Schermo con avatar digitale che simula una persona scomparsa, luce tenue emotiva
Eugenia Kuyda ha trasformato migliaia di messaggi del suo amico scomparso in un chatbot conversazionale, aprendo la strada al grief tech: la tecnologia del lutto. Un fenomeno in rapida crescita negli Stati Uniti, tra conforto digitale ed enormi interrogativi etici su identità, memoria e morte. LEGGI TUTTO L'ARTICOLO
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La storia di Eugenia Kuyda e Roman Mazurenko
Quando Roman Mazurenko morì in un incidente, la sua amica Eugenia Kuyda non si rassegnò alla perdita. Raccolse migliaia di chat, email, messaggi e post che lui aveva lasciato in digitale e li usò per addestrare un algoritmo, caricandolo poi su una piattaforma di creazione di bot. Il primo passo fu un bot selettivo: chi scriveva riceveva frasi che Roman aveva davvero pronunciato. Un archivio parlante, una memoria che risponde. Poi, grazie alle nuove intelligenze artificiali generative, Kuyda riuscì a creare qualcosa di più ambizioso: un sistema capace di ricombinare i testi, imparare lo stile di Roman e produrre risposte nuove che sembravano scritte da lui.
Nasce il grief tech
Negli Stati Uniti sta nascendo un intero settore attorno a questa idea: lo chiamano grief tech, tecnologia del lutto. Aziende e startup propongono servizi per creare versioni digitali di persone scomparse, consentendo ai familiari di continuare a interagire con loro. Gli amici di Roman hanno iniziato a scrivergli, sua madre ha letto pensieri che non aveva mai conosciuto. Kuyda ha descritto il progetto come mandare un messaggio in bottiglia al cielo. Ma dietro c'è solo un'intelligenza artificiale che recita: consola solo perché scegliamo di crederci.
I rischi etici di un lutto digitalizzato
La storia apre fronti inediti e inquietanti. Cosa succede se l'intelligenza artificiale sbaglia e fa dire al defunto cose che non avrebbe mai pensato né detto? E se i fantasmi digitali diventano più disponibili e più attenti delle persone reali che ci circondano, il rischio non è solo confondere memoria e simulazione. È smettere di vivere nel presente per scegliere di abitare in eterno un passato artificiale.
La morte è sempre stata il confine che la tecnologia non poteva attraversare. Il grief tech sostiene di averlo superato, offrendo continuità dove c'era solo silenzio. Ma il vero interrogativo non è tecnico: è se siamo disposti a delegare all'intelligenza artificiale persino l'elaborazione del dolore, trasformando il lutto in un abbonamento e la memoria in un servizio digitale.