Biologo molecolare poco noto, Douglas Prasher riuscì a clonare il gene della proteina fluorescente verde, una scoperta che avrebbe rivoluzionato la bioimaging moderna. Dopo anni di precarietà, finì a fare l'autista di navette prima di ricevere un tardivo riconoscimento. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.
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La proteina che illumina la biologia
Era l'estate del 1961 quando il biochimico giapponese Osamu Shimomura, durante le sue ricerche sulla medusa Aequorea victoria, isolò una proteina capace di emettere una vivida luce verde se colpita da luce ultravioletta. Quella proteina, battezzata Green Fluorescent Protein o GFP, sarebbe diventata uno degli strumenti più potenti della biologia moderna, ma il suo cammino verso il Nobel passò attraverso le mani di un uomo il cui nome rimase per anni nell'ombra: Douglas Prasher. Prasher lavorava presso la Woods Hole Oceanographic Institution in Massachusetts e nel 1987 ottenne un finanziamento dall'American Cancer Society per clonare il gene responsabile della fluorescenza. L'impresa era complessa: il DNA della medusa andava estratto, frammentato e inserito in batteri per produrre la proteina ricombinante. Dopo cinque anni di tentativi, nel 1992 Prasher riuscì a isolare e sequenziare il gene completo della GFP, pubblicando il risultato sulla rivista Gene. Il lavoro era impeccabile, ma i fondi stavano per esaurirsi e l'interesse per la fluorescenza era ancora considerato una curiosità più che una rivoluzione. Prasher non ottenne una posizione accademica stabile e, con una famiglia da mantenere, lasciò la ricerca. Dopo vari lavori precari, accettò un impiego come autista di navette per un concessionario Toyota a Huntsville, in Alabama, guadagnando dieci dollari l'ora. Nel frattempo, il gene clonato da Prasher veniva richiesto da Martin Chalfie, della Columbia University, e da Roger Tsien, dell'Università della California a San Diego. Entrambi lo utilizzarono per trasformare batteri, vermi e cellule, dimostrando che la GFP poteva fungere da marcatore luminoso per osservare processi biologici in tempo reale. La tecnica permise di vedere neuroni, proteine tumorali e sviluppo embrionale come mai prima. Nel 2008, l'Accademia svedese assegnò il Nobel per la Chimica a Shimomura, Chalfie e Tsien, ignorando del tutto il contributo iniziale di Prasher. La comunità scientifica insorse e lo stesso Chalfie dichiarò pubblicamente che senza il gene clonato da Prasher il premio non sarebbe stato possibile. I tre vincitori lo invitarono alla cerimonia di Stoccolma e gli dedicarono il riconoscimento. Poco dopo, Prasher ricevette un incarico di ricerca presso l'Università della California a San Diego, dove potè tornare a fare scienza. La sua parabola, fatta di intuizione geniale, precarietà e riscatto morale, racconta quanto sia fragile il destino di chi lavora ai margini del sistema accademico. Oggi la GFP e le sue varianti colorate illuminano migliaia di laboratori, dalla neurobiologia alla virologia, e sono alla base di tecniche come la microscopia a fluorescenza e l'imaging in vivo. Ogni volta che un ricercatore osserva una cellula brillare di verde, in fondo sta utilizzando il frutto di quel gene clonato con pazienza da un biologo che, per un lungo tratto della sua vita, dovette guidare un pulmino invece di un microscopio.
La vicenda di Douglas Prasher ricorda che la scienza non è fatta solo di vincitori, ma anche di pionieri dimenticati il cui lavoro silenzioso accende le rivoluzioni del futuro.