Rinoceronte di Giava in silhouette sulla spiaggia di Ujung Kulon con il vulcano Anak Krakatau fumante all'orizzonte, cielo crepuscolare.
Esiste un limite oltre il quale i calcoli di biologia della conservazione perdono significato, sostituendosi con l'escatologia della geografia fisica. Il rinoceronte di Giava, ridotto a una singola popolazione di circa sessanta-ottanta individui, vegeta interamente confinato nella penisola di Ujung Kulon, all'estremità occidentale dell'Isola di Giava. L'intera dotazione allelica mondiale della specie giace alla mercé di faglie tettoniche prive di memoria. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
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Il collasso demografico del rinoceronte di Giava
Il rinoceronte di Giava, noto alla comunità scientifica con il nome binomiale Rhinoceros sondaicus, rappresenta una delle specie più minacciate del pianeta e costituisce un caso di studio esemplare della fragilità estrema a cui possono giungere le popolazioni animali quando fattori antropici e naturali convergono in un collasso demografico apparentemente inarrestabile. Attualmente ridotto a una singola e isolata popolazione di circa sessanta-ottanta individui sopravvissuti, il rinoceronte di Giava è la rappresentazione vivente del crollo sistemico, un taxon un tempo diffuso in vaste aree del Sud-est asiatico, dalle pendici dell'Himalaya in Bhutan e India orientale, attraverso il Myanmar, la Thailandia, la Cambogia, il Laos, il Vietnam, la Malaysia peninsulare, fino alle isole di Sumatra, Giava e probabilmente Borneo. La drastica riduzione dell'areale e dell'abbondanza della specie è iniziata con l'intensificazione della caccia durante l'epoca coloniale, quando i rinoceronti venivano abbattuti per il commercio dei loro corni, utilizzati nella medicina tradizionale cinese e in altre pratiche culturali asiatiche, e si è accelerata nel ventesimo secolo con l'espansione agricola, la deforestazione e i conflitti armati che hanno frammentato e distrutto l'habitat della specie. Oggi, questa esigua aliquota globale di esemplari vegeta interamente confinata all'interno di una penisola paludosa relativamente piccola: il Parco Nazionale di Ujung Kulon, situato all'estremità occidentale estrema dell'Isola di Giava, in Indonesia, un'area di circa mille duecento chilometri quadrati che rappresenta l'ultimo rifugio della specie dopo l'estinzione dell'ultimo individuo in Vietnam nel 2010, evento che ha cancellato la sottospecie Rhinoceros sondaicus annamiticus precedentemente presente nel Sud-est asiatico continentale. La popolazione di Ujung Kulon, sebbene apparentemente stabile o leggermente crescente negli ultimi decenni grazie agli sforzi di protezione che hanno ridotto drasticamente il bracconaggio, presenta tutti i segni di una popolazione che ha superato un collo di bottiglia genetico estremo, con una diversità genetica drammaticamente ridotta rispetto alla popolazione ancestrale, una situazione che la rende particolarmente vulnerabile a malattie infettive, a mutazioni genetiche recessive dannose, e a una ridotta capacità di adattamento a cambiamenti ambientali improvvisi o a nuove pressioni selettive. Gli studi genetici condotti su campioni di tessuto e feci dei rinoceronti di Ujung Kulon hanno rivelato livelli di eterozigosi, una misura della variabilità genetica di una popolazione, estremamente bassi, indicativi di una storia recente di consanguineità e di deriva genetica che ha eliminato gran parte della variazione allelica originariamente presente nella specie. Questa uniformità genetica significa che la popolazione attuale è essenzialmente un clone espanso di pochi individui fondatori, con tutti gli individui che condividono un'alta percentuale del loro genoma, un fattore di rischio significativo per la comparsa di malattie genetiche recessive che in una popolazione più varia rimarrebbero nascoste dall'eterozigosi.
