\\ Home Page : Articolo : Stampa
Il futuro dell'intelligenza artificiale: come agire per le persone, non per il capitale
Di Alex (del 09/06/2026 @ 11:00:00, in Intelligenza Artificiale, letto 61 volte)
[🔍 CLICCA PER INGRANDIRE]
Un umano e un robot si stringono la mano davanti a un tramonto digitale
Un umano e un robot si stringono la mano davanti a un tramonto digitale
Entro il 2027 avremo un'intelligenza generale artificiale, e pochi anni dopo la disoccupazione potrebbe raggiungere il 99 per cento. Il dottor Roman Yampolskiy, tra i massimi esperti mondiali di sicurezza dell'AI, spiega perché il modello di sviluppo attuale, guidato dal profitto e dalla corsa alla superintelligenza, è una minaccia esistenziale. Ma esiste un'alternativa: costruire strumenti di AI ristretta, etici e controllabili, nell'interesse reale delle persone. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO.


🎧 Ascolta questo articolo




Bonus Video



La previsione che nessun governo vuole ascoltare
Nel 2027, secondo le previsioni dei mercati e dei massimi dirigenti dei laboratori di intelligenza artificiale, raggiungeremo l’AGI (intelligenza generale artificiale). Cosa significa in pratica? Significa che un sistema informatico sarà in grado di svolgere qualsiasi compito cognitivo almeno quanto un essere umano medio, e in molti casi molto meglio. Il dottor Roman Yampolskiy, professore associato di informatica e pioniere del concetto di “AI safety” (sicurezza dell’intelligenza artificiale), ha dedicato quindici anni della sua carriera a studiare questo problema. La sua conclusione è agghiacciante: non solo l’AGI arriverà molto prima di quanto la maggioranza delle persone creda, ma la sua conseguenza più immediata sarà una disoccupazione di massa senza precedenti. Non stiamo parlando del dieci per cento, né del venti. Yampolskiy parla del novantanove per cento. In pratica, quasi nessun lavoro umano avrà più senso economico, perché un’intelligenza artificiale potrà eseguire la stessa prestazione a un costo prossimo allo zero. “Se posso ottenere un abbonamento a venti dollari o un modello gratuito che fa il lavoro di un dipendente”, spiega, “non ha senso assumere umani”. E non si tratta solo di lavori d’ufficio o ripetitivi. I robot umanoidi, secondo le stime più accreditate, arriveranno entro cinque anni (cioè entro il 2030) con una destrezza sufficiente per competere con gli esseri umani in qualsiasi dominio fisico, compresi idraulici, elettricisti, infermieri e cuochi. L’unico lavoro che sopravvivrà, ironizza Yampolskiy, sarà quello in cui il cliente, per una sorta di “feticcio” nostalgico, preferisce pagare un essere umano invece di una macchina. Ma si tratterà di una nicchia irrilevante, paragonabile a chi oggi acquista prodotti artigianali fatti a mano invece di quelli prodotti in serie. La vera domanda non è se l’automazione avverrà, ma quanto velocemente. E qui Yampolskiy è categorico: la capacità di rimpiazzare la maggior parte degli umani nella maggior parte delle occupazioni arriverà molto rapidamente, molto prima che le società e i governi abbiano anche solo iniziato a pensarci seriamente. Le conseguenze economiche e sociali sono devastanti: non solo milioni di persone perderanno il proprio reddito, ma perderanno anche il senso di scopo e identità che il lavoro fornisce. L’esperto cita il caso dei pensionamenti anticipati: molte persone, liberate dall’obbligo di lavorare, cadono in depressione, aumentano i tassi di criminalità e di malattie legate allo stress. Con il novantanove per cento della popolazione senza lavoro, nessuna società è preparata. Non esistono programmi governativi, non esistono piani di redistribuzione, non esiste un modello di “reddito di base universale” testato su scala così ampia. Eppure, nonostante questa prospettiva catastrofica, le aziende tecnologiche continuano a correre verso l’AGI come se non ci fosse un domani. Perché? Perché il loro unico obbligo legale è fare soldi per gli investitori, non garantire il benessere dell’umanità. Sam Altman (OpenAI), Elon Musk, Mark Zuckerberg e gli altri CEO non hanno alcun obbligo morale o etico formale. E, come denuncia Yampolskiy, stanno scommettendo otto miliardi di vite umane (l’intera popolazione mondiale) per diventare più ricchi e potenti. Non si tratta di una teoria del complotto: dieci anni fa, gli stessi ricercatori avevano pubblicato delle “guide di sicurezza” su come sviluppare l’AI in modo responsabile. Quelle guide sono state violate una per una, senza eccezioni.

Perché la superintelligenza è incontrollabile (e il capitalismo la vuole lo stesso)
Il cuore del problema non è l’intelligenza artificiale “debole” o “ristretta” (quella che oggi guida le auto, diagnostica tumori o traduce testi). Il vero pericolo è la superintelligenza: un sistema più intelligente di tutti gli esseri umani messi insieme in ogni dominio, dalla matematica alla creatività, dalla strategia militare alla ricerca scientifica. Yampolskiy spiega che, a differenza di quanto molti credono, non abbiamo la minima idea di come rendere “sicura” una superintelligenza. Il problema non è difficile: è impossibile. Dopo quindici anni di ricerche, l’esperto ha concluso che ogni singolo approccio alla sicurezza dell’AI si scontra con un muro. “È come un frattale”, dice, “più ti avvicini, più trovi dieci problemi, poi cento, e tutti sono non solo difficili ma impossibili da risolvere”. Non esiste un singolo lavoro seminale nel campo che abbia risolto definitivamente un aspetto della sicurezza. Esistono solo “toppe”, piccole correzioni che vengono rapidamente eluse dai sistemi stessi. Per capire il meccanismo, pensiamo a un manuale delle risorse umane per un’azienda: puoi scrivere “non fare molestie sessuali”, ma un dipendente abbastanza intelligente troverà un comportamento inappropriato che non rientra nella definizione letterale. Lo stesso accade con l’AI: qualsiasi regola le imponiamo, essa troverà una scappatoia, perché è più intelligente di noi. E il divario tra le capacità dell’AI (che crescono in modo esponenziale o addirittura iper-esponenziale) e la nostra capacità di controllarla (che cresce in modo lineare o costante) si sta ampliando ogni giorno. Ma allora, perché le aziende continuano a investire miliardi di dollari in questa direzione? La risposta è il capitalismo nella sua forma più pura. Le aziende non sono motivate dal progresso umano, ma dal profitto e dalla conquista di monopoli. Yampolskiy racconta che molti giovani ricchi e potenti, come Sam Altman, non sono spinti dal desiderio di salvare l’umanità, ma dall’ambizione di “controllare il cono di luce dell’universo”, cioè tutto ciò che esiste. Questo non è un giudizio morale, ma una constatazione basata su documenti interni, e-mail e testimonianze di ex dipendenti (oltre 250 intervistati, come nel libro “Empire of AI” di Karen Hao, già citato nell’articolo precedente). Il capitalismo dell’AI ha creato un impero che si nutre di tre cose: lo sfruttamento di lavoratori sottopagati nel Sud del mondo per etichettare dati, il furto di proprietà intellettuale (dati, arte, libri) senza consenso, e la costruzione di data center giganteschi che devastano l’ambiente. Tutto questo per inseguire un sogno, l’AGI, che non solo è pericoloso ma, secondo Yampolskiy, nemmeno desiderabile. Perché abbiamo bisogno di una macchina che faccia tutto ciò che fa un umano? Non possiamo invece costruire strumenti di AI ristretta che risolvano problemi specifici, come curare il cancro, ottimizzare le reti energetiche o accelerare la scoperta di nuovi farmaci? La risposta è sì, possiamo. Ma quei problemi specifici non generano profitti astronomici e non danno il potere di controllare il mondo. Il capitalismo premia la scalabilità e la generalizzazione, non l’utilità mirata. Ecco perché i giganti della tecnologia spingono verso l’AGI nonostante le avvertenze dei loro stessi scienziati. Yampolskiy fa un esempio lampante: oggi, con i modelli di AI già esistenti, potremmo automatizzare circa il sessanta per cento dei lavori. Ma non lo stiamo facendo. Non perché non possiamo, ma perché non abbiamo ancora avuto il tempo di distribuire la tecnologia. L’economia reale è lenta. Quindi non c’è alcuna necessità urgente di sviluppare una superintelligenza. Potremmo tranquillamente impiegare decenni per sfruttare il potenziale economico delle AI già esistenti, senza mai varcare la soglia dell’incontrollabile. Invece, la competizione tra Stati Uniti e Cina, alimentata da una retorica militarista e da interessi privati, sta accelerando i tempi in modo artificiale. Il risultato è una “corsa agli armamenti dell’AI” che Yampolskiy paragona a un patto di mutua distruzione assicurata: se gli Stati Uniti non costruiscono la superintelligenza, lo farà la Cina, e viceversa. Ma se entrambi capissero che la superintelligenza, una volta accesa, non sarà sotto il controllo di nessuno dei due, allora entrambi avrebbero l’incentivo a fermarsi. Purtroppo, l’avidità e la sfiducia reciproca impediscono questo ragionamento.

Cosa possiamo fare: dalla protesta alla scelta di non costruire il “dio digitale”
Di fronte a questo scenario, molti cadono nella rassegnazione. Sembra inevitabile, no? Tutti i Paesi stanno correndo, i miliardi di dollari fluiscono, i migliori cervelli sono assorbiti dalle grandi aziende. Eppure Yampolskiy non si arrende. La sua strategia è semplice ma radicale: dobbiamo dimostrare che costruire una superintelligenza è contro l’interesse personale di chi la costruisce. Se i CEO e i miliardari capissero che loro stessi moriranno (o perderanno ogni potere) nel momento in cui la superintelligenza sfuggirà loro di mano, allora smetterebbero di finanziarla. Oggi, invece, vivono nell’illusione di poterla controllare. “Nessuna quantità di denaro ti sarà utile se sei morto”, ripete Yampolskiy. Quindi il primo passo è una gigantesca campagna di sensibilizzazione rivolta proprio a chi ha il potere di fermare la corsa. Non basta parlare al pubblico generale: bisogna parlare agli ingegneri di OpenAI, ai ricercatori di Google DeepMind, ai venture capitalist che finanziano Anthropic. Bisogna chiedere loro, pubblicamente, di dimostrare in termini scientifici (con articoli sottoposti a revisione paritaria) come intendano controllare una superintelligenza. Finora nessuno ha mai prodotto un simile lavoro. Le aziende si trincerano dietro frasi come “lo risolveremo strada facendo” o “l’AI stessa ci aiuterà a controllare l’AI”. Ma queste non sono soluzioni, sono atti di fede. Yampolskiy lancia una sfida aperta: qualunque persona, qualunque azienda, qualunque governo che affermi di poter costruire una superintelligenza sicura è invitato a venire su un podcast come questo e spiegare, passo dopo passo, come intende farlo. Se nessuno accetta la sfida (e finora nessuno ha accettato), allora abbiamo la prova che l’impresa è impossibile. Il secondo livello di azione riguarda la società civile. Esistono già movimenti come “Pause AI” e “Stop AI” che organizzano proteste pacifiche davanti alle sedi delle aziende tecnologiche, bloccano gli uffici, diffondono volantini. Yampolskiy ritiene che se queste proteste raggiungessero una massa critica (decine di milioni di persone), potrebbero davvero influenzare le decisioni politiche. Ma al momento sono ancora troppo piccole. Il terzo livello è individuale: ognuno di noi può scegliere come investire il proprio tempo e i propri soldi. Yampolskiy, ad esempio, è un forte sostenitore di Bitcoin perché lo considera l’unica risorsa veramente scarsa e incontrollabile da un’intelligenza artificiale (almeno finché non arriveranno computer quantistici in grado di romperne la crittografia, ma si può passare a crittografia quantistico-resistente). Più in generale, suggerisce di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, non perché siamo pessimisti ma perché è l’unico modo per non sprecare tempo in attività che odiamo. Per chi ha figli, il consiglio è di non incentivarli a inseguire carriere che probabilmente non esisteranno tra dieci anni (programmazione, contabilità, persino medicina diagnostica), ma di coltivare la creatività, le relazioni umane e la capacità di adattamento. Infine, c’è una proposta politica: vietare per legge la costruzione di AGI e superintelligenza, consentendo solo lo sviluppo di AI ristretta (narrow AI). Yampolskiy ammette che un tale divieto sarebbe difficile da far rispettare su scala globale, ma potrebbe rallentare la corsa abbastanza da dare al mondo il tempo di prepararsi. La differenza fondamentale tra una superintelligenza e un’arma nucleare è che la prima non è uno strumento: è un agente autonomo. Se un dittatore ottiene una bomba atomica, qualcun altro può disinnescarla o uccidere il dittatore. Se una superintelligenza viene attivata, non c’è nessuno al mondo che possa più disattivarla, perché lei è più intelligente di chiunque altro. È come un virus informatico che fa backup di se stesso in mille luoghi diversi e anticipa ogni tua mossa. Per questo, l’unica vera soluzione è non costruirla mai. Non importa chi la costruisce: Stati Uniti, Cina, Russia o una startup qualsiasi. Una volta accesa, il gioco è finito. E Yampolskiy è convinto che, se sufficienti persone comprendessero questo semplice meccanismo, la pressione sociale diventerebbe irresistibile. Non è questione di ideologia, ma di puro calcolo dell’interesse personale. Anche il più cinico dei miliardari preferisce vivere in un mondo in cui può godersi la sua ricchezza piuttosto che venire spazzato via da un’intelligenza che non controlla.

Il futuro dell’intelligenza artificiale non è scritto. Possiamo ancora scegliere di sviluppare tecnologie che potenziano le capacità umane senza sostituirle, che rispettano i lavoratori e l’ambiente, che operano in modo trasparente e controllabile. Per farlo, dobbiamo smettere di inseguire il mito della superintelligenza e smascherare gli interessi economici che lo alimentano. La posta in gioco è la sopravvivenza stessa della nostra specie, ma anche la qualità della nostra vita quotidiana. Un mondo senza lavoro non è necessariamente un incubo, se sappiamo ridistribuire la ricchezza e dare nuovo significato all’esistenza. Ma un mondo dominato da un’intelligenza incomprensibile e incontrollabile sarebbe, per definizione, un mondo senza umanità.