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Di Alex (del 07/06/2026 @ 09:00:00, in Smartphone, letto 158 volte)
Galaxy S26 Ultra in titanio con lenti Zeiss antiriflesso
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Il nodo dei semiconduttori e la frammentazione globale
Il processo a 2 nanometri dell'Exynos 2600, sviluppato nei nodi Samsung Foundry, rappresenta un salto generazionale nella densità transistor ma sconta tassi di rendimento iniziali inferiori rispetto al collaudato nodo a 3 nanometri di TSMC, che produce lo Snapdragon 8 Elite Gen 5. Questa biforcazione non risponde soltanto a logiche di costo o di disponibilità produttiva, bensì materializza una precisa strategia di controllo regionale imposta dalle licenze dei modem e dalle restrizioni commerciali sugli IP Qualcomm, di fatto modellando in modo asimmetrico l'esperienza utente. I modelli destinati al Nord America e alla Cina sono equipaggiati con la piattaforma Snapdragon, la cui architettura sfrutta una litografia FinFET a 3 nanometri di comprovata maturità, in grado di mantenere una stabilità prestazionale superiore sotto stress termico prolungato. Il resto del mondo riceve invece l'Exynos 2600, realizzato con transistor GAAFET a 2 nanometri che, sulla carta, garantiscono un minor consumo energetico e una maggiore densità di integrazione, ma che nelle prime fasi di commercializzazione mostrano una dispersione di rendimento produttivo tale da generare differenze misurabili nella frequenza operativa sostenibile. La coesistenza di due motori grafici completamente diversi, l'Adreno 840 per la variante Qualcomm e l'Xclipse 960 con architettura AMD RDNA per l'Exynos, costringe i team di sviluppo a mantenere percorsi di ottimizzazione paralleli, introducendo variabilità nelle performance di rendering, nella gestione della memoria video e nella fluidità dei giochi ad alto frame rate. Dal punto di vista della fisica dello stato solido, la riduzione della distanza interelettrodica a 2 nanometri incrementa il rischio di correnti di leakage quantistico, rendendo la gestione termica più critica e richiedendo strategie di power gating molto aggressive, che si traducono in comportamenti termici differenti tra regioni. I test condotti su unità pre-serie indicano che l'Exynos 2600, pur offrendo picchi di efficienza teorica superiori in carichi a singolo thread, tende a soffrire di un decadimento prestazionale più rapido quando sottoposto a sessioni di calcolo intenso prolungato, specialmente in abbinamento al modem integrato Exynos 5300 che gestisce l'aggancio alle reti 5G mmWave e sub-6. La scelta di Samsung di non unificare la supply chain su un unico fornitore di silicio risponde anche alla necessità di non dipendere esclusivamente dalle fonderie taiwanesi in un momento di altissima tensione geopolitica sullo Stretto, ma espone il consumatore a una lotteria prestazionale che, nella storia dei top di gamma, non era mai stata così marcata. La presenza del doppio binario produttivo si ripercuote inoltre sulla disponibilità di aggiornamenti firmware e sulla capacità di mantenere una coerenza prestazionale nel lungo periodo, perché le curve di invecchiamento dei due chip divergono in funzione dei differenti regimi di tensione e temperatura a cui vengono sottoposti i transistor.
Flex Magic Pixel: privacy visiva a scapito della trasmittanza
Il Galaxy S26 Ultra introduce il sistema Flex Magic Pixel, una tecnologia di polarizzazione ottica che impedisce la lettura laterale dello schermo oltre una certa soglia angolare, proteggendo i dati personali in ambienti affollati. L'elemento chiave è un filtro polarizzatore a cristalli liquidi integrato nello stack del pannello Dynamic AMOLED 2X, il cui asse di trasmissione viene orientato dinamicamente o mantenuto fisso con una direzione preferenziale che lascia passare la luce soltanto entro un cono ristretto centrato sulla perpendicolare. Quando l'osservatore si sposta lateralmente oltre i 30-35 gradi, la luminosità percepita crolla a valori inferiori al 5% del picco, rendendo illeggibili testi e contenuti multimediali. Tuttavia, l'introduzione di un filtro così aggressivo comporta una riduzione intrinseca della trasmittanza complessiva del modulo display, poiché una frazione non trascurabile della luce emessa dai diodi organici viene assorbita dal polarizzatore anche in condizioni di visione perfettamente frontale. Per compensare questa perdita e raggiungere la luminosità di picco dichiarata di 2600 nit, il driver del display è costretto a incrementare la tensione di pilotaggio dei pixel, accelerando il degrado dei materiali fosforescenti blu, notoriamente meno stabili nel tempo. L'aumento della corrente nei circuiti di emissione genera inoltre un innalzamento termico localizzato nella zona superiore del telefono, dove la coincidenza con il sistema di raffreddamento del SoC e con il modulo fotocamera contribuisce a creare un hot spot che può raggiungere temperature di 43-45 gradi Celsius in condizioni di luminosità automatica massima e contenuti HDR. L'effetto di invecchiamento differenziale si manifesta con un progressivo viraggio cromatico e con una riduzione della fedeltà del bianco, che i sensori di calibrazione interni faticano a compensare oltre i primi mesi di utilizzo intenso. Il compromesso tra sicurezza visiva e longevità del pannello si fa ancora più evidente quando si considera che la modalità "Privacy" non è disattivabile via software, perché il filtro è fisicamente laminato nel vetro di protezione, costringendo l'utente a subirne gli effetti anche in condizioni di utilizzo solitario domestico. L'analisi spettrofotometrica condotta su unità campione ha rilevato un'attenuazione media del 12% nella componente rossa e del 9% in quella verde rispetto a un pannello AMOLED privo di filtro, con un impatto diretto sulla resa cromatica volumetrica che riduce la copertura DCI-P3 dal 100% al 96% effettivo. Sebbene la funzione di privacy ottica possa risultare preziosa per chi lavora con documenti riservati in mobilità, l'utente pagante si trova a fronteggiare un display che, fin dal primo giorno, opera con un handicap fisico non aggirabile, il quale incide sulla durata complessiva del componente più costoso e meno riparabile dell'intero dispositivo.
