Interno del Colosseo con arena allagata per battaglie navali romane
Dall'inaugurazione con i cento giorni di giochi voluti da Tito alle spettacolari naumachie che trasformavano l'arena in un lago artificiale, l'Anfiteatro Flavio ha attraversato metamorfosi continue che ne hanno fatto il simbolo indiscusso dell'ingegneria e della spettacolarità romana. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.
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La tecnologia sommersa: come il Colosseo diventava un lago
Le prime fonti, tra cui Svetonio e Cassio Dione, narrano che Tito, per celebrare la fine dei lavori, ordinò di allagare completamente l'arena fino a un'altezza di un metro e mezzo per inscenare una battaglia navale con triremi in miniatura e centinaia di figuranti. La realizzazione di questo prodigio idraulico fu possibile grazie a un sistema di chiuse e condotte forzate che attingevano dall'Acquedotto Claudio, deviato in una grande cisterna posta sotto la terrazza del tempio di Claudio. L'acqua veniva immessa attraverso bocche di bronzo collocate lungo il perimetro dell'arena e defluiva in una cloaca massima interna, il cui sbocco nel Velabro è stato individuato durante gli scavi del 2014. Per impermeabilizzare il piano, le maestranze romane stesero uno strato di cocciopesto miscelato a calce idraulica e sigillato con bitume e lastre di piombo saldate a caldo, una tecnica già sperimentata nei porti di Ostia. Le operazioni di riempimento richiedevano circa due ore, mentre lo svuotamento completo avveniva in poco più di tre, grazie alla pendenza costante del condotto di scarico. Subito dopo, un pavimento amovibile di travi di quercia e tavole di faggio, ricoperto di sabbia del Tevere, veniva montato dai servi dell'anfiteatro per riportare l'arena alle sue funzioni terrestri: i venationes del mattino, le esecuzioni pubbliche di mezzogiorno e i duelli gladiatori del pomeriggio.
I giochi mattutini: venationes e la ricostruzione degli habitat
Le cacce spettacolari, o venationes, costituivano il preludio più atteso. I venatores, armati con lance a punta larga, archi compositi e fruste di cuoio, affrontavano leoni berberi, leopardi anatolici, orsi bruni dell'Appennino e tori selvatici importati dalla Tessaglia. L'arena, in questa fase, veniva allestita con scenografie mobili dipinte su quinte lignee, che riproducevano foreste, gole rocciose e stagni artificiali, alzate e abbassate da argani a contrappeso collocati nell'ipogeo. Un sistema di passerelle sotterranee e montacarichi a fune, azionati da schiavi e contrappesi di piombo, consentiva l'uscita simultanea di animali da decine di botole, creando un effetto di sorpresa che lo scrittore Marziale paragonava a un “terremoto di belve”. Le stime più attendibili, basate sui registri epigrafici dei procuratores ad venationes, indicano che durante i soli giochi inaugurali vennero abbattuti oltre cinquemila animali, un numero talmente elevato da causare, secondo alcuni storici, la temporanea estinzione di specie locali come il leone dell'Atlante. La folla gradiva anche le varianti umoristiche: nani travestiti da pigmei combattevano contro gru addomesticate, mentre acrobati travestiti da Ercole affrontavano cinghiali con clave di legno, in una commistione di violenza e teatro che rispondeva a un preciso disegno politico di controllo sociale attraverso il divertimento.
Il mezzogiorno di sangue: esecuzioni e damnationes ad bestias
Tra l'ora quinta e la settima, quando il sole era allo zenit e l'ombra dei velaria copriva solo una parte degli spalti, si consumava la fase più crudele del programma: le condanne a morte pubbliche. I condannati, spesso prigionieri di guerra daci o giudei, venivano legati a pali conficcati al centro dell'arena e abbandonati agli animali, oppure costretti a interpretare ruoli mitologici letali – come quello di Issione, arso vivo su una ruota, o di Dirce, trascinata da un toro inferocito. Le cronache di Tertulliano e di altri apologisti cristiani riferiscono di folle che applaudivano all'arrivo dei leoni affamati, tenuti a digiuno per giorni proprio per aumentare l'aggressività. Non mancavano, però, momenti di inattesa clemenza: l'iscrizione di un tal Carpoforo ricorda un condannato che riuscì a sopravvivere a tre assalti consecutivi, tanto da guadagnare la grazia del popolo e dell'imperatore, venendo successivamente arruolato tra i gladiatori. L'ipogeo, in queste fasi, si trasformava in un formicaio di inservienti che spingevano gabbie su rotaie e regolavano il flusso delle botole tramite un rudimentale sistema di segnalazione a bandierine e trombe, una macchina organizzativa che non aveva eguali nel mondo antico e che richiedeva la coordinazione di oltre duecento operai specializzati.
I duelli dei gladiatori e gli scontri più stravaganti
Il pomeriggio era riservato ai munera veri e propri. La monomachia, il duello asimmetrico, metteva di fronte un mirmillone con pesante armatura e un reziario armato di rete e tridente, in uno scontro dove la rapidità poteva prevalere sulla forza. Le scommesse tra gli spettatori raggiungevano cifre paragonabili a interi patrimoni terrieri, come attestano graffiti pompeiani che riportano quote e nomi dei campioni. La gregatia, una mischia tutti contro tutti che originariamente era uno scontro a squadre, degenerava spesso in una rissa caotica senza esclusione di colpi, che faceva impazzire il pubblico. Una delle varianti più curiose era il combattimento “alla cieca”, praticato dagli andabatae: prima di entrare in arena, ai gladiatori venivano calati elmi senza fessure oculari, costringendoli a combattere brancolando e affidandosi solo all'udito e all'istinto. Le fonti iconografiche mostrano questi duellanti curvi, con gli scudi protesi in avanti, in un'atmosfera quasi comica che strideva con la letalità dei gladi acuminati. Infine, gli essedarii irrompevano a tutta velocità su carri da guerra a due ruote, lanciando giavellotti e poi balzando a terra per proseguire la lotta corpo a corpo, un omaggio alla tradizione militare celtica che Roma aveva saputo trasformare in spettacolo di massa.
Il Colosseo non fu un monumento statico, ma un organismo vivente capace di adattare la propria architettura alle fantasie più estreme del potere, un luogo dove l'ingegneria si piegava all'immaginario collettivo per creare un'esperienza unica e terribile.