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Il miracolo idraulico di Petra e l'ingegneria perduta dei Nabatei
Di Alex (del 14/02/2007 @ 02:37:10, in Beni Arte e patrimonio UNESCO, letto 3397 volte)
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La monumentale facciata del Tesoro di Petra incastonata nella gola del Siq
La monumentale facciata del Tesoro di Petra incastonata nella gola del Siq
Nel cuore arido del deserto giordano sorgeva una metropoli fiorente capace di domare le alluvioni improvvise e dissetare oltre trentamila residenti stabili. Scopriamo la maestria idraulica e architettonica con cui i Nabatei trasformarono una forra rocciosa in una sontuosa oasi monumentale. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.


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L'enigma idrico nel cuore del massiccio di Shara
Nel primo secolo avanti Cristo la conca desertica di Petra riceveva meno di centocinquanta millimetri di pioggia all'anno, concentrati in rovesci violenti e torrenziali capaci di innescare devastanti piene improvvise. Eppure, in questa gola calcarea e arenacea apparentemente inospitale, la confederazione nomade dei Nabatei seppe radicare una capitale cosmopolita di oltre trentamila abitanti. Il segreto di tale prosperità non risiedeva soltanto nella riscossione dei dazi sulle carovane cariche di incenso e mirra provenienti dall'Arabia Felix, bensì in una formidabile padronanza dell'idraulica applicata. Gli ingegneri nabatei compresero anzitutto la morfologia del terreno circostante e la dinamica dei bacini idrografici del Wadi Musa, realizzando una gigantesca rete di cattura a monte capace di deviare milioni di litri d'acqua prima che potessero riversarsi rovinosamente nella stretta fenditura del Siq.

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La diga del Siq e il sistema di canalizzazioni coperte
All'imboccatura orientale della gola d'accesso, i costruttori innalzarono una possente diga ad arco alta quasi quattordici metri, progettata per sbarrare il corso naturale del torrente in piena e convogliarlo all'interno di una galleria artificiale scavata direttamente nella roccia viva, nota come tunnel di Muthlim, lunga ottantotto metri. Neutralizzato il rischio di inondazione all'interno della fessura pedonale, i tecnici modellarono lungo le pareti verticali del Siq due canali gemelli paralleli. Da un lato scavarono una canaletta aperta a cielo libero nella pietra arenaria per raccogliere il deflusso superficiale delle sorgenti montane; dall'altro alloggiarono tubature fittili sigillate con malta idraulica a base di calce spenta e cenere vulcanica, con una pendenza costante calcolata attorno al quattro per mille per evitare depositi di limo o turbolenze erosive. Questo acquedotto pressurizzato garantiva acqua purissima e costantemente potabile alle fontane pubbliche, alle terme e ai giardini monumentali del centro urbano.

Cisterne ipogee e microclima urbano
La vera riserva strategica della metropoli era costituita da una fitta costellazione di cisterne sotterranee impermeabilizzate con intonaco idraulico multistrato spesso fino a cinque centimetri, distribuite a varie altitudini sulle rupi dell'insediamento. I rilievi geofisici hanno censito oltre duecento bacini idrici artificiali, alcuni dei quali capaci di immagazzinare più di trecentomila litri ciascuno, garantendo un'autonomia idrica stimata in oltre dodici mesi di siccità totale. L'acqua non veniva unicamente conservata per la sussistenza della popolazione, ma alimentava un maestoso complesso di bacini ornamentali e vasche di decantazione a terrazze posto accanto al Grande Tempio, creando un vero e proprio microclima temperato in grado di mitigare le torride temperature estive e sbalordire i mercanti ellenistici e romani in transito verso il Mediterraneo.

Opera IdraulicaDimensioni e Dati TecniciFunzione Primaria
Diga del SiqAltezza quattordici metri, muratura in blocchi squadratiSbarramento e protezione dalle alluvioni lampo
Tunnel di MuthlimLunghezza ottantotto metri scavati nella rocciaDeviazione delle acque del torrente Wadi Musa
Condotte FittiliPendenza quattro per mille, giunti in calce idraulicaApprovvigionamento di acqua potabile pura
Cisterne IpogeeOltre duecento bacini, capienza complessiva enormeStoccaggio strategico e riserva anti siccità


Dall'annessione traianea all'oblio sismico
Nel centosei dopo Cristo l'imperatore Traiano annesse pacificamente il regno nabateo trasformandolo nella provincia romana dell'Arabia Petrea, integrando le preesistenti arterie idriche con una monumentale via colonnata e fontane monumentali come il Ninfeo urbano. Tuttavia, la sofisticata infrastruttura idraulica richiedeva una costante manutenzione ordinaria: ogni tempesta esigeva lo svuotamento manuale dei pozzetti di decantazione e la pulizia dei canali di scolo montani. Quando nel trecentosessantatré dopo Cristo un catastrofico terremoto lesionò gran parte delle dighe a monte e le rotte carovaniere marittime spostarono l'asse dei commerci verso il golfo Persico e il mar Rosso, la popolazione non ebbe più le risorse per ripristinare il fragile equilibrio ingegneristico, segnando l'inesorabile declino della città rosa.

La grandezza imperituro di Petra non risiede unicamente nei frontoni ellenistici scolpiti nel sasso, ma nella geniale simbiosi tra uomo e territorio, capace di dominare l'elemento liquido per trasformare un deserto implacabile in un prospero capolavoro di civiltà.

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