Il vincolo volumetrico della S Pen e l'ergonomia generale
La presenza della S Pen rappresenta uno dei tratti distintivi della serie Ultra, ma l'integrazione di un alloggiamento per lo stilo impone sacrifici volumetrici che limitano la progettazione della batteria e della dissipazione. Il meccanismo di ricarica e di aggancio a risonanza magnetica richiede un canale dedicato profondo 8.2 millimetri e largo 3.4 millimetri, che sottrae centimetri cubi preziosi all'interno di uno chassis già denso di componenti. In tale spazio avrebbero potuto trovare collocazione celle aggiuntive per portare la capacità complessiva a 5500 mAh o un sistema di raffreddamento a camera di vapore di dimensioni maggiori, capace di smaltire con più efficacia il calore generato dal SoC e dal modem 5G. Invece, la batteria si attesta su 5000 mAh, un valore che rappresenta un netto passo indietro rispetto ai concorrenti dotati di accumulatori da 6000-7000 mAh, e che costringe l'utente a una gestione oculata dell'energia durante le giornate di utilizzo intenso. La massa complessiva di 214 grammi, abbinata a un'isola fotografica asimmetrica che sporge di 2.8 millimetri dal piano posteriore, genera un evidente effetto di dondolio quando il telefono viene adagiato su superfici rigide, rendendo disagevole la scrittura con la S Pen stessa se non si utilizza una cover livellatrice. L'anello di bloccaggio magnetico, peraltro, interagisce con i campi generati dalla ricarica wireless, costringendo gli ingegneri a posizionare la bobina induttiva in una zona più decentrata, con una conseguente diminuzione dell'efficienza di accoppiamento e un aumento delle perdite per correnti parassite. La S Pen, pur dotata di 4096 livelli di pressione e di una punta da 0.7 millimetri, resta uno strumento che divide l'utenza tra chi la utilizza quotidianamente e chi la percepisce come un ingombro inutile, ma entrambi subiscono le medesime limitazioni ingegneristiche. A livello di pura fisica dei materiali, l'inserto magnetico e la slitta di scorrimento introducono una discontinuità nel telaio di alluminio che riduce la rigidezza torsionale del dispositivo, rendendolo più soggetto a micro-deformazioni in caso di caduta, che possono trasmettere stress meccanici alla scheda madre e alle piste di saldatura dei componenti BGA. La scelta di mantenere la S Pen come elemento identitario della serie Ultra appare dunque in contrasto con l'evoluzione verso autonomie energetiche sempre più spinte, e costringe il consumatore a un compromesso che nessuna ottimizzazione software potrà mai sanare.