Le minacce biologiche e ambientali nella penisola di Ujung Kulon
Gli accademici, i biologi della conservazione e le commissioni internazionali che monitorano lo stato di conservazione del rinoceronte di Giava misurano assiduamente e con crescente preoccupazione il progresso dell'erosione genetica endogama, l'invasività crescente di alcune specie vegetali che alterano la composizione della foresta, e l'agghiacciante minaccia epidemiologica rappresentata dalla setticemia emorragica, una patologia batterica che transita agevolmente dai bufali d'acqua limitrofi, appartenenti alla specie Bubalus bubalis, agli immunodepressi rinoceronti, con tassi di mortalità che possono superare il novanta per cento negli animali infetti. La pianta invasiva più pericolosa per l'ecosistema di Ujung Kulon è la palma Arenga obtusifolia, una specie che si sta espandendo rapidamente nelle aree disturbate della foresta, formando fitti popolamenti che soffocano le essenze foraggiere preferite dal rinoceronte, riducendo la disponibilità di cibo di qualità e costringendo gli animali a spostamenti più ampi per trovare nutrimento sufficiente, con conseguente aumento dello stress energetico e riduzione del successo riproduttivo. Le palme Arenga producono inoltre frutti che, seppur commestibili per i rinoceronti, hanno un valore nutrizionale inferiore rispetto alle piante che stanno sostituendo, creando un potenziale deficit calorico che, sommato ad altri fattori di stress, potrebbe compromettere la salute e la fertilità della popolazione. La setticemia emorragica, causata dal batterio Pasteurella multocida, è endemica nella popolazione di bufali d'acqua selvatici che vive nei pressi del parco, e occasionalmente si verificano episodi di spillover in cui il batterio salta la barriera di specie e infetta i rinoceronti, con conseguenze spesso letali per gli animali colpiti. Dal momento che la popolazione di rinoceronti è così piccola e geneticamente uniforme, la comparsa di un focolaio epidemico di setticemia emorragica potrebbe decimare una frazione significativa degli individui sopravvissuti, potenzialmente spingendo la specie oltre il punto di non ritorno verso l'estinzione definitiva. Questo stillicidio quotidiano di minacce, misurate e monitorate con sempre maggiore precisione dai biologi della conservazione, maschera tuttavia, come un palliativo cognitivo che distoglie l'attenzione dalla vera natura del pericolo, la spada di Damocle sismica e vulcanica che oscilla inesorabile sulla testa dell'ultima popolazione di rinoceronte di Giava, una minaccia di natura così diversa da quelle biologiche da richiedere un cambio di paradigma nel modo di pensare la conservazione della specie. Ujung Kulon si protende direttamente nello Stretto della Sonda, il braccio di mare che separa le isole di Giava e Sumatra, una regione geologicamente tra le più attive e pericolose del pianeta, situata lungo la celebre Cintura di Fuoco del Pacifico, dove placche tettoniche si scontrano, si subducono e generano terremoti, tsunami ed eruzioni vulcaniche con frequenza e intensità superiori alla media globale.
La spada di Damocle vulcanica dell'Anak Krakatau
E in quelle acque agitate dello Stretto della Sonda, a pochissima distanza dalla costa occidentale di Ujung Kulon, sorge l'Anak Krakatau, ovvero il "Figlio del Krakatoa", un cono vulcanico emergente che è cresciuto dal fondo del mare dopo la catastrofica eruzione del 1883 che distrusse l'isola madre del Krakatoa. L'Anak Krakatau è un vulcano attivo, giovane, imprevedibile e in continua crescita, che riposa sull'esatta faglia geologica che nel lontano 1883 liberò un'energia stimata pari a diecimila bombe nucleari della potenza di quella sganciata su Hiroshima, una delle più grandi esplosioni mai registrate nella storia umana, il cui fragore fu udito a quasi cinquemila chilometri di distanza. La gigantesca esplosione del 1883 generò onde tsunamiche decametriche, alte fino a trenta metri o più, che si abbatterono sulle coste di Giava e Sumatra, spazzando via centinaia di villaggi, uccidendo più di trentaseimila persone e sommergendo vaste aree costiere, comprese quelle stesse foreste di Ujung Kulon oggi calpestate dagli ultimi rinoceronti di Giava. La ricostruzione della geologia della regione indica che eruzioni di scala simile a quella del 1883, o anche più violente, si verificano nell'area dello Stretto della Sonda con una frequenza stimata di circa una ogni mille-duemila anni, un intervallo di tempo relativamente breve in termini geologici ma sufficientemente lungo da far perdere la memoria del pericolo alle popolazioni umane e agli stessi biologi della conservazione, che tendono a concentrarsi su minacce più frequenti e visibili come il bracconaggio, la perdita di habitat e le malattie. I modelli di estinzione simulati al computer per la popolazione del rinoceronte di Giava, che incorporano la probabilità di eventi catastrofici naturali come eruzioni vulcaniche di grande scala e i conseguenti tsunami, attribuiscono un tasso di mortalità totale causata da catastrofi naturali ogni secolo con altissime percentuali, indicando che la probabilità che la specie venga spazzata via da un evento vulcanico o sismico nei prossimi cento-duecento anni è tutt'altro che remota e anzi superiore alla probabilità di estinzione per cause biologiche come la consanguineità o le malattie. I biologi della conservazione sono ben consapevoli di questa minaccia e cercano ostinatamente da decenni un habitat di dislocamento secondario dove trasferire una parte della popolazione di Ujung Kulon, creando una popolazione separata geograficamente che possa sopravvivere indipendentemente in caso di disastro catastrofico nel sito originale. Sono stati esplorati potenziali siti idonei nell'isola di Sumatra, in particolare nel Parco Nazionale di Way Kambas e in altre aree protette che in passato ospitavano rinoceronti di Sumatra, una specie diversa ma con esigenze ecologiche simili. Lo spostamento di alcuni individri da Giava a Sumatra è però bloccato da barriere giurisdizionali complesse, che richiedono accordi tra governi centrali e locali, da tempistiche logistiche esasperanti dovute alla necessità di costruire recinti di acclimatamento, trasportare gli animali in condizioni di massima sicurezza e monitorarli per anni dopo il rilascio, e dalla preoccupazione di non competere con l'ultima popolazione di rinoceronte di Sumatra, anch'essa gravemente minacciata e bisognosa di ogni risorsa di conservazione disponibile. Nel frattempo, mentre i funzionari e i biologi discutono, pianificano, ritardano, l'intera dotazione allelica mondiale di Rhinoceros sondaicus, l'intero patrimonio genetico di una specie che ha impiegato milioni di anni di evoluzione per perfezionarsi, giace alla mercé di faglie tettoniche prive di memoria, di coscienza e di pietà, indifferenti ai valori estetici, ecologici e culturali che gli esseri umani attribuiscono alla biodiversità. L'umanità sta operando un gigantesco e irresponsabile gioco d'azzardo planetario, stipando l'intera argenteria della biodiversità, rappresentata dall'unica popolazione superstite del rinoceronte di Giava, al centro di uno stadio riempito di cariche esplosive attive pronte a detonare in qualsiasi momento, con un innesco costituito non dalla volontà umana ma dalle inesorabili e imprevedibili leggi della termodinamica del magma sotterraneo.
Qui, per il rinoceronte di Giava, l'estinzione non sarà probabilmente causata dal logoramento lento del bracconaggio, che gli sforzi di protezione hanno ormai ridotto a livelli molto bassi, né dalla consanguineità che si accumula gradualmente di generazione in generazione, né dalla competizione con le piante invasive che riducono lentamente la capacità portante dell'habitat. L'estinzione, se e quando arriverà, sarà improvvisa, violenta, totale, causata dall'inesorabile e imprevedibile equazione termodinamica del magma sotterraneo, che in un singolo istante di faglia aperta, in un'ora o in un giorno di eruzione pliniana e di tsunami successivi, abbatterà a zero il numeratore dell'esistenza della specie, cancellando per sempre dalla faccia della Terra un animale che aveva imparato a sopravvivere alla giungla, ai predatori, ai cacciatori, ma non al fuoco della terra che lo aveva generato.