Il faro di Alessandria proietta la sua luce sul mare notturno
Alessandria d'Egitto non era solo la città dei Tolomei, di Cleopatra e della biblioteca perduta. Era anche una metropoli all'avanguardia, con una griglia stradale perfetta, caseggiati alti come grattacieli e un faro che proiettava la sua luce per trenta miglia sul mare. Tre fatti sorprendenti sulla città che fu il modello di tutte le grandi capitali del mondo antico. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.
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Città a griglia: quando l'urbanistica diventa arte
Il primo fatto incredibile su Alessandria è la sua pianta urbanistica. Quando Alessandro Magno fondò la città nel 331 avanti Cristo, incaricò l'architetto Dinocrate di Rodi di progettare una metropoli che fosse all'altezza del suo nome. Dinocrate, geniale urbanista, immaginò una città a griglia ippodamea (dal nome di Ippodamo di Mileto, l'inventore del sistema), con strade larghe e diritte che si incrociavano ad angolo retto. Le due arterie principali, il Canopo (est-ovest, lunga cinque chilometri) e il Soma (nord-sud, lunga due chilometri), erano fiancheggiate da portici coperti lunghi oltre un chilometro, che riparavano i pedoni dal sole egiziano. L'ampiezza delle strade era di trenta metri, una larghezza sbalorditiva per l'epoca, che permetteva la circolazione di quattro carri affiancati. La griglia di Alessandria era così regolare che, secondo lo storico Diodoro Siculo, "uno straniero che conoscesse il numero della strada poteva trovare qualsiasi casa senza chiedere indicazioni". Ma l'innovazione più straordinaria riguardava l'illuminazione notturna. A differenza di ogni altra città antica, che si immergeva nell'oscurità dopo il tramonto, Alessandria aveva lampade a olio sospese a cavi tesi tra i palazzi, accese da una squadra di schiavi ogni sera. Questo sistema, unico nel mondo antico, rendeva le strade alessandrine sicure anche di notte, favorendo un'economia notturna (taverne, teatri, bordelli) che non aveva eguali. La descrizione di Strabone, geografo greco che visitò Alessandria nel 25 avanti Cristo, è entusiasta: "Le strade sono così ben illuminate che la notte sembra giorno". L'illuminazione era alimentata da olio di ricino e da una miscela di grasso animale, e il fumo veniva convogliato attraverso appositi fori nei lampioni per non sporcare i portici. Il costo di questo sistema, sostenuto dallo stato tolemaico, era immenso: circa cinquecento talenti l'anno (equivalenti a trenta milioni di denari), una cifra che avrebbe potuto nutrire l'intera popolazione per sei mesi. Ma per i Tolomei, l'immagine di una città eternamente illuminata era un potentissimo strumento di propaganda, che simboleggiava il dominio della luce (la civiltà greca) sulle tenebre (l'arretratezza barbarica).
Palazzi a sei piani: i primi grattacieli della storia
Il secondo fatto sorprendente riguarda l'edilizia residenziale. Alessandria era una città densamente popolata: nel primo secolo dopo Cristo contava tra i trecentomila e i cinquecentomila abitanti, una densità paragonabile a quella di Parigi del Settecento. Per far fronte a questa pressione demografica, gli alessandrini costruirono in altezza. Gli "insulae", i caseggiati popolari, potevano raggiungere i sei piani (circa venti metri di altezza), con appartamenti piccoli ma funzionali. Gli archeologi hanno identificato i resti di uno di questi edifici nel quartiere di Kom el-Dikka, con ancora intatte le scale in pietra e i ballatoi in legno. Ogni piano ospitava da due a quattro famiglie, che condividevano una latrina comune e un cortile interno dove si trovavano i pozzi per l'acqua. I piani più bassi erano i più costosi, perché più freschi e protetti dal rumore della strada, mentre i piani alti erano abitati dai poveri, che dovevano sopportare il caldo, le infiltrazioni e la fatica di salire le scale. La particolarità di Alessandria, però, era che i piani terra erano quasi sempre occupati da "popinae", le tipiche cucine di strada che vendevano cibo caldo a prezzi accessibili. La maggior parte degli alessandrini, infatti, non possedeva una cucina propria: il carbone era troppo costoso e le abitazioni troppo piccole per installare un focolare. Così, gli abitanti delle insulae compravano ogni giorno il cibo dai venditori ambulanti o dalle popinae. Questa cultura del cibo di strada è documentata da migliaia di tessere di terracotta (ostraka) che riportano ordini come "due pane e un piatto di lenticchie", "pesce fritto e salsa piccante" o "polpette di lenticchie con cipolle". Il costo medio di un pasto completo in una popina era di due oboli (un terzo di dracma), alla portata anche di un lavoratore giornaliero. I piatti tipici erano la "maza" (focaccia d'orzo), la "thalatta" (zuppa di pesce), i "glandes" (polpette di carne o legumi) e i "lucanicae" (salsicce piccanti). La varietà era tale che un turista romano poteva mangiare per un mese intero senza mai ripetere lo stesso piatto. Le popine erano spesso gestite da donne, spesso liberte o immigrate greche, che tramandavano ricette provenienti da tutto il Mediterraneo. Una di queste, una certa Sostrata di Cos, è citata in un papiro come "la migliore cuoca di pesce di tutto il quartiere ebraico", a testimonianza della straordinaria integrazione culturale della città.
Il faro di Pharos: una meraviglia alta 120 metri
Il terzo fatto, forse il più spettacolare, riguarda il faro di Pharos, una delle Sette Meraviglie del Mondo Antico. Costruito tra il 299 e il 279 avanti Cristo da Sostrato di Cnido, il faro sorgeva sull'isola di Pharos, collegata alla terraferma da una diga lunga sette stadi (circa 1,3 chilometri), l'Heptastadio. La struttura era alta 120 metri (440 piedi), una misura che lo rese il secondo edificio più alto del mondo antico dopo la Grande Piramide di Giza. Il faro era composto da tre sezioni sovrapposte: una base quadrata in blocchi di pietra calcarea (60 metri di lato e 70 metri di altezza), una sezione centrale ottagonale (30 metri) e una sezione superiore cilindrica (20 metri) che ospitava la lanterna. Sulla sommità, una statua colossale di Zeus o di Poseidone, alta sette metri, reggeva il braccio verso il mare. Il cuore tecnologico del faro era un gigantesco specchio di bronzo levigato (o forse di lastre di pietra ricoperte d'oro) che rifletteva la luce di un fuoco perpetuo alimentato a legna di pino e nafta. Secondo le fonti arabe medievali (che videro il faro ancora in piedi prima che fosse distrutto dal terremoto del 1303 dopo Cristo), lo specchio poteva essere orientato per proiettare la luce fino a cinquanta chilometri in mare aperto, anche se le stime moderne riducono la portata a circa trenta miglia (cinquantacinque chilometri). Ma la funzione del faro non era solo pratica: era anche un potentissimo simbolo del potere tolemaico. La luce abbagliante che spuntava dall'isola ogni notte era visibile da decine di chilometri di distanza, e i marinai che si avvicinavano ad Alessandria vedevano prima la luce, poi lentamente emergeva la statua, poi la torre, infine la città intera. Era un'esperienza di sottomissione psicologica, voluta e progettata dai Tolomei. La manutenzione del faro richiedeva una squadra di centoventi schiavi, che ogni giorno portavano dalla terraferma circa due tonnellate di legna e anfore di olio. La spesa annuale era di trecento talenti, pagata dai pedaggi del porto. Il faro rimase in funzione per quasi millecinquecento anni, fino al terremoto del quattordicesimo secolo, e i suoi blocchi di pietra furono riutilizzati per costruire una fortezza mamelucca. Oggi, i subacquei hanno identificato i resti della base del faro sul fondo del mare, e frammenti di statue colossali sono esposti nel museo subacqueo di Alessandria, testimoni silenziosi di una delle più grandi imprese ingegneristiche dell'antichità.
Alessandria d'Egitto fu una città che anticipò il futuro di quasi duemila anni: aveva strade illuminate, grattacieli e un faro che era insieme strumento e simbolo. Quando pensiamo alle metropoli moderne, dovremmo ricordare che l'idea di una città che non dorme mai, dove la notte è solo un giorno con luci diverse, nacque sulle rive del Nilo, sotto il cielo stellato d'Egitto.