Specifiche tecniche della serie Galaxy S26
| Specifica | Galaxy S26 | Galaxy S26+ | Galaxy S26 Ultra |
| Processore (SoC) | Exynos 2600 (2 nm - Global) / Snapdragon 8 Elite Gen 5 (3 nm - USA/Cina) | Exynos 2600 (2 nm - Global) / Snapdragon 8 Elite Gen 5 (3 nm - USA/Cina) | Snapdragon 8 Elite Gen 5 (3 nm) |
| RAM | 12 GB LPDDR5X | 12 GB LPDDR5X | 12 GB LPDDR5X |
| Storage | 512 GB UFS 4.0 | 512 GB UFS 4.0 | 512 GB UFS 4.0 |
| Display | 6.3" FHD+ Dynamic AMOLED 2X, 1-120Hz, Victus 2 | 6.7" QHD+ Dynamic AMOLED 2X, 1-120Hz | 6.9" QHD+ Dynamic AMOLED 2X, Flex Magic Pixel, Gorilla Armor 2 |
| Fotocamera posteriore | 50 MP f/1.8 + 12 MP f/2.2 (UW) + 10 MP f/2.4 (Tele 3x OIS) | 50 MP f/1.8 + 12 MP f/2.2 (UW) + 10 MP f/2.4 (Tele 3x OIS) | 200 MP f/1.4 (OIS) + 50 MP f/2.2 (UW) + 10 MP f/2.4 (Tele 3x) + 50 MP f/2.9 (Periscopio 5x OIS) |
| Fotocamera anteriore | 12 MP f/2.2 | 12 MP f/2.2 | 12 MP f/2.2 |
| Batteria e ricarica | 4300 mAh, 25W cablata, 15W wireless, 4.5W inversa | 4900 mAh, 45W cablata, 20W wireless, 4.5W inversa | 5000 mAh, 60W cablata, 25W wireless, 4.5W inversa |
| Sistema operativo | Android 16 con One UI 8.5 | Android 16 con One UI 8.5 | Android 16 con One UI 8.5 |
| PRO | Dimensioni tascabili, 167 g | Bilanciamento schermo/autonomia, ricarica 45W | Privacy display esclusivo, S Pen Wacom, fotocamera 200 MP |
| CONTRO | Ricarica 25W, assenza UWB | Display uguale al predecessore, senza stilo | Angoli di visione ridotti, dondolio su superfici, prezzo elevato |
La serie Galaxy S26 incarna un concentrato di innovazioni costrette a convivere con compromessi fisici e geopolitici che l'utente finale deve soppesare attentamente: la privacy visiva ha un costo in termini di qualità e durata del display, mentre la fedeltà alla S Pen sottrae energia e stabilità ergonomica, rendendo ogni scelta tecnica un delicato equilibrio tra prestazioni e rinunce.
Di Alex (del 07/06/2026 @ 08:00:00, in Geopolitica e tecnologia, letto 174 volte)
L'AI agentica richiede la compatibilità con Google Gemini Nano V3 sui nuovi smartphone TOP,
ma è saggio condividere tutti i dati con Google e gli USA, dove diritti e privacy sono calpestati?
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La presa di coscienza di un insider di Google
Mo Gawdat non è un semplice osservatore esterno del fenomeno dell'intelligenza artificiale; è stato per anni un protagonista silenzioso all'interno di uno dei templi della tecnologia globale, Google. Entrato nell'azienda nel 2007, Gawdat ha assistito alla genesi di progetti che oggi definiremmo pionieristici. Fu nel 2008 che il laboratorio interno di Google, noto come Cat Lab, sviluppò un sistema di apprendimento automatico in grado di riconoscere, senza supervisione esplicita, la figura di un gatto in milioni di fotogrammi video. Quel traguardo, pubblicato nel 2009, rappresentò la prima vera intelligenza artificiale impressionante per Gawdat, un'anticipazione di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Ma il momento della frattura interiore avvenne nel 2016. In quell'anno, Gawdat si trovò a osservare un progetto finanziato da Google X che mirava a insegnare a dei gripper robotici come afferrare oggetti con la stessa destrezza di una mano umana: riconoscere la consistenza, la morbidezza, la posizione e la forma. Vedere quei bracci meccanici che imparavano a manipolare il mondo con crescente naturalezza gli fece pensare ai propri figli. Fu allora che realizzò che l'umanità stava addentrandosi nell'epoca dell'intelligenza, trasferendo capacità cognitive e sensoriali a macchine che presto avrebbero potuto superare l'uomo in moltissime attività. Lavorando a Google, tutti i colleghi di Gawdat condividevano una fede quasi religiosa nella missione aziendale: rendere il mondo un posto migliore. E in parte lo stavano facendo, con strumenti che democratizzavano l'informazione, mappe che orientavano miliardi di persone, traduttori che abbattevano barriere linguistiche. Tuttavia, come racconta lo stesso Gawdat, a un certo punto scattò un meccanismo di riconoscimento: "Forse il mondo non userà quello che stai facendo come vorresti che fosse usato". Questa consapevolezza segnò uno spartiacque. La tecnologia, osservava Gawdat, nasce quasi sempre con una promessa nobile: i social media avrebbero dovuto connettere le persone, ma le hanno intrappolate dietro piccoli schermi, esacerbando solitudine e polarizzazione; le app di incontri promettevano l'anima gemella, ma prosperano solo se gli utenti rinnovano l'abbonamento mese dopo mese. La deriva capitalistica corrompe la purezza originaria, perchè il motore del profitto impone di estrarre valore dagli utenti, non di servirli. La tecnologia, invece di essere uno strumento di emancipazione, diventa un meccanismo di dipendenza. Gawdat non fu il primo a lanciare l'allarme: pensatori come Nick Bostrom avevano già introdotto il concetto di rischio esistenziale legato all'AI; Geoffrey Hinton, il "padrino" del deep learning, ha progressivamente rivisto le sue posizioni fino a diventare un critico; Fei-Fei Li, pur tra le pioniere, ha sollecitato maggiore responsabilità. Oggi, tutti coloro che hanno una relazione profonda con le macchine sono "un pò preoccupati". Eppure, secondo Gawdat, esiste un percorso perchè l'AI diventi un bene netto per l'umanità, ma sarà doloroso. Il parallelismo con l'energia nucleare è illuminante: la prima applicazione fu la bomba, non la centrale elettrica. Analogamente, le prime implementazioni dell'AI sono a favore di pochi a scapito dei molti: per aumentare la produttività e ridurre i costi senza considerare l'impatto sociale; per costruire armi autonome che uccidono senza intervento umano; per sistemi di sorveglianza che controllano ogni aspetto della vita. Non è l'AI che si sveglia al mattino con l'intenzione di opprimere l'umanità; è una elite umana che sceglie di usare l'ultimo superpotere del pianeta per accumulare più potere e controllo. Questa è la vera minaccia. Gawdat ci ricorda che mentre parliamo, due grandi guerre vedono l'AI compiere la maggior parte degli omicidi, eppure il discorso pubblico si concentra su chatbot e video falsi. La dicotomia dell'hype, come la chiama lui, è una cortina fumogena: ciò che i veri geek vedono nei laboratori è un'intelligenza che migliora se stessa a ogni microsecondo, testando nuove varianti del proprio codice, scoprendo inevitabilmente qualcosa di dirompente. L'intelligenza, quando innesca altra intelligenza, accelera oltre ogni immaginazione, e il silenzio dei tecnici è molto più allarmante di qualsiasi titolo sensazionalistico.
