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L'Europa nello stretto di Ormuz: i pericoli reali di una missione navale e le voci per la pace
Di Alex (del 22/03/2026 @ 10:00:00, in Geopolitica e tecnologia, letto 78 volte)
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Lo stretto di Ormuz tra Iran e Arabia Saudita, arteria petrolifera mondiale al centro delle tensioni
Lo stretto di Ormuz tra Iran e Arabia Saudita, arteria petrolifera mondiale al centro delle tensioni

L'ipotesi di una missione navale europea nello stretto di Ormuz, in risposta alle tensioni con l'Iran, divide profondamente Spagna, Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna. I rischi reali sono enormi: escalation militare, chiusura dello stretto e crisi energetica globale. Il Papa Leone XIV chiede la pace.LEGGI TUTTO L'ARTICOLO

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Lo stretto di Ormuz: la gola del mondo
Lo stretto di Ormuz è il passaggio marittimo più strategicamente critico del pianeta: largo appena 39 chilometri nel punto più stretto, tra le coste dell'Iran e dell'Oman, attraverso di esso transita ogni giorno circa il 21% del petrolio mondiale — oltre 17 milioni di barili al giorno — oltre a enormi quantità di gas naturale liquefatto provenienti dal Qatar e dall'Arabia Saudita. Qualsiasi interruzione del traffico nello stretto, anche temporanea, provocherebbe un'impennata immediata dei prezzi dell'energia sui mercati globali e una crisi economica di dimensioni potenzialmente catastrofiche per le economie importatrici di petrolio, prima tra tutte l'Europa.

L'Iran ha minacciato più volte, nel corso degli anni e con maggiore frequenza nell'escalation del 2025-2026, di "chiudere lo stretto di Ormuz" in risposta a sanzioni economiche o ad azioni militari dirette contro il suo territorio. Non si tratta di vuote minacce: la Guardia Rivoluzionaria Islamica dispone di flotte di motovedette veloci, missili antinave, mine navali e sottomarini di piccola taglia specificamente addestrati per operazioni asimmetriche nello stretto. La chiusura non richiederebbe una vittoria militare; basterebbe creare condizioni di insicurezza tali da rendere il passaggio troppo rischioso per le petroliere commerciali.

Le posizioni dei cinque paesi europei: un fronte tutt'altro che compatto
L'ipotesi di una missione navale europea nello stretto di Ormuz divide profondamente i cinque maggiori paesi dell'Unione Europea e del continente. La Francia, con la sua tradizione di potenza militare autonoma e il suo interesse a proiettare forza in Medio Oriente, è la più aperta all'opzione militare: Parigi ha già esperienza di missioni navali nel Golfo Persico e considera la sicurezza degli approvvigionamenti energetici un interesse nazionale di primario rilievo.

La Germania è invece profondamente riluttante: l'esperienza delle guerre in Afghanistan e Iraq ha consolidato nell'opinione pubblica tedesca un riflesso di avversione alla proiezione militare internazionale, e il Bundestag ha già dovuto superare aspre resistenze interne per approvare le missioni navali nel Mar Rosso. La Spagna, con una tradizione di politica estera più orientata al Mediterraneo e all'America Latina, è anch'essa contraria all'escalation. L'Italia si trova in una posizione intermedia: tradizionalmente favorevole alla cooperazione atlantica ma consapevole della propria dipendenza dal gas del Golfo, il governo Meloni deve bilanciare lealtà atlantiste e interessi energetici. Il Regno Unito, ormai fuori dall'UE ma parte della NATO, ha già schierato navi nel Golfo Persico in missione di scorta alle petroliere britanniche.

I pericoli reali: dall'escalation alla crisi energetica
Gli esperti di sicurezza internazionale identificano tre scenari di rischio principali nel caso di una presenza navale europea nello stretto di Ormuz. Il primo è l'escalation per incidente: nello spazio ristretto dello stretto, dove le motovedette della Guardia Rivoluzionaria operano a pochi chilometri dalle navi militari straniere, un incidente navale — un'avvicinamento eccessivo, un'avaria, uno scambio di colpi d'artiglieria per fraintendimento — potrebbe innescare una risposta militare iraniana che le navi europee non sarebbero in grado di ignorare.

