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Giordano Bruno: l'uomo che immaginò l'universo infinito e fu bruciato per questo
Di Alex (del 14/06/2026 @ 12:00:00, in Storia del Rinascimento, letto 69 volte)
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Il rogo di Giordano Bruno in Campo de' Fiori a Roma
Il rogo di Giordano Bruno in Campo de' Fiori a Roma
Il diciassette febbraio del milleseicento, in piazza Campo de' Fiori a Roma, la Santa Inquisizione bruciò vivo un frate domenicano di cinquantadue anni. Il suo crimine era aver immaginato un universo senza confini, abitato da infiniti mondi. Il suo nome era Giordano Bruno. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.


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Un figlio del Rinascimento nato a Nola
Giordano Bruno nacque nella prima metà del millecinquecentoquarantotto a Nola, un piccolo paese vicino Napoli, allora parte del Regno di Napoli sotto dominazione spagnola. Battezzato Filippo Bruno, prese il nome di Giordano quando a quindici anni entrò nel convento domenicano di San Domenico Maggiore a Napoli, lo stesso convento dove aveva studiato Tommaso d'Aquino tre secoli prima. Era un giovane di straordinaria intelligenza, avido di letture, capace di memorizzare testi interi grazie a un sistema mnemotecnico che avrebbe poi codificato e insegnato nelle università europee.

Ma fin dai primi anni di vita conventuale, la mente di Bruno era troppo libera e troppo curiosa per accontentarsi dei confini imposti dalla dottrina. Leggeva autori proibiti — tra cui Erasmo da Rotterdam — nascondendoli in luoghi dove non potessero essere trovati durante le ispezioni. Poneva domande scomode sulla Trinità, sull'Incarnazione, sull'anima del mondo. Nel milleseicento — quando erano già nel pieno della propria rivoluzione scientifica Niccolò Copernico, Galileo Galilei e Johannes Kepler — Bruno era già andato molto più in là di tutti loro nel proporre un'immagine del cosmo radicalmente nuova.

La sua filosofia partiva da una visione panteistica della natura: il mondo non è separato da Dio, ma Dio si manifesta nell'universo come principio immanente e infinita capacità creatrice. Da questa premessa derivava tutto il resto: se Dio è infinito, l'universo che lo esprime deve essere infinito. Se l'universo è infinito, non può avere un centro. Se non ha un centro, la Terra non è il centro del cosmo, il Sole non è il centro del cosmo, non c'è nessun punto privilegiato nello spazio. Esistono infiniti mondi abitati, infiniti soli, infiniti sistemi solari.

Anni di fuga attraverso l'Europa
Nel millequattrocentosettantotto, i superiori del convento aprirono un procedimento contro di lui per eresia. Bruno fuggì prima che si concludesse, dando inizio a un lungo peregrinare attraverso l'Europa che sarebbe durato oltre tredici anni. Passò per Roma, poi per Genova, Savona, Noli, Torino. Cercò di aderire al calvinismo a Ginevra, ma le sue idee erano troppo eterodosse anche per i riformati. Si spostò a Tolosa, dove insegnò filosofia, poi a Parigi, dove le sue lezioni sulla memoria attirarono l'attenzione del re Enrico III.

In Francia pubblicò alcune delle sue opere più importanti. Poi fu a Londra, ospite dell'ambasciatore francese, dove scrisse e pubblicò i dialoghi filosofici italiani che avrebbero consegnato il suo pensiero alla posterità: La cena delle ceneri, dedicato alla teoria copernicana; De la causa, principio et uno; De l'infinito, universo e mondi, dove esponeva in modo sistematico la sua visione cosmica; Lo spaccio de la bestia trionfante e Gli eroici furori. A Londra incontrò intellettuali, filosofi, poeti che rimasero affascinati dalla potenza delle sue idee. Ma la sua fama crescente non bastava a proteggerlo.

Dopo Londra venne Parigi di nuovo, poi Magonza, Wittenberg, Praga, Helmstedt, Francoforte. Ovunque Bruno insegnava, discuteva, pubblicava, provocava. Ovunque era troppo per i luoghi che lo ospitavano. Troppo libero per i cattolici, troppo eretico per i protestanti, troppo radicale per qualsiasi istituzione.

L'arresto, il processo, la condanna
Nel millecinquecentonovantuno Bruno ricevette un invito dal nobile veneziano Giovanni Mocenigo, che voleva imparare le sue tecniche di memoria. Tornò in Italia dopo tredici anni di esilio. Fu un errore fatale. Mocenigo si rivelò un delatore: il ventitré maggio del millecinquecentonovantadue lo consegnò all'Inquisizione veneziana con una lettera di denuncia in cui elencava le sue opinioni eretiche.

Bruno fu arrestato a Venezia e processato. Inizialmente sembrò disposto a qualche forma di riconciliazione con la Chiesa. Ma quando, nel febbraio del millecinquecentonovantaquattro, fu trasferito nelle carceri romane dell'Inquisizione, il processo prese una piega ben diversa. A Roma l'Inquisizione era più severa, i capi d'accusa erano più gravi, e Bruno comprese che la posta in gioco era la sua vita. Per sette anni rimase prigioniero, interrogato e rinterrogato su venti diversi capi di imputazione.

I capi d'accusa erano numerosi e gravi: avere opinioni contrarie alla fede cattolica; credere nell'eternità di più mondi; credere nella trasmigrazione delle anime; praticare la divinazione e la magia; non credere nella verginità di Maria; professare dottrine eretiche sulla Trinità e sull'Eucarestia. Il Santo Uffizio gli chiese più volte di abiurare, di ritrattare le proprie idee e tornare all'ovile della Chiesa. Bruno si rifiutò ogni volta, identificando le sue idee con la propria identità più profonda. Cedere su quelle idee avrebbe significato cessare di essere Giordano Bruno.

Il diciassette febbraio del milleseicento la sentenza fu eseguita in piazza Campo de' Fiori. Bruno fu condotto al rogo con la lingua legata per impedirgli di parlare alla folla. Si racconta che quando il giudice gli lesse la sentenza di morte, rispose: "Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla". I suoi libri furono bruciati insieme a lui in piazza San Pietro. Aveva cinquantadue anni.

L'eredità di un pensiero che sopravvisse al fuoco
La morte di Giordano Bruno non spense le sue idee: le amplificò. Nel corso dei secoli successivi, il fisico, il matematico, il cosmologo e il filosofo vennero progressivamente rivalutati. La sua intuizione di un universo infinito popolato di infiniti mondi, che nel Seicento sembrava pura fantasticheria eretica, è oggi una descrizione approssimativa ma sorprendentemente corretta della struttura del cosmo che la scienza moderna ha rivelato. L'universo è effettivamente immenso, i soli sono miliardi di miliardi, i mondi sono ovunque.

Nel milleottocentottantotto, in piazza Campo de' Fiori fu inaugurata la statua bronzea di Bruno a opera dello scultore Ettore Ferrari. Bruno è rappresentato in piedi, incappucciato, con lo sguardo rivolto verso il basso — verso la pietra dove bruciò — e la visione rivolta verso l'alto. Ogni anno, il diciassette febbraio, sotto quella statua si tiene una cerimonia commemorativa, promossa da associazioni laiche e libero-pensieri, per ricordare non solo l'uomo ma il principio che rappresenta: il diritto di pensare, di immaginare, di sbagliare senza essere bruciati per questo.

Giordano Bruno è diventato nel tempo il simbolo per eccellenza del conflitto tra la libertà di pensiero e il potere istituzionale, tra l'immaginazione intellettuale e la dottrina imposta. La sua storia ci ricorda che le idee più importanti della storia umana spesso sono apparse, ai loro contemporanei, come minacce insopportabili all'ordine del mondo. E che alcune idee riescono davvero a sopravvivere persino al fuoco.

Giordano Bruno pagò con la vita la sua visione di un universo infinito, ma il suo pensiero continua a illuminare il cammino della libertà intellettuale.