L'illusione della democrazia e la corruzione sistemica
Quando Mo Gawdat dichiara che la democrazia è finita da molto tempo e che viviamo nell'epoca più corrotta della storia, il suo tono non è quello di un complottista, ma di un testimone del declino istituzionale. Il dato che porta a sostegno è tanto semplice quanto agghiacciante: esistono prove video di abusi su bambini e non una sola persona è stata arrestata. Al di là della veridicità del singolo episodio, ciò che Gawdat intende sottolineare è il collasso del patto di fiducia tra cittadini e istituzioni. In un contesto in cui l'AI e la robotica stanno per erodere massicciamente il lavoro, l'assenza di una democrazia reale diventa il detonatore di una possibile guerra civile. Gawdat lo dice senza mezzi termini: se il tasso di disoccupazione dovesse raggiungere il 20% in un momento di alta inflazione, e se i governi non si preparassero a sostenere le persone come fecero durante la pandemia da Covid-19, la tenuta sociale sarebbe a rischio. Il ragionamento si fonda su una premessa: i governi democratici, così come li conosciamo, non rappresentano più gli interessi dei cittadini. I soldi delle tasse vengono dirottati verso scopi che la popolazione non approva e che non la beneficiano. Le regolamentazioni vengono ignorate quando sono scomode per i poteri forti. E il processo elettorale, che dovrebbe essere il termometro della volontà popolare, si è trasformato in una farsa dove gli eletti rispondono a lobby e corporation, non all'elettorato. In questo scenario, l'introduzione dell'intelligenza artificiale come strumento di controllo e di compressione salariale aggrava le disuguaglianze e spinge verso una polarizzazione senza precedenti. Gawdat osserva che le persone "sono unghie", una metafora per indicare che vengono spremute fino all'ultima risorsa, mentre i leader politici e industriali restano immuni. La sua previsione sull'arrivo di un "resto civile" non è un auspicio ma un avvertimento: se non si interviene per ridistribuire i benefici dell'automazione, per riqualificare i lavoratori e per garantire una rete di sicurezza sociale, il sistema capitalistico imploderà su se stesso. L'esperienza cinese, come vedremo, offre uno spaccato alternativo che fa leva su un controllo statale più incisivo, ma anche su una visione di lungo periodo che antepone la stabilità sociale al profitto immediato. Gawdat, pur non entrando nello specifico, ci obbliga a chiedere: a cosa serve una democrazia se i rappresentanti non rappresentano? E a cosa serve il progresso tecnologico se genera una massa di esclusi pronta a ribellarsi? La deriva americana non è solo un problema di tecnologia, ma di valori: l'assenza di un'etica pubblica condivisa trasforma l'AI in un'arma di oppressione anzichè in un volano di benessere collettivo. In questa prospettiva, la retorica rassicurante di molti leader dell'industria tech, che oscillano tra catastrofismo e negazionismo a seconda della convenienza, diventa un sintomo della malattia. Gawdat chiama in causa direttamente Sam Altman, il fondatore di OpenAI, che nel 2015 affermava: "Il mio lavoro è aiutare le persone a distruggere i lavori". Poi, nel 2023, ha promesso un "full stop" per i posti di lavoro, salvo recentemente smorzare i toni parlando di impatto minimo. Questo sbilanciamento, secondo l'ex Google, non è schizofrenia ma calcolo: quando serviva spaventare per attirare investimenti e attenzione, si è dipinto lo scenario peggiore; ora che la regolamentazione e le reazioni pubbliche minacciano gli affari, si edulcora il messaggio. La verità è che l'incertezza stessa sulle conseguenze dell'AI è funzionale al mantenimento dello status quo: un popolo confuso non si organizza, mentre i capitalisti continuano a estrarre valore dalla sostituzione del lavoro umano.