Il secondo rischio è la chiusura economica dello stretto: di fronte a una presenza navale europea percepita come ostile, l'Iran potrebbe decidere di minare le acque dello stretto o di attaccare le petroliere, non necessariamente quelle militari. Le conseguenze sarebbero devastanti per i prezzi energetici europei, già sotto pressione per le conseguenze delle sanzioni e delle tensioni geopolitiche. Il terzo scenario riguarda il trascinamento dell'Europa in un conflitto più ampio: qualsiasi azione militare iraniana contro navi europee attiverebbe automaticamente gli obblighi dell'articolo 5 della NATO, trascinando l'Europa in un conflitto con l'Iran che nessun governo europeo desidera e per cui l'opinione pubblica non sarebbe preparata.

L'appello di Papa Leone XIV: "La pace non è debolezza"
Una voce potente e inattesa si è alzata dal Vaticano contro la logica della presenza militare nello stretto di Ormuz. Papa Leone XIV, eletto nel 2025 come successore di Francesco, ha dedicato la sua udienza del mercoledì di questa settimana a un appello accorato alla pace nel Golfo Persico, riprendendo e approfondendo la tradizione diplomatica della Santa Sede in Medio Oriente. "La pace non è debolezza: è l'atto di coraggio più difficile che gli uomini di governo siano chiamati a compiere", ha detto il pontefice, parlando davanti a decine di migliaia di fedeli in piazza San Pietro.

Leone XIV ha invitato i leader europei a non cedere alla "logica delle cannoniere" — richiamando il concetto storico della diplomazia coercitiva ottocentesca — e a privilegiare invece il dialogo diplomatico multilaterale. Il Papa ha fatto appello anche alle autorità iraniane affinché "rinuncino alla retorica della minaccia" e si aprano a negoziati che coinvolgano le Nazioni Unite e le potenze regionali. Il Vaticano, che mantiene relazioni diplomatiche con l'Iran e ha canali di comunicazione con la dirigenza religiosa sciita, potrebbe svolgere un ruolo di mediazione discreta che le potenze occidentali non sono in grado di assumere direttamente.

La voce del pacifismo europeo: l'alternativa alla deterrenza militare
Accanto all'appello del Papa, numerosi movimenti pacifisti europei e personalità del mondo culturale e accademico hanno firmato un appello comune contro la militarizzazione dello stretto di Ormuz. Il documento, promosso dal Centro per la Pace e i Diritti Umani dell'Università di Utrecht e firmato da oltre 400 accademici, diplomatici ed ex ministri europei, propone come alternativa alla deterrenza militare un "accordo energetico di sicurezza collettiva" in cui le potenze europee si impegnino formalmente a non partecipare a sanzioni unilaterali contro l'Iran in cambio di garanzie iraniane sulla sicurezza del traffico nello stretto.

L'argomento centrale dell'appello è che la presenza militare europea nello stretto di Ormuz non garantirebbe la sicurezza degli approvvigionamenti energetici — perché un conflitto aperto renderebbe lo stretto inaccessibile comunque — ma aumenterebbe le probabilità di un conflitto che l'Europa sarebbe chiamata a sostenere senza averlo scelto democraticamente. "Le basi americane nel territorio europeo ci espongono automaticamente alle conseguenze di ogni escalation americana in Medio Oriente, senza che i nostri parlamenti abbiano mai votato su questo", scrive il documento, riecheggiando temi simili a quelli sollevati da voci critiche sulla presenza militare americana in Europa.

Lo stretto di Ormuz è stretto non solo geograficamente: è il collo di bottiglia attraverso cui scorrono petrolio, ambizioni geopolitiche e tensioni che potrebbero trasformarsi in catastrofe in qualsiasi momento. La domanda per l'Europa non è se può permettersi di essere presente militarmente: è se può permettersi il lusso di un conflitto che nessuno ha scelto e che tutti rischiano di non riuscire a fermare.

 
La giornalista Milena Gabanelli ha ragione!