Il blocco di marmo grezzo da cui emerge la scultura perfetta
Il controllo ferreo su strutture geometriche, formali o matematiche ha un illustre precedente nell'ossessione anatomica e spirituale del Rinascimento, epoca di cui Michelangelo Buonarroti rappresenta la summa intellettuale. Proclamato dai suoi stessi contemporanei "Divin Artista", Michelangelo padroneggiò pittura, scultura, architettura nel corso di un'esistenza prolifica. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
🎧 Ascolta questo articolo
Dalla Corte Medicea al Colosso di Marmo
La precoce inclinazione estetica di Michelangelo trovò un primo affinamento a Firenze all'interno della bottega di Domenico Ghirlandaio (tra il 1487 e il 1488), dove apprese i fondamentali pittorici confrontandosi con la monumentalità dei maestri Giotto e Masaccio. L'evento chiave della sua formazione avvenne tuttavia varcando i cancelli del giardino di San Marco (1488-1490), un'accademia informale promossa da Lorenzo il Magnifico per l'addestramento di giovani talenti all'ombra di sculture antiche. Qui l'artista metabolizzò in profondità la filosofia neoplatonica diffusa dagli umanisti di corte, la quale asseriva che la materia corporea fosse solo l'involucro dell'Idea divina, principio che diventerà il cardine ideologico della sua scultura. Tra il 1490 e l'inizio del 1492 produsse capolavori embrionali di superba forza muscolare quali la Madonna della scala e la Battaglia dei Centauri e dei Lapiti.
La tumultuosa espulsione della famiglia Medici a seguito dei moti popolari del 1494 costrinse il giovane scultore alla fuga, inducendolo a cercare rifugio inizialmente a Venezia e poi a Bologna. Nel capoluogo emiliano arricchì la monumentale Arca di San Domenico scolpendovi le vibranti statuette di San Procolo, San Petronio e di un Angelo inginocchiato reggicandelabro. Con il suo primo trasferimento a Roma (1496-1501), Michelangelo forgiò il conturbante Bacco ebanistico e, soprattutto, la perfezione della Pietà vaticana, consolidando il suo status elitario. Rientrato nella Firenze repubblicana nel 1501, gli fu affidato un gargantuesco blocco di marmo già sbozzato e rovinato da scultori precedenti: da quella materia reietta Michelangelo estrasse il David (completato nel 1504), la cui possente anatomia iperrealista divenne l'emblema civico, raffigurante il cittadino-soldato moralmente e fisicamente pronto a difendere le libertà repubblicane. Nello stesso periodo eseguì la commissione pittorica del Tondo Doni (1503-1504) e sbozzò il San Matteo per l'Opera del Duomo; nel Tondo Doni, il rifiuto per l'addolcimento atmosferico di marca leonardesca in favore di una pittura dotata di enorme plasticità e vividezza cromatica, sancì la sua predilezione assoluta per l'approccio scultoreo. In scultura, l'artista perfezionò la celeberrima tecnica del non-finito: le figure umane vengono lasciate intrappolate nel marmo grezzo – come riscontrabile in maniera struggente in età matura nella Pietà Bandini e nella drammatica Pietà Rondanini – creando un pathos esistenziale, una vera e propria allegoria della lotta titanica dell'anima per affrancarsi dal fardello corporeo.
Le Fatiche Romane: Sistina, Paolina e San Pietro
La consacrazione universale di Michelangelo maturò sotto l'egida papale. Richiamato a Roma nel 1505 dall'iracondo papa Giulio II, fu incaricato di concepire una tomba colossale per il pontefice, progetto che subì decenni di revisioni e tormenti sfociando, tra gli altri, nel temibile Mosè. Il culmine dell'arte rinascimentale fu toccato tra il 1508 e il 1512, quando affrescò la volta della Cappella Sistina.
Ritornato in epoca matura a servire il soglio di Paolo III (1534-1545), l'artista – giunto alla soglia dei sessant'anni – affrontò nuovamente le impalcature per l'immensa parete di fondo della medesima cappella vaticana, generando il Giudizio Universale (1534-1541) e successivamente affrescando la Cappella Paolina. A differenza della radiosa energia giovanile, il Giudizio Universale rigurgita di masse corporee appesantite dalla gravità e dal peccato, dominate dalla figura apollinea e severa del Cristo giudice. Tra i volti impietriti dal terrore spicca San Bartolomeo, che regge in mano la propria pelle vuota scorticata in cui Michelangelo, con un colpo di genio macabro, ritrasse le proprie stesse fattezze. Oltre alle imprese figurative, Michelangelo si impose come architetto sommo curando la facciata di San Lorenzo, la Sagrestia Nuova fiorentina, la Biblioteca Medicea Laurenziana, l'assetto di Piazza del Campidoglio e, negli ultimi anni, operando come primo architetto della Fabbrica di San Pietro in Vaticano, progettandone l'iconica cupola in un crescendo manierista che avrebbe dettato le regole del barocco.
L'esistenza terrena di Michelangelo e il lascito titanico delle sue opere incarnano per l'eternità la suprema dicotomia tra lo slancio vitale dello spirito e il peso opprimente della materia terrena e del marmo grezzo.