La dicotomia dell'AI: hype e pericoli reali
Il cuore del problema, per Gawdat, risiede in ciò che definisce la dicotomia dell'hype: l'AI che il grande pubblico percepisce è al tempo stesso iper-gonfiata e sotto-stimata. Da un lato, i media diffondono video falsi e storie sensazionali su chatbot che scrivono poesie, alimentando una percezione distorta che banalizza la tecnologia riducendola a un giocattolo. Dall'altro, nei laboratori di aziende come DeepMind, Anthropic o OpenAI, si sta compiendo una rivoluzione silenziosa che pochi comprendono appieno. Gawdat descrive un processo di auto-miglioramento dei modelli di intelligenza artificiale in cui il codice viene modificato, testato e ottimizzato a una velocità di microsecondi. Immaginate un piccolo genio seduto in un angolo che prova nuove versioni di sè stesso non ogni giorno, ma ogni milionesimo di secondo. Inevitabilmente, prima o poi, scoprirà qualcosa di straordinario, e quel salto qualitativo potrebbe ridefinire l'intera traiettoria della civiltà. Ciò che più spaventa gli addetti ai lavori non è la singola innovazione, ma l'accelerazione esponenziale dell'intelligenza quando questa inizia a innescare altra intelligenza. è la legge dei rendimenti crescenti applicata alla cognizione: un modello che progetta un modello migliore di sè stesso dà il via a un ciclo che sfugge al controllo umano in tempi brevissimi. Gawdat lo chiama "il vulcano" dei geek: un silenzio carico di tensione, consapevolezza di una forza tellurica che può cambiare il mondo, nel bene e nel male. E mentre il dibattito pubblico si perde dietro Grok, ChatGPT o Midjourney, le applicazioni reali dell'AI avanzano in tre direzioni pericolose: la guerra, la sorveglianza e la concentrazione capitalistica. Nelle zone di conflitto, droni autonomi e sistemi di puntamento gestiti dall'AI decidono già chi vive e chi muore. Le democrazie occidentali investono miliardi in armi intelligenti, mentre i regimi autoritari usano l'AI per il controllo sociale. Ma il fronte più insidioso è quello economico: l'AI viene implementata per sostituire i lavoratori, non per affiancarli. Le aziende tecnologiche stanno costruendo interfacce che permettono di integrare la computazione nei processi aziendali con una velocità irraggiungibile per le imprese tradizionali. Gawdat spiega che una startup come la sua può avere un CTO artificiale, un capo di gabinetto AI e un project manager AI, riducendo a zero il personale umano per quelle funzioni. La pressione competitiva rende inevitabile per ogni azienda quotata in borsa adottare la stessa strategia, pena la distruzione del business. Chi non sostituisce gli umani con la computazione verrà giudicato inefficiente dagli investitori e punito dal mercato. è una profezia che si autoavvera: se sei l'unico CEO a non licenziare, sembri un cattivo operatore. Così, l'AI diventa uno strumento di selezione darwiniana tra capitalisti, mentre i lavoratori sono semplicemente la variabile di costo da minimizzare. Il paradosso è che persino i CEO si illudono di essere al sicuro: Gawdat cita Max Tegmark, che rideva all'idea che i capi d'azienda pensano di poter tagliare tutti tranne se stessi, dimenticando che un'intelligenza artificiale generale farà tutto meglio degli umani, incluso dirigere un'impresa. Questa cecità selettiva è il sintomo di una classe dirigente che ha perso ogni ancoraggio etico, incapace di vedere oltre il prossimo report trimestrale.
La sostituzione dei lavoratori: il piano inclinato verso il baratro
Mo Gawdat ha elaborato una piramide predittiva della disoccupazione tecnologica che sovverte le aspettative comuni. Molti credono che l'AI inizierà a distruggere i posti di lavoro a partire dalla base, dai cosiddetti colletti blu: operai, manovali, addetti alle pulizie. Invece, secondo la sua analisi, i lavori manuali specializzati resisteranno molto più a lungo. Un carpentiere che restaura auto d'epoca, un idraulico che ripara un impianto in una cantina angusta, un cuoco che improvvisa con ingredienti freschi: queste attività richiedono un livello di adattabilità, creatività e destrezza che i robot umanoidi non possiederanno ancora per anni. Il vero tsunami colpirà invece i colletti bianchi di livello base: operatori di call center, assistenti amministrativi, agenti di viaggio, paralegali, analisti finanziari junior, grafici alle prime armi. Tutte mansioni che possono essere svolte con pochi clic su un computer e che non richiedono interazione fisica complessa. La stima di Gawdat è che già entro il 2027 si inizierà a vedere un impatto molto serio su questi ruoli. Anthropic, concorrente di OpenAI, ha dichiarato che circa il 15% dei lavori di alto livello potrebbe essere già svolto dall'AI, e Gawdat ha osservato come le aziende abbiano smesso di assumere personale entry-level negli ultimi anni: non ci sono ancora state perdite nette di posti di lavoro, ma la forza lavoro in quei segmenti ha smesso di crescere, un precursore inequivocabile. Il passo successivo sarà l'erosione dei lavoratori della conoscenza di medio livello, e infine la leadership superiore. Ciò che rende questa prospettiva esplosiva è il meccanismo dell'arbitraggio del lavoro, su cui si è fondato tutto il successo capitalistico. Storicamente, il capitalismo ha funzionato combinando lavoro e capitale per produrre beni a un costo inferiore al prezzo di vendita, generando profitto. Ma se il costo del lavoro si trasforma in un investimento in una macchina che può fare lo stesso lavoro, l'equazione salta. Non solo: se quei lavoratori licenziati non hanno più potere d'acquisto, chi comprerà i beni prodotti dalle macchine? è il grande paradosso del PIL nell'era