Facciata e campanile romanico di Santa Maria in Cosmedin a Roma
Santa Maria in Cosmedin è una delle chiese più affascinanti e meno conosciute di Roma, celebre in tutto il mondo per la Bocca della Verità. Ma dietro quel volto marmoreo si cela un tesoro di arte, storia e spiritualità lunga oltre mille anni. Scopriamo insieme questo gioiello del Medioevo cristiano. LEGGI TUTTO L’ARTICOLO
Presentazione libro su Santa Maria in Cosmedin a Roma
Dalle origini pagane al titolo “Cosmedin”
La chiesa sorge nell’antico Foro Boario, il mercato del bestiame della Roma repubblicana e imperiale, un’area trafficatissima vicino al Tevere dove si commerciavano bovini, ovini e porcini. Già nel II secolo avanti Cristo esisteva in questa zona un grande altare dedicato a Ercole Vincitore (Hercules Victor), i cui resti sono ancora visibili poco distante. Nel VI secolo dopo Cristo, in piena epoca bizantina, i greci che vivevano nel rione greco (il “Schola Graeca”) costruirono qui una diaconia, cioè un centro di assistenza per poveri, malati e pellegrini, annesso a un oratorio cristiano. La chiesa assunse il nome di “Santa Maria in Schola Graeca” per via della comunità ellenica che la frequentava. L’aggettivo “Cosmedin” deriva dal greco “kosmidion” (κοσμίδιον), che significa “ornamento” o “bel luogo”, un termine che veniva usato per indicare i quartieri bizantini più eleganti di Costantinopoli e che i pellegrini applicarono a questa chiesa per la sua ricchezza di marmi e decorazioni. Nel 782 dopo Cristo, papa Adriano I (un papa dal carattere energico e grande costruttore) affidò ai monaci greci basiliani, fuggiti dalle persecuzioni iconoclaste in Oriente, il compito di restaurare e ampliare la chiesa. I monaci portarono con sé reliquie, icone e soprattutto la devozione per la Madre di Dio (Theotókos), che divenne il fulcro spirituale del complesso. Fu in quest’epoca che la chiesa acquisì la pianta basilicale a tre navate, con colonne di spoglio (reimpiegate da edifici pagani romani) e un pavimento cosmatesco che ancora oggi ammiriamo. La torre campanaria, alta 42 metri e costruita tra l’XI e il XII secolo, è uno degli esempi più alti e meglio conservati del romanico romano, con le sue sette ordini di bifore e trifore che si slanciano verso il cielo, visibili da tutto il rione Testaccio. Nel Medioevo la chiesa divenne una stazione liturgica (cioè una tappa fissa delle processioni papali) per il mercoledì delle Quattro Tempora, una tradizione che continua ancora oggi. Durante il sacco di Roma del 1084 ad opera dei Normanni di Roberto il Guiscardo, la chiesa fu danneggiata ma non distrutta, perché i normanni erano devoti alla Vergine e rispettarono il santuario. Nel 1300, l’area circostante decadde a causa dello spostamento del Tevere e delle alluvioni: la chiesa rimase semi-abbandonata per due secoli, con il terreno che si alzò di quasi due metri, tanto che l’ingresso originale (ora finestrone laterale) finì interrato. Nel 1718, papa Clemente XI (della famiglia Albani) ordinò un restauro in stile barocco che purtroppo coprì o distrusse gran parte delle decorazioni medievali. Solo nel 1894-1899, un restauro “purista” guidato dall’architetto Giovanni Battista Giovenale riportò la chiesa all’aspetto romanico primitivo, demolendo le sovrastrutture barocche e riscoprendo l’abside originale, il pavimento cosmatesco e le colonne antiche. Oggi Santa Maria in Cosmedin è affidata alla cura dell’arciconfraternita dei Greci cattolici (Italo-albanesi) che celebra la liturgia bizantina in greco antico ogni domenica mattina, un’esperienza unica e suggestiva con canti, incensi e icone. La chiesa è anche un punto di riferimento per la comunità ortodossa e cattolica orientale, simbolo del dialogo ecumenico tra Roma e Costantinopoli.
La Bocca della Verità: mito, leggenda e cinema
Sulla parete sinistra del pronao (il portico antistante la chiesa), incastonato in un muro e sorretto da due pilastri di marmo, si trova il famosissimo mascherone noto come Bocca della Verità (Bocca de la Verità in romanesco). Si tratta di un antico chiusino di pozzo o forse di un’anta di una fontana pubblica risalente al I secolo avanti Cristo, scolpito in un disco di marmo pavonazzetto (un marmo color viola-bianco molto pregiato) del diametro di 1,75 metri e con uno spessore di 19 centimetri. La figura rappresenta un volto barbuto e grottesco con occhi, narici e una bocca spalancata che in origine ospitava uno scarico d’acqua. L’identità del volto è incerta: alcuni studiosi vedono il dio Oceano (una divinità marina che inghiotte le acque), altri Giove Ammone (con corna di ariete), altri ancora una Gorgone o un fauno. Il nome “Bocca della Verità” appare per la prima volta nel 1485 in un resoconto di viaggio di un pellegrino tedesco. La leggenda narra che la bocca fosse usata nell’antichità come “macchina della verità”: un giudice faceva giurare l’imputato con la mano infilata nella bocca di pietra; se il giuramento era falso, la bocca si chiudeva mozzando la mano del mentitore. In realtà non esiste alcuna prova storica di un simile utilizzo nell’antica Roma, ma la leggenda era già diffusa nel Medioevo come monito contro la menzogna e la calunnia. Una celebre variante della leggenda parla di una donna sposata accusata di adulterio: il marito la condusse alla Bocca della Verità e lei, con astuzia, mandò un amante travestito a dichiarare di essere stato l’unico uomo a giacere con lei oltre al marito; quando l’amante si avvicinò, il demone della bocca restò in silenzio (per non condannare l’innocente) e la donna fu prosciolta. La fama mondiale della Bocca della Verità esplose nel 1953 con il film “Vacanze Romane” (Roman Holiday) di William Wyler, con Gregory Peck (Joe Bradley) e Audrey Hepburn (principessa Anna). La scena in cui Peck infila la mano nella bocca fingendo di rimanerne intrappolato e urlando per spaventare la Hepburn è diventata un’icona del cinema mondiale. Da allora migliaia di turisti ogni giorno si mettono in coda per una foto con la mano nel mascherone. Secondo una tradizione popolare, la Bocca della Verità sarebbe anche in grado di rivelare il tradimento amoroso: le coppie di fidanzati o sposi infilano la mano insieme e chi dice una bugia subirà la chiusura della bocca. Naturalmente è una leggenda, ma ogni anno circa un milione di persone vengono a testare il loro coraggio. La chiesa ha posizionato una telecamera a circuito chiuso e un tabellone luminoso che indica il tempo di attesa (spesso più di un’ora nei weekend). Nei pressi della Bocca si trovano anche due antiche colonne con iscrizioni greche che parlavano delle leggi del mercato del Foro Boario, e una lapide medievale che ricorda una donazione di terreni alla chiesa. Dal 2020, la Bocca della Verità è stata restaurata e ripulita con laser, rimuovendo secoli di smog e sporco; oggi si presenta più chiara e dettagliata, con le sue antiche venature del marmo nuovamente visibili. Per accedere alla fila, i visitatori devono depositare una piccola offerta (circa 2 euro) che serve a mantenere la chiesa e il suo patrimonio artistico. Curiosità: nel 1992, un uomo ubriaco tentò di rubare la Bocca della Verità con un martello pneumatico, ma fu arrestato dai carabinieri dopo aver causato solo una piccola scheggiatura (oggi visibile sull’orlo inferiore).
Il pavimento cosmatesco, la schola cantorum e le reliquie
L’interno di Santa Maria in Cosmedin è un trionfo dell’arte cosmatesca, quella particolare tecnica di intarsio marmoreo sviluppata dalla famiglia dei Cosmati (e dai loro rivali, i Vassalletto) tra il XII e il XIII secolo. Il pavimento è un vero e proprio tappeto geometrico di porfido rosso, serpentino verde, giallo antico, bianco di Carrara e nero di Gabi, disposti in cerchi, quadrati, losanghe e nodi di Salomone che simbolizzano l’eternità e l’ordine cosmico. La navata centrale è larga 10 metri e lunga 45, e il disegno del pavimento si ripete identico in ogni campata, creando un effetto di ritmo e armonia che guida lo sguardo verso l’abside. Sulla destra, si eleva la schola cantorum (il recinto dei cantori), un’opera del XIII secolo realizzata con colonnine tortili e archi a tutto sesto, proveniente probabilmente dall’antica basilica di San Paolo fuori le Mura distrutta da un incendio nel 1823. La schola è decorata con mosaici di vetro dorato che raffigurano agnelli, croci e il Cristo benedicente, intervallati da lastre di marmo intagliato con motivi vegetali e animali fantastici (grifoni, aquile, pavoni). Sul fondo, l’abside è dominata da un affresco del XII secolo raffigurante la Vergine in trono con il Bambino tra gli arcangeli Michele e Gabriele e i santi Gregorio Magno e Nicola di Mira. L’affresco, restaurato nel 2015, ha recuperato colori vivaci (azzurro oltremare, rosso cinabro, oro zecchino) e una solennità tipica dell’arte romanica. Sotto l’altare maggiore (un sarcofago paleocristiano del IV secolo riutilizzato) si venerano le reliquie di San Cirillo (Cirillo di Alessandria, dottore della Chiesa) e di Sant’Isidoro di Chio (martire). San Cirillo, in particolare, fu uno dei più grandi teologi del V secolo, famoso per la sua lotta contro il nestorianesimo e per aver presieduto il Concilio di Efeso nel 431 dopo Cristo. Le sue reliquie furono portate a Roma nel 1050 da monaci greci in fuga dalle invasioni arabe e deposte qui per volere di papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana). Accanto all’altare, una colonna di granito egiziano (alta 4,5 metri) presenta un’iscrizione in greco che celebra l’imperatore Foca (602-610 dopo Cristo), un raro esempio di epigrafia bizantina a Roma. Nella navata sinistra si apre la cappella di Santa Lucia, affrescata nel Trecento con scene del martirio della santa siracusana. Sulla parete destra della navata, un’antica edicola (VII secolo) conserva un’icona della Theotókos (Madre di Dio) ritenuta miracolosa, portata da Gerusalemme nel 650 dopo Cristo. Ogni 8 settembre, festa della Natività della Vergine, la statua della Madonna con Bambino (un intaglio ligneo del Duecento) viene portata in processione per le vie del rione. Il campanile, visitabile su richiesta, offre una vista spettacolare sulla città: dalla cima si vedono il Palatino, l’Aventino, il Tevere, il Gianicolo e perfino San Pietro. Le campane originali del 1289 sono ancora suonate a mano ogni domenica mezz’ora prima della messa bizantina. La cripta (o “confessione”) è un ambiente seminterrato dell’VIII secolo dove si trovano i resti di una Domus romana del II secolo e di un mitreo (tempio di Mitra) riadattato a oratorio cristiano. Si accede scendendo due rampe di scale in marmo e si possono vedere affreschi dell’XI secolo raffiguranti scene dell’Antico e Nuovo Testamento. La chiesa ospita anche un museo lapidario (ingresso gratuito) con oltre 200 frammenti di epigrafi romane, paleocristiane e medievali, tra cui una famosa iscrizione che elenca i nomi dei fabbri e mercanti che operavano nel Foro Boario. Ogni anno, nella terza domenica di ottobre, si celebra la “Festa della Bocca della Verità” con rievocazioni storiche, banchetti medievali e la possibilità di assistere alla liturgia bizantina in costume.
Santa Maria in Cosmedin non è solo la chiesa della Bocca della Verità, ma un autentico scrigno di storia, arte e fede che attraversa venti secoli di Roma. Tra colonne antiche, pavimenti cosmateschi e la suggestione della liturgia greca, ogni visitatore può toccare con mano la stratificazione millenaria della Città Eterna.