-ambra tipico della tigre normale, e un naso pigmentato di rosa. Per ottenere una tigre bianca dalla nascita è necessario che entrambi i genitori portino la copia recessiva del gene mutato, il che rende l'evento estremamente raro in natura: l'ultimo esemplare catturato allo stato selvatico fu Mohan nel 1951 in India, e la quasi totalità delle tigri bianche viventi oggi discende da incroci di linee di allevamento captivo che hanno reso necessaria in passato la consanguineità tra individui imparentati, con conseguenti problemi di salute come strabismo convergente, sistema immunitario indebolito e deformità scheletriche. I programmi di allevamento moderni cercano di gestire questa sfida genetica con attenzione crescente, privilegiando accoppiamenti tra individui non imparentati anche se entrambi portatori della mutazione recessiva. Al Parco Le Cornelle la gestione degli esemplari avviene in collaborazione con i programmi europei di conservazione delle specie (EEP), con l'obiettivo di mantenere una popolazione captiva geneticamente sana.

Il leone bianco: il mito del Timbavati e la scienza della mutazione
Il leone bianco (Pantera leo) è ancora più raro e culturalmente significativo della tigre bianca, circondata da un alone mitologico che affonda le radici nelle tradizioni spirituali delle popolazioni indigene del Timbavati, la regione del Sudafrica dove i primi esemplari documentati comparvero in natura nel 1975. Secondo la tradizione spirituale dei Tsonga, gli antenati del popolo Shangaan che abita la regione, il leone bianco è un essere sacro, inviato dagli antenati come messaggero divino per comunicare alle comunità umane messaggi di cambiamento e trasformazione. Questa dimensione sacrale ha contribuito a proteggere i leoni bianchi dalla caccia per decenni, ma non ha impedito che la pressione venatoria e la perdita dell'habitat portassero la popolazione selvatica sull'orlo dell'estinzione nella seconda metà del Novecento. Dal punto di vista genetico, il manto bianco del leone è prodotto da una mutazione nel gene SLC45A2, che interferisce con la produzione di eumelanina nel pelo, producendo un mantello bianco-crema o quasi bianco con gli occhi di colore giallo chiaro o ambra, diversamente dalla tigre bianca che ha occhi azzurri. La Global White Lion Protection Trust, fondata da Linda Tucker in Sudafrica, gestisce un programma di reintroduzione allo stato selvatico nella regione del Timbavati che ha permesso di ricostituire una piccola ma vitale popolazione selvatica. Al Parco Le Cornelle, il leone bianco è custodito in uno spazio ampio e arricchito ambientalmente che cerca di replicare le caratteristiche dell'habitat naturale africano.

Il Parco Le Cornelle: struttura, missione e offerta didattica
Il Parco Le Cornelle di Valbrembo si sviluppa su una superficie di circa centoventicinquemila metri quadrati alle porte di Bergamo, nella verde campagna bergamasca tra il capoluogo orobico e la Valle Brembana, in una posizione geograficamente privilegiata che lo rende facilmente accessibile dalla città e dall'intera area metropolitana milanese. Il parco ospita oltre duecento specie animali differenti, con una selezione che privilegia felini di grande taglia, rettili esotici, uccelli tropicali, primati e animali della savana africana, oltre a una sezione dedicata alla fauna europea e mediterranea. La gestione del parco è orientata secondo i principi moderni della zoologia conservazionistica: gli enclosure sono progettati con arricchimento ambientale finalizzato a stimolare i comportamenti naturali degli animali, le diete sono calibrate sulle esigenze nutrizionali specifiche di ciascuna specie in collaborazione con veterinari specializzati in medicina degli esotici, e i programmi riproduttivi sono coordinati con i piani europei di conservazione delle specie minacciate. L'offerta didattica è particolarmente sviluppata e include percorsi guidati tematici per le scuole di ogni ordine e grado, laboratori scientifici sull'anatomia e la fisiologia animale, spettacoli di falconeria con rapaci addestrati e incontri ravvicinati con alcune specie in ambienti controllati. Il parco ha registrato negli ultimi anni un aumento significativo delle visite, consolidandosi come una delle destinazioni zoologiche più importanti della Lombardia e del nord Italia.

Visita pratica e consigli per famiglie e scolaresche
Il Parco Le Cornelle si trova a Valbrembo, comune della provincia di Bergamo raggiungibile in circa venti minuti di automobile dall'uscita autostradale di Bergamo-Dalmine. L'ingresso si trova in via Cornelle, e il parco dispone di ampi parcheggi gratuiti per auto e pullman scolastici. Gli orari di apertura seguono il calendario stagionale con orari estesi nella bella stagione e aperture ridotte nei mesi invernali, con chiusura nel periodo più freddo dell'anno; è sempre consigliabile verificare gli orari aggiornati sul sito ufficiale prima di pianificare la visita. Le tariffe d'ingresso sono differenziate per adulti, bambini, anziani e gruppi scolastici, con possibilità di acquistare biglietti combinati che includono le attività didattiche speciali. Per le famiglie con bambini piccoli, il parco è dotato di vialetti ampi e accessibili con passeggino in quasi tutte le aree, punti di sosta ombreggiati, aree ristoro con ristorazione di qualità e spazi picnic all'aperto. Il periodo migliore per la visita è la primavera e l'inizio dell'estate, quando gli animali sono più attivi nelle ore centrali della giornata e il clima bergamasco è ideale per una lunga permanenza all'aperto. La tigre bianca e il leone bianco sono visibili nelle rispettive aree dedicate, con pannelli informativi che spiegano la biologia, la genetica e la conservazione di queste creature straordinarie in modo accessibile a visitatori di tutte le età.

La tigre bianca e il leone bianco del Parco Le Cornelle non sono soltanto una rarità genetica da ammirare con stupore: sono ambasciatori della complessità e della fragilità del mondo naturale, testimoni viventi di come la diversità biologica si esprima a volte in forme che sfidano ogni classificazione e che l'essere umano ha il dovere di proteggere con ogni strumento a sua disposizione.

 
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