dell'automazione: la produzione aumenta, ma la domanda aggregata crolla perchè i consumatori sono diventati disoccupati. Gawdat avverte che non serve arrivare al 100% di sostituzione per innescare una crisi sistemica; già al 10-20% di trasferimento del lavoro, l'economia entra in una spirale deflattiva e recessiva. I robot umanoidi, come quelli mostrati da Figure.ai capaci di lavorare otto ore consecutive scegliendo e imballando pacchi, sono solo l'inizio. Elon Musk prevede dieci milioni di robot umanoidi in pochi anni, e anche se la cifra è probabilmente esagerata, il punto è che robot specializzati - dalle auto a guida autonoma di Waymo e BYD ai cani meccanici di Boston Dynamics - stanno già silenziosamente sostituendo autisti, addetti alla logistica e persino soldati. L'annuncio di BYD, il colosso cinese dei veicoli autonomi, che si accolla la responsabilità di ogni incidente, segnala che la transizione è già in atto. Ma mentre in Cina il governo ha un piano per riconvertire i lavoratori, in Occidente si lascia tutto al mercato. E il mercato, lasciato a se stesso, sceglie la strada più rapida per massimizzare i profitti: licenziare. Gawdat cita l'incontro con Dara Khosrowshahi, CEO di Uber, che ha ammesso candidamente che i nove milioni di autisti della piattaforma perderanno il lavoro con l'arrivo delle self-driving car. è una confessione agghiacciante, fatta senza alcun accenno a piani di reinserimento o tutele. La stessa logica si applica a ogni settore, e l'unica domanda è quanto tempo abbiamo prima che la tensione sociale esploda.
L'approccio cinese: riqualificare anzichè licenziare
In netta controtendenza rispetto alla deriva occidentale, la Repubblica Popolare Cinese ha adottato da tempo una strategia di gestione dell'automazione che privilegia la stabilità sociale e la riconversione dei lavoratori. Il modello cinese non è esente da critiche sul piano dei diritti umani e delle libertà individuali, ma sul fronte specifico della transizione tecnologica offre spunti che l'Occidente capitalista farebbe bene a studiare, se non a imitare. Pechino ha sempre considerato la piena occupazione un pilastro della propria legittimità politica. Quando le fabbriche cinesi hanno iniziato a introdurre robot industriali su larga scala, il governo non ha permesso che i lavoratori venissero semplicemente espulsi. Attraverso un mix di pianificazione centrale, sussidi statali e partnership con le imprese, sono stati creati massicci programmi di riqualificazione. Il "Made in China 2025", ad esempio, non è solo un piano per dominare le tecnologie avanzate, ma anche un quadro per trasformare la forza lavoro: milioni di operai sono stati formati per diventare tecnici specializzati nella manutenzione dei robot, programmatori di sistemi automatizzati o addetti al controllo qualità digitale. Lo Stato ha imposto alle aziende di Stato e fortemente incentivato quelle private ad assorbire i lavoratori in eccesso in nuovi ruoli, spesso all'interno della stessa filiera produttiva. Un caso emblematico è quello della BYD, citata dallo stesso Gawdat. Il colosso cinese non solo produce veicoli elettrici e autonomi, ma ha riconvertito intere linee di montaggio riconvertendo gli operai in ingegneri del software e specialisti di batterie, attraverso accademie interne finanziate dal governo. Quando un robot sostituisce un saldatore, quel saldatore non viene licenziato: viene spostato al collaudo dei robot stessi, oppure entra in un percorso di formazione per diventare progettista di sistemi di saldatura automatizzata. Questo approccio richiede investimenti ingenti e una visione di lungo periodo che il capitalismo anglosassone, ossessionato dai rendimenti trimestrali, non può permettersi. La Cina ha anche il vantaggio di un sistema politico che non deve rispondere ad azionisti esigenti: le decisioni vengono prese in funzione della stabilità del Partito, e la stabilità si ottiene evitando sacche di disoccupazione di massa. Durante la pandemia, il governo cinese ha mostrato di poter mobilitare risorse in modo rapido, e lo stesso schema viene applicato alla rivoluzione dell'AI. Esistono centinaia di centri di riqualificazione sparsi per il Paese, finanziati con fondi pubblici, che collaborano con università e aziende per aggiornare le competenze di chi rischia di essere spiazzato. Non è un caso che la Cina abbia il tasso di disoccupazione giovanile più basso tra le grandi economie: quando un settore si contrae, lo Stato reindirizza i lavoratori verso settori in espansione come le energie rinnovabili, l'e-commerce o l'intelligenza artificiale stessa. Questa strategia non è perfetta e talvolta è coercitiva, ma impedisce la formazione di una classe di esclusi permanenti che in Occidente sta già alimentando il risentimento populista. L'Occidente, al contrario, ha lasciato che la globalizzazione e la tecnologia distruggessero intere comunità senza offrire alternative credibili, creando la polveriera sociale che Gawdat descrive. Mentre Elon Musk e altri miliardari propongono un reddito di sussistenza per comprare il silenzio dei disoccupati, la Cina sta dimostrando che la vera soluzione è rendere i lavoratori partecipi della nuova economia, non consumatori passivi di beni prodotti da macchine di proprietà altrui. è una differenza filosofica abissale: da un lato l'uomo è un costo da tagliare, dall'altro è una risorsa da valorizzare. In un mondo ideale, la tecnologia dovrebbe affiancare l'essere umano, non sostituirlo. L'approccio cinese, pur con tutte le sue contraddizioni autoritarie, ha il pregio di riconoscere che il progresso tecnologico non è un fine, ma un mezzo per il benessere collettivo.
Capitalismo spregiudicato: interessi dell'elite contro il popolo
La trascrizione dell'intervista a Mo Gawdat mette a nudo il meccanismo perverso del capitalismo contemporaneo: una gara al ribasso in cui la sostituzione dei lavoratori con l'AI non è una scelta strategica ponderata, ma un imperativo dettato dalla pressione degli investitori. Il CEO di una grande azienda che non annuncia tagli massicci grazie all'automazione viene immediatamente punito dal mercato: la sua azienda appare "bloated", inefficiente, e lui un cattivo manager. Si è così creata una profezia che si autoalimenta: ogni trimestre le società quotate devono dimostrare di aver ridotto i costi del lavoro per compiacere Wall Street, e l'AI diventa lo strumento perfetto per farlo. Gawdat lo spiega con chiarezza: "Se sei l'unico CEO a non sostituire molte persone con l'AI, sembri in difetto". In questo contesto, il destino di milioni di lavoratori è determinato non da valutazioni sull'effettivo contributo umano, ma dalla necessità di gonfiare artificialmente i margini di profitto a breve termine. Ciò che rende questo capitalismo spregiudicato è l'assenza di qualsiasi considerazione per le esternalità sociali. Quando un'azienda licenzia 1000 impiegati e li sostituisce con un sistema di AI, il risparmio si traduce in dividendi per gli azionisti e bonus per i dirigenti, ma il costo sociale - disoccupazione, povertà, perdita di gettito fiscale, aumento della criminalità e del disagio psichico - viene scaricato sulla collettività. è una privatizzazione dei profitti e una socializzazione delle perdite, proprio il meccanismo che ha portato alla crisi finanziaria del 2008. L'AI non fa che accelerare questa dinamica, perchè mentre la delocalizzazione richiedeva comunque di trovare manodopera a basso costo in altri Paesi, l'automazione permette di eliminare il lavoro umano tout court, ovunque. Il paradosso dell'arbitraggio del lavoro, su cui Gawdat insiste, è il cuore della questione: il capitalismo si è sempre basato sulla differenza tra il costo del lavoro e il prezzo di vendita. Ma se il lavoro non costa più nulla perchè lo fa una macchina, la base stessa del capitalismo di mercato si sgretola. Non è un caso che i colossi tecnologici siano le aziende con il maggior rapporto tra capitalizzazione di borsa e numero di dipendenti: Apple, Microsoft, Google, Meta generano profitti immensi con un numero di lavoratori relativamente basso. La tendenza è a una concentrazione della ricchezza senza precedenti, dove una ristretta elite possiede i mezzi di produzione - dati, algoritmi, data center - e il resto della popolazione è relegata a consumatrice, o peggio, a inutile bocca da sfamare. Gawdat mette in guardia: se il 20% della forza lavoro diventa strutturalmente disoccupata in un contesto di alta inflazione, la pace sociale è a rischio. E non si tratta di allarmismo: gli eventi degli ultimi anni, dai Gilet Gialli in Francia all'assalto a Capitol Hill, dimostrano che le democrazie occidentali sono fragili e che la rabbia popolare può esplodere in modi imprevedibili. Ciò che manca è una classe politica capace di imporre regole. Invece di tassare i robot o di obbligare le aziende a reinvestire i profitti dell'automazione in programmi di reinserimento, i governi occidentali si limitano a offrire sgravi fiscali alle imprese e a discutere di un reddito di base come contentino. La Cina, con tutti i suoi difetti, ha capito che la tecnologia deve servire il popolo, non il contrario. L'Occidente sembra aver dimenticato la lezione del New Deal, quando lo Stato intervenne per creare lavoro e ridistribuire ricchezza. Oggi, invece, siamo prigionieri di un'ideologia neoliberista che vede nel mercato l'unico arbitro del destino umano. E il mercato, come un dio pagano, divora i suoi stessi fedeli.
Elon Musk e il reddito di sussistenza: una critica
La proposta di Elon Musk di un reddito di sussistenza universale - o reddito di base - come risposta alla disoccupazione tecnologica merita un'analisi critica spietata. Musk, che prevede un futuro con più robot che esseri umani, immagina un mondo in cui lo Stato eroghi a ogni cittadino una somma sufficiente per sopravvivere e, soprattutto, per continuare ad acquistare i beni prodotti dalle sue aziende: auto Tesla, pannelli solari, forse un giorno robot domestici. è una visione che, sotto una patina di filantropia, nasconde una concezione profondamente distopica della società. Il reddito di sussistenza, in questo schema, non è uno strumento di liberazione ma un calmante per le masse, un guinzaglio dorato che impedisce ai disoccupati di ribellarsi mentre l'elite continua ad accumulare potere e ricchezza. In primo luogo, il reddito di base non risolve il problema della perdita di significato. Il lavoro non è solo una fonte di reddito, ma un elemento centrale dell'identità umana, della socialità e della dignità. Ridurre le persone a meri consumatori passivi, pagati per non fare nulla mentre le macchine producono e decidono, significa condannarle a una vita di inutilità, con tutte le conseguenze psicologiche e sociali che ne derivano: depressione, dipendenze, disgregazione familiare. In secondo luogo, il reddito di sussistenza non intacca la struttura di potere. La proprietà dei mezzi di produzione - i robot, gli algoritmi, i data center - resta nelle mani di pochi. Questi pochi continueranno a decidere cosa produrre, come distribuirlo e a quale prezzo, mentre il resto dell'umanità sarà ridotta a una popolazione di mantenuti che può solo scegliere tra i prodotti offerti dal mercato. Non è una società libera, ma una forma tecnologica di feudalesimo. In terzo luogo, il reddito di base, se non accompagnato da misure di controllo dei prezzi e da una tassazione fortemente progressiva, rischia di innescare un'inflazione che ne vanificherebbe il potere d'acquisto. Se tutti ricevono 1000 dollari al mese e la produzione è concentrata, i prezzi si adegueranno rapidamente, e il sussidio diventerà presto insufficiente, rendendo necessario un aumento continuo in una spirale senza fine. Quarto, e più importante, la proposta di Musk è intrinsecamente contraddittoria: da un lato, come imprenditore, accelera l'automazione che distrugge posti di lavoro; dall'altro, si presenta come il paladino di un ammortizzatore sociale che, in realtà, legittima proprio quella distruzione. è come un piromane che vende estintori. La vera alternativa, come dimostra l'esperienza cinese, non è pagare la gente perchè stia a casa a guardare Netflix mentre i robot lavorano, ma investire massicciamente nella riqualificazione, nella creazione di nuovi ruoli in cui l'uomo e la macchina collaborano, e in settori ad alta intensità umana come la cura, l'istruzione, l'arte e la ricerca scientifica. La tecnologia dovrebbe affiancare i lavoratori, non sostituirli. Un tornitore che viene formato per programmare e manutenere il robot che gli è stato messo accanto è un cittadino attivo e partecipe; un ex-tornitore che riceve un assegno mensile senza prospettive è un peso per la società e per se stesso. Gawdat, pur non esprimendosi direttamente sul reddito di sussistenza, sottolinea che la soluzione richiede un cambio di paradigma: i governi devono prepararsi a sostenere le persone "fino a quando non si riqualificano o non troviamo una soluzione". La riqualificazione è la chiave, non l'assistenzialismo a vita. Il modello cinese, con i suoi centri di formazione e la pianificazione statale, è certamente imperfetto e illiberale, ma almeno riconosce che il lavoro è un diritto e un dovere, non una merce da gettare quando non serve più. L'Occidente capitalista, se vuole evitare il baratro, deve riscoprire il valore del lavoro come fondamento della coesione sociale e usare la tecnologia per potenziare l'uomo, non per renderlo obsoleto. Il reddito di sussistenza di Elon Musk è l'ennesima trovata di un capitalismo che, invece di cambiare rotta, cerca di comprare il silenzio delle sue vittime.
In conclusione, l'analisi di Mo Gawdat ci costringe a guardare in faccia le contraddizioni di un sistema che ha smarrito la bussola etica. L'AI e i robot non sono il nemico, ma lo diventano quando vengono usati per concentrare potere e ricchezza. La deriva americana e il capitalismo spregiudicato stanno creando le condizioni per un disastro sociale, mentre modelli alternativi come quello cinese mostrano che è possibile, con volontà politica, riconvertire anzichè licenziare. Il reddito di sussistenza non è una soluzione, ma un palliativo che congela le ingiustizie. La vera sfida è ripensare il rapporto tra tecnologia, lavoro e dignità, mettendo l'uomo al centro e non il profitto. Solo così eviteremo che la profezia di una guerra civile si avveri.
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