Mappa delle 16 montagne sopra gli 8000 metri in Himalaya e Karakorum
Sulla Terra esistono solo 14 montagne che superano gli 8.000 metri di altitudine, o forse 16, a seconda di come si misurano. Sono i tetti del mondo, mete ambite e temute dagli alpinisti più estremi. Scopriamole una per una, con i loro record, le loro sfide e i loro segreti. LEGGI TUTTO L’ARTICOLO
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Le 14 classiche (e le due contese)
Per convenzione, le montagne sopra gli 8.000 metri sono 14, tutte situate nelle catene dell’Himalaya e del Karakorum (Asia centrale), tra Nepal, Cina (Tibet), Pakistan, India e Bhutan. La lista fu definita per la prima volta negli anni Cinquanta dal Club Alpino Italiano e poi standardizzata dalla UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche). Le 14 sono: 1) Everest (8.848 m, Nepal/Tibet), 2) K2 (8.611 m, Pakistan/Cina), 3) Kangchenjunga (8.586 m, Nepal/India), 4) Lhotse (8.516 m, Nepal/Tibet), 5) Makalu (8.485 m, Nepal/Tibet), 6) Cho Oyu (8.201 m, Nepal/Tibet), 7) Dhaulagiri I (8.167 m, Nepal), 8) Manaslu (8.163 m, Nepal), 9) Nanga Parbat (8.125 m, Pakistan), 10) Annapurna I (8.091 m, Nepal), 11) Gasherbrum I (8.068 m, Pakistan/Cina), 12) Broad Peak (8.051 m, Pakistan/Cina), 13) Gasherbrum II (8.035 m, Pakistan/Cina) e 14) Shishapangma (8.027 m, Cina). Tuttavia, negli ultimi decenni, rilievi più precisi (con GPS differenziale e radar satellitare) hanno mostrato che altre due cime potrebbero superare il fatidico muro degli 8.000 metri: il Saser Kangri I (in India, tradizionalmente 7.672 m, ma una spedizione del 2011 lo ha rideterminato in 8.035 m) e il Gyachung Kang (tra Everest e Cho Oyu, tradizionalmente 7.952 m, ma misure recenti parlano di 8.010 m). Se queste due vette venissero ufficialmente accettate, il numero salirebbe a 16. Per ora, la maggior parte delle fonti (incluso l’Himalayan Database) mantiene 14, ma alpinisti e geografi parlano sempre più spesso delle “16 cime degli 8.000”. Ognuna di queste montagne ha una sua personalità: l’Everest è la più alta, ma non la più difficile (la via normale è diventata quasi una processione di clienti paganti). Il K2 è la più temuta, con un tasso di mortalità del 23% (un alpinista su quattro muore). L’Annapurna I ha il tasso di mortalità più alto di tutte (32%), nonostante sia “solo” la decima più alta. Il Kangchenjunga fino al 1999 era considerata la terza più alta, ma una rilevazione indiana lo ha ridimensionato di qualche metro. Il Lhotse è spesso scalato insieme all’Everest perché condividono il campo base e parte della via. Il Makalu è famoso per la sua forma piramidale perfetta e i suoi venti fortissimi. Il Cho Oyu è considerato il più “facile” degli 8.000 (basso tasso di mortalità, 2%), tanto che molti alpinisti lo usano come “collaudo” prima dell’Everest. Il Dhaulagiri I (“Montagna Bianca”) è incredibilmente isolato e richiede giorni di avvicinamento. Il Manaslu (“Montagna degli Spiriti”) nel 1972 fu teatro di una valanga che uccise 10 alpinisti coreani. Il Nanga Parbat (“Re Nudo”) è noto per la sua parete sud (Rupal) che è la più alta parete di roccia del mondo (4.600 metri). Il Gasherbrum I e II e il Broad Peak sono nel Karakorum pakistano, un’area remota e selvaggia con condizioni meteo estreme. Lo Shishapangma è l’unico 8.000 interamente in territorio cinese (Tibet) e l’ultimo ad essere scalato (1964) perché per anni vietato agli stranieri.
Record, imprese e tragedie: la conquista degli ottomila
La storia della conquista degli 8.000 inizia nel 1950, quando una spedizione francese guidata da Maurice Herzog sale per la prima volta su un ottomila: l’Annapurna I. L’impresa costò a Herzog e al compagno Louis Lachenal il congelamento di tutte le dita dei piedi e delle mani (dovettero essere amputate). Nel 1953, l’Everest viene vinto da Edmund Hillary (neozelandese) e Tenzing Norgay (nepalese). Nel 1954, la spedizione italiana al K2 (guidata da Ardito Desio) porta Lino Lacedelli e Achille Compagnoni in vetta, ma con la controversia sulla scomparsa di Walter Bonatti (costretto a bivaccare a 8.100 metri senza tenda e a perdere le dita dei piedi). Nel 1955, Kangchenjunga viene scalato dagli inglesi George Band e Joe Brown, ma si fermano a pochi metri dalla vetta per rispetto delle credenze locali (il dio del Kangchenjunga non deve essere calpestato). Nel 1956, una spedizione svizzera sale Lhotse (Ernst Reiss e Fritz Luchsinger) e una giapponese sale Manaslu (Toshio Imanishi e Gyalzen Norbu). Negli anni Sessanta e Settanta, tutte le 14 cime vengono scalate, l’ultima è lo Shishapangma nel 1964 (spedizione cinese guidata da Hsu Ching). Il primo uomo a salire tutte le 14 vette (e senza ossigeno supplementare) è l’italiano Reinhold Messner, che completa l’impresa nel 1986 con il Lhotse. Pochi mesi dopo, il polacco Jerzy Kukuczka le completa, ma usando ossigeno su alcune (morirà poi nel 1989 sul Lhotse). Oggi sono meno di 50 persone ad aver scalato tutti i 14 ottomila, tra cui la leggenda vivente Nirmal Purja (Nepal) che li ha scalati tutti in soli 6 mesi e 6 giorni (record mondiale). Il primato di velocità per l’Everest senza ossigeno è di 19 ore e 30 minuti (Kilian Jornet, spagnolo). Il record di permanenza oltre gli 8.000 metri è di 21 ore (Baboo Chiri Sherpa, morto poi in una caduta). L’alpinista più giovane ad aver scalato l’Everest (senza ossigeno) è Jordan Romero a 13 anni (anche se la regola UIAA vieta sotto i 18), e il più anziano è il giapponese Yuichiro Miura a 80 anni. Le tragedie sono all’ordine del giorno: oltre 300 persone sono morte sull’Everest (la maggior parte in zona di morte, sopra i 7.900 metri, dove l’ossigeno è un terzo del livello del mare). Il K2 ha visto la strage del 2008: 11 alpinisti morirono in un unico giorno a causa di una valanga e cadute di seracchi. L’Annapurna è la più letale: uno scalatore su tre non torna. Le cause principali: edema polmonare e cerebrale d’alta quota, valanghe, cadute in crepacci, vento gelido (fino a -60 gradi), fulmini (sorprendentemente comuni), esaurimento fisico e mancanza di ossigeno. A queste quote, il cervello va in ipossia, le decisioni diventano irrazionali, l’autocontrollo si perde. Si parla della “sindrome di Da Vinci”: alpinisti che si spogliano perché hanno caldo (in realtà è l’ipotalamo che si guasta, e muoiono assiderati in pochi minuti).
Come si scala un 8.000: tecnica, equipaggiamento e acclimatamento
Scalare un ottomila non è come una normale montagna. Richiede mesi di preparazione, decine di migliaia di euro (per l’Everest, dai 40.000 ai 100.000 euro a persona) e un’organizzazione militare. La stagione ideale è la primavera (aprile-maggio) o l’autunno (settembre-ottobre), quando le temperature sono meno rigide e i venti più deboli. Il metodo classico è lo stile “spedizione” con campi base, sherpa, ossigeno supplementare e corde fisse. Il percorso tipico: campo base (circa 5.300 metri), campo 1 (6.000), campo 2 (6.500), campo 3 (7.200), campo 4 (7.900, detto “campo della morte”), e poi la vetta. L’acclimatamento è fondamentale: si sale al campo 2, si dorme, si scende al campo base, si sale al campo 3, si scende, e così via per settimane. In assenza di acclimatamento, l’edema polmonare d’alta quota (HAPE) uccide in poche ore. L’equipaggiamento è pesante (oltre 20 chili nello zaino): scarponi riscaldati (spesso con batterie), ramponi, imbrago, moschettoni, piccozze, giacca a piumino d’oca (con piumino 800 fill power), pantaloni imbottiti, maschera con ossigeno (bombole da 3-4 litri, autonomia 5-8 ore), guanti a più strati (mittens), occhiali da ghiaccio (protezione UV a 360 gradi), radio satellitare, telefono satellitare, sacco a pelo per -40 gradi, thermos, cibo liofilizzato. Ogni grammo conta, ma non si può rinunciare alla sicurezza. Le corde fisse (fissate ogni anno dagli sherpa) guidano gli alpinisti lungo le vie più sicure, ma anche lì le valanghe e i crolli di seracchi (blocchi di ghiaccio) sono un rischio costante. Sopra i 7.500 metri si entra nella “zona della morte”: il corpo umano non può più acclimatarsi, le cellule iniziano a morire, e ogni minuto in più è un rischio di collasso. Anche con ossigeno, la mente è offuscata, la concentrazione diminuisce, l’equilibrio si altera. Molti alpinisti che hanno raggiunto la vetta sono morti durante la discesa, perché non avevano più energia per muoversi. Ogni anno, migliaia di aspiranti alpinisti assediano l’Everest, creando “ingorghi” in vetta (nel 2019, più di 200 persone in fila a 8.800 metri, con 4 morti per stasi). Per questo, il governo nepalese ha introdotto nuove regole (limite di permessi, assicurazione obbligatoria, età massima 75 anni, presenza di una guida certificata per ogni alpinista). Nonostante i rischi, il fascino degli 8.000 è immortale: l’aria più sottile, la vista infinita, il silenzio rotto solo dal vento, e la sensazione di toccare il cielo con un dito. Per molti, scalare un ottomila è l’apice della vita, un’esperienza mistica che cambia per sempre. Per altri, è una follia pagata a caro prezzo.
Le montagne sopra gli 8.000 metri sono i giganti di pietra e ghiaccio che sfidano l’umanità a superare i propri limiti. Ogni vetta conquistata è una vittoria sulla morte, ogni caduta un monito. Ma finché ci saranno alpinisti, lassù si continuerà a sognare.