Facciata rinascimentale dell'Heidelberg Castle con la facciata di Ottheinrich
Arroccato sulle pendici del Königstuhl, a picco sulla valle del fiume Neckar, l'Heidelberg Castle è molto più di una semplice rovina romantica: è una stratificazione di otto secoli di architettura tedesca, un palinsesto di pietra arenaria rossa che unisce bastioni medievali a sfarzosi palazzi rinascimentali, testimone di guerre, incendi e fulmini che ne hanno decretato il fascino decadente. I poeti romantici, da Goethe a Victor Hugo, ne rimasero estasiati, e ancora oggi il castello attira milioni di visitatori che salgono la funicolare per ammirare la facciata di Ottheinrich, la grande botte di vino e i giardini terrazzati che guardano verso la città universitaria sottostante. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.
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Dalla fortezza medievale al palazzo elettorale: le fasi costruttive del castello
Le prime tracce di fortificazione sulla collina risalgono al 1214, quando l'imperatore Federico II concesse il sito ai conti Palatini del Reno, che edificarono un castello superiore e uno inferiore in stile romanico, con mura spesse e torri quadrate tipiche dell'architettura difensiva sveva. Il vero punto di svolta arrivò con l'elettore Ottheinrich nel XVI secolo, il quale trasformò la fortezza in un palazzo residenziale degno di un principe rinascimentale: la facciata a lui intitolata, completata nel 1559, è un capolavoro di ordine ionico e corinzio sovrapposti, decorata con statue allegoriche delle virtù cardinali e ricchi fregi a grottesche ispirati ai modelli italiani. Il successivo elettore Federico IV aggiunse il cosiddetto Friedrichsbau, con il cortile delle artiglierie e la celebre facciata ornata dalle statue dei suoi antenati, scolpite nell'arenaria rossa del Neckar, una pietra facile da lavorare ma vulnerabile all'erosione atmosferica. Durante la Guerra dei Trent'anni, il castello subì i primi gravi danni, ma l'elettore Carlo Luigi lo restaurò parzialmente, aggiungendo il possente Elisabethentor, una porta monumentale eretta in una sola notte come regalo di compleanno alla consorte Elisabetta. L'ultima grande fase costruttiva fu voluta dall'elettore Carlo Filippo all'inizio del Settecento, che fece ampliare il palazzo inglese con un giardino pensile e una biblioteca sfarzosa, prima che la corte si trasferisse a Mannheim e il castello cominciasse il suo lento declino.
La rovina romantica, il fulmine del 1764 e il mito culturale del castello
Nel 1693, durante la Guerra della Lega di Augusta, le truppe francesi di Luigi XIV minarono e fecero saltare gran parte delle fortificazioni, riducendo il complesso a uno stato semidiroccato. Tuttavia, fu un evento naturale a segnare il destino definitivo del castello: nel 1764 un violento fulmine colpì il castello superiore, innescando un incendio che devastò gli interni rinascimentali e lasciò in piedi soltanto le facciate. Invece di ricostruire, gli elettori scelsero di utilizzare il castello come cava di pietra per il nuovo palazzo di Mannheim, ma nel frattempo la rovina cominciava a esercitare un fascino irresistibile sugli artisti romantici. Il pittore inglese William Turner immortalò le sue torri mozze in una serie di acquerelli carichi di malinconia, mentre Mark Twain, nel suo “A Tramp Abroad”, descrisse con ironia la gigantesca botte di vino capace di contenere 220.000 litri, costruita nel 1751 e sopravvissuta alle devastazioni. A partire dal XIX secolo, il castello fu oggetto di un acceso dibattito tra i fautori della ricostruzione completa e i sostenitori della conservazione romantica, fino a quando l'intervento del re Ludovico I di Baviera sancì la protezione delle rovine come monumento nazionale. Oggi l'Heidelberg Castle è gestito dallo Stato del Baden-Württemberg, che ha consolidato le strutture pericolanti e installato un moderno centro visitatori. Ogni anno, i fuochi d'artificio che simulano l'incendio del castello attirano folle sul fiume, in una celebrazione che mescola storia, leggenda e spettacolo.
L'Heidelberg Castle non è mai stato completamente distrutto nè mai completamente ricostruito: è rimasto sospeso in quella dimensione intermedia che soltanto le rovine sanno evocare, ricordandoci che anche la pietra più superba deve inchinarsi al tempo, ma può farlo con una bellezza che sfida